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giovedì 26 ottobre 2023

I film del mese (Ottobre 2023)

Se pubblico in anticipo rispetto alla normale programmazione ci sarà un perché, e il motivo, abbastanza intuibile, è che martedì 31 ci sarà lo speciale Halloween, che tuttavia quest'anno, al contrario dello scorso, in cui ho presentato (in collaborazione con la Geek League) il volumetto de Le più belle storie (a fumetti Disney) di Halloween, sarà totalmente cinematografico. Saranno 6 i film a tema che recensirò, come 16 sono come sempre i film del listone mensile recensiti. Un listone tra l'altro, mai come in questo caso, da Oscar, in quanto sono presenti ben 4 film candidati agli ultimi Premi dell'Academy Awards di Los Angeles (ed ora me ne mancano solo 10 da vedere). E tra questi 4 ecco il film più atteso, l'unico dei 4 peraltro uscito anche vincitore dall'ultima cerimonia, trionfatore infatti di molti premi. Facile in tal senso capire quale sia, e se così non fosse, sufficiente sarebbe scorrere il post e leggere, possibilmente per intero. Buona presa visione.

John Wick 4 (Azione/Thriller 2023) - E' difficile al giorno d'oggi nel cinema commerciale e d'azione mantenere la qualità costante in una saga (di cui di buonissima era pregno il terzo capitolo), ma grazie al talento del reparto audio visivo ed alla discreta regia di Chad Stahelski questo film completa degnamente un'epopea storica di un personaggio che ha di fatto contribuito all'espansione e allo sviluppo del genere action. Keanu Reeves sembra quasi stanco, il suo personaggio ne ha viste fin troppe e si appresta a una prova quasi impossibile da superare. L'unico difetto è la poca incisività e il carattere debole del cattivo, troppo macchiettistico. Resta comunque un buon film, anche e nonostante duri davvero troppo, anche e nonostante sia probabilmente il meno riuscito della saga. Voto: 6

Everything Everywhere All at Once (Sci-fi/Commedia/Dramma 2022) - Premessa, non conoscevo i Daniels, e sarà mia premura andarmi a recuperare il loro precedente lavoro, ovvero Swiss Army Man, anche se EEAAO (titolo che userò abbreviato) non che mi abbia davvero convinto, anzi, non sono ancora sicuro se mi sia piaciuto oppure no. Un film, che ha vinto non si sa come e perché sette Oscar su 11 nomination, tra cui alcuni tra i più importanti, film di fantascienza migliori non hanno ricevuto niente, decisamente eclettico, con continui cambi di registro e un mix che va dal comico, al cringe, al drammatico, al sentimentale, per l'appunto "all at once" tutto insieme. Genio e sregolatezza, sono vari i momenti in cui mi sia chiesto "ma che caspita sto guardando" mentre scorrevano un numero abbondante di scene surreali, sequenze una più roboante della precedente. Uno dei film più folli che abbia mai visto ma che alla fine risulta un po' troppo prolisso e ripetitivo nei concetti e nelle immagini (un delirio tutto sommato ben fatto, ma non il miglior film dell'anno). Le prove degli attori meritano senza dubbio ma anche loro verso la fine sembrano stanchi dei loro ruoli, insomma poteva finire mezz'ora senza togliere nulla alla storia. Ad una storia semplice, quasi banale, ma raccontata in un modo, seppur audace, caotico. In questo senso mi aspettavo forse si chiudesse un po' meglio, però resta una visione inusuale e che lascia qualcosa. Perché ad ogni modo una ventata di novità, non lo rivedrei nemmeno se mi pagassero, ma non mi pento affatto di averlo visto. Merita assolutamente una visione. Voto: 7

martedì 9 novembre 2021

I film del periodo (25 Ottobre - 7 Novembre 2021)

E' stato un periodo cinematografico (quest'ultimo) per niente esaltante, e come già accaduto altre volte le uniche grandi cose son venute dall'animazione, tuttavia niente da recriminare nella scelta delle mie visioni, tra questi tre dei cinque film (gli altri ho scartato) andati in onda in prima visione su Sky in occasione di Halloween. Ed a tal proposito ricordo il mio consiglio a tema dell'ultimo Halloween, quella leggera e divertente commedia dal titolo Hubie Halloween. A parte ciò, ricordo anche il mio sondaggio di scorsa settimana, importante ai fini del futuro del mio blog, se ve lo siete perso eccolo qui, e se non l'avete ancora fatto andate a votare, avete tempo fino a fine mese per farlo. In ogni caso trovate qui di seguito le recensioni dei film visti ultimamente.

Paprika - Sognando un sogno (Animazione/Sci-fi/Avventura 2006) - Prodotto di animazione giapponese che percorre una strada che abbiamo "recentemente" visto in Inception con il merito, non di poco conto, di essere arrivato con qualche anno di anticipo. Un prodotto ad opera di un regista che rimpiangiamo, un regista che, veleggiando tra sogno e realtà, ancora una volta (e per l'ultima volta purtroppo), riesce a trasportarti in un altro mondo, con questo film che ne conferma le sue ineguagliabili doti. L'ultimo lungometraggio di Satoshi Kon è infatti un vero e proprio viaggio animato nel mondo dei sogni. La pellicola delizia con animazioni fluide, disegni azzeccati e scene visivamente straordinarie, narrando una trama semplice nell'avvio ma contorta nello sviluppo. Unico punto a sfavore di un'opera ambiziosa e sofisticata è appunto forse l'esagerata complicatezza della trama (e un maggior approfondimento alla tematiche che affronta sarebbe stato gradito). Tra sequenze oniriche che sono una gioia per gli occhi con colori brillanti e vivaci e sequenze finali estremamente fantasiose, il film riesce ad appassionare e meravigliare lo spettatore per tutta la sua durata. L'omaggio di Kon alla settima arte è palese, considerando anche le moltissime citazioni (bella l'autocitazione in cui si vedono le locandine dei precedenti film di Kon, tra cui Tokyo Godfathers), nonostante poi il racconto si snodi attraverso dei parametri prettamente avvezzi al cinema fantascientifico. Kon non lascia nulla al caso, basti ascoltare la colonna sonora per rendersene conto e ci cala in un sogno dal quale è quasi triste doversi svegliare alla fine della pellicola. La forza di "Paprika" risiede soprattutto nelle idee geniali che esplodono sullo schermo in un concitato tourbillon di suoni e colori, la fantasia non ha limiti né freni e Kon può dar vita alla sua creatura facendo leva sulla sua creatività sfrenata. Davvero un grandissimo peccato che Satoshi Kon ci abbia lasciato così presto, sicuramente avrebbe avuto molto altro ancora da dirci e mostrarci. Voto: 7+

Il caso Minamata (Biografico/Dramma 2020) - Celebre fotografo della rivista Life in declino per il troppo alcool ed i troppi cattivi ricordi, William Eugene Smith accetta di recarsi in Giappone per documentare un caso di intossicazione di massa che riguarda una piccola città costiera. Pur essendo ben fatto, il film non presenta pregi particolari in sé stesso, inserendosi nel solco dei biopic convenzionali dedicati a personaggi geniali e/o problematici, tuttavia è tale la forza della vicenda narrata da rendere la visione estremamente coinvolgente: impossibile non fare confronti con simili tragedie più recenti e/o a noi più vicine. In tal senso struggente la foto mostrata alla fine che è il vero manifesto della tragedia di Minamata, Tomoko Is Bathed by Her Mother, giornalisticamente parlando una delle più belle ed importanti della storia. A metà tra un documentario e un film di denuncia sociale ed ambientale, Il caso Minamata è però, oltreché convenzionale, anche leggermente sbilanciato e ripetitivo, allorché poco approfondito, ma di grande impatto emotivo, un film ingiustamente sottovalutato arricchito da un Johnny Depp perfettamente in parte (come tutti gli altri interpreti interpellati), in cerca di redenzione artistica dopo una preoccupante sequenza di prove opache (tra le peggiori, Mortdecai e Arrivederci professore). Peccato infatti che un tema cosi interessante sia stato affidato ad un regista poco capace (Andrew Levitas). Anche il montaggio ha i suoi difetti ma resta comunque un film da vedere per conoscere una storia (come detto) lontana ma allo stesso tempo vicina. Voto: 6

venerdì 11 ottobre 2019

Dragon Trainer - Il mondo nascosto (2019)

Tema e genere: Terzo ed ultimo film del franchise di Dragon Trainer, una saga d'animazione incentrata sul rapporto d'amicizia tra un vichingo ed un drago.
Trama: A Berk vichinghi e draghi convivono sotto la guida di Hiccup e Sdentato. Ma uno spietato cacciatore di draghi costringe i nostri a cercare un altro rifugio. Un rifugio leggendario ai confini del mondo.
Recensione: Concludere una trilogia non è mai semplice, riuscire a dare il giusto senso di chiusura è un onere non indifferente e non sempre i risultati sono soddisfacenti, anzi spesso il terzo capitolo è quello con maggiore criticità. Non è questo il caso, perché Dragon Trainer - Il mondo nascosto (che a scanso di clamorosi ripensamenti è l'ultimo capitolo), che di per sé è un discreto film, chiude soddisfacendo lo spettatore e quindi il fan o amante della saga. Giacché la storia iniziata anni fa si conclude in maniera perfetta e il rapporto tra Hiccup e Sdentato è sviluppato in maniera coerente, sottolineando la crescita di entrambi, nonostante la vicenda qui raccontata si svolga appena un anno dopo rispetto a quella del secondo film. Da una parte il giovane protagonista deve far fronte alle responsabilità di essere il capo del villaggio di Berk, costantemente convinto di non essere all'altezza del padre, dall'altra il suo drago si ritrova per la prima volta di fronte a un esemplare femminile di Furia Buia (una Furia Chiara, per la precisione), situazione che porterà a siparietti divertenti, ma anche teneri e in alcuni casi toccanti. A fare da cornice al tutto animazioni impeccabili, le sole, attualmente, che rendono la saga di Dragon Trainer in grado di rivaleggiare con le pellicole della Pixar e della Disney Animation Studios. Un'estetica insomma a dir poco spettacolare. La resa grafica supera infatti quella dei due film precedenti e trova il suo culmine nel coloratissimo quanto misterioso Mondo Nascosto (peccato solo che Il Regno dei Draghi venga introdotto in tutta la sua magnificenza ma non venga approfondito in modo particolare). Va però detto che, rispetto ai capitoli precedenti, quello conclusivo (che tende a scivolare proprio dai capitoli precedenti di più verso soluzioni tradizionali e quindi prevedibili, anche se un un paio di spunti interessanti, belli e profondi, vengono forniti allo spettatore) pecca di superficialità nella caratterizzazione dei personaggi. Anche quelli già conosciuti si riducono a macchiette divertenti, ma senza una reale profondità.

giovedì 26 settembre 2019

Ocean's 8 (2018)

Tema e genere: Sequel e spin-off al femminile della trilogia Ocean's, l'heist movie per eccellenza.
Trama: Dopo cinque anni trascorsi in prigione, Debbie Ocean ha in mente il colpo più grande della sua vita: rubare una collana di diamanti dal valore di 150 milioni di dollari. Per riuscirci, mette in piedi una squadra di sole donne pronte a colpire durante una delle serate di gala più importanti di New York.
Recensione: Era un film atteso Ocean's 8 (non da me comunque), il film diretto da Gary Ross che voleva forse replicare il successo ed avere la stessa potenza della trilogia originale ma non ci riesce. Non solo perché la pellicola in sé non ha abbastanza forza stilistica da essere minimamente paragonabile all'originale (ha meno ritmo e più glamour), ma anche per la storia raccontata, che di avvincente non ha nulla (neanche di tanto divertente). Otto donne, tutte diverse tra loro, che devono rubare gioielli di valore inestimabile. Già il soggetto non gode di particolare originalità, se poi si pensa al modo in cui è stato orchestrato il piano e la sua esecuzione, ci rendiamo conto che il tutto si svolge in maniera troppo veloce. Sì, il piano è stato ideato da Debbie e messo a punto in quasi sei anni, ma allo spettatore viene mostrato poco come le protagoniste insieme si siano preparate per metterlo in pratica. Così come la realizzazione dello stesso, i cui dettagli vengono messi in luce solo successivamente, adottando la tecnica del flashback. Quello che manca per aderire completamente al genere è però un senso di suspense classico degli heist movies. Il colpo è talmente ben oliato che nulla ne turba lo svolgimento, grazie alla professionalità delle truffatrici, una buona dose di inverosimiglianza, e colpi di scena non del tutto imprevedibili, e decisamente esagerati. Ma tutto questo è secondario: quello che manca davvero è un antagonista. Insomma tutto è semplice e facile, anche troppo. Inoltre il lungometraggio viene in parte schiacciato anche dal dovere di essere una pellicola interpretata da donne e, per qualche strano motivo, in quanto tale obbligata a piacere prima di tutto alle spettatrici, trasformandosi in più punti un "fashion movie" alla Sex and the City dove gli outfit sfoggiati dalle attrici e dalle star/cameo distolgono l'attenzione da una narrazione già abbastanza fragile e sfilacciata. In Ocean's 8 ritroviamo alcuni interpreti del cast originale, mentre scopriamo che altri, molto probabilmente, non li vedremo più. È sempre bello, però, vedere su schermo dei rimandi a un qualcosa che il pubblico, per la maggior parte, ha amato, o comunque apprezzato molto. E probabilmente è proprio questo il punto forte della pellicola, insieme a una sceneggiatura diretta (ma non propriamente solida) e all'intenzione di rafforzare il concetto di solidarietà fra donne e i forti legami che si possono creare tra i loro. Ognuna di queste donne ha un'abilità specifica, ognuna contribuisce a rendere il piano perfetto, ognuna sa esattamente dove deve essere nel momento esatto in cui dovrebbe essere in quel posto.

mercoledì 24 ottobre 2018

Song to Song (2017)

Speravo in un cambiamento, un'evoluzione, o quantomeno un lieve discostamento. Niente da fare. Siamo sempre fermi nello stesso identico punto. Perché esattamente come il suo predecessore, questo film dice poco. Perché già con il vacuo e noioso Knight of CupsTerrence Malick aveva iniziato a mostrare primi segni di cedimento, e con Song to Song, film del 2017 scritto e diretto dal leggendario regista statunitense, le cose non sembrano essere migliorate. Certo, rispetto ai film precedenti (soprattutto l'ultimo) la trama è più lineare ed è chiaro fin da principio dove si voglia andare a parare, ma mai come in questo film tutti gli attori sono ridotti a bellissimi archetipi spersonalizzati, simboli in movimento che in un flusso di coscienza forzatamente poetico si fanno portatori di una morale sintetica e ingannevole, che cerca di sublimare la banalità del messaggio attraverso l'utilizzo della forma. Una forma pretenziosa e ricercata (attraverso immagini sublimemente e lentamente riprese della natura, attraverso location in generale e personaggi, esteticamente sempre molto attraenti) e con numerosi e continui flash back troppo elevata ed affatto necessaria al significato del film (assimilabile nel concetto dell'amore nel suo evolversi e nelle sue diverse sfaccettature ed incongruenze) e pertanto l'opera si appesantisce notevolmente, divenendo "costruita" e poco diretta (d'altronde il regista costruisce questa storia con le stesse ed identiche modalità con cui ha creato le sue pellicole precedenti, ovvero solo tramite immagini e suoni). Insomma un trionfo, quasi eccessivo, dell'estetica che (nuovamente), sì, appaga l'occhio dello spettatore (dopotutto anche qui sempre eccezionale è la fotografia di Emmanuel Lubezki), ma poiché esso viene (nuovamente) ripetuto in continuazione senza aggiungere nulla di nuovo, lo tedia anziché affascinarlo. Perché non possono le immagini sostituire una storia affascinante ma inconcludente come questa, quella di BV (Ryan Gosling), un musicista che cerca il successo con l'aiuto della compagna (Rooney Mara) e del suo produttore Cook (Michael Fassbender, che nel frattempo irretisce la cameriera Rhonda ovvero Natalie Portman) le cui esistenze si intrecciano in un mondo di seduzioni e tradimenti.

giovedì 19 luglio 2018

Thor: Ragnarok (2017)

Tra tutti i film dedicati ai supereroi Marvel che rientrano nell'universo espanso della suddetta casa cinematografia e fumettistica, quelli di Thor sono, per quanto mi riguarda i meno convincenti, anche se comunque sempre ben fatti, infondo si parla sempre della Marvel. E anche questo terzo capitolo, sebbene sia dal punto di vista visivo nettamente superiore ai primi due, risulta essere sotto tono sul piano narrativo rispetto alla maggior parte degli altri film appartenenti al MCU. Tuttavia è innegabile ormai constatare che i Marvel Studios sono sinonimo di garanzia di ottimo intrattenimento, e anche qui con Thor: Ragnarok, film del 2017 diretto da Taika Waititi, seppur la trama (dove la mitologia nordica si ammanta di scanzonata space opera mantenendo alla base la struttura classica del peplum, da Spartacus a Il Gladiatore, la saga archetipica del legittimo erede al trono ridotto in schiavitù, esiliato dalla madrepatria e costretto a combattere nell'arena mentre l'usurpatore governa con pugno di ferro), oltre ad essere alquanto banale e per alcuni aspetti superficiale, non aggiunga niente di nuovo all'interno dal panorama supereroistico, in particolar modo in quello Marvel (giacché il suo sviluppo risulta ormai quasi canonico e quindi anche prevedibile), l'obbiettivo è raggiunto. Anche se, per quanto il film riesca ad intrattenere e divertire non poco, grazie agli incredibili effetti speciali e alla grande componente artistica che contraddistingue un minimo questo Thor: Ragnarok, manca quella profondità e genialità in più che la Marvel era sempre riuscita a trovare, perché dopo che la controparte DC ha saputo mostrare i muscoli con Wonder Woman, questa mancanza di idee rischia di far sembrare il loro film fin troppo simili l'uno dall'altro e per questo abbastanza dimenticabili se presi singolarmente, e ciò lo dico da grande fan, della suddetta casa produttrice, che negli ultimi loro film ha notato un po' di pigrizia da parte loro di realizzare qualcosa di nuovo e veramente emozionante. Tant'è che qui si va ad imitare, per alcuni aspetti, un precedente loro successo, ovvero Guardiani della Galassia, impossibile infatti non notare la grande somiglianza tra i due film, soprattutto per la nostalgia influenza degli anni '80, qui sottoforma di colori accesi e tipici di quegli anni, inoltre sono presenti anche vari riferimenti ad essi. Però se in GOTG questa influenza è giustificata e contestualizzata è per questo più che godibile, in questo caso è praticamente infondata e quindi, a parere mio un po' fuori luogo.

martedì 3 luglio 2018

Knight of Cups (2015)

Ho apprezzato, seppur non tantissimo, Terrence Malick nei suoi quattro film prima del suddetto, ma questo Knight of Cups, film del 2015 scritto e diretto dal regista statunitense, l'ho trovato molto difficile da portare a termine. Egli punta sempre in alto, e il più delle volte ci riesce bene e con discreti risultati, ma stavolta gli è sfuggita di mano la situazione. La linea è quella di The Tree of Life e To the Wonder, ma portata all'estremo in una sfida allo spettatore in cui la bellezza di certe immagini della natura solo a tratti compensa la fatica di aderire a un percorso esistenziale enigmatico, dove la voice over commenta ma non chiarisce. Se infatti in To the Wonder, il viaggio tormentato nei meandri della psiche del protagonista Ben Affleck, risultava tutto sommato efficace e abbastanza convincente, qui finisce per essere una stancante sequela di sequenze quasi tutte uguali in cui l'originalità e il fascino del mistero delle pellicole di Malick lasciano spazio ad una spiacevole sensazione di noia e di già visto/percepito. Se infatti in The Tree of Life, la ricostruzione di una vicenda umana si incastrava alla perfezione con quel flusso stordente visivo capace di evocare il conflitto tra umanesimo e spiritualità, qui questo raccordo appare molto più sfilacciato, talvolta pretestuoso, e la voce over ostentata e solenne che predica lungo tutto il film crea un maggiore distacco verso l'immagine che non una riflessione di completamento. Tanto che, peggio che in altre occasioni, la parte più difficile diventa tentare di estrapolare una trama comprensibile ai più. Nel film difatti, si susseguono confusamente le relazioni più o meno durature del protagonista, i personaggi entrano ed escono dalla scena secondo una logica non sempre comprensibile e di tanto in tanto il flusso di parole e immagini è illuminato sì da momenti di sfolgorante bellezza, ma di cui si fa fatica a capirne il senso. Tra la sinossi del film e il suo effettivo risultato c'è infatti una discrepanza enorme, perché impegnato com'è a raccontarci ancora una volta di un maschio bianco in crisi esistenziale che cerca la terra promessa nelle proprie amanti senza trovare risposta, Malick conversa più con se stesso che con lo spettatore.

lunedì 26 giugno 2017

Truth: Il prezzo della verità (2015)

Basato sulla ricostruzione dell'inchiesta politico-giornalistica del 2004 con cui un'equipe della CBS tentò di dimostrare l'imboscamento militare di G.W. Bush nella Guardia Nazionale per evitare il Vietnam, Truth: Il prezzo della verità, film del 2015 scritto, diretto e co-prodotto da James Vanderbilt, al suo debutto da regista, che ha nel suo titolo l'ambizione di voler condurre lo spettatore attraverso il percorso alla ricerca della verità, nella sua faticosa e scomoda oggettività e nel suo valore idealistico che rappresenta, è un film, una pagina di giornalismo indipendente coraggioso, passionale e a tratti eroico che avvince e convince, anche se l'opera prima dello sceneggiatore statunitense (già sceneggiatore di pellicole come Zodiac e The Amazing Spiderman) è un film controverso e forse troppo lungo. Vero è che sfrutta l'interessante parterre del genere del thriller politico e giornalistico (come Tutti gli uomini del presidente), vero è che è interpretato dai premi Oscar Cate Blanchett e Robert Redford (40 anni dopo), vero è che non sempre la "formule magique" è sufficiente a creare interesse, suspense o "Verità" appunto, ma Truth, che a dire il vero sembra un po' un minestrone riscaldato o una crasi tra Qualcosa di personale ed appunto Tutti gli uomini del presidente, che soprattutto indaga anche fino a dove i poteri occulti possano spingersi senza che nessuno se ne accorga, è un film che merita di essere visto, poiché la storia che viene narrata è così clamorosa, assurda e incredibile, che ancora dopo anni ci si chiede come sia stato possibile o così come sia stato così facile insabbiare tutto.

martedì 14 febbraio 2017

Carol & Freeheld (2015)

Oggi vi parlerò di due film che hanno in comune soltanto il tema predominante, l'amore, in tutte le sue forme, e non importa che sia saffico o meno, perché per quanto riguarda l'aspetto registico ed emotivo la differenza è abbastanza evidente. Uno segue l'aspetto interiore del sentimento in modo delicato e garbato, l'altro quello esteriore ma in modo più rude e crudele, che affiancandosi a questioni civili e malattia, rendono il film soprattutto più interessante e meno patinato ma più coinvolgente. Ma andiamo con ordine: Carol, film del 2015 diretto da Todd Haynes, a sua volta prodotto da una sceneggiatura di Phyllis Nagy basata sul romanzo The Price of Salt della scrittrice americana Patricia Highsmith, è un elegante e raffinato film romantico, un tiepido romance tra donne di diversa estrazione sociale nella New York degli anni '50. Un film affascinante e aggraziato come l'accurata ed elegante ricostruzione d'epoca, ma la storia d'amore soffoca sotto la ricercatezza formale. Il film infatti, ambientato nella New York del 1952 (e interpretato da un cast femminile eccezionale, Cate Blanchett, Rooney Mara, Sarah Paulson), che segue la storia di una giovane aspirante fotografa, Therese Belivet, e il suo rapporto con un'incantevole donna, Carol Aird, alle prese con un difficile divorzio, è leggermente noioso e abbastanza superficiale. Questo perché, a dispetto di una confezione in verità assai curata e ricercata, che certo non manca di eleganza e senso dell'inquadratura, non emoziona più di tanto e non coinvolge granché. Nell'incontro tra la ricca e sofisticata Carol e la giovane commessa Therese si percepiscono a fatica lo stupore, la curiosità, il turbamento che si provano quando ci si trova di fronte a una persona che appare diversa dalle altre, prima ancora di capire il perché. O meglio, si seguono razionalmente i passaggi logici ma non si avvertono sotto pelle, forse perché tutto è fin troppo chiaramente pianificato dall'inizio, troppo velocemente dobbiamo intuire che qualcosa succederà tra le due protagoniste, troppo facilmente convergono l'una verso l'altra appena conosciutesi, così come eccezionalmente subitanei sono gli sguardi concupiscenti di Carol verso Therese (sguardi in verità attraversati da lampi quasi diabolici, coi quali Cate Blanchett cerca di compensare l'accademica compostezza delle scene, con effetto finale forse un po' distorto). In parte la velocità di crociera è giustificata dal fatto che Carol è una donna già consapevole della propria natura sentimentale mentre Therese si trova per la prima volta così colpita da un'altra donna, ma il ruolo trascinante della prima non impedisce di soffrire la mancanza di tutti quei momenti iniziali di distanza, noncuranza e involontarietà che pure nella realtà sono basilari elementi nella costruzione di relazioni anche importanti e che in una sceneggiatura concedono il tempo necessario agli spettatori per conoscere i personaggi e potersi interessare a loro.

giovedì 31 marzo 2016

Gli altri film del mese (Marzo 2016)

Cenerentola (Cinderella) è un film del 2015 diretto da Kenneth Branagh, con protagonista Lily James. Il film è l'adattamento cinematografico della celebre fiaba Cenerentola e remake in live action del film d'animazione del 1950, quindi non credo che c'è bisogno di sapere la trama, quella originale, in quanto praticamente quasi tutti la conoscono. In questo film infatti non è la trama che cambia, tutto rimane al suo posto, senza nessun stravolgimento importante (e meno male sta diventando una consuetudine da quando hanno prodotto la serie tv 'C'era una volta'), ma le ambientazioni e scenografie ancora più fiabesche, colori vivaci dei vestiti e piccoli effetti speciali di livello. Certamente cambia la psicologia dei protagonisti in quanto il regista inglese la fornisce sfumata ed evoluta, mai passiva e pienamente consapevole. I protagonisti arrivano al lieto fine dopo essersi riconosciuti, scelti e voluti. Insomma, un film che racconta una favola oramai vecchia di millenni (alcuni studiosi sostengono infatti che provenga dalla Cina, altri addirittura dall'antico Egitto), ma che in questa versione di Kenneth Branagh viene rappresentata con modernità e attualità, con eleganza e brillantezza assoluta.