mercoledì 16 maggio 2018

Il bene e il male della guerra (L'amore oltre la guerra, Lettere da Berlino e Agnus Dei)

Nella passata settimana mi è capitato di vedere tre film ambientati più o meno nello stesso periodo, che più o meno trattavano il medesimo tema ed argomento, ovvero la seconda guerra mondiale e le sue derivazioni nel bene e nel male. Perciò ho preso al balzo l'occasione per recensirli insieme, proprio perché queste tre pellicole ci fanno capire e vedere cosa quella maledetta guerra, la più ignobile di tutte, che ha stravolto il mondo e il nostro modo di pensare, abbia lasciato di positivo e negativo, ma anche tanti strascichi e portato a conseguenze inimmaginabili. Soprattutto la seconda opzione (inutile sottolineare chi o cosa), tuttavia prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale la nostra umanità, positiva umanità, orgoglio e dignità sono state conservate da chi non ha perso la speranza e ha lottato per un mondo migliore, il più delle volte riuscendoci, nonostante tutto. Non a caso i film in questione ci svela prima come l'amore può sopravvivere alla guerra, come può essere essa la scintilla, la fievole luce in mezzo alla crudeltà di un mondo in preda all'isteria, poi durante, quando nonostante il potere dominante di un'élite dittatoria e soffocante, due persone coscienziosamente hanno provato a resistere, tramite una resistenza attiva fatta di parole e non di munizioni, e infine dopo, dove in mezzo a qualcosa di indicibile brutalità (colpa della violenza che porta altra violenza) una donna e tante donne di fede, incrollabile fede, hanno avuto il coraggio di fare delle scelte sì estreme, ma di grande valore umano, che hanno rafforzato lo spirito, per quanto possibile, di chi nello scempio ha trovato la luce, la speranza di una visione ottimistica del mondo, un mondo che quando vuole sa essere "umano" e amorevole.
Basato sul romanzo del 2003 The Kaiser's Last Kiss di Alan JuddL'amore oltre la guerra (The Exception), film del 2016 diretto dal regista teatrale inglese al suo debutto nel mondo del cinema David Leveaux, tratta il tema della patria e degli "ideali", su quanto possano essere importanti e su quale debba essere il prezzo per doverli seguire, ma anche dell'amore che supera tutti gli ostacoli, in un inno alla lotta contro il male. Questo thriller spionistico infatti (che potrebbe tranquillamente far parte della serie di drammi di guerra come The imitation game e Allied, dato che si configura come un prodotto ibrido tra il dramma e il genere thriller), coadiuvato da una buona presenza attoriale e da una degna colonna sonora, mescola saggiamente (il dosaggio dei vari registri difatti è sempre mantenuto sotto controllo) romanticismo e drammaticità, con un pizzico di azione. Non a caso la pellicola, ambientata all'inizio della Seconda Guerra Mondiale, quando le armate di Hitler sembravano inarrestabili e nel palazzo di Doorn, nei Paesi Bassi, dove il Kaiser Guglielmo II (che va va avanti grazie alla rendita concessagli dal Fuhrer, nonostante con quest'ultimo il rapporto sia contraddittorio) trascorse in esilio gli ultimi anni della propria vita, racconta di un soldato nazista però di sani principi e in disaccordo con i metodi utilizzati che, incaricato di capire se la resistenza olandese è riuscita a far infiltrare una spia all'interno del palazzo, finisce con l'innamorarsi di una domestica olandese ebrea che metterà così in discussione l'intera indagine e il suo futuro. Tuttavia il film ha il difetto di non far capire che tipo di film si sta guardando (i due piani del racconto difatti seppur piuttosto separati hanno però due "prese" completamente diverse sullo spettatore), perché per gran parte del tempo si è in attesa di una svolta nella vicenda spionistica (che sembra essere quella principale), quando invece tutta l'attenzione è attirata dalla personalità e dalle vicende (tra cui l'incontro adulatorio da parte dell'imperatrice Erminia interpretata da Janet McTeer con Himmler, meravigliosamente interpretato da Eddie Marsan, ritratto come un viscido personaggio e spietato assassino che descrive con cruda freddezza gli esperimenti in corso sugli ebrei) del Kaiser, che in ogni caso grazie anche all'ottima performance attoriale di Christopher Plummer è la parte più interessante del film (anche perché è un soggetto che nessuno ha mai trattato, seppur in verità non so quanto ci sia di reale). Film però che troppo spesso e a discapito dell'interessante sguardo sul passaggio di potere dalla monarchia al nazionalsocialismo, un addio ai governi del passato, alla vecchia aristocrazia e alla ricchezza per nascita, vengono lasciati in secondo piano per far posto a una storia d'amore (tra il Jai Courtney di Suicide Squad ed altri e la bella Cenerentola Lily James, che offrono comunque due interpretazioni di buon livello) sì bella ed intrigante ma banale e poco originale. A tal proposito se dignitosa è la regia (che regala anche due scene di sesso per certi versi sorprendenti in cui estasiato e spiazzato viene mostrato il meraviglioso corpo della James, inutile invece, perché eccessivamente crudo visto il contesto, un nudo integrale del protagonista maschile), seppur prevedibile e non del tutto avvincente è la sceneggiatura (in cui tuttavia i personaggi di contorno risultano spesso macchiettistici al contrario del ritratto dell'imperatore), se discreto è il ritmo, nonostante le scene d'azione siano veramente limitate, se buona è la ricostruzione, anche se quasi tutto il film è ambientato nella tenuta del kaiser, probabilmente anche per motivi di budget, non proprio immenso, troppo ottimistico è il finale del film. Un film non eccelso e che tutto sommato non offre molto, anche perché seppur si segue fino alla fine pochi sono i guizzi, ma accettabile. Probabilmente forse troppo diviso dalle vicende raccontate, ma con una buona solidità (grazie agli attori ed alcuni ottimi momenti) e un intento comunque nobile nel trattare da una prospettiva inusuale (e molto interessante) quella vergognosa pagina di storia che fu il nazismo. Voto: 6+
Basato sul romanzo Ognuno muore solo di Hans Fallada, a sua volta tratto dalla vera storia di Otto ed Elise HampelLettere da Berlino (Alone in Berlin), film del 2016 scritto e diretto da Vincent Pérez, è un interessante seppur atipico thriller-storico. Il film infatti, racconta di una vicenda insolita (un episodio che costituisce un antefatto degli eccidi di cui è tristemente nota la storia tedesca di quei terribili anni) che per una volta ci parla di lotta al nazismo da parte del popolo "ariano" (dalla parte dei tanti tedeschi che non hanno avuto voce né spazio), e non da parte della vessata minoranza ebrea. Lettere da Berlino difatti, ambientato agli inizi degli anni '40, quando una coppia di ceto operaio riceve la tragica notizia dal fronte che il loro figlio è rimasto ucciso durante una missione facente parte del piano di espansione territoriale imposto dal regime nazista, e che quindi in segno di "protesta" decidono di "combattere" il regime nazista iniziando una campagna di resistenza basata su delle cartoline contro Hitler (su cui ovviamente la Gestapo inizia per questo a dar loro la caccia), ci dà prova che non tutti, non proprio tutti, fossero in accordo con il regime che avrebbe cambiato il volto all'Europa intera. Tutto abbastanza "nuovo" perciò, anche se tutto forse inutile alla fine (anche perché come nella vicenda della "Rosa Bianca" di Monaco e che come quei giovani studenti finirà nello stesso modo e soprattutto solo una parte delle cartoline riuscì nel suo intento) ma principalmente (e storicamente) interessante. Proprio perché il film (al contrario delle tante pellicole che di questo periodo storico sembrano ormai inflazionate), restringe il campo su un capitolo particolare, quello della resistenza interna al regime, posta in essere dagli stessi tedeschi, che di sicuro ha fatto meno rumore di tutto il resto ma evidentemente è riuscita comunque a farsi sentire. Resistere però non vuol dire soltanto opporsi, disobbedire, significa anche rischiare, ed è per questo che durante la visione del film ci si chiede spesso se i protagonisti di questa storia siano stati degli eroi o soltanto dei folli, e ad un certo punto la risposta appare scontata. Nonostante ciò, il film costituisce un'importante testimonianza della paura che regnava nella Germania nazista, che non era soltanto la paura di un'intera popolazione nei confronti di un regime dotato di un corpo militare e di polizia, mezzi di tortura e pene mortali, era anche la paura inversa, quella di un regime così imponente che temeva la gente comune, gente dotata soltanto di una penna e della forza delle parole. Proprio per questo il film mi è piaciuto, anche se nonostante le migliori intenzioni e l'intensità interpretativa delle tre star di prim'ordine (Gleeson, Thompson e Bruhl), esso rimane un po' ingessato in se stesso, come un compito corretto eseguito diligentemente, ma assolutamente privo di vitalità e di uno stile che non si discosti da una neutra impeccabilità. Dopotutto è ottima (grazie anche ad una buona fotografia) la ricostruzione scenografica della Berlino anni '40, ma anche un po' troppo rigida e non proprio in grado di trasmettere l'emozione che da una vicenda del genere si presupporrebbe di riuscire a percepire. Perché anche se la regia di Vincént Pérez (attore svizzero ma già con qualche esperienza di regia) è elegante e priva di virtuosismi, essa è troppo asciutta. Lettere da Berlino infatti (un film comunque notevole a parte qualche piccolo dubbio sullo sviluppo della vicenda), seppur realizzato con cura, racconta semplicemente il succedersi degli eventi in maniera fredda e distaccata (nonostante la buona colonna sonora di Alexander Desplat). Tuttavia i due attori protagonisti, Brendan Gleeson ed Emma Thompson, sono veramente straordinari. Poiché pur senza enfatizzare né urlare il proprio dolore trasmettono con i soli sguardi l'intima sofferenza e la solitudine a cui sono costretti, arrivando dritti al cuore degli spettatori. Bravo anche Daniel Bruhl nel ruolo del poliziotto diviso tra il senso del dovere e i sensi di colpa. Tutto per un film, il cui finale lascia parecchi spunti di riflessione e che forse avrebbe meritato più cura, ma che nonostante ciò riesce a farsi sufficientemente apprezzare. Voto: 6
Un film forte e delicato allo stesso tempo, una storia (nonostante il tema decisamente impegnativo) estremamente coinvolgente, ispirata da fatti realmente accaduti che ci fanno pensare, ancora una volta, e conoscere quanta sofferenza e atrocità ha portato con se il conflitto mondiale. La vicenda narrata infatti in Agnus Dei (Les innocentes), film del 2016 diretto da Anne Fontaine, trae spunto da avvenimenti reali, gli stupri di massa compiuti dalle truppe russe nella Polonia del 1945, una pagina dimenticata della storia sovietica che tuttavia presenta inquietanti risonanze con l'attualità (la violenza sessuale contro le donne praticata a tutt'oggi in molti paesi come arma di guerra). Solo che a rendere il tutto ancora più barbaro, il fatto che questi deprecabili atti, e in questo caso specifico, sono avvenuti nei confronti delle suore di un convento, stuprate, non solo fisicamente, ma anche mentalmente e nell'anima. Di queste alcune perdono la vita mentre altre rimangono incinte. Ed è proprio su queste gravidanze che si concentra l'occhio della regista (anche co-sceneggiatrice), che entra discretamente in un mondo privato adottando una funzionale fotografia (che mette in evidenza il lato più oscuro e contemporaneamente quello più ottimista dell'animo umano similmente al bellissimo film polacco Ida, da cui prende Agata Kulesza nel personaggio più "controverso", l'unica la cui ostinazione per una fede vissuta come indiscutibile e monolitica la renderà incapace di trarre "il bene dal male"), basata sul delicato gioco di luce e ombra che accarezza visi e vesti. Non a caso in Agnus Dei ci sono donne a confronto, mostrate in tutte le loro differenze e contrasti (in cui soprattutto difficile sarà per le suore trovare la "soluzione" più umanamente e spiritualmente perseguibile data la delicata situazione), donne diverse accomunate da una violazione (o tentata) della propria intimità, del proprio corpo, della propria volontà. E sarà proprio attraverso lo sguardo di Mathilde, una giovane dottoressa francese non credente, imbevuta di convinzioni laiche e rigidamente razionaliste (cresciuta in un ambiente operaio e comunista) che nel film il progressivo svelamento dell'orrore si realizza. Egli tuttavia troverà il coraggio di fare quel che deve fare, anche rinunciando alle sue convinzioni forse troppo materiali. Agnus Dei rappresenta così un ritratto delicato e coerente delle conseguenze pratiche e spirituali che scombussolano la routinaria vita monacale, e del peso che le scelte individuali delle donne avranno sulle loro stesse esistenze. Film poetico e ruvido allo stesso tempo costruito con una sceneggiatura che rifugge dalle accensioni e ridondanze mélo (come pure dagli intenti polemici e dimostrativi) e che riesce sempre a mantenere l'alone di mistero che avvolge le storie delle protagoniste ed incuriosisce, incentivando lo spettatore a proseguire nella visione. Anche perché Anne Fontaine (dopo il controverso ma molto interessante Gemma Bovery) realizza un'opera struggente ed encomiabile, un ritratto chiaro di una femminilità lacerata nel dramma, in una carrellata di volti, dal medico che deve saper custodire un segreto, a tutte le suore, che rappresentano uno spaccato soggettivo di emozioni crudeli soffocate sul nascere. Il dramma umano, tutto al femminile per questo, non scantona però mai in un manierismo stereotipato che strappa lacrime e commiserazione. Il film infatti, inchioda lo spettatore soprattutto per il suo stile asciutto e solido ed il buon equilibrio nella narrazione, con cui la regista riesce a comunicare con considerevole maestria la sensazione della disperazione e l'incredulità ad una animalesca violenza subita nell'impotenza totale. A tal proposito la guerra rimane sullo sfondo, perché la sua forza sta proprio nella sua attualità: quella di parlare di violenza sulle donne in modo così profondo, struggente e straziante, perché ciò che vediamo accade purtroppo ancora oggi, e riesce dopotutto lasciare un filo di speranza nel cuore di chi guarda. In tal senso ottimamente ben delineati e rappresentati sono i personaggi, giacché la loro evoluzione risulta umana e verosimile, mentre l'interpretazione degli attori è assolutamente eccellente. Dalla dottoressa protagonista interpretata da una brava (comunque bellissima intensa e pertinente al ruolo), ma a mio avviso non eccelsa Lou de Laâge (già vista in Italia nel però mediocre L'attesa di Piero Messina) ad Agata Buzek, che incarna splendidamente una forza straordinaria e la volontà di risolvere il problema lasciandosi aiutare e aprendosi al mondo esterno (già detto della bravissima Agata Kulesza che rappresenta molto bene una logorante debolezza, quella di chi sbaglia e non riesce a perdonarselo). Tutto per un film di gran livello, incisivo, intenso, drammatico eppure ben equilibrato e scarno, un film tratteggiato con cura, dalle tematiche forti e di grande emozionalità, interpretato e diretto bene, nonostante qualche piccola ruffianeria nel finale (a cui si aggiunge l'inutile storia sentimentale dell'infermiera), capace di coinvolgere e interessare degnamente lo spettatore che si lascia travolgere dal fiume in piena di emozioni trasmesse (anche grazie ad una potente colonna sonora e al rigore ed equilibrio della regista nell'affrontare tematiche forti con una certa onesta, cosa non da poco), lasciandosi andare anche a qualche piccola (o grande) riflessione. Un film spiazzante che indaga la storia, la religiosità, la morale ed etica laica in un incontro verosimile e credibile che merita di essere visto e apprezzato. Voto: 7

6 commenti:

  1. Ero curioso di vedere "The Exception", somiglia un po' come trama a "Black Book" di Verhoeven, visto che tutto sommato lo hai promosso proverò a recuperarlo ;-) Cheers

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    1. Beh, Black Book è tutt'altra cosa in verità, almeno in termini di giudizio, ma sì, somiglia e lo consiglio ;)

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  2. Mai amato il genere, difatti salterei a piè pari i primi due titoli (e anche la tua recensione non ne parla in termini chissà quanto entusiasmanti, quindi...), però invece Agnus Dei sembra proprio bello e crudele, più della guerra stessa. Se riesce a suscitare emozioni, significa che qualcosa di buono c'è :)

    Moz-

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    1. Entusiasmanti affatto, perché entrambi abbastanza freddi seppur belli, mentre nonostante la neve davvero emozionante è infatti il terzo ;)

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  3. agnus dei: un film molto angosciante, molto toccante, bello!

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    1. Sì, abbastanza impegnativo ma davvero bello da vedere :)

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