lunedì 12 settembre 2016

Outcast (1a stagione)

Outcast è la nuova serie televisiva horror statunitense ideata da Robert Kirkman (il creatore di The Walking Dead) insieme a Paul Azaceta. La serie, prodotta da Fox e Cinemax, andata in onda in prima visione da Sky sul canale Fox dal 6 giugno al 15 agosto 2016, è un adattamento dell'omonimo fumetto (che purtroppo non ho letto) creato proprio da Kirkman. La serie infatti basata sul fumetto, come si vede nella prima puntata (ogni puntata poi sarà diretta da altri registi), girata da uno dei nomi in ascesa del cinema horror Adam Wingard (The Guest), è a quanto pare, molto fedele alle vignette del fumetto, dato che molte scene sono trasposizioni fedelissime come la storia. Come la controparte cartacea quindi il primo episodio di Outcast brilla per una dose di violenza, fisica ma per certi versi anche psicologica, inaspettata in una serie con aspirazioni mainstream. La serie difatti inizia col botto (chi l'ha visto lo sa) ed è difficile non sentirsi un minimo a disagio durante il climax del pilot mentre si assiste al brutale confronto tra Kyle e un bambino posseduto dal demone. Purtroppo però fuori dalle 'esplosioni' di violenza questo episodio (come i successivi due) sembra troppo ossessionato dalla ricerca di una continua tensione che non si avverte, complici anche le musiche opprimenti, il che rende tutto un po' artificioso. Una scelta probabilmente dettata dalla necessità di mettere le cose in chiaro a proposito di atmosfere e temi della serie sin dall'inizio, ma ciò non ha aiutato affatto perché dopo praticamente non succede niente di veramente interessante o avvincente. Perché purtroppo la serie che si preannunciava essere il nuovo guilty pleasure dell'estate, non convince poiché le alte promesse fatte con il pilot, vengono infrante, non riuscendo in alcun modo a bissare il successo di The Walking Dead. Il pilot infatti è stato probabilmente il momento più alto, davvero coinvolgente che non ci lascia scampo, trascinandoci nell'oscuro mondo del paranormale in maniera quasi perfetta, riuscendo ad accontentare diverse fette di pubblico, da i fan del paranormale, agli amanti del pulp (la serie ne abbonda) passando per tutti coloro che amano sondare gli abissi dell'animo umano. Poi come detto in precedenza qualcosa cambia e a parte l'ultima puntata, risulta sia all'inizio che alla fine perfettamente in linea con altre decine di prodotti similari, da cui non riesce a prendere le distanza, subendo pesantemente l'eredità del genere. Ciò è evidente in particolar modo nelle sequenze di esorcismo, sulla cui violenza Fox ha più volte riportato l'attenzione, e sull'atmosfera opprimente del tutto assente. C'è anche una spettacolarizzazione un po' posticcia che rovina la comunque riuscita atmosfera generale. Soprattutto all'inizio risulta essere una serie tv convenzionale, e infatti andando avanti non riesce mai davvero né a spaventare né a convincere, nonostante una confezione seducente e sicuramente ben realizzata. Gli elementi ci sono stati tutti ma resteranno poco sorprendenti e in alcuni casi particolarmente abusati, come la possessione, gli abusi infantili e il protagonista con una faccia eternamente dolente. Manca ed è mancato un guizzo, un punto di vista, un'idea di regia che avrebbero potuto riscattare un prodotto che resta invece lì. Che galleggia senza riuscire davvero ad emergere. Mi sarei aspettato per lo meno, un qualcosa di diverso da quello che questo tipo di prodotti offrono. Peccato che, invece, al di là di qualche momento un po' gore, Outcast non spaventi mai davvero.
Questo nonostante una storia interessante e alquanto complicata alla base. Una storia che vede come protagonista una fittizia cittadina di nome Rome, nella Virginia Occidentale, dove in una casa lontana dal resto del mondo 'sopravvive' Kyle Barnes (interpretato da Patrick Fugit che riesce a portare sullo schermo il disagio di un personaggio tormentato, scoglionato il giusto, e in grado di non capire appieno la natura del male che lo perseguita), uomo introverso e infelice (che cerca di trascorrere la sua vita alienandosi quanto più possibile dal resto della società) che passa le sue giornate rintanato in casa tenendosi a distanza dalle persone, ha chiuso ogni rapporto con moglie e figlia e suo cognato lo odia. Kyle vuole solo essere lasciato in pace, da bambino è stato vittima degli orribili abusi della madre, afflitta da gravi problemi mentali secondo alcuni…o preda di forze oscure e terribili secondo altri. Dopo l'adozione da parte della famiglia della coetanea Megan che lo ha salvato, e il matrimonio con Allison che gli ha regalato una nuova vita, tutto sembrava andare bene. Ma purtroppo la sua vita precipita quando anche la famiglia che si è costruito si ritrova nello stesso incubo che aveva posseduto sua madre, e così Kyle torna nella sua casa (maledetta) d'infanzia solo e disprezzato da (quasi) tutti per quello che ha (presumibilmente, dato che non conoscono la verità) fatto a sua moglie e sua figlia. L'opportunità per il riscatto (o per sprofondare ancora i più nell'abisso) per Kyle arriva quando il reverendo Anderson (interpretato ottimamente da Philip Glenister, in grado di sviluppare un personaggio sicuramente anticonformista), che lo aveva aiutato da bambino, gli chiede di prestargli la sua 'esperienza' nel trattare i sempre più numerosi casi di quelle che è convinto siano possessioni demoniache. Tuttavia, scopre presto di essere direttamente coinvolto in tali nuove manifestazioni soprannaturali, accorgendosi nell'occasione di come il suo sangue abbia un effetto repellente nei confronti del demone. Insieme a Anderson, decide quindi di provare a comprendere cosa si nasconda dietro tali esternazioni demoniache e quale sia il suo ruolo. Perché sembrano moltiplicarsi intorno a Kyle? E cercano proprio lui? E perché viene definito il Reietto? Ovviamente in questi primi dieci episodi dal finale aperto che rimanda alla già ordinata seconda stagione, non sappiamo la verità o la risposta. In questi episodi hanno avuto grande spazio la branca delle possessioni demoniache, facendo leva su una peculiare organizzazione dell'intreccio e un'inusuale caratterizzazione dei personaggi che però mi hanno lasciato insoddisfatto. Comunque in questa prima stagione di Outcast, la regia ha seguito un filo conduttore dall'andamento lineare, con un ritmo che ha i suoi pregi e i suoi difetti. Da una parte, infatti, sembra vincente la scelta di non ridurre la narrazione ad un susseguirsi ripetitivo di troppo simili esorcismi che renderebbero la serie eccessivamente vicina al genere dei procedural. Le puntate, infatti, evitano di seguire uno schema troppo rigido e prevedibile in modo da poter continuare a conservare l'indole necessaria per un horror. Dall'altra parte, però, fatta eccezione per sporadici colpi di scena e per il cliffhanger del season finale, la narrazione sembra essere eccessivamente dilatata e lenta. Molte sequenze, pur aiutando a immedesimarsi nell'inquietudine dei personaggi, sembrano quasi essere state introdotte come riempitivo rischiando e riuscendo a risultare noiose.
Se, quindi, si vuole guardare una serie violentemente terrorizzante, ricca di colpi di scena inaspettati che fanno sussultare sulla sedia, Outcast non è la scelta più adatta. Più che optare per quel genere di horror al cardiopalma che fa venire i nervi a fior di pelle, infatti, gli autori hanno scelto di puntare su una storia che fa leva sulla profondità psicologica, sul buio viscerale e inquietante del nostro io più nascosto. Niente spaventi improvvisi per farci uscire il cuore dal petto ma, piuttosto, una continua instillazione di angoscianti dubbi, domande e misteri della trama che ci mantengono in un incessante stato di ansia suscitata anche dalla fotografia dai toni, nel contempo, scuri e sbiaditi che, però, non sembra essere particolarmente originale e che, comunque, non è supportata da un'adeguata base narrativa. Se la storia presentata in Outcast appartiene ad un genere diverso dai soliti horror adrenalinici, anche i suoi personaggi seguono la medesima linea un po' fuori dal comune. In generale, purtroppo, la caratterizzazione dei personaggi non sembra essere sufficientemente elaborata, fresca o approfondita, facendo risultare il tutto un po' troppo piatto e stantio. Il personaggio principale di Kyle per esempio appare eccessivamente stereotipato quando lo si guarda dal punto di vista della sua personale lotta (interiore ed esteriore) tra il Bene e il Male. L'unico elemento che risolleva il giudizio sul personaggio, infatti, è il suo rapporto conflittuale con la moglie e la figlia che, comunque, non presenta sorprendenti slanci narrativi. Migliore anche se di poco sembra essere invece la costruzione del personaggio del Reverendo Anderson che, anche se incarna molti degli stereotipi propri del prete esorcista che sono andati costruendosi negli anni, presenta qualche elemento interessante. Un esempio è il doppio conflitto da cui è attanagliato il personaggio. Da una parte, abbiamo la solita lotta tra bene e male che, pur essendo un tema logorato dal troppo uso, è declinato nella forma un po' più fresca del contrasto tra la fede e la disillusione causata da un mondo alla deriva, d'altra parte, però, appare vincente l'idea del rapporto controverso e contraddittorio con Kyle, per cui il Reverendo prova sincero affetto quasi paterno, comprensione e compassione per la sua storia ma, nel contempo, non può fare a meno di guardare il ragazzo con gli occhi dell'invidia per il potere e l'unicità di cui il giovane sembra essere investito e che Kyle vede più che altro come una maledizione. Questo sentimento poco lusinghiero per un reverendo, che contrasta profondamente con l'immagine pura dell'esorcista senza macchia, contribuisce a rendere più complesso e interessante il personaggio. Purtroppo però, gli slanci creativi nella caratterizzazione dei personaggi, compresi i secondari della nostra storia sembrano fermarsi qui, senza decollare. Anche se sono presenti accenni al loro passato e alla loro storia, questi rimangono comunque piuttosto sterili e faticano a fornirci un'immagine a tutto tondo dei vari caratteri. Per una serie horror che come punto di forza e fondamentale elemento inquietante ha il malessere dei propri personaggi, risulta strana, disorientante e insolita una così poco approfondita esplorazione del backround, della personalità e, in generale, dell'interiorità dei suoi protagonisti. Ma si spera in una seconda stagione decisamente migliore. In ogni caso molto bella la sigla (che ricorda TWD), la colonna sonora e soprattutto la magistrale interpretazione dello sceriffo (il personaggio più 'cazzuto' e quello secondo me più riuscito) da parte di Reg E. Cathey, visto recentemente nei Fantastic 4: I fantastici quattro. Ma nonostante ciò, la prima stagione di Outcast non convince a pieno e sembra non essere andato pienamente a buon fine. Perché nonostante sia riuscita bene la costruzione dell'atmosfera cupa, inquietante e straboccante d'ansia, gli episodi non riescono a sfruttare a pieno questo buon trampolino di lancio mettendo in scena una storia dal ritmo eccessivamente lento quando, forse, invece mi sarei aspettato una maggior dose di adrenalina. I personaggi di cui abbiamo fatto la conoscenza, inoltre, non riescono a risollevare di molto lo spirito della narrazione poiché, pur presentando qualche risvolto interessante, risultano essere ancora poco sviluppati. Insomma una serie altalenante che però sicuramente cambierà regime nella seconda stagione dato che molto (si spera ovviamente) potrebbe migliorare in positivo. Comunque la prima stagione non è male, e se amate questi tipi e generi di serie tv non potete perderla. Voto: 6

2 commenti:

  1. Vedi caro Pietro dopo la tua esauriente descrizione se non fosse stata una serie , mi sarebbe piaciuto vederlo cinematograficamente parlando.Perchè come hai tratteggiato i vari personaggi per me ne hanno acquistato in fascino anche se tu hai fatto critiche su certe loro descrizioni o forse più verso la regia e l'interpretazione stessa. Non amo alla follia questo genere, ma lo vado spesso a cercare. Una limitazione per me, le varie puntate della serie.
    Sempre eccelsa la recensione.
    Un abbraccio forte amico mio!

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  2. Avevo cominciato a guardarlo, ma ahimé mi stava annoiando... sospeso senza rimpianti!

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