martedì 6 dicembre 2016

Marte (1a stagione) [Prima parte]

Ha debuttato poco meno di tre settimane fa in tv, tra lo stupore generale, uno dei progetti cinematografici e televisivi più ambiziosi di sempre, quello de 'La più grande avventura di sempre nella storia dell'uomo', ovvero la colonizzazione del pianeta rosso, cioè Marte. Un progetto che non sembrava essere straordinario, invece dopo aver visto le prime tre puntate, la quarta delle sei totali andrà in onda stasera, ne sono rimasto affascinato. Ecco perché nonostante io sia arrivato soltanto a metà non potevo esimervi nel consigliare di vederla, perché Marte, la nuova miniserie evento di National Geographic Channel è qualcosa di veramente eccezionale. In più è diretta da un certo Ron Howard (straordinario regista) e prodotta da lui stesso insieme a Brian Grazer (uno dei produttori più famosi di Hollywood), perciò cosa volere di più? Niente, soprattutto se le vicende narrate sono a dir poco fantastiche. Le vicende narrate infatti si sviluppano tra il presente e l'anno 2033, alternando dati scientifici e rappresentazione cinematografica, vicende che ci trasportano direttamente alla vigilia della prima missione dell'uomo sul pianeta rosso. Difatti nell'anno 2033 lo sbarco dell'uomo su Marte sta per diventare realtà. Mancano 90 secondi all'atterraggio e l'equipaggio della navicella Daedalus, che vive con ansia questi ultimi tormentati momenti che li separano dal toccare terra sul pianeta rosso, è pronto per questo storico avvenimento. Nonostante però abbia avuto il miglior addestramento e abbia le migliori risorse disponibili, l'equipaggio dovrà spingersi sull'orlo delle capacità umane per riuscire a creare con successo la prima colonia eco-sostenibile su Marte. A metà tra un documentario (grazie alle testimonianze delle menti più brillanti della scienza) e un film (con ricostruzioni fedeli e precise di una perfetta missione spaziale), Marte infatti ci racconta in modo strabiliante come sarà finalmente possibile replicare lo sbarco dell'uomo sulla Luna sul pianeta rosso. Un racconto che via via si fa sempre più incredibile. Storia che perseguendo il doppio scopo di informare, come è abitudine e forza della rete televisiva internazionale, racconta una storia avvincente, un ibrido innovativo e interessante, soprattutto per come la serie è strutturata e sulla sua particolarità.

lunedì 5 dicembre 2016

Krampus (2015)

Per entrare in clima natalizio (anche se in questo caso non proprio festivo o felice) e finalmente vedere un film di cui molti hanno già avuto l'onore di recensire, anche positivamente (paradossalmente in estate), ho deciso di recuperarlo, anche perché proprio in questi giorni nel nord Italia, anzi, propriamente stasera (almeno credo) con l'arrivo di San Niccolò, ci sarà la sfilata dei Krampus, di cui questo film si ispira, esseri mistici e favola nera di cui già ne avevo sentito parlare e visto nel discreto thriller tutto italiano In fondo al bosco, infatti proprio durante questa festa un bambino sparirà, ma questa è un'altra storia. Intanto concentriamoci su Krampus: Natale non è sempre Natale (Krampus), film del 2015 diretto da Michael Dougherty, qui anche sceneggiatore e produttore, conosciuto soprattutto per la stesura dello script di X-Men 2 (2003) e di X-Men: Apocalisse (2016). Un film che è una discreta commedia-horror che affonda le sue radici nelle antiche tradizioni folkloristiche europee, riportando in auge la figura del Krampus (bestia cornuta che cattura i bambini disobbedienti per il Natale), demone che secondo la leggenda accompagna l'arrivo di San Nicholas. Infatti basandosi su questa leggendaria creatura, la pellicola racconta di un giovanissimo ragazzino Max (sensibile e riflessivo), che decidendo decide di voltare completamente le spalle a Babbo Natale (strappando la letterina e gettandola dalla finestra), dopo alcuni screzi con la sua maldestra famiglia, scatena l'ira del Krampus, un antico e oscuro demone malvagio che attacca i miscredenti. Da quel momento il cielo diventa cupo portando il gelo e lo sconforto, e la mattina seguente la casa si ritrova sommersa in una bufera. Non solo, perché bloccati all'interno della loro casa, si ritroveranno accerchiati dai simboli del Natale (gli aiutanti del demone) che cominciano ad animarsi e ad attaccare i componenti della famiglia di Max. A questo si aggiunge il demone in persona, che non darà tregua ai componenti della famiglia, famiglia che per sopravvivere e non essere presi dalla forza demoniaca, sarà costretta ad aiutarsi vicendevolmente. L'unico antidoto infatti è comportarsi bene e aiutarsi l'un l'altro, così facendo decidono di essere solidali tra loro per tentare di sopravvivere a questo inferno. È sufficiente questo incipit di Krampus per rassicurarci sulle capacità del suo regista Michael Dougherty, gli anni passati dall'ottimo La Vendetta di Halloween non gli hanno tolto affatto smalto, dato che sa ancora come essere feroce con una carezza e spietato con delicatezza e stile, tirando pugni nel classico guanto di velluto. Difatti dopo aver sfornato uno dei migliori film di Halloween di sempre, ha saputo ora produrre un ottimo horror che si inserisce in posizioni molto alte sia nel cinema natalizio che nei film di fiaba e folklore. Fiaba che con la direzione della fotografia (ottima e inquietante) di Jules O'Loughlin, le scenografie (agghiaccianti e spaventose) di Jules Cook, i costumi (discreti, credibili ed efficaci) di Bob Buck e le musiche (azzeccatissime) composte da Douglas Pipes, rappresenta in chiave umoristica come il Krampus faccia parte della quotidianità, presentando personaggi realistici e facilmente riconoscibili.

sabato 3 dicembre 2016

Quo vado? (2016)

Quando ho saputo che Sky avrebbe mandato in onda questo film, cioè Quo vado?, mi sono già messo a ridere ancor prima di vederlo (pochi giorni fa) perché già sapevo che mi avrebbe fatto ridere, e infatti a termine visione ero strafelice di averlo visto. Difatti ho riso molto (riso proprio, non 'sorriso'), e questo mi sembra già un gran risultato, specie per un film italiano. Questa è la forza di questo e dei personaggi creati da Luca Medici, in arte Checco Zalone, al suo quarto film da protagonista, dopo Cado dalle nubiChe bella giornata e Sole a catinelle, ridere a crepapelle. Quattro film compreso questo diretti sempre da Gennaro Nunziante, che con Zalone formano un duo straordinario, poiché ripetersi non è mai facile, e invece per la quarta volta consecutiva superano loro stessi, in termini di spettatori e di incasso al box-office. Certo, un film non dovrebbe confrontarsi con i risultati, ma questa dissacrante commedia, nuova e fresca, funziona perché genuina e vera, spontanea, distante anni luce dalle classiche commedie italiane tutte identiche nell'effetto (pieno di gag già viste) e nel soggetto ormai inflazionato di fare battute mediamente volgari per fare scena. In "Quo Vado?" (2016) la ricetta di questo successo si evidenzia dall'obiettivo che si prefigge, quello di riuscire ad abbracciare un pubblico ampissimo e, soprattutto, di tutte le classi sociali. Il racconto di Nunziante-Zalone infatti è realistico e contemporaneo. E proprio per questo è un film che non necessita di particolari strumenti culturali per poter essere apprezzato, e infatti la cosa che subito si nota è che la linea comica del film si mantiene pressoché ininterrotta per 100 minuti, dove praticamente si ride di continuo, cosa che personalmente, è accaduta solo nel precedente capitolo filmico. Lui infatti mi diverte da morire con le sue uscite politicamente scorrette, e l'unica cosa che mi sentirei di obiettargli, su questo film, è che ci ha messo dentro contenuti 'buonisti' che sanno di 'voglio far contenti tutti' di cui non sentivo personalmente la mancanza. Comunque su questo sfondo di ilarità tutt'altro che volgare è tuttavia obbligatorio segnalare la pochezza narrativa della trama, in effetti poco consistente e di una semplicità estrema, quasi forzata in certi punti. Pur tuttavia il film riesce a toccare le corde giuste, esalta e demonizza alcuni stereotipi (italiani e non solo), ma non se ne distacca mai totalmente, e anzi a volte suscita un certo sentimento patriottico (esilarante è la scena in cui sradica letteralmente l'insegna "ristorante italiano" di un ristoratore norvegese, al grido di "Vichingo!"). In più alcune gag sono davvero spassose. Nel complesso perciò Zalone non delude le aspettative, perché la sua è la commedia italiana più divertente se non degli ultimi anni, di questo almeno lo è sicuramente.

venerdì 2 dicembre 2016

The Young Pope (1a stagione)

Nei confronti di Sorrentino ho sempre avuto una certa antipatia, non solo per il suo stile di fare cinema (che ormai quasi tutti conoscono vedendo i suoi film, uno addirittura premiato con l'Oscar) ma anche per gli evidenti rimandi a certi personaggi, luoghi e paesaggi che a volte puzzano di accattonaggio mediatico e territoriale (Maradona è Dio detto da un cardinale è eresia, soprattutto se non vero, perlomeno come persona perché come giocatore era un grandissimo). Ma nonostante lo si ami o lo si odi, sta di fatto che finalmente ha probabilmente trovato il luogo giusto per potersi esprimere a grandi livelli, un tipo di cinema, quello delle serie tv, più facile per poter esporre il suo pensiero, il suo genio e sregolatezza (senza troppi giri di parole, più facile da comprendere), anche se The Young Pope, ideata e diretta proprio da Paolo Sorrentino, prodotta da Sky, Hbo e Canal+, che ha esordito il 21 ottobre 2016 sul canale satellitare Sky Atlantic, conclusasi venerdì 18 novembre, è una non-serie tv, è più un film, lungo dieci ore, pieno di andate e di ritorni, di dettagli, di citazioni e di teologia, d'altronde il tema trattato è la Chiesa. Ora non che Sorrentino non ha fatto e non è stato Sorrentino, anzi, ha scritto una storia potente (una sorta di parabola della solitudine, chi viene, chi va e chi rimane), ricca di immagini, dove i protagonisti, prima di essere preti, cardinali o papi, sono uomini, perciò una delle Sue storie, ma in questo caso in modo più fluido, meno onirico, ugualmente affascinante ma soprattutto più efficace. E di questo me ne sono accorto subito, perché già dalla straordinaria sigla (pop-rock di un gusto raffinato ma elettrizzante) qualcosa è cambiato nella mia percezione del suo cinema, poiché anche se qui non mancano affatto le sue classiche movenze, Sorrentino infatti non è certo un regista 'd'azione', ha un ritmo lento e dilatato tutto suo, concentra tutta l'attenzione sui dialoghi, racconta con modalità assai diverse dal consueto, riflettendo continuamente sulle inquadrature, sulle situazioni, sui personaggi, sul tormento della vita umana, alla fine, e anche se non mancano poi come ovvio le 'trovate', magari allegoriche (si pensi al canguro che vaga libero in Vaticano, e tanti altri), ma in questo caso davvero gustose, riesce a sorprendere, portando una serie che all'inizio poteva essere o sembrare una cretinata (e a volte la sensazione era anche la mia) in un esperimento completamente riuscito e pure discretamente interessante nonché, anche se sembrerà strano visto l'argomento, divertente e sottilmente ironico. A partire dal personaggio da lui ideato, un incrocio storico accattivante, misterioso e sconvolgente. Ricercato, potente e soprattutto 'Sorrentiniano'. La storia di un uomo e della fatica di stare al mondo. Quella di Lenny Belardo (un cardinale giovane, mite e dallo scarso peso politico), che inspiegabilmente e inaspettatamente, viene eletto pontefice dal collegio cardinalizio, che crede forse di aver trovato una pedina da poter manovrare a piacimento. Tuttavia Lenny (abbandonato in orfanotrofio in tenera età e continuamente tormentato da tale abbandono, tanto che ha sviluppato un rapporto molto turbolento con la fede e con Dio), salito al soglio pontificio con il nome pontificale di Pio XIII, si dimostrerà un papa controverso e per nulla incline a farsi comandare, machiavellico e manipolatore.

mercoledì 30 novembre 2016

Creed: Nato per combattere (2015)

Inutile sottolineare che attendevo da tempo di vedere questo film, era da gennaio infatti, da quando ne parlai all'epoca della sua uscita, che aspettavo di ritrovare uno dei miti della mia infanzia, ovvero Rocky. Alcuni ricorderanno il post pubblicato a inizio gennaio, (che trovate qui), dove spiegavo i motivi e il perché la saga e il suo personaggio sono diventati simboli di forza e coraggio per me e per tutti. In ogni caso per rientrare in clima, ho aspettato un po', non perché non ho avuto tempo prima di vederlo (anche se avevo un calendario da seguire) ma perché prima ho visto grazie a Sky, che a proposito per l'occasione della sua mandata in onda ha predisposto un canale apposito per rivedere l'intera straordinaria saga, prima il bellissimo 'racconto di cinema' di Nino Castelnuovo, l'esperto di punta sul cinema della piattaforma satellitare, un racconto emozionante e incredibile, al pari del successivo documentario Da Creed a Rocky: la leggenda continua, con interviste agli attori del cast, i produttori e quant'altro. Insomma qualcosa di interessante e bello, che vi consiglio di vedere se già non l'avete fatto. Comunque ritornando a questo settimo capitolo della saga (anche se a dir la verità è uno spin-off che si svolge in ogni caso dopo Rocky Balboa, sesto film della serie), intitolato Creed: Nato per combattere (Creed - 2015) a primo impatto è un film bello ma non così eccezionale come mi aspettavo, perché nonostante ho ritrovato con piacere quel gusto vintage e demoralizzante (più emozionante) di un tempo non tutto è filato liscio, anzi, fila così velocemente (sbrigativo) che molte cose vengono accelerate senza mai fermarsi, troppi repentini cambi di direzione, fatto che aggiunto a molti punti oscuri o momenti, meglio situazioni, non spiegate abbastanza dettagliatamente, lasciano poco tempo di riflessione, praticamente non ci sono pause, non che sia un male però ci voleva qualche punto morto per riprendere meglio le emozioni, la storia lasciate a metà, anche se il sesto capitolo era il perfetto finale della straordinaria avventura vissuta dallo Stallone Italiano. Invece no, perché grazie ad un giovane regista, Ryan Coogler, al suo secondo lavoro importante (dopo Prossima fermata Fruitvale Station), il primo per me, quella storia ha potuto avere un seguito, un seguito che in certi momenti assomiglia ad un remake, dato che la storia, i temi e il finale sembra ricalcare il primo fantastico film. Certo, letti in chiave moderna per le nuove generazioni ma leggermente troppo simili, anche se proprio per questo il film mi è piaciuto di più, ma soprattutto perché torna il lato umano e non solo i muscoli e quelle atmosfere molto "cotonate" da anni '80. Insomma un film che efficacemente riporta in auge un mito, un mito che riesce a far risultare una pellicola non straordinaria ma tutto sommato credibile e anche e soprattutto riuscita.

martedì 29 novembre 2016

Gli altri film del mese (Novembre 2016)

Questo mite novembre è stato un mese abbastanza anonimo, anche un po' triste per me, ma come sempre anche in questo mese oltre ai film di cui ho già scritto, ne ho visti anche molti altri. Film non proprio eccezionali a dir la verità, ma perlomeno passabili (tranne uno). Al contrario di certi film che invece io sconsiglierei, film che proprio in virtù di questo fatto saranno solo accennati. Infatti oltre a 6 che propongo ce ne sono 4 di cui vorrei parlare perché sono davvero pessimi. A partire dalla classica ed ennesima (inutile e deludente) commedia romantica per la tv di produzione canadese, Amore sotto le stelle (Love Under the Stars, 2015), l'inflazionata storia di una ragazza che per caso e senza volerlo (sì vabbé) si innamora del padre di una bambina che ha da poco perso la madre (chissà perché lo sospettavo), e niente, la trama finisce qui, insieme alla mia di pazienza, quella di vedere sempre le solite frivolezze, le solite sciocchezze, con un finale scontato, dei dialoghi assurdi ma soprattutto il doppiaggio della bambina è da manicomio. Questa è l'ultima volta che ci casco. Un po' meglio invece accade per La giustizia di una madre (A Mother's Instinct, 2015), anch'esso per la tv di produzione canadese ma di genere thriller e molto più interessante (ma sempre brutto), anche se il finale della storia è addirittura molto più prevedibile. La storia (leggermente assurda anche se basata su fatti realmente accaduti, anche se non ci crede nessuno) di una madre che dopo il rapimento del figlio si convince della colpevolezza del vicino e siccome non ci sono prove, lo rapisce e lo fa confessare, poi lui (incredibilmente) fugge e cerca di ammazzare tutti, ma all'ultimo secondo lo stordiscono e si salvano tutti, non il film che ancora una volta come tanti thriller non suscita neanche un sussulto, un'emozione. Film davvero vuoto e insensato. Anche se mi ero ripromesso di non vedere più un film con Steven Seagal purtroppo ho visto Sniper: Forze speciali, film (del 2016) che come ovvio non esprime nulla di nuovo alle sue solite baggianate, perché anche qui fa il solito ruolo da cecchino infallibile che ammazza tutti. Un film che racconta in modo assurdo, la storia di una squadra di soccorso che si ritrova per magia coinvolto in un agguato uscendone però vittorioso, poi ovviamente succedono altre cose ma niente di così importante. Insomma, davvero pessimo, questo è definitivamente il capolinea. Ancora più brutto e deficiente è l'ennesimo disaster movie della Asylum, stavolta il film in questione ha a che fare con due aerei (uno è l'Air Force One, con a bordo il presidente, la moglie e la figlia 'Milani'?!) che non si sa perché (ah sì una tempesta elettromagnetica) stanno per scontrarsi in volo, il film si chiama infatti Air Collision, ed è uno dei film più assurdi di sempre, con effetti speciali di serie C, dialoghi di serie D, e scene da manicomio, infatti ho riso così tanto che mi serviva la camicia di forza per non spaccare tutto. Un film (del 2012) davvero senza un senso alcuno, stupido e inutile. Ma veniamo al momento che tutti aspettavate, ecco perciò le recensioni dei 6 film visti in questo mese, tra cui tre commedie, un drama, un thriller e un film d'animazione.

lunedì 28 novembre 2016

APPuntamento con l'@more (2014) & Poli opposti (2015)

Come ben sapete (io non tanto ad esser sincero) i rapporti personali, relazionistici tra uomo e donna sono i più complicati sulla faccia della terra, e questo non lo scopriamo mica adesso e in molti casi sono tantissimi i film che cercano di spiegarne i problemi e trovare le soluzioni. Soluzioni che come ovvio quando si tratta di commedie romantiche si tramutano spesso nel finale in amore incondizionato anche se nella realtà non sempre accade la stessa cosa. E infatti queste due pellicole che hanno dalla loro dinamiche conclusive abbastanza scontate, sfruttano le classiche situazioni che molto spesso accadono (la classica guerra dei sessi) per imbastire una tavola, sì già sfruttata, ma in questo caso con un certo stile, un certo garbo, difatti queste due garbate commedie senza eccedere nella sfera romantica sono piacevoli ed anche scorrevoli da vedere. A partire da APPuntamento con l'@more (Two Night Stand), film del 2014 diretto dallo semi-sconosciuto Max Nichols, figlio del più conosciuto regista Mike Nichols, deceduto 2 anni fa, film in ogni caso riuscito. Riuscito non tanto nella trama quanto nel quadro generale delle vicende, quella di Megan che mollata dal suo ex decide, per dimenticare, di usare la tecnica del 'chiodo caccia chiodo', lei infatti non vuole impegnarsi e così fissa su Internet un appuntamento per una serata da una botta e via con uno sconosciuto da cui però se ne va insoddisfatta, ma il caso vuole che proprio i due il mattino dopo rimangano bloccati nell'appartamento di lui a causa di una forte nevicata, che ha paralizzato New York, ed è costretta perciò a tornare sui suoi passi e affrontare due giorni di convivenza con quello che doveva essere solo un partner occasionale. Costretti così loro malgrado a passare più tempo assieme del previsto, Megan e Alec iniziano a parlare delle loro aspettative, dei loro sogni e cercando a vicenda di trovare dei possibili accorgimenti per il futuro partner che verrà, entrano in sintonia e capiscono che il loro rapporto potrebbe trasformarsi in qualcosa di più di una semplice avventura.

sabato 26 novembre 2016

The Program (2015)

Premettendo che sono stato sempre convinto che Lance Armstrong si dopasse, ho visto con qualche perplessità The Program, film biografico del 2015 diretto da Stephen Frears sulla vita di questo famoso ciclista, perché la sua incredibile storia è una ferita ancora tanto aperta e tanto dolorosa per chi ha vissuto quei momenti, momenti che hanno per sempre macchiato uno sport così nobile come il ciclismo. La sua vicenda infatti è stata forse quella che più ha sconvolto gli appassionati di ciclismo e dello sport in generale. Perciò non era facile per il regista anche solo immaginare di fare un film del genere, in più raccontare storie vere è diventato sempre più difficile, non solo perché spesso si conosce il finale, fatto che altera in qualche modo la percezione della trama, ma perché essere imparziale è arduo compito. Ma mai come in questo caso nonostante la natura (sconcertante) della storia (che quasi tutti conoscono) e la bravura del regista inglese, il risultato è più che soddisfacente, il regista difatti riesce nel compito a lui assegnato, quello di ripercorrere le tappe della vita del ciclista statunitense Lance Armstrong, dai successi sportivi alla lotta contro il cancro, fino all'ammissione di doping, in modo discreto e senza eccessi. Stephen Frears infatti, partendo dal libro-verità del giornalista sportivo David Walsh 'Seven Deadly Sins', porta in scena le gesta (truccate) del campione texano, e lo fa con grande maestria da un punto di vista tecnico (con inquadrature e soprattutto effetti sonori che rispecchiano bene le corse in bici e con la rappresentazione di un personaggio talmente "vittima" del suo ego che, nella sua abitazione, è sempre solo) e soprattutto senza cadere nella trappola dei film sportivi tipo, quelli che si risolvono cioè nel rimontaggio di materiale di gara già esistente. Gira invece ad hoc poche ma eccellenti scene, talmente accattivanti da far quasi venir voglia di prendere la bici ed andare a scalare qualunque vetta. Sceglie poi con gran cura una colonna sonora decisamente azzeccata, e ciliegina sulla torta, punta il grosso delle sue fiches su Ben Foster (visto recentemente in Lone Survivor), attore che probabilmente non offriva le migliori garanzie e che invece si rivela per l'occasione capace non solo di interpretare ma addirittura di trasformarsi in Lance Armstrong (la somiglianza dell'attore è davvero sorprendente, soprattutto nel pedalare e nei caratteri somatici) grazie a un lavoro lungo e intenso da vero perfezionista dell'arte attoriale. In ogni caso, gli appassionati di ciclismo non si aspettino grandi emozioni sportive, impervie salite o volate storiche, poiché solo piccoli flash amarcord introducono la pellicola di Frears basata sul marciume legato al doping e sull'inchiesta di un bravo giornalista che mantiene la schiena dritta e non si fa piegare da nessuno.

venerdì 25 novembre 2016

La regola del gioco & The Reach (2014)

Oggi recensirò due film, due thriller, che mi hanno piacevolmente colpito, anche se nel primo il finale amaro lascia un po' scontenti, al contrario il secondo ha un finale avvincente, ma entrambi convincono soprattutto per i due attori principali, davvero bravi che ancora una volta dimostrano il loro valore, partendo da uno che ultimamente sta riscuotendo successi, fino ad arrivare ad un mostro sacro, ma saprete dopo, intanto cominciamo parlando de La regola del gioco (Kill the Messenger), political drama (del 2014) ottimamente architettato ed interpretato da un Jeremy Renner sempre più impegnato (questo è anche il suo primo film da produttore) e qui in forma veramente smagliante, nei panni di Gary Webb del quale racconta la difficile battaglia nel far emergere la verità su uno dei molteplici scandali della CIA (uno di quei soliti scandali che il governo americano ha più interessi a mascherare piuttosto che ammettere le enormi responsabilità del gioco sporco) e diffonderla. Inutile dunque ribadire che il film si ispira non solo a una storia vera, quella del tenace giornalista di una piccola e indifferente testata giornalistica, ma racconta in modo coerente e lucido di fatti realmente avvenuti (e frettolosamente insabbiati), fatti raccontati dallo stesso Webb nel libro Dark Alliance sui cui si basa il film di Michael Cuesta, regista che ha fatto tanta gavetta in tv (S.F. Under, Dexter, Homeland), insieme ai libro Kill the Messenger di Nick SchouLa regola del gioco infatti riporta alla luce del sole degli scandali che vennero a galla solo negli anni '90 (ma riguardanti la decade precedente) grazie al meticoloso e alquanto ostacolato lavoro investigativo di Webb che riuscì a scoprire il coinvolgimento della CIA nello spaccio di droga (cocaina) negli USA. Droga che aveva come principali destinatari la popolazione afro-americana, e il ricavato delle vendite andava a sostenere i Contras del Nicaragua nella loro lotta per destabilizzare il governo comunista. E per raccontare ciò il regista e lo sceneggiatore (Peter Landesman), scelgono il metodo più semplice e popolare possibile, seguendo rigorosamente lo schema di altre pellicole del genere (Tutti gli Uomini del Presidente, State of Play, Insider, etc.), non aggiungendo nulla di particolarmente innovativo al canovaccio, ma in modo semplice ed avvincente riesce a raccontare una storia, una storia ovviamente interessante. Difatti nel film vengono riportate tutte le fasi dell'inchiesta iniziata e portata avanti dal giornalista che, per puro caso come spesso accade (anche se in questo caso grazie all'avvenente pupa di un boss del narcotraffico, una stupenda Paz Vega), viene in possesso di un documento che proverebbe un certo intrallazzo tra agenti governativi ed i Contras, il tutto sommato a qualche discrepanza tra la mole di droga in circolazione allora nel paese e l'effettivo potere di spaccio dei gruppi malavitosi realmente conosciuti. Ma il film non si limita a questo perché le sue indagini, che iniziano ad essere scomode un po' per tutti, lo porteranno a sprofondare, contro di lui infatti inizia una campagna diffamatoria, che colpirà anche la sua famiglia, che lo porterà vicino al suicidio.

mercoledì 23 novembre 2016

La quinta onda (2016)

Dopo aver visto questo film, mi è venuto subito in mente la risposta di Monica Brizzi del blog Il mondo di M. al mio commento (di tre settimane fa) che l'avrei visto, lei che aveva letto i libri da cui è tratto e anche la pellicola credo, e mi consigliava di lasciar perdere e che forse non mi sarebbe piaciuto. Ebbene nonostante ciò, l'ho visto comunque, perché come sapete io i film li vedo a prescindere da giudizi, però in questo caso aveva probabilmente ragione, poiché nonostante La quinta onda (The 5th Wave), film fantascientifico del 2016 diretto da J Blakeson, adattamento del romanzo La quinta onda (The 5th Wave, 2013), primo dell'omonima trilogia di romanzi scritti da Rick Yancey, aveva dalla sua buone premesse, è un film (il libro, anzi, i libri, qui la sua recensione, sono comunque tutto un'altra cosa) decisamente mediocre, ma anche se certamente parecchio imperfetto, è per lo meno decente (migliore di alcuni e non peggiore di altri), perché riesce a essere un po' originale e parzialmente scorrevole. La quinta onda ovviamente non è un capolavoro e non è il film dell'anno, neanche lo sfiora, ma è il film giusto per una serata divertente, e quindi penso che lo si possa vedere, ovviamente consapevoli della sua portata piuttosto limitata, sia narrativamente che visivamente. In ogni caso la trama della pellicola è semplice, e ciò è già passabile anche se dannatamente scontata come sempre quando si tratta di futuri distopici, si parla infatti di un attacco alieno verso la terra, durante la quale la razza umana viene colpita e decimata da varie 'onde': prima la corrente elettrica viene soppressa, poi vengono scatenati terremoti, quindi si diffonde un virus, alla fine arrivano loro, gli alieni, per invadere la terra e uccidere gli ultimi umani rimasti in vita, prima con il risveglio degli alieni che erano stati innestati tempo prima in alcuni umani, e poi con uno stratagemma davvero sorprendente, che i ragazzi addestrati dall'esercito per cacciare e uccidere coloro che sono posseduti dagli alieni, riusciranno a scoprire, scopriranno infatti che non tutto è come sembra. In tutto questo, una giovane americana, Cassie (interpretata da Chloë Grace Moretz), cerca di sopravvivere e salvare il fratello minore. E quando la situazione precipita, l'aiuto arriverà proprio da dove e da chi non si sarebbe mai aspettata.

martedì 22 novembre 2016

The Affair: Una relazione pericolosa (1a & 2a stagione)

Può una serie tv lenta e con una trama quasi scontata (il classico dramma amoroso di lui, lei e l'altra) riuscire a tenere lo spettatore incollato alla tv? Se si tratta di The Affair la risposta è sì. La serie infatti, prodotta dalla Showtime (quella di Billions, ma anche Dexter e Homeland), creata da Sarah Treem e Hagai Levi, già creatori dello psicanalitico In Treatment, che continuano a portare i segreti della mente umana sul piccolo schermo, anche se questa volta decidono di tingerli delle tinte noir del thriller, è qualcosa di unico nel panorama televisivo, in quanto riesce a rendersi particolarmente interessante, perché riesce a sconvolgere ed intrigare. Poiché di serie che colpiscono, intrattengono ed incuriosiscono è piena la tv, ma poche sono quelle che sono in grado di sconvolgere chi le guarda nel corso della visione facendogli vivere in prima persona le sensazioni che provano i personaggi su schermo, e The Affair è una di quelle, d'altronde se la serie ha già vinto ben 3 Golden Globe (Migliore Serie Drammatica, Migliore Attrice in una Serie Drammatica a Ruth Wilson, Migliore Attrice non protagonista in una Serie Drammatica a Maura Tierney) un motivo ci sarà. La serie che è andata in onda da settembre ad ottobre e ad ottobre e novembre con le prime due stagioni su Sky Atlantic una dopo l'altra e proseguirà dal 30 novembre sempre sulla stessa emittente della piattaforma Sky con la terza attesissima terza stagione, sfrutta infatti una formula davvero ingegnosa e innovativa, quella che raccontando la più classica e nota delle vicende, quella di una relazione extra-coniugale fra un uomo ed una donna entrambi sposati, tra Noah Solloway (Dominic West, The Wire), aspirante scrittore e Alison Lockhart (Ruth Wilson, la punta di diamante che finora in tv aveva praticamente interpretato solo la distaccata figura di Alice Morgan in Luther), una cameriera che conosce durante un periodo di relax a Montauk, negli Hamptons, dove lui è ospite nella casa per le vacanze del padre di Helen (Maura Tierney, la madre dei suoi 4 figli), uno scrittore di successo la cui fama pesa sulle spalle di Noah che non riesce ad eguagliare il suocero, che nel frattempo sta cercando di tenere in piedi il suo matrimonio con Cole (Joshua Jackson) dopo la morte del figlio, appassiona e sorprende. Perché anche se ciò potrebbe sembrare l'incipit di un romanzo Harmony, c'è il colpo di genio degli autori, quello che risulta evidente nella modalità scelta per narrare la storia, le puntate difatti vengono divise in due parti, una raccontata dal punto di vista di lui, lo scrittore di Brooklyn intrappolato nei legami familiari, l'altra dal punto di vista di lei, la ragazza di periferia che fatica ad andare avanti, e non sempre i due punti coincidono. In più scopriamo questa 'tresca' attraverso l'interrogatorio a cui i due amanti sono sottoposti durante l'indagine per un omicidio, un omicidio del quale scopriremo a mano a mano nuovi risvolti, che non sono complementari, ma alternativi.