Se ieri c'è stato l'ultimo post con la dicitura "I peggiori film", oggi ecco l'ultimo con la dicitura "Gli altri film", sì perché come anticipato qualcosa presto cambierà, e cambierà nel senso che, ma spiegherò comunque tutto mercoledì nella settimana di riposo, la frequenza di pubblicazione subirà un ridimensionamento e il metodo di raggruppamento sarà un po' diverso. Nel frattempo che ciò verrà spiegato e tutto partirà, approfitto di questa occasione per consigliare a cinefili ed estimatori della settima arte alcuni documentari, documentari prevalentemente riguardanti il cinema in generale, che mi son capitati di vedere in questi ultimi due mesi. Documentari che, chi piaciuti più o piaciuti meno, sono tanto interessanti. Il primo è un racconto sull'affascinante mondo di Hollywood tra gli anni '30 e '60, appunto I segreti di Hollywood, quattro puntate che raccontano il dietro le quinte di un mondo all'apparenza dorato che ha dovuto invece lottare con il gossip, la censura e lo spionaggio, e che ha affrontato "di petto" la sessualità. Il secondo è l'esplorazione al mondo del cinema fantascientifico attraverso interviste e interventi di registi, attori e produttori, tutto coadiuvato dal regista e premio Oscar James Cameron, appunto James Cameron - Viaggio nella fantascienza, sei puntate che esplorano in tutti i suoi aspetti il cinema della fantascienza, dai mondi di Spielberg e Scott al suo lato "oscuro", dalle "Robot Invasion" ai mostri, dagli alieni ai ritorni al futuro, praticamente tutto quello che riguarda il genere fantascienza. Poi due (anzi tre) documentari sugli anni '80 al cinema, prima Da Rambo a Terminator - Quando Hollywood picchiava duro, un viaggio nell'età dell'oro dei film d'azione, esplorando le dietro le quinte di grandi blockbuster come Rocky, Rambo e Terminator, e dopo Da Chuck Norris a Bo Derek, il folle decennio della Cannon Films, Chuck Norris, Stallone, Van Damme, Bo Derek sono solo alcuni dei protagonisti dei gloriosi film di serie B anni '80 targati Cannon Films (film così tanto bizzarri e trash che la voglia di adesso vederli è tanta). Infine Ghostbusters: La vera storia, il documentario definitivo sulla storia della realizzazione del film cult diretto da Ivan Reitman nel 1984: Ghostbusters - Acchiappafantasmi. Insomma il meglio del meglio, li trovate tutti su NOW TV, buona visione.
Pagine
- HOME
- MY WORLD
- IL BLOG
- CINEMA
- TV & SERIES
- MUSICA
- GAMES
- LETTURE
- POST VARI ED ALTRO
- GEEK LEAGUE
- CONTATTI
- CLASSIFICHE
- FILM ANNO PER ANNO DAL 2015 AD OGGI
- TUTTI I FILM
- RUBRICHE CINEMA
- SERIE TV ANNO PER ANNO DAL 2015 AD OGGI
- TUTTE LE SERIE
- IL GIRO DEL MONDO CINEMATOGRAFICO
- TAG
- MCU
- DC
- NOTTE HORROR
- HALLOWEEN
- CHRISTMAS
- STAR WARS
- ALIEN
- ARCHIVI
- ELENCO ALTRI SPECIALI
- LISTE & CLASSIFICHE ANIME
- ANIME-TION MOVIES & SERIES
- AGGIORNAMENTI LIVE VISIONI & GAMES
- HEADER COLLECTION
Visualizzazione post con etichetta Fantasy drammatico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fantasy drammatico. Mostra tutti i post
venerdì 31 gennaio 2020
venerdì 22 novembre 2019
Your Name. (2016)
Tema e genere: Pensate che la vostra vita sia troppo monotona e vorreste trovarvi al posto di qualcun altro che pensate si trovi in una situazione migliore della vostra? Un modo esiste ed è Your Name., film d'animazione giapponese del 2016 scritto e diretto da Makoto Shinkai, tratto dal medesimo romanzo scritto dallo stesso regista del film.
Trama: Taki, liceale di Tokyo, e Mitsuha, la figlia di un sindaco di un paesino di montagna, un giorno scoprono che nel sonno sono finiti misteriosamente e miracolosamente l'uno nel corpo dell'altra e iniziano a comunicare tramite dei promemoria. Mentre goffamente superano le sfide che derivano da questa nuova e inedita situazione, tra i due nasce un legame d'amicizia che ben presto si trasforma in qualcosa di più romantico.
Recensione: Ecco un altro film di un regista giapponese ancora personalmente sconosciuto, come successo con The Boy and the Beast, e come in quel caso (di cui alla regia c'era Mamoru Hosoda) è sicuro che prossimamente recuperi i suoi precedenti lungometraggi d'animazione, ovvero 5 cm al secondo, Il giardino delle parole (quest'ultimo già in lista) e Viaggio verso Agartha (anche se su questo ho un dubbio se l'ho visto o meno), diretti tutti da Makoto Shinkai, ultimamente già nuovamente al cinema con Weathering with You (che ovviamente non mi perderò). E come in quell'occasione mi sono ritrovato a vedere un bel film d'animazione, anzi, di più, perché è una meraviglia per gli occhi e per il cuore l'opera di Shinkai. Un viaggio bellissimo, una ricerca continua dell'altro e contemporaneamente di sé, illuminata da immagini e disegni stupendi, scenografie mozzafiato degne dei migliori direttori della fotografia dei film su pellicola. E dire che, volendo essere gentili, il punto di partenza di Your Name. è quanto di più banale si possa trovare rovistando negli archetipi di anime e manga: il filo rosso del destino e lo scambio di corpi sono temi usati e abusati, per quanto questo film sia la dimostrazione che non ci stanchiamo mai delle vecchie storie, soprattutto se raccontate con garbo ed emozione. Ed è così anche qui, qui dove c'è più della storia d'amore tra adolescenti, c'è la ricerca della consapevolezza di sé stessi specchiandosi negli occhi e nella vita dell'altro e la rappresentazione di una forza unica che trascende ogni difficoltà e ogni dimensione spazio-temporale. L'aggiunta di una vena fantascientifica dona al film un'ulteriore dose di magia ma, e questo è l'unico difetto, lo rende a volte difficile da seguire e un po' troppo ingarbugliato. In ogni caso la scena finale è memorabile ed iconica e potrebbe rimanere impressa in mente per un bel po' di tempo (anche se una simile è rimasta già impressa da tempo, il primo emozionante incontro tra Johnny e Sabrina, se non sapete chi sono, vi tolgo il saluto). Ma andiamo con ordine.
lunedì 2 settembre 2019
Sicilian Ghost Story (2017)
Tema e genere: Liberamente tratto dal racconto Un cavaliere bianco scritto da Marco Mancassola, Sicilian Ghost Story è basato sulle vicende legate alla sparizione e all'omicidio di Giuseppe Di Matteo. Ed è un dramma thriller a tinte fiabesche che romanza in chiave "originale" la suddetta vicenda.
Trama: Quando il ragazzo di cui è innamorata sparisce, la tredicenne Luna fa di tutto per ritrovarlo e per scuotere dall'apatia chi le sta intorno. Ma non basterà purtroppo, lei sì prenderà coscienza, ma lui sarà barbaramente ucciso.
Recensione: E' un titolo indovinato e promettente Sicilian Ghost Story, che bendispone e incuriosisce lasciando immaginare una rielaborazione libera e propositiva di temi ultranoti legati alla realtà isolana. Uno dei punti di pregio del film sta effettivamente nell'idea di allargare le maglie del racconto di una vicenda reale e drammatica per seminarvi aperture oniriche, suggestioni indotte dalla presenza forte dell'elemento naturale, segni e presagi che sembrano provenire dal profondo della terra. L'altra nota di merito sta nel riportare alla memoria, perseverando con la questione "criminalità organizzata", per mantenere consapevolezza e attenzione su una delle peggiori piaghe del nostro paese. L'impressione post-visione però è che intenzioni e risultato effettivo non collimino perfettamente e che, al netto degli onori per aver parlato di mafia e aver centrato tecnicamente alcune belle (ma in fondo inerti) scene d'ambiente naturale, si tratti di un esito in verità piuttosto semplice, moderatamente originale e che fatica a sostenere il peso di una sceneggiatura decisamente prolissa, soprattutto in dirittura d'arrivo quando sembra non trovare mai la scena conclusiva. Il film infatti, presentato in anteprima al 70° Festival del Cinema di Cannes, secondo film diretto dai registi Fabio Grassadonia e Antonio Piazza dopo Salvo, è un'opera ambiziosa, forse troppo, dato che questo dramma thriller a tinte fiabesche, dove realtà e fantasia si muovono nel mezzo del racconto, lascia abbastanza perplessi. Perché se all'inizio questo contrasto sorprendentemente funziona, contrasto tra magia e realtà e, soprattutto, tra sogni e verità, con l'andare avanti nella vicenda, il suddetto perde progressivamente il fascino che si era costruito all'inizio: l'immaginario, in equilibrio tra il fantastico e il reale, guarda al cinema di Matteo Garrone ma Sicilian Ghost Story si addentra anche in simbolismi e metafore troppo forzate. Questo lirismo viene poco supportato dalla scrittura, a tratti un po' didascalica, compromettendo anche la fascinosa messa in scena. Così, il film si trasforma da una suggestiva narrazione sui sogni e sull'amore come armi per sfuggire alla realtà, a un più prevedibile racconto di formazione. Un racconto neanche così tanto emozionante. Il punto di vista è quello di Luna, una ragazzina di 13 anni che non accetta la scomparsa del suo primo amore, sequestrato per ritorsione poiché figlio di un collaboratore di giustizia. Tenendo conto di questa premessa si può ritenere accettabile, fino ad un certo punto, che il film stesso rinunci ad alcuni gradi di complessità per procedere in modo limitatamente codificato e poco stratificato. Accogliendo questa logica risultano però incongruenti la sicurezza e la saccenza dimostrate dalla protagonista, i dialoghi taglienti e sentenziosi tra ragazzi, così come è accettabile che una (poco più che) bambina impartisca lezioni di responsabilità civile all'insegnante e al (povero) carabiniere solo a patto di concepire il tutto come uno strumento con finalità principalmente educative. Anche la difficile scelta di riferire per immagini il sequestro dal suo interno rivela indecisione su quale livello di realtà trasmettere allo spettatore e finisce per rimanere sospesa tra trucco invadente, dettagli lugubri e inserimenti ridondanti (il carceriere psicolabile, nota grottesca) senza in realtà riuscire a incidere sulla tensione drammatica. E insomma non sapendo su che puntare, tra realtà ed immaginazione, il film punta su di un cavallo sbagliato, centrando pochissimo il bersaglio. Difatti tutto resta nel limbo, e quello che si trova è l'ombra di un film riuscito, di un film spesso noioso e soffocante.
martedì 20 agosto 2019
Notte Horror 2019: Cimitero vivente (1989)
Tema e genere: Horror tratto dal romanzo Pet Sematary, di Stephen King, che racconta una storia d'amore ma soprattutto morte.
Trama: La famiglia Creed si trasferisce in una piccola cittadina del Maine che sorge vicino ad un antico cimitero indiano in grado di far tornare in vita i morti. Un tragico incidente costringerà il Dott. Louis a seppellire un membro della famiglia e sarà l'inizio della sua discesa negli inferi.
Recensione: Esistono film di genere non perfetti, con difetti evidenti, ma che riescono comunque a ritagliarsi un posto nell'alveo dei cult non troppo trascurabili. In questo gruppo rientra Cimitero vivente, film del 1989, diretto da Mary Lambert e celebre adattamento del romanzo di Stephen King Pet Sematary pubblicato nel 1983. Gli adolescenti degli anni '90, amanti del brivido, con probabilità avranno visto per la prima volta questo titolo nella celebre rubrica Notti Horror di Italia 1 (e questo è uno dei motivi del perché ho scelto questo film per partecipare alla sesta edizione della Notte Horror, la quarta mia personale), i neofiti magari l'hanno recuperato in seguito, ma tutti avranno notato come, nonostante una sceneggiatura a volte lacunare e un ventaglio di interpretazioni caricate, Cimitero vivente sia un piccolo gioiellino che racconta al meglio quel che il cinema horror realizzava a fine anni '80. Tanto che in pieno revival '80 era più o meno scontato che ciò avrebbe suscitato anche 30 anni dopo, l'interesse di Hollywood nel rifarlo. Infatti, mesi fa è uscito il remake, perciò valeva forse la pena (ri)dare uno sguardo al film "originale", e così ho fatto (questo l'altro motivo del perché ho scelto questo film per la rassegna cinematografica tra blogger). Uscito nel 1989, il film appare come una produzione minore se paragonato ad altre incarnazioni (successive o precedenti) su celluloide dei lavori di King. Opere imprescindibili come Carrie - Lo sguardo di Satana di Brian De Palma, It (la miniserie) diretta da Tommy Lee Wallace e ovviamente Shining di Stanley Kubrick. A Cimitero vivente non è legato alcun grosso nome hollywoodiano: la regista Mary Lambert aveva alle spalle solo una lunga gavetta di video musicali (perlopiù di Madonna) e il nome più altisonante che appariva nel cast era quello di Fred Gwynne, che negli anni '60 era parecchio attivo soprattutto in tv. Ma contro ogni previsione Cimitero vivente è un film che riesce a terrorizzare oggi come allora, soprattutto per l'argomento che tratta, ovvero la difficoltà dell'essere umano di accettare la morte di un suo caro. I Creed sono la tipica famiglia medio borghese americana degli anni '80. Si trasferiscono in uno sperduto paesino di provincia (ovviamente nel Maine, dove sennò) dove le loro vite subiscono improvvisi traumi. Quando il gatto Churchill muore, il capo famiglia e il vicino di casa lo seppelliscono in un vecchio cimitero indiano in grado di riportare i defunti di nuovo in vita. In effetti la bestiola tornerà ancora a vivere, ma pervasa da un'anima corrotta e malvagia. Eppure ciò non frenerà il protagonista nell'affrontare lo stesso percorso quando a morire sarà qualcun altro. È tutta questione di essenza: gli stacchi di montaggio irruenti, la presentazione didascalica della famiglia medio-borghese americana, i momenti stereotipati non influiscono sull'atmosfera malsana e angosciante che si respira in Cimitero vivente. Complice di questa atmosfera l'argomento universale dell'accettazione del lutto, inserito in contesto sovrannaturale che si mischia lievemente anche con la storia dei nativi americani.
Recensione: Esistono film di genere non perfetti, con difetti evidenti, ma che riescono comunque a ritagliarsi un posto nell'alveo dei cult non troppo trascurabili. In questo gruppo rientra Cimitero vivente, film del 1989, diretto da Mary Lambert e celebre adattamento del romanzo di Stephen King Pet Sematary pubblicato nel 1983. Gli adolescenti degli anni '90, amanti del brivido, con probabilità avranno visto per la prima volta questo titolo nella celebre rubrica Notti Horror di Italia 1 (e questo è uno dei motivi del perché ho scelto questo film per partecipare alla sesta edizione della Notte Horror, la quarta mia personale), i neofiti magari l'hanno recuperato in seguito, ma tutti avranno notato come, nonostante una sceneggiatura a volte lacunare e un ventaglio di interpretazioni caricate, Cimitero vivente sia un piccolo gioiellino che racconta al meglio quel che il cinema horror realizzava a fine anni '80. Tanto che in pieno revival '80 era più o meno scontato che ciò avrebbe suscitato anche 30 anni dopo, l'interesse di Hollywood nel rifarlo. Infatti, mesi fa è uscito il remake, perciò valeva forse la pena (ri)dare uno sguardo al film "originale", e così ho fatto (questo l'altro motivo del perché ho scelto questo film per la rassegna cinematografica tra blogger). Uscito nel 1989, il film appare come una produzione minore se paragonato ad altre incarnazioni (successive o precedenti) su celluloide dei lavori di King. Opere imprescindibili come Carrie - Lo sguardo di Satana di Brian De Palma, It (la miniserie) diretta da Tommy Lee Wallace e ovviamente Shining di Stanley Kubrick. A Cimitero vivente non è legato alcun grosso nome hollywoodiano: la regista Mary Lambert aveva alle spalle solo una lunga gavetta di video musicali (perlopiù di Madonna) e il nome più altisonante che appariva nel cast era quello di Fred Gwynne, che negli anni '60 era parecchio attivo soprattutto in tv. Ma contro ogni previsione Cimitero vivente è un film che riesce a terrorizzare oggi come allora, soprattutto per l'argomento che tratta, ovvero la difficoltà dell'essere umano di accettare la morte di un suo caro. I Creed sono la tipica famiglia medio borghese americana degli anni '80. Si trasferiscono in uno sperduto paesino di provincia (ovviamente nel Maine, dove sennò) dove le loro vite subiscono improvvisi traumi. Quando il gatto Churchill muore, il capo famiglia e il vicino di casa lo seppelliscono in un vecchio cimitero indiano in grado di riportare i defunti di nuovo in vita. In effetti la bestiola tornerà ancora a vivere, ma pervasa da un'anima corrotta e malvagia. Eppure ciò non frenerà il protagonista nell'affrontare lo stesso percorso quando a morire sarà qualcun altro. È tutta questione di essenza: gli stacchi di montaggio irruenti, la presentazione didascalica della famiglia medio-borghese americana, i momenti stereotipati non influiscono sull'atmosfera malsana e angosciante che si respira in Cimitero vivente. Complice di questa atmosfera l'argomento universale dell'accettazione del lutto, inserito in contesto sovrannaturale che si mischia lievemente anche con la storia dei nativi americani.
Labels:
Dale Midkiff,
Denise Crosby,
Fantasy drammatico,
Fred Gwynne,
Horror,
Mary Lambert,
Miko Hughes,
Notte Horror,
Romanzo,
Stephen King,
Susan Blommaert
mercoledì 22 agosto 2018
I film visti in vacanza a Ferragosto (2018)
E' stata, la scorsa settimana di Ferragosto, una settimana di completo relax, o quasi, dopotutto in questo periodo di riposo (un po' come tutti, ma non proprio tutti) non ho fatto altro che mettere fieno in cascina, non ho fatto altro che dare una direzione alla mia programmazione cinematografica e non, e quindi non ho fatto altro che programmare post, film o serie da vedere entro l'anno. E tuttavia nonostante tutto ciò ho avuto non solo il tempo di vedere comunque parecchi film, ma anche di dare un'occhiata ad un documentario bellissimo, che tuttavia non avrei voluto mai vedere. Il documentario, prettamente televisivo, in questione infatti era quello sull'indimenticato Robin Williams, che come purtroppo sappiamo si è tolto la vita nel 2014 a 63 anni, notizia che per tutti fu uno letteralmente shock, non solo perché pochi sapevano dei suoi problemi, ma perché egli, un genio della commedia e non solo, capace di far ridere e riflettere tutti, dai più grandi ai più piccoli, dando vita a moltissimi personaggi che fanno tuttora parte dell'immaginario collettivo di intere generazioni (da Peter Pan al buffo alieno Mork, dal dottor Hunter Patch Adams all'androide Andrew Martin ne L'uomo bicentenario, e tanti altri), ha lasciato un vuoto difficile da colmare. Difatti Nella mente di Robin Williams, documentario HBO diretto da Marina Zenovich e presentato al Sundance Film Festival, è un ritratto ora divertente, ora intimo e commovente di uno dei più grandi attori di sempre. Non a caso il film Come Inside My Mind, andato in onda su Sky Cinema e attualmente disponibile su Sky On Demand, ricco di interviste di colleghi e amici (David Letterman, Billy Cristal, Pam Dawber, Eric Idle, Whoopi Goldberg e il figlio Zak, che raccontano l'uomo dietro la maschera, una persona che non poteva sentirsi felice se non riusciva a far divertire gli altri) racconta tutta la vita dell'attore, dall'infanzia solitaria nel Midwest fino alla fine dei suoi giorni, passando per i suoi ruoli più iconici e per filmati d'archivio delle prime esibizioni teatrali a San Francisco. Dopotutto il documentario, che fa un ritratto dell'attore e dell'uomo e celebra la sua memorabile carriera, esplora la vita dell'artista attraverso le sue stesse parole, mostrando interviste inedite in cui spiega ciò che lo ha spinto a creare i personaggi nella sua mente e il processo creativo. E poiché scopriremo le sue lotte contro la depressione, l'alcol e la droga e vedremo gli ultimi anni con l'operazione al cuore nel 2009 e poi la tragica fine nel 2014, l'emozione è stata parecchio alta, e tuttavia proprio per questo che il documentario merita di essere visto, un po' come tutti i film che oggi vi propongo.
martedì 31 luglio 2018
Gli altri film del mese (Luglio 2018)
In un mese in cui di significativo o importante (similmente di bello) non c'è stato niente di particolarmente interessante, infatti tutto nella norma nonostante l'arrivo del picco dell'estate, nonostante la visione di alcuni discreti film (alcuni di essi sono proprio qui in questo post) e nonostante i numeri (ed anni) raggiunti dal blog, finalmente una notizia formalmente definitiva che mi fa tirare un sospiro di sollievo dopo alcuni tira e molla con l'istituto di previdenza sociale, mio padre è ufficialmente in pensione. In pensione dopo 43 anni di lavoro, di cui 3 da giovanissimo in Lussemburgo, e 40 in Italia, un terzo da operaio/meccanico tra diverse ditte (anche famigliari come anche all'estero) e i rimanenti da dipendente di Poste Italiane (prima come operaio e poi come portalettere). E tuttavia per questo non ci saranno né feste né tante cerimonie (c'erano già state comunque quasi due anni fa), ma solo la soddisfazione di aver raggiunto l'agognata meta di un lavoratore che da quando aveva 16 anni non ha mai smesso di portare a casa la pagnotta. Perciò mese decisamente positivo si prospetta Agosto, mese in cui, nonostante una pausa che coinciderà con la settimana di Ferragosto (in cui tuttavia metterò fieno in cascina), continuerò imperterrito a vedere film, sperando siano come quelli di oggi che non quelli di ieri.
giovedì 24 maggio 2018
The OA (1a stagione)
Ne avevo sentito parlare un po' di tempo fa di questa serie, The OA, serie Netflix del 2016 che, a quanto pare all'epoca, poco più di un anno fa, divise pubblico e critica, tra chi lo riteneva un ottimo prodotto e chi pessimo. E non potendo sapere perciò chi avesse ragione l'ho inserito in lista, e una settimana in cui non avevo serie da cominciare, l'ho finalmente recuperata. Ma era meglio se non l'avessi fatto, perché mai come in questo caso non può esserci una via di mezzo (perché avevano ragione in entrambi i casi, dato che se prende va bene altrimenti nisba), o la si ama o la si odia, e io purtroppo ho propeso per la seconda opzione. Poiché anche se senza dubbio è un'esperienza televisiva che va vissuta per trarre personalmente le proprie conclusioni, siamo di fronte ad un prodotto confuso e a tratti noioso. Proprio perché in questa serie, praticamente impossibile da riassumere e spiegare, c'è la sensazione di non aver capito niente, sensazione che si mantiene salda nel corso di tutte le puntate, e si solidifica con l'ultimo (strano) episodio, un episodio che alla fine (ma di cui ne riparleremo dopo) spiazza e imbarazza. Tanto che, l'unica cosa positiva è che quando ciò arriva, provoca un gran bel sollievo. E non credo fosse questo l'intento di Netflix e dei suoi creatori Brit Marling (che interpreta l'insopportabile protagonista) e Zal Batmanglij. Un po' Stranger Things (ma solo per una singolare similitudine), un po' Les Revenants, un po' Lost, un po' Black Mirror, un po' The Leftlovers ma soprattutto una sciocchezza incredibile, sicuramente una delle peggiori produzioni targate Netflix che abbia fin qui visto, perché nel tentativo di proporre un qualcosa di difficilmente classificabile ha sfornato una frittata (personalmente) del tutto indigesta. Sì perché proprio su questo mix di generi, su quest'esperienza che lo spettatore deve decifrare, su quel qualcosa di mai visto, su cui fan e i critici ho letto dibattersi in positivo, che alla fine le (comunque buone) premesse s'infrangono.
lunedì 14 maggio 2018
La cura dal benessere (2016)
Difficile esprimere un giudizio sull'ultima opera di Gore Verbinski, il quale gira un film decisamente visionario e criptico, molto ambizioso, con diversi livelli di interpretazione. Fonti d'ispirazione e d'imitazione tantissime, ci sono tracce di Argento, echi di Kubrick e Lynch, qualche richiamo a "Shutter Island" di Scorsese, con momenti di smarrimento paranoico alla Polanski e perfino un finale che fa venire in mente "La maschera di cera". Classificabile come thriller-horror, tra paranormale e psicologico, non a caso quest'impasto di generi diversi inizia come un thriller aziendale, prosegue come un giallo psicologico, per poi diventare sempre più un horror e chiudere come un melodramma gotico, è una storia che si mantiene ad un ritmo sostenuto malgrado la sua lunghezza. Immerso in un clima onirico, il protagonista sembra seguire un percorso altalenante, tra delirio e realtà, tra pazzia e lucidità, tra farneticazione e pericoli reali. Dopotutto ci sono delle invenzioni visive molto suggestive e le atmosfere sono perfettamente allucinanti ed estranianti, insomma sembra di essere in un forte "trip "da acidi. Tuttavia la storia appare disordinata e affollata da troppi elementi eterogenei, che ne rendono poi difficile l'assimilazione e la relativa interpretazione. Tanto che personalmente, non mi ha entusiasmato più di tanto. Questo perché La cura dal benessere (A Cure for Wellness), film del 2016 diretto dal regista statunitense, seppur è un lavoro decisamente interessante, per buona parte avvincente e ricco di interessanti suggestioni ottimamente sfruttate nell'eccellente prima parte, presenta però un certo (netto) calo nella meno efficace seconda quando (e soprattutto nell'ultima mezz'ora di film, in cui tutte le aspettative s'infrangono) i nodi vengono al pettine. La presunta rivelazione finale è infatti ampiamente intuibile dagli elementi sparpagliati nel corso della narrazione che non possono sfuggire all'attenzione dello spettatore più accorto. A tal proposito sembra che il regista abbia provato (non riuscendoci ahimè) a far qualcosa in cui altri ci sono riusciti. Sono difatti moltissimi gli esempi di film costruiti come giochi di prestigio, il cui motore trainante altro non è che il colpo di scena finale, macchine illusorie perfette che depistano e seminano falsi indizi per tutto l'arco della propria narrazione, con l'unico scopo di lasciare di stucco lo spettatore, regalandogli poi la soddisfazione di tornare a casa con in tasca la soluzione del trucco. A questa categoria vorrebbe appartenere anche questo film se non fosse appunto che già nei primissimi minuti viene offerta allo spettatore, in maniera chiara ed evidente, la soluzione all'inganno attorno a cui ruotano le due ore e mezza del film.
venerdì 11 maggio 2018
La canzone del mare (2014)
A metà tra favola e poesia, La canzone del mare (Song of the Sea), film d'animazione del 2014 diretto da Tomm Moore, che già si era cimentato in qualcosa di simile nel suo precedente The Secret of Kells, anch'esso candidato agli Oscar come quest'ultimo come miglior film d'animazione (nel 2010 e nel 2015), ma che tuttavia è ancora inedito in Italia, è un affascinante favola a cartoni animati dalle suggestive atmosfere nordiche, dal disegno stilizzato e un po' rigido che per questo appassiona e cattura grandi e piccini attorno ad una natura selvaggia ed incontaminata di un paradiso naturale da sogno. La canzone del mare infatti, che comunque non è un film come gli altri, non solo per lo stile visivo, ben lontano dall'omogenea grafica 3D a cui ci ha abituato l'animazione degli ultimi anni, coerentemente con la passione del regista per la tradizione, ed intingendo i pennelli nella tradizione folkloristica irlandese, riesce ad animare ambientazioni e creature del folklore celtico come le selkies e i folletti per tratteggiare con ombre di poesia una storia che parla a tutta la famiglia. Questo film poetico e fiabesco difatti, usa la leggenda delle selkie, metà foche e metà donne, per parlare di famiglia, di morte, di lutto e di sentimenti da affrontare con la semplicità tipica dei bambini, ma anche per raccontare il viaggio, anche e soprattutto interiore, che porta i due bambini protagonisti alla ricerca di se stessi e all'ela-borazione catartica appunto del loro terribile lutto. Proprio perché seppur i protagonisti sono bambini, a confronto con l'aridità e l'incapacità degli adulti di comprendere il meraviglioso, i temi del film sono tutt'altro che infantili. Temi importanti, come il valore del sacrificio, veicolati appunto con parole e immagini adatte alla comprensione dei bambini, ma con una chiave di lettura anche per gli adulti. Non per niente Il mito delle selkie è sempre stato usato da generazioni come allegoria del dolore della perdita in mare di una persona cara.
mercoledì 25 ottobre 2017
Commemoration Days - Martin Landau: 9 (2009)
Era da tanto che volevo vedere 9, film di animazione del 2009 diretto da Shane Acker, basato sull'omonimo cortometraggio del 2005 che nel 2006 venne candidato all'Oscar. Del film infatti ne avevo sentito parlare tempo fa, ma a causa di molte dimenticanze ho sempre rimandato, ora per una strana coincidenza e dopo sfortunatamente avuto la notizia della dipartita di Martin Landau, una delle voci del cast originale del film in questione, ne ho approfittato e l'ho finalmente visto. Anche perché del grande attore americano solo ultimamente, grazie al bellissimo thriller Remember (in cui insieme a Christopher Plummer, che ritroviamo anche qui nel notevole cast di voci, ha dato prova della sua bravura), ho avuto modo di conoscerlo fino in fondo, giacché proprio non saprei (seppur certamente qualcuno sicuramente) se qualche altro film con lui protagonista ho mai visto. Probabilmente Ember: Il mistero della città di luce, Frankenweenie (in cui ha prestato la voce) e qualche altro vecchio film, anche se sono ricordi un po' sfocati. Ma tralasciando ciò, quando se ne va un grande attore (e ultimamente purtroppo sta accadendo troppo spesso) è sempre un dispiacere, soprattutto nel caso in cui come questo scopro, anche grazie al suo prezioso supporto (perché importante è in questo film l'interpretazione degli attori per far rendere al meglio i loro personaggi, tra cui ovviamente un perfetto e convincente Martin Landau, capace nel suo poco tempo a disposizione di fare la differenza), un piccolo e autentico gioiellino, soprattutto per un particolare, ovvero lo zampino del grandissimo Tim Burton. Ma prima di addentrarci nel film in questione un piccolo ringraziamento a chi ha collaborato ed ai partecipanti della rassegna (Commemoration Days) che io oggi comincio, fatta per commemorare grandi artisti e attori che quest'anno ci hanno lasciati e che durerà per un po' di giorni. Tim Burton dicevo, lui che insieme a Timur Bekmambetov (regista dell'inutile remake di Ben-Hur), entrambi in veste di produttori, hanno avuto la brillante idea di riscoprire il corto originale del regista Shane Acker, che si è fatto conoscere proprio per quel bellissimo cortometraggio (che ho recuperato dopo la visione del film), e di sviluppare pertanto questo lungometraggio d'animazione di sbalorditivo livello tecnico.
mercoledì 12 luglio 2017
Il drago invisibile (2016)
Una genuina favola ambientalista sull'importanza del rispetto della natura e allo stesso tempo un delicato racconto di formazione e crescita che riflette sul delicato passaggio da infanzia a adolescenza (e quindi età adulta) e sul potere consolatorio della fantasia è Il drago invisibile (Pete's Dragon), film del 2016 diretto da David Lowery. Il film infatti, remake del film Elliott il drago invisibile del 1977, che vedeva una commistione di attori in carne e ossa e disegni animati (non proprio il massimo, di cui ricordo davvero poco, anche se per i mezzi di allora, sarebbe stato impossibile fare un bel drago al computer), è prima di tutto un film che parla di natura incontaminata e selvaggia, di istinti e libertà primordiale, di spazi aperti e di aria pulita come solo nelle immense foreste conifere del Nord America è possibile trovare. Parla anche di fantasia, di immaginazione, di amore verso gli animali, di sogno e realtà. In ogni caso la storia che racconta, è una storia praticamente completamente nuova, anche se entrambe le pellicole sono basate su un breve racconto di S. S. Field e Seton I. Miller, una storia certamente indirizzata ad un pubblico che pur non uscendo da un ramo di prevedibilità generale riesce nel suo scopo primario. Dato che questo è un film per famiglie, che non punta a sovvertire i canoni della storia tradizionale, ma che proponendo una fiaba, una bella fiaba, trovi il modo di entusiasmare lo spettatore, e a questo scopo funziona perfettamente, poiché non annoia ed è ben fatto.
Labels:
Amicizia,
Animali,
Avventura ambientalista,
Bryce Dallas Howard,
Disney,
Fantasy drammatico,
Karl Urban,
Natura,
Remake,
Robert Redford,
Wes Bentley
lunedì 20 marzo 2017
Lo chiamavano Jeeg Robot (2015)
In una Roma quanto mai cupa e inquieta, minacciata da una serie di attentati dinamitardi, varie combriccole di malviventi si muovono nei bassifondi, contendendosi la gestione di traffici illeciti e arrabattandosi tra piccoli crimini e regolamenti di conti. Tra questi piccoli criminali c'è anche Enzo Ceccotti, ladruncolo schivo e solitario che un giorno, per sfuggire a due poliziotti che gli stanno alle calcagna si tuffa nel Tevere e entrando in contatto con alcune sostanze tossiche fuoriuscite da dei barili gettati sul fondo del fiume, si scopre in possesso di una forza e resistenza sovraumane. L'uomo, che vive da solo e non ha grandi aspirazioni per il futuro, finirebbe sicuramente col diventare un super-delinquente se il destino non gli facesse incontrare Alessia, una giovane ragazza sensibile e schietta, ma mentalmente instabile, ossessionata dal personaggio di Jeeg Robot d'acciaio (in omaggio alla serie manga e anime Jeeg robot d'acciaio di Gō Nagai, della quale il film riprende alcune tematiche), che Enzo salverà da una brutta situazione, con cui inizierà a stringere con lei un legame sempre più forte, portandolo pian piano dalla parte del bene. Enzo-Hiroshi però dovrà lottare contro la banda dello Zingaro, un cattivissimo Joker 'de noantri' disposto a tutto per raggiungere il potere e la fama. Una serie incredibile di colpi di scena e di trovate esilaranti condurrà i due rivali allo scontro finale, alla battaglia epica tra il bene e il male, dove naturalmente non potrà che trionfare il bene. Detta così, la storia raccontata dallo strepitoso esordio di Gabriele Mainetti sembrerebbe assurda e strampalata, cinematograficamente una follia, un azzardo destinato a un b-movie da dimenticare in fretta. Invece no, Lo chiamavano Jeeg Robot (film del 2015 diretto e prodotto da Gabriele Mainetti e scritto da Nicola Guaglianone e Menotti) è un film tanto coraggioso quanto riuscitissimo, un'opera geniale destinata a rappresentare un passaggio importante nella storia del cinema italiano. Apparentemente la struttura narrativa del film segue difatti l'archetipo classico del mito del supereroe, anche qui, infatti, un uomo qualunque riceve inaspettatamente dei super-poteri, ovviamente non senza difficoltà, attraverso una maturazione interiore in cui diventa consapevole della responsabilità che la nuova condizione esistenziale gli impone, ma non deve trarre in inganno perché l'opera prima del regista è un film duro, violento, malinconico, realistico, stratificato, che concede ben poca ironia e leggerezza rispetto ai blockbuster d'oltreoceano, piuttosto omaggia con nostalgia lo spirito più adulto e agrodolce dei manga nipponici, in cui l'eroe spesso e volentieri cammina su quella linea sottile che separa la giustizia dalla criminalità, il bene dal male, e spesso agisce volutamente nell'ombra, senza cercare né fama né gloria.
mercoledì 7 settembre 2016
Interstellar (2014)
giovedì 7 luglio 2016
Dio esiste e vive a Bruxelles (2015)
Dio esiste e vive a Bruxelles (Le tout nouveau testament) è una surreale, ironica e dissacrante commedia del 2015 diretta dal regista Jaco Van Dormael, bizzarro e fantasioso, come i suoi precedenti lavori e mondi creati nelle sue pellicole (per esempio Mr. Nobody). Qui ancora una volta i protagonisti del suo film non conoscono, non sanno, ignorano e ce lo dimostrano. Ce lo dimostrano dandoci la loro visione della realtà, talvolta così strampalata e assurda ai nostri occhi, da regalarci un sorriso e giustificando il genere del film: commedia. Difatti l'inizio è fulminante e sorprendente, già solo la prima frase "Dio si annoiava, per questo creò Bruxelles" mi ha fatto ridere fragorosamente, creando una sorta di empatia, di identificazione emotiva con la pellicola, anche se di emozionante non c'è quasi niente. Quest'opera inizia come una commedia corrosiva e dissacrante e si sviluppa come un apologo poetico sul senso e la qualità della vita ma anche in qualcosa di assurdo e inaspettato. Nella sfrenata fantasia del regista, Dio vive in un trilocale di Bruxelles, crea il cosmo con alcuni click da un computer che tiene nel suo studio, una immensa stanza piena di fascicoli personali dalle pareti interminabili. Beve birra e fuma come un turco, maltratta e sottomette la moglie (una Dea svagata e impaurita interessata alle pulizie domestiche e al baseball) e la figlia (una ragazzina di dieci anni capace di modesti miracoli che parla di nascosto con il fratello, allontanatosi da casa circa 2000 anni fa, per rincorrere chissà quali ideali). Dio non ama l'umanità, anche se la crea a propria immagine e somiglianza, anzi la detesta e gli piace vederla soffrire. Infarcisce la vita di ognuno di dolori, lutti, perdite, separazioni, crea conflitti religiosi tra le persone per un proprio disegno personale o forse solo per combattere la noia. La figlia Ea ad un certo punto però non ne può più di sottostare alle angherie del padre e decide così di dare una svolta alla sua vita ed a quella del mondo sabotando il lavoro dell'impossibile genitore. Manomette il computer paterno, spedisce a tutti gli umani un sms che contiene la data esatta della loro morte, creando un putiferio di proporzioni planetarie e si mette alla ricerca di sei apostoli che si aggiungeranno ai 12 di Gesù, per scrivere un nuovo testamento 2.0 (da qui il titolo originale "Le Tout Nouveau Testament").
sabato 4 giugno 2016
Il racconto dei racconti (2015)
Il racconto dei racconti: Tale of Tales è un avventuristico e fantastico (nel senso del genere) film del 2015, diretto da Matteo Garrone. La pellicola è l'adattamento cinematografico della raccolta di fiabe Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, ed è difatti composto da tre diversi episodi liberamente tratti da altrettanti racconti di questa raccolta di fiabe, narrati e intrecciati fra loro: La cerva, La pulce e La vecchia scorticata. Premetto che (come ho sempre affermato) non sono un critico cinematografico, e che non ero a conoscenza di questa fiabe (forse solo quella della pulce), e che non ho la presunzione di giudicare un opera d'arte (secondo molti) come questa, mi rimetto a scrivere quello che penso e quello che mi è arrivato vedendo questo film. Ebbene, posso liberamente affermare (il giudizio è comunque soggettivo e sono libero da ogni preconcetto), che la pellicola è una mezza schifezza, una grossa delusione e una grande presa per i fondelli. Poiché nonostante il film io non lo ritengo brutto ma solo atipico e strano (troppo), è soprattutto difficile da decifrare, difficile anche da recensire perché molto volte la pellicola volge al 'nonsense', ovvero che travalica il senso generale delle cose, ma ovviamente a ciò ci sono dei pro e dei contro, pregi e difetti, come vediamo (o almeno che io ho visto) per tutto il lungometraggio. Prima di tutto questo non è il classico fantasy-fiabesco a cui siamo generalmente abituati, e questo mi ha subito spiazzato, come molti convinti di assistere alla proiezione del classico fantasy, condito di re, draghi, orchi e maghi e cosparso dell'immancabile patina di Medioevo, invece appunto si rimane stupiti (non proprio in positivo) ed estraniati da ciò che si vede, anche ad una certa lentezza che, dalle prime scene, caratterizza il film, una dimensione temporale che mal si accorda con il prototipo di film fantasy, non ci sono infatti eroi né grandi gesta e questo rende il racconto diverso dalle solite fiabe ma probabilmente per questa sua peculiarità il film ha qualche parte un po' troppo "fiacca" e dispersiva, mi sarei aspettato un confluire delle storie narrate più deciso, più netto, che avrebbe certamente dato una diversa grandezza all'intera opera.
sabato 21 maggio 2016
Adaline: l'eterna giovinezza (2015)
Adaline: L'eterna giovinezza (The Age of Adaline) è un fantascientifico ed inusuale film d'amore del 2015 diretto da Lee Toland Krieger (giovane regista californiano ai suoi esordi) con protagonisti principali Blake Lively ed Harrison Ford. Il film tratta di un argomento raro nella storia del cinema, ma altamente esplorato in altre pellicole, perché questa storia, che ricorda Il curioso caso di Benjamin Button, ma anche Highlander (e certi film sui vampiri), riflette sul senso della vita attraverso il concetto di mortalità e mostra il passare del tempo (e l'invecchiamento del corpo) come un limite necessario alla ripetitività infinita dell'esistenza. Il regista mescolando un po' di scienza con un po' di amore e fantascienza, realizza infatti un buon film d'amore che ha la capacità di tenere viva l'attenzione dello spettatore. Difatti la trama è abbastanza interessante e diversa da tante, ma non così complicata come vorrebbe essere. La pellicola racconta la storia di Adaline Bowman, una bellissima ragazza, che agli inizi del novecento si sposa con l’amore della sua vita, i due hanno una figlia ma lui muore qualche anno dopo in seguito a un incidente su lavoro durante la costruzione del ponte a San Francisco. Adaline e la figlia devono andare avanti. Una notte però, durante una tempesta, Adaline mentre sta rincasando in auto, viene colpita da un fulmine e finisce fuori strada. Miracolosamente è salva, ma con il passare del tempo si accorge che c’è qualcosa di strano: non sta invecchiando. Comincia così un'avventura unica, che mai essere umano ha vissuto. Questo destino incredibile le consente di vivere, per molti decenni, la storia delle trasformazioni del mondo, che fanno da sfondo alle sue vicende personali e sentimentali: dalle due Guerre Mondiali alle lotte degli anni '60 per la libertà, fino ai nostri eventi più recenti. Nascondendo abilmente il proprio segreto a tutti, anche a chi vorrebbe rinchiuderla e usarla come cavia da laboratorio, tranne alla propria figlia, Adaline, cambiando ogni tot di anni luogo e documenti, riesce a vivere con delicatezza e riserbo la sua vita, finché un giorno la donna incontra l'affascinante e carismatico filantropo Ellis Jones (che su richiesta della figlia, decide di frequentarlo) che, dopo anni di vita solitaria, riaccende il lei la passione per la vita e per l'amore. La determinazione di Adaline comincia così a vacillare, ma dopo un weekend con i genitori di lui, che rischia di portare alla luce l'incredibile verità, Adaline prende una decisione che cambierà per sempre la sua vita.
domenica 27 dicembre 2015
Ex Machina (2015)
lunedì 21 settembre 2015
Step Up All In, I Origins & Quel momento imbarazzante (2014)
martedì 15 settembre 2015
The Giver: Il mondo di Jonas (2014)
Continua il filone fantascientifico di mondi distopici del cinema per 'ragazzi' tratti da romanzi, dopo Divergent/Insurgent, Maze Runner, Hunger Games è il turno di The Giver: il mondo di Jonas, film del 2014 diretto da Phillip Noyce, che a differenza degli altri ho apprezzato di più. Questo film è l'adattamento cinematografico del romanzo fantascientifico distopico The Giver: Il donatore di Lois Lowry (primo capitolo di una fortunata serie di cui fanno parte anche i romanzi La rivincita, Il messaggero e Il figlio). Da qualche parte nel tempo e nel mondo esiste una società che ha scelto
come valore l'uniformità. Immemori di sé e della loro storia, uomini,
donne e bambini vivono una realtà senza colori, senza sogni, senza
emozioni, senza intenzioni. Per loro decide un consiglio di anziani,
riunito periodicamente a sancire i passaggi evolutivi dei membri della
comunità. Durante la Cerimonia dei 12, che accompagna solennemente gli
adolescenti verso la vita adulta affidando loro il mestiere che meglio
ne identifica le inclinazioni, Jonas (Brenton Thwaites) viene destinato ad 'accogliere le
memorie' di una storia che non ha mai conosciuto. Figlio di madri
biologiche (tra cui Katie Holmes e padre Alexander Skarsgård) preposte allo scopo e assegnato successivamente all'unità
famigliare che ne ha fatto richiesta, Jonas è un adolescente eccezionale
con un dono speciale, quello di sentire. Preposto al ruolo di
accoglitore di Memorie, Jonas è affidato a un donatore, un uomo anziano e
solo che porta dentro di sé tutta la bellezza e la tragedia
dell'umanità. Tutte quelle emozioni negate alla sua gente perché il
mondo resti un luogo di pace e torpore. Intuita la sensibilità del
ragazzo, il donatore lo condurrà per mano dentro la vita, spalancandogli
la strada che conduce al libero arbitrio.
Iscriviti a:
Post (Atom)


















