venerdì 29 gennaio 2016

Il film della Memoria: Corri ragazzo corri (2013)

Come ogni anno il 27 gennaio, Sky, per ricordare le tragiche e dolorose vicende legate all'Olocausto, propone un film in prima visione, quest'anno la scelta è ricaduta su Corri ragazzo corri (2013), un'emozionante, commovente e toccante viaggio, perlopiù un'odissea, di un ragazzo ebreo scappato da un ghetto che intraprende un'incredibile fuga per la libertà. Visto solo ieri, oggi la recensione. Il film è un adattamento del romanzo Run, Boy, Run di Uri Orlev, un film che potrebbe essere una favola avventurosa, avvincente e crudele se non raccontasse la storia vera di un sopravvissuto all'Olocausto, Yoram Fridman. Costretto a separarsi dai fratelli e dai genitori per salvarsi dai nazisti, Srulik, un bambino ebreo di otto anni, fugge dal ghetto di Varsavia con l'aiuto del padre, fingendosi un orfano polacco. Con il nome fittizio di Jurek, un falso nome cattolico, tenta in ogni modo di sopravvivere e di essere coraggioso, si rifugia nella foresta e si unisce ad un gruppo di ragazzini sperduti come lui, e insieme riescono a sopravvivere con gli ortaggi e qualche gallina che rubano ai contadini. Ma i cattivi sono in arrivo, il gruppo si disperde, Jurek continua la sua fuga da solo, attraversa boschi e villaggi, di fattoria in fattoria, imparando a dormire sugli alberi e a cacciare per nutrirsi, si ferma solo quando qualche anima buona lo accoglie e lo nutre. Nei tre anni successivi quindi, vivrà durissimi momenti, sopravvivendo alle rigide stagioni polacche e alla cattura da parte dei militari tedeschi. Ragazzo sveglio e agile, nel suo cammino incontrerà amici e nemici, persone che lo aiuteranno ed altre che lo tradiranno, ma non perderà mai la forza per andare avanti, per riuscire a sfuggire a un destino quasi ormai segnato.

La sua è una fuga continua, piena di incontri che lo portano a conoscere il bene e il male dell'umanità. Nella casa della moglie di un partigiano trova l'affetto generoso della donna, che gli insegna le preghiere cattoliche per aiutarlo a rappresentare meglio la sua falsa identità. Quando i nazisti invadono il villaggio Jurek riprende la fuga, ma una donna lo consegna ai tedeschi per riscuotere un compenso, da cui riuscirà fortunosamente a svignarsela, continuando una dolorosa fuga verso la libertà. Aiutato da un contadino, trova lavoro in una grande fattoria. È forte, intelligente, volonteroso ma è pur sempre un bambino inesperto e, lavorando con i cavalli, la sua mano finisce in un pericoloso ingranaggio. La scoperta della malvagità più terribile è all'ospedale, quando un medico, si rifiuta di operarlo, perché ebreo, e lo denuncia ai nazisti ma scappa ancora una volta. Il racconto si fa sempre più commovente e convincente, perché nonostante l'amputazione della mano non s'arrende. Passano le stagioni e finalmente l'esercito sovietico è in arrivo. Jurek vive con la famiglia cattolica che alla fine lo ha adottato e l'eccitazione della fine della guerra, è anche la fine di una fuga cominciata tre anni prima. Ma non è possibile cancellare il passato, un esponente della comunità ebraica lo pone di fronte alla scelta: restare nella quieta serenità della famiglia o riappropriarsi delle sue radici, della sua religione? Nella mente di Jurek affiorano le ultime parole del padre: "Devi sopravvivere, non mollare. Dimentica il tuo nome, dimentica tuo padre e tua madre, ma non dimenticare mai di essere ebreo". L'epilogo, dove incontriamo il vero Yoram Friedman, ci fa capire la scelta, e vedendolo finalmente in Israele insieme alla sua famiglia, ci riempie di gioia e velata, malinconica, tristezza.

Il regista Pepe Danquart, vincitore di un Oscar per il cortometraggio Schwarzfahrer (1993), fa del suo battagliero protagonista un simbolo della libertà e dell'intelligenza, uniche armi possibili contro l'abominio nazista. Un racconto di avventura, la storia di un ragazzino costretto a crescere molto in fretta per poter sopravvivere, ma che in fondo resta un bambino. La fame di vita di Jurek scorre parallela alla cancellazione del suo passato, del proprio vero nome, della propria religione e della propria infanzia, rubata e trasformata, un lento e progressivo allontanamento dalle proprie radici. La fuga del piccolo Srulik è la metafora dell'odissea affrontata da tutti gli ebrei e gli "indesiderati" d'Europa, uomini e donne privati della propria identità, facendo palpare con mano la sofferenza di non avere diritto ad un posto nel mondo. Col fiato sospeso, nascosto sotto alle tavole di legno di una casa di campagna o fuggendo da un ospedale dove gli è stato amputato un braccio a seguito di un incidente di lavoro, Jurek conosce l'esistenza del bene in persone disposte a rischiare la propria pelle pur di non arrestare la sua sfida ad andare oltre una realtà inconcepibile. Anche da questi incontri deriva forse l'indefessa forza di continuare a lottare, un bambino che ha giurato al proprio padre di sopravvivere, contro tutto e tutti. Ma Corri Ragazzo Corri non è semplicemente un film sull'Olocausto, sulla guerra, ma è il canto agitato dell’esistenza che resiste, che non si rassegna, anche a rischio di perdersi per sempre. Il film racconta in modo crudo e forse a tratti eccessivo, ciò che il piccolo protagonista ha dovuto affrontare per riuscire a sopravvivere. Picchiato, rincorso, rifiutato, privato di un braccio, venduto alle SS per un pezzo di pane, il ragazzo non si perde d'animo e continua senza sosta la sua corsa verso la libertà, ricordando sempre le ultime parole di suo padre. Girato con cura, con un taglio di immagini che fonde bene realismo e immaginazione, il racconto si snoda lungo una dinamica drammaturgica intensa e commovente, capace di far emergere le numerose sfumature del dolore attraverso cui passa l’adolescente Jurek, che, per sopravvivere, nasconde l’essere ebreo a favore della aderenza alla religione cattolica. Il dato spirituale comunque è inserito con delicatezza e equilibrio all'interno della trama e degli aspri scenari di sofferenza e privazioni. Ne deriva un prodotto di qualità che si propone come esempio della possibilità di raccontare l’evento Olocausto non più legato al periodo storico ma in forma più universale, luogo della terribile presenza del Male nella Storia e nel mondo. La pellicola è un elogio alla libertà ed è per questo che, nonostante la durezza delle immagini, è un film adatto a tutti, anche agli spettatori più giovani, per tramandare alle nuove generazioni ciò che è stato e ciò che non dovrà mai più essere. Infine molto bella e dolce la colonna sonora, musicalmente malinconica e triste, ma commovente e toccante. Un prodotto consigliato, assolutamente da vedere, rivedere, ascoltare e raccontare.

2 commenti:

  1. Veramente commovente la forza di quel ragazzino che non si perde d'animo anche quando gli uccidono l'amico fedele, il cane.
    Cristiana

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    1. Si infatti...gli succedono tante cose ma non ha mollato mai ;)

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