giovedì 1 settembre 2016

Summer Horror Factory (Zombeavers, Backcountry, Honeymoon)

Quest'estate ho seguito il ciclo di film che Rai4 ha proposto dal 28 giugno al 23 agosto, ovvero gli horror di Midnight Factory, e quindi dopo averli recensiti quasi tutti (il primo Sinister, bellissimo e inquietante, l'avevo già visto, anche Piranha 3DD l'avevo già visto ma una veloce visione dovevo per forza farla per scrivere quel post) e quindi dopo The Invitation, dove una cena tra 'amici' si trasforma in qualcosa di completamente e inquietantemente diverso, Spring, dove una storia d'amore atipica e controversa si trasforma in tutti i sensi, Kiss of the Damned, dove una vampira cede alla passione e All cheerleaders die, dove ironicamente in una specie di revival anni '80 le donne si vendicano, visti appunto durante gli ultimi due mesi, ora è il turno degli ultimi tre mandati in onda questo mese, tre horror originali (l'unica cosa che hanno almeno in parte in comune tra loro), interessanti di cui non potevo non parlarne, anche se in ritardo. A partire da un film che definirlo bizzarro è dir poco, ossia Zombeavers, un horror demenziale che però nasconde un lato divertente e così assurdo da essere certamente un prodotto di serie B e neanche fatto bene ma divertente e figo. La trama se ancora non vi è chiaro, dal titolo e dalla locandina, è volutamente trash, perché questo film che ricalca le storie tipiche dell'horror, un gruppo di teenager che decide di trascorrere qualche giorno di vacanza in una casetta in riva al fiume (per un weekend di divertimento e sesso), nasconde una particolarità, nelle acque infatti dimora una terribile (quanto assurda) minaccia, un castoro infetto che, con un solo morso, è in grado di trasformare le persone in zombie tutti particolari. Questo film del 2014, opera prima di Jordan Rubin, è perciò talmente scemo e demenziale che non merita una visione, ma è così pazzo da rasentare il genio, perché il regista riallacciandosi ad altri film del genere (ovvero film sugli Animal Attacks) in voga negli anni '80, e seguendo in parte il neozelandese Black Sheep, ne costruisce un dichiarato e divertente omaggio (carico di folle comicità) al cinema di serie B degli anni '80 appunto, e quindi se amate lo splatter più pecoreccio e trashoso, questo film (grande cult dai toni demenziali) è da non perdere. In ogni caso Zombeavers già dall'inizio (belli comunque i titoli iniziali) con due camionisti che si raccontano storielle sceme e messaggiano mentre guidano, e che investendo un cervo e perdono un barile di materiale radioattivo che finisce in un fiume, contaminando tutta la zona, mette in chiaro la sua evidente e imprescindibile follia. Ma a farne le spese di ciò non saranno solo i castori, che si trasformano in veri e propri zombi, ma anche un trio (interpretate dalle bellissime Rachel Melvin, Cortney Palm e Lexi Atkins) di ragazzine sciocchine (ma gnocche, tanto e pure disinibite) che si recano in questa baita di legno per passare un weekend lontani dai rispettivi boyfriend (idioti arrapati ragazzini tra cui Hutch Dano), e che mai si sarebbero aspettate di essere di fronte ad una anomala lotta per la loro sopravvivenza.

Comunque durante la prima parte di Zombeavers (i primi 20 minuti) sono i dialoghi a portare avanti il film in modo divertente e rilassato, con alcune scene davvero incredibili. Poi, da quando i castori zombie iniziano ad attaccare, i dialoghi perdono un po' di comicità, ma si ride lo stesso perché questi "zombeavers" non sono in cgi, sono dei pupazzi fatti e mossi in modo volutamente ridicolo. Ovviamente essendo degli zombi, come nella migliore tradizione zombesca, possono infettare chiunque e quindi potete immaginare, perché ci vuole del genio puro e nessuna vergogna per trasformare le vittime dei morsi in castori umani con tanto di dentoni e coda pinnuta (davvero troppo in ogni caso). Questo delirio però dura solo un'ora e 15, ma non c'è modo di stancarsi o annoiarsi e il finale (esattamente come l'inizio) è quasi geniale, poteva finire solo così. Ma il gioco divertente sta proprio nel vedere i castori zombi che spuntano dai pavimenti, che tramortiscono le persone facendogli cadere addosso alberi segati a morsi e che nuotano nel laghetto attorno ad una zattera (palese omaggio al secondo episodio di Creepshow). Anche se la cosa che fa un po' storcere il naso è il fatto che la componente trash è fin troppo voluta e ricercata, si ha infatti la sensazione sul serio che Zombeavers voglia essere comunque un horror a tutti i costi, grazie anche ad una generosa porzione di splatter, ma tutto questo viene sovrastato dalla rozzezza delle animazioni dei castori che sembrano più delle enormi nutrie rattoppate e dalla CGI arrabattata che fa sembrare le produzioni Asylum dei blockbuster miliardari. Di certo troupe, registi e attori danno proprio l'idea di essersi divertiti un mondo a girare con i castori zombie e da un certo punto di vista ci si chiede quali droghe siano state usate per partorire un'idea così assurda. Probabilmente l'unica spiegazione è che la ricerca dell'assurdo porta la mente a spingersi oltre. Comunque Zombeavers ha l'enorme pregio di essere veramente spassoso, demenziale e divertente (anche se la comicità americana di un certo tipo resta un po' ostica per noi europei), l'importante però è predisporsi positivamente al trash. A tutto questo poi si aggiunge, come ciliegina sulla torta, la fantastica canzone dei titoli di coda, uno swing degno di Sinatra che vorrete a tutti i costi sul vostro lettore mp3. Infine, l'unica probabilmente nota stonata, il doppiaggio, davvero deleterio, le voci sono tutte inascoltabili e tolgono ai dialoghi tutta la loro ironia. Comunque il film è abbastanza censurabile (non adatto ai minori, anche se ormai..), non solo per alcune scene hot, ma anche per alcune immagini o scene sexy, e poi perché le tre ragazze non sono solo carine, ma gnocche e quindi appunto intriganti e molto, Ma a parte ciò il film senza troppe pretese è rivolto sopratutto agli amanti del genere perché in definitiva qualcosa di veramente bello e interessante qui non c'è, certo l'idea è fantastica ma il risultato poteva essere migliore se volevano.

Il secondo film invece riallacciandosi agli Animal Attacks, stavolta ne strani ne giganti, parla di un agghiacciante dramma uomo-natura, contro un ferocissimo orso. Backcountry, pellicola canadese del 2014 diretta da Adam MacDonald (al suo esordio dietro la macchina da presa dopo alcuni corti), è infatti ispirato e tratto alla vera storia di due escursionisti che nel 2005 andarono in campeggio e si trovarono alle prese con un orso bruno. Comunque anche se il regista ha giustamente cambiato la storia per i propri fini narrativi (opportunamente romanzati), i fatti sono molto diversi dalla realtà. Laddove a perire era stata la laureata di famiglia (la povera dottoressa Jaqueline Perry) qui invece a sopravvivere è una svampita avvocatessa che capisce troppo tardi di aver perduto per sempre l'uomo della sua vita. Lo scopo di questa vacanza in campeggio (lungo le rive di uno sperduto e suggestivo lago) è infatti quello di Alex (Jeff Roop) di chiedere in sposa Jenn (Missy Peregrym), ma purtroppo le cose non andranno come avrebbe voluto lui, e forse anche lei, sperato. Poiché i due, dopo un misterioso incontro con l'enigmatico Brad, e un piccolo battibecco escono dal percorso orientato (convinti di conoscere la strada, sopratutto Alex un escursionista esperto che rifiutandosi, con troppa sufficienza, di avere una cartina, basilare per sapersi orientare) di un parco nazionale tra i boschi dell'Ontario, si perdono nel bosco. Mai i guai non finiranno, perché senz'acqua ne cibo, persi, senza speranza si ritroveranno a tu per tu con un'orso affamato, dando così vita ad una nuova paura. I due perciò portano al limite la loro relazione già traballante, ma mentre Alex viene umiliato dalle forze della natura intorno a lui, Jenn trova una nuova forza interiore che la spingerà a non mollare perché solo uno di loro tornerà a casa vivo. Backcountry e' un eco-vendetta, ma anche una storia d'amore crudele, la minaccia viene dalla natura, che prima incanta l'uomo con la forza evocativa e poi lo imprigiona come una tagliola, poiché dinanzi alla natura a volte valiamo veramente poco, quasi niente. Comunque anche se può sembrare una storia già vista, la base di Backcountry non è malaccio, ma avrebbe potuto essere declinata in mille modi, dato che collocarlo nel genere horror sarebbe troppo, perché la pellicola di horror ha veramente poco (solo una scena anche se agghiacciante e orripilante), e invece il regista ha deciso di mantenersi su un sentiero troppo neutro, che non dà sufficiente spazio né all'azione né alla situazione. Bastava prendere una decisione un po' più netta tra commedia, film romantico e film d'azione, invece in mezzo tra un thriller e una drammatica realtà-finzione, non tutto convince. Facendo in questo modo infatti finisce per mettere fuori pista lo spettatore virando decisamente verso le tematiche più abusate di uno sconcertante confronto con la brutalità e la ferocia di un istinto di sopravvivenza in cui il più grande cacciatore del regno animale diventa la preda più ghiotta ed ambita di un plantigrado che ha il vantaggio di giocare in casa. Privo di particolari suggestioni scenografiche (giusto una vista dall'alto della policromia autunnale di una distesa di conifere), si avvale di una messa in scena che mette in risalto il terrore-panico dei due bravi e fotogenici protagonisti e l'implacabile ostinazione di un orso bruno nell'attenersi alle scrupolose prescrizioni di una sostanziosa dieta proteica, ma senza convinzione. La musica non sempre è azzeccata, come in generale il sonoro (troppe pause senza suoni), ma bisogna ammettere che il regista riesce a costruire un po' (troppo poca a parer mio) di tensione. Ma il problema non è tanto questo o l'ambientazione, ma la situazione. Brad (Eric Balfour) per esempio è chiaramente un idiota, dal momento che quello che fa non lo fa per nessun obiettivo particolare, in più scompare nel nulla e non avrà mai più un ruolo attivo nella vicenda, a che serviva quindi? E Alex che doveva essere l'esperto di sopravvivenza è in verità un normalissimo amante del trekking che ne sa, più o meno, quanto la fidanzata, niente. Andrebbe benissimo mettere persone comuni alle prese con la natura...ma che siano almeno persone comuni, qui difatti alcune delle loro scelte sono ingenue e insensate. Un altro problema è l'orso (comunque gestito benissimo per gli effetti speciali) mal gestito invece dal punto di vista della scrittura. Manca infatti un tema che colleghi le vicende dei personaggi, non voglio dire che debba esserci sempre per forza dietro chissà quale filosofia (il confronto tra uomo-natura e le sue divagazioni), ma qui non accade proprio nulla, di coinvolgente, di emozionante ed intrigante. Neanche la morte di Alex (piccolo spoiler) significa qualcosa perché il film non si è mai proposto come la storia di una donna che viveva all'ombra del fidanzato e non sapeva cavarsela da sola. Quel che resta alla fine della fiera è la sensazione di aver assistito a un film con una bella scenografia e che di tanto in tanto ha saputo regalare scene di tensione, ma che in generale è vuoto, privo di spinta narrativa e con poche cose da dire.

Il terzo film invece si differenzia tanto dai precedenti due film (che ricorda in parte Spring, di cui precedentemente scritto), anche se Honeymoon (2014) riprende per certi versi la natura malvagia o extraterrestre del primo e i rapporti di coppia del secondo. La pellicola infatti da commedia romantica si trasforma in un agghiacciante incubo (del terzo tipo), probabilmente la cosa più bella del film. Un incubo che segna l'esordio della regista Leigh Janiak. Un esordio comunque incoraggiante se si pensa, ai difetti, alle incertezze e alle lacune che, per chi si pone dietro alla macchina da presa gode di un discreto talento, limerà con il passare del tempo per cercare una forma ed una padronanza tecnica personale e solida, è stato così anche per i più grandi nel passato. Perciò non importa se in fin dei conti il film non spiega e non dice quasi niente, perché in Honeymoon, attraverso la sua messa in scena e la sua sceneggiatura, possiamo da un lato apprezzarne l'impostazione, dall'altro il coraggio della giovane regista americana nel voler descrivere una storia horror, dai contorni thriller con un pizzico di fantascienza, capace di rimanere a galla ed interessare per tutta la sua durata. La giovane coppia di sposini Paul (Harry Treadaway) e Bea (Rose Leslie, Ygritte de Il trono di Spade, fino alla quinta stagione) decidono di passare una rilassante luna di miele (honeymoon) in un cottage in riva a un lago, di proprietà della famiglia della sposa. Ovviamente come per le più rosee aspettative la luna di miele di Bea e Paul inizia sotto il nome dell'amore, nel segno di usignoli canterini, giornate piene di sole ed allegria, di passione e interminabili effusioni (scene belle e intriganti sopratutto per il meraviglioso corpo di lei). Questo paradiso bucolico canadese però viene meno quando, una sera, Paul trova la moglie nel bosco in stato confusionale, senza alcun ricordo di cosa le sia capitato. Nei giorni seguenti Bea diventa sempre più distante e assume strani comportamenti, come fosse posseduta da qualcosa o da qualcuno, facendo così sospettare a Paul che qualcosa di più sinistro del sonnambulismo (la cosa più plausibile) sia successo quella notte. E' l'inizio di un incubo che perseguita la coppia, in un disagio estremo che metterà a rischio la loro relazione (che la porterà ad una lenta pazzia ed agonia), e che ci perseguita fino alla fine in un modo sinistro e inquietante. Honeymoon, come classico e unico filo conduttore di questo ciclo di film, è un horror di tipo indipendente, limitato, sotto il profilo dei fondi, e per questo portato a fare della necessità una virtù. La regia della Janiak è attenta e precisa, cura i dettagli e le inquadrature e ciò le permette far chiudere un occhio sotto alcuni aspetti meno riusciti, come una sceneggiatura per niente aggressiva o dal ritmo serrato, il girare a vuoto per quasi un'ora, dove difatti assistiamo inermi alle scaramucce amorose di marito e moglie, contornate da qualche episodio vagamente inquietante (una luce che si accende nel buio, l'incontro con una coppia strana nel ristorante del posto, Bea che inizia a sragionare). Tensione quasi vicina allo 0 e senza brividi di sorta, anche se dopo un'ora circa, finalmente, si capisce (più o meno) dove la regista vuole (o almeno vorrebbe) andare a parare, perché non è che ho capito tanto e tutto. Poco male però, perché nella sua scelta di essere intima e claustrofobica, la storia di Bea e Paul funziona per tutta la sua durata, pur trattandosi di un cliché, iniziando piano, ma aumentando la tensione e la pressione quasi in modo impercettibile, per poi esplodere sullo schermo negli ultimi venti minuti. Comunque senza andare a disturbare i grandi classici per confronti o analogie, Honeymoon sembra omaggiare a più riprese alcuni aspetti del fanta-horror, le atmosfere, frustranti, deliranti, psicologiche e angoscianti, caratterizzate da un tocco di introspezione psicologica nella prima parte (da Spielberg a Polansky fino a Von Trier), mentre quel che concerne gli elementi puramente 'carnali' e fisici, evidenti in particolar modo nei minuti conclusivi, si rifanno non solo per tematica a lungometraggi quali L'Invasione degli Ultracorpi, ma per estetica ad un primo Cronenberg capace di fare del cinema un'autentica visione di forze fisiche e grottesche in movimento sul grande schermo, primordiali e viscerali. La regista quindi confeziona quest'opera angosciante e spaventosa, molto lontana dai cliché del genere, lasciando perdere spaventi a buon mercato. Ad un primo impatto perciò Honeymoon può sembrare un lavoro scialbo o poco interessante, è in parte lo è, dato che la conclusione della vicenda, un filo più vispa rispetto al resto, lascia piuttosto delusi, ma è un progetto ricco di spunti e modesto nella sua semplice essenza, realizzato con cura e passione, percepibile dietro ogni ripresa, che se da un lato risente dei bassi finanziamenti stanziati per la sua realizzazione, dall'altro cerca di fare del proprio meglio con i mezzi a disposizione. Leigh Janiak si affida infatti a Rosalie Leslie (carina e deliziosa) e Harry Treadway per i ruoli dei due protagonisti e la loro formazione britannica, figlia di studi teatrali sui quali quest'ultimi possono fare affidamento, si nota ed ha un certo peso per quel che concerne il giudizio finale sulle loro performance, convincenti e ben affiatate. Come pellicola di esordio Honeymoon si rivela, dunque (per la regista), più che buona (e di ciò bisogna tenerne conto come biglietto da visita di considerevole qualità in futuro), anche se l'impressione conclusiva è che il film parta da spunti sufficientemente validi, ma si perda poi in una rappresentazione raffazzonata e col freno a mano tirato. Un film perciò che mostra dei limiti (frutto anche della natura del cinema indipendente della pellicola) ma il messaggio che manda alla fine è importante e chiaro, non solo all'interno dello schermo, ma anche fuori, la Janiak è una delle poche registe donne di genere, e la delicatezza, così come il tocco personale, si avverte in determinate sequenze che fanno del suo primo progetto un'opera decisamente interessante. Un'opera dunque rivolta e dedicata a chi ha amato il "vero" Cronenberg e Rosemary's Baby, e per chi rifugge gli horror fatti solo di effetti speciali, qua l'effetto speciale e' la nostra mente, la nostra immaginazione, vedere per credere.

Nessun commento:

Posta un commento