venerdì 11 ottobre 2019

Dragon Trainer - Il mondo nascosto (2019)

Tema e genere: Terzo ed ultimo film del franchise di Dragon Trainer, una saga d'animazione incentrata sul rapporto d'amicizia tra un vichingo ed un drago.
Trama: A Berk vichinghi e draghi convivono sotto la guida di Hiccup e Sdentato. Ma uno spietato cacciatore di draghi costringe i nostri a cercare un altro rifugio. Un rifugio leggendario ai confini del mondo.
Recensione: Concludere una trilogia non è mai semplice, riuscire a dare il giusto senso di chiusura è un onere non indifferente e non sempre i risultati sono soddisfacenti, anzi spesso il terzo capitolo è quello con maggiore criticità. Non è questo il caso, perché Dragon Trainer - Il mondo nascosto (che a scanso di clamorosi ripensamenti è l'ultimo capitolo), che di per sé è un discreto film, chiude soddisfacendo lo spettatore e quindi il fan o amante della saga. Giacché la storia iniziata anni fa si conclude in maniera perfetta e il rapporto tra Hiccup e Sdentato è sviluppato in maniera coerente, sottolineando la crescita di entrambi, nonostante la vicenda qui raccontata si svolga appena un anno dopo rispetto a quella del secondo film. Da una parte il giovane protagonista deve far fronte alle responsabilità di essere il capo del villaggio di Berk, costantemente convinto di non essere all'altezza del padre, dall'altra il suo drago si ritrova per la prima volta di fronte a un esemplare femminile di Furia Buia (una Furia Chiara, per la precisione), situazione che porterà a siparietti divertenti, ma anche teneri e in alcuni casi toccanti. A fare da cornice al tutto animazioni impeccabili, le sole, attualmente, che rendono la saga di Dragon Trainer in grado di rivaleggiare con le pellicole della Pixar e della Disney Animation Studios. Un'estetica insomma a dir poco spettacolare. La resa grafica supera infatti quella dei due film precedenti e trova il suo culmine nel coloratissimo quanto misterioso Mondo Nascosto (peccato solo che Il Regno dei Draghi venga introdotto in tutta la sua magnificenza ma non venga approfondito in modo particolare). Va però detto che, rispetto ai capitoli precedenti, quello conclusivo (che tende a scivolare proprio dai capitoli precedenti di più verso soluzioni tradizionali e quindi prevedibili, anche se un un paio di spunti interessanti, belli e profondi, vengono forniti allo spettatore) pecca di superficialità nella caratterizzazione dei personaggi. Anche quelli già conosciuti si riducono a macchiette divertenti, ma senza una reale profondità.

giovedì 10 ottobre 2019

Martyrs (2008)

Tema e genere: Controverso film francese diretto da Pascal Laugier, un horror definito come il più innovativo degli anni 2000.
Trama: Lucie è ormai scomparsa da un anno, quando viene ritrovata mentre cammina lungo una strada, in stato catatonico, incapace di ricordare cosa le sia successo. La polizia scopre il luogo dove la ragazza è stata rinchiusa, un vecchio mattatoio abbandonato. Tuttavia Lucie non presenta alcun segno di abuso sessuale o di violenza. Quindici anni dopo, si trova in una casa in mezzo alla foresta, ha un fucile in mano, e uccide un uomo.
Recensione: Fastidioso, malato, stomachevole, ma anche intrigante, geniale, differente sono alcuni degli aggettivi coi quali i migliori divoratori di horror che conosca hanno definito Martyrs e cosicché che alla fine ho deciso di cimentarmi anch'io nella visione dell'horror più innovativo degli anni 2000. Premetto di amare il genere e di essere un piccolo fan dei "torture porn", ma questa pellicola proprio non mi ha convinto fino in fondo. Però confermo, l'opera non lascia lo spettatore indifferente e, cosa non da poco, più che la paura, la somatizzazione entra nella stanza accompagnata da una sensazione di fastidio che potrebbe mettere a disagio anche i più indomiti e/o insensibili polimorfi, non io, anche se, tra risatine isteriche, sussulti sulla sedia e pruriti improvvisi, tutto mi è capitato, anche che gli snack diventassero meno gustosi. E tuttavia nessuna scena è davvero devastante, in Hostel (o nell'altro capostipite dell'horror francese moderno, Frontiers), per fare un esempio, troviamo sequenze molto più disgustose e aberranti. In ogni caso, cos'è Martyrs, presentato all'epoca a Cannes, dove molte polemiche suscitò, è il frutto di una mente curiosa di approfondire la psiche umana (e l'anatomia), oppure il regista è l'ennesimo pazzo scatenato che vuole dimostrare a sé stesso e a chi è a caccia di nuovi brividi di essere bravo nel destabilizzare l'essere umano? O, forse, è solo il gioco perverso di qualcuno che per guadagno non disprezza fare leva sulle comuni paure? Insomma, il dubbio che l'autore (Pascal Laugier) vada oltre lo scibile per pura, semplice, atavica voglia di emergere sorge e che abbia un secondo e (forse) poco nobile fine pare probabile, soprattutto per la scelta di mostrarci tutti gli stadi che portano l'essere umano dal pieno delle facoltà mentali e dalla buona salute al morire di stenti e dolore sviluppando uno stato di grazia degno di approfondimento scientifico.

mercoledì 9 ottobre 2019

Vikings (5a stagione)

Tema e genere: Quinta stagione per la serie televisiva canadese di genere storico creata e scritta da Michael Hirst, incentrata sulle gesta del popolo vichingo.
Trama: Ivar, ancora pieno di rabbia per la morte del padre, dopo l'uccisione del fratello Sigurd al termine di Vikings 4, continua a sfogare la sua rabbia muovendo ancora guerra sul suolo inglese per espandere le conquiste dei Norreni (ma anche altro vorrebbe ed avrà). Floki, dopo la morte di Helga, parte per seguire la voce degli dei e si imbarca su una minuscola barca alla ricerca di una nuova vita (la troverà ma ad un prezzo). Dopo che Re Ecbert ha firmato il trattato per cedere parte delle sue terre ai Norreni, suo figlio, Re Aethelwulf, cerca di sfuggire ai pagani con l'aiuto del Vescovo Heahmund. I figli del Re Aethelwulf, Alfred e Aethelred, però non saranno in accordo col modo di agire del padre (che ben presto morirà, e complicata sarà la successione, ingombrante lo zampino della madre). Lagherta continuerà a regnare a Kattegat, ma sarà sempre più minacciata.
Recensione: La serie Vikings, al termine della quarta stagione (qui la recensione), aveva gettato le basi per un'importante svolta nella trama mostrando la morte di Ragnar Lothbrok e le prime anticipazioni su chi avrebbe assunto un ruolo da protagonista nelle puntate inedite. Il creatore dello show, Michael Hirst, ha chiuso (forse sbagliando) un importante capitolo della storia e ha dato vita a spunti narrativi inediti che, tuttavia, forse per colpa dell'assenza della sua punta di diamante, non sono riusciti a mantenere intatta l'atmosfera che aveva contraddistinto fin dal suo inizio il progetto targato History. Questa stagione infatti, segna non solo il punto più basso, ma lascia nello spettatore un senso di frustrazione notevole. Rabbia per aver lasciato che un prodotto valido, innovativo ed indipendente venisse abbandonato a sé stesso. Rabbia per una sceneggiatura quasi inesistente, se non in alcuni momenti di tensione davvero alta (che si possono contare sulle dita di una mano). Delusione per la mancanza di personaggi nuovi a cui appassionarsi, a cui interessarsi e legarsi, come era accaduto nelle stagioni precedenti. Guardando questa stagione si ha l'impressione di osservare una nave che affonda senza la possibilità di salvarla. Una stagione povera di novità e dove quei pochi personaggi che potevano sembrare interessanti scadono nella banalità, prima di essere eliminati completamente per mancanza di logica o coerenza di trama (la suddetta è infatti abbastanza confusa). Il personaggio di Jonathan Rhys Meyers, che prometteva di portare nuova linfa vitale, è stato sballottato da un lato all'altro, finendo in una rete di monotona inutilità. Si tratta tuttavia soltanto di un rappresentante di quella che è una serie lunga di esempi. Personaggi male utilizzati o poco sfruttati, in questo contesto, sono stati davvero tantissimi. Sono mancate le fondamenta che avevano reso la serie tv di Michael Hirst un punto di riferimento tra gli sceneggiati storici. Vikings era un'innovazione nel suo genere: per i dialoghi, le dinamiche e le trame. In questo caso, dato che si è già detto come i personaggi siano allo sbaraglio, non si può che sottolinearne anche la scialba parlantina. Forse si poteva definire Vikings ai suoi albori come "acerba" nei dialoghi, ma quest'ultimi non sono mai stati così brutti come in queste circostanze (e il doppiaggio non aiuta).

martedì 8 ottobre 2019

Cold War (2018)

Tema e genere: Dramma romantico, che ha ricevuto tre nomination ai premi Oscar 2019, tra cui quella nella categoria miglior film in lingua straniera, che è il racconto di una appassionata relazione tra due persone di differente background e temperamento, che sono fatalmente attratte e condannate l'una all'altra.
Trama: Sullo sfondo della guerra fredda, tra la Polonia, Berlino, la Jugoslavia e Parigi degli anni anni Cinquanta, ha luogo un'impossibile storia d'amore in un momento storico altrettanto impossibile, quella tra una cantante e un musicista.
Recensione: Un amore impossibile in piena Guerra Fredda. Un dramma in bianco e nero che dipinge la relazione tossica e carnale tra allieva e maestro (beninteso), a suon di canzoni. Nell'arco di quindici anni, i due amanti si lasceranno per poi ritrovarsi passando dalla Polonia stalinista, a Berlino-est, da una Parigi bohémienne (forse troppo idealizzata?) alla Yugoslavia comunista. La loro relazione sarà dolorosa, potente ma priva di fronzoli. Il loro amore intenso e al contempo fugace rifletterà i tempi morti e mortiferi di un'Europa disunita e senza colori. Mettiamo subito in chiaro una cosa: Cold War (premiato a Cannes 2018 per la miglior regia e vincitore di ben 5 European Film Awards, i cosiddetti Oscar europei: miglior film, regista, attrice, sceneggiatura e montaggio, selezionato ai premi Oscar 2019 per il miglior film in lingua straniera) è un film tecnicamente perfetto, addirittura sublime dal punto di vista dello stile, per l'eleganza di un bianco e nero nitido e lucente, che si sposa alla perfezione con musiche sussurrate e sognanti, che spaziano dai canti contadini polacchi al jazz (da brividi la scena della protagonista Joanna Kulig che canta suadente Dwa serduszka), con una fotografia da manuale ed inquadrature splendidamente studiate (vedi la bellezza con cui è costruita quella del ballo coreografico di fronte alle gigantografie dei leader sovietici), e da questo punto di vista è indubbiamente grande cinema (di un cinema che fu). Tuttavia la storia, la tormentata vicenda di due musicisti innamorati che si prendono e si lasciano, si rincontrano e si abbandonano, non possono stare insieme, ma nemmeno a fare a meno l'uno dell'altra, rincorrendosi da un capo all'altro dell'Europa degli anni '50 e '60, divisa dalla cortina di ferro, coinvolge fino ad un certo punto, in un'opera che basa il suo innegabile fascino più sulla forma che sul contenuto. Dello stesso regista Pawel Pawlikowski mi aveva molto più emozionato il precedente Ida (con cui vinse la prestigiosa statuetta), dove la perfezione formale si sposava perfettamente ala profondità del contenuto. In Cold War, invece la freddezza del titolo sembra posarsi anche sul suo contenuto, che non raggiunge il livello sublime della sua forma, spegnendo e raffreddando la passione che dovrebbe travolgere i due protagonisti. Nonostante ciò, il risultato finale di Cold War è un risultato di altissima qualità. Una qualità che deve certamente molto alla performance dei due attori protagonisti (bravo è anche Tomasz Kot). Cold War è difatti un film che difficilmente lascia la parola a personaggi satellitari, focalizzandosi piuttosto sul microcosmo di coppia e sul furor che contraddistingue questa relazione fagocitante e morbosa. Parrebbe addirittura che il regista si sia ispirato alla tumultuosa relazione dei suoi genitori, e che per interpretare il ruolo di Zula abbia scelto un'attrice imperscrutabile e sensuale, proprio come la madre.

lunedì 7 ottobre 2019

Maria regina di Scozia (2018)

Tema e genere: Dramma storico, adattamento cinematografico della biografia My Heart Is My Own: The Life of Mary Queen of Scots scritta da John Guy.
Trama: Maria Stuart (Maria Stuarda nella sua italianizzazione) torna nella natia Scozia per riprendersi il suo trono ma si ritrova circondata dagli intrighi e in inevitabile contrapposizione ad Elisabetta di Inghilterra.
Recensione: In piena renaissance di regine non poteva mancare all'appello Maria Stuarda, già deposta dal trono del cinema in almeno altre quattro occasioni (memorabile la prima, del 1936, ad opera di John Ford). Questa scritta dallo sceneggiatore di House of Cards Beau Willimon e diretta con mestiere dalla veterana del teatro inglese alla prima regia cinematografica Josie Rourke, è però una versione modernizzata smaccatamente femminista. Difatti, più che un film storico sembra di essere di fronte ad un'opera allegorica ai tempi del #MeToo (in tal senso è tangibile la mano di una donna: i temi sono enfatizzati eccessivamente da diventare quasi tutto ridondante e stucchevole), dove Maria ed Elisabetta sembrano simboli delle vessazioni degli uomini, del loro controllo e allo stesso tempo dell'ideologia che una donna non è solo moglie e madre. Fosse stato presentato in tal modo, molto probabilmente mi sarebbe piaciuto di più ed avrebbe ricevuto più consensi, ma in quanto film storico dovrebbe raccontare ciò che più presumibilmente è accaduto, nel modo più fedele possibile. Maria regina di Scozia dà invece un'interpretazione diversa e più "personale" di ciò che si può leggere sui libri di storia (la modernità di due donne di potere, ma sole, circondate da uomini benpensanti ma in realtà violenti, affamati e sibillini, guarda dritta ai nostri tempi). A tal proposito la critica più importante da muovere al film è proprio l'inesattezza storica. Gli sceneggiatori hanno voluto imprimere al film una chiave più romanzata rispetto ad un racconto vero e proprio. Maria ed Elisabetta sembrano, più che due regine, due burattini nelle mani degli uomini e l'odio reciproco decantato nei libri di storia viene quasi trasformato in una dualità creata dai rispettivi entourage. A dare lustro al film sicuramente è il contorno. L'esperienza teatrale della regista si percepisce nella cura dei dettagli scenografici (anche se, questa sua messa in scena è in verità talvolta smaccatamente teatrale, era molto più moderna e coinvolgente quella dell'Elizabeth di una ventina di anni fa) e nell'artisticità di alcuni dei momenti chiave del film (su tutti l'incontro finale tra Maria ed Elisabetta, che però in verità e nella realtà non è mai avvenuto). A proposito dei dettagli, essi sono importanti e in Maria regina di Scozia sono ineccepibili, facendo guadagnare alla pellicola almeno mezzo voto in più nel giudizio finale. Dato che anche trucco, parrucco e soprattutto i costumi fanno la loro parte, tant'è che entrambi sono stati apprezzati (da me non tanto, troppo pesante il trucco, acconciature strane, bene invece i costumi) e menzionati in tutti i premi che contano (ma nessuno vinto, e giustamente direi).

venerdì 4 ottobre 2019

Green Book (2018)

Tema e genere: Vincitrice di tre premi Oscar 2019 tra cui quello come miglior film del 2019, questa agrodolce pellicola racconta l'amicizia tra un buttafuori italo-americano e un pianista afroamericano nell'America negli anni sessanta, fornendone così un importante affresco di quegli anni.
Trama: La vera storia di Tony Lip, un buttafuori italo-americano che nel 1962 viene ingaggiato per portare Don Shirley, uno dei pianisti jazz più famosi del mondo, da New York sino al profondo sud degli USA per un tour di concerti. Nell'epoca precedente all'affermazione dei diritti civili, l'afroamericano Shirley deve difendersi dal razzismo e dai pericoli a esso connessi. I due si ritroveranno a stringere un inaspettato legame, aprendo entrambi gli occhi sulla realtà e sul mondo in cui vivono.
Recensione: Peter Farrelly, regista comico tendente al demenziale, che ha alle spalle risultati talvolta felici e talvolta decisamente infelici (l'ultimo Scemo & + scemo 2), qui sorprende con questa commedia agrodolce, ben calibrata su tutti i fronti, gustosa e ricca di ingredienti variegati e diversi, ma ben dosati e mescolati tra loro. Il tono del film è amaro ma il regista riesce a farci ben convivere un pizzico di commedia, cosicché la vicenda triste e amara di un pianista nero di talento che affronta una serie di concerti nel sud razzista degli Usa, accompagnato da un italoamericano di bassa estrazione, venga raccontata con delicatezza, con dolcezza, con un sorriso senza scadere mai nella retorica lacrimosa del dramma. Condita da una colonna sonora evocativa, da una ricostruzione storica affascinante, da paesaggi naturali bellissimi che contrastano con la cultura becera e razzista degli Stati Uniti degli anni '60 (che in quegli anni era profonda), quella di Green Book è una storia (grazie alla sceneggiatura, una sceneggiatura ben scritta, in cui le battute ficcanti e le trovate spiazzanti tengono alto il ritmo e le divertenti zuffe verbali tra i due improbabili compari impediscono la caduta nel buonismo più mieloso) che scorre ottimamente per oltre due ore senza mai un calo di ritmo, in un crescendo di tensione narrativa esemplare (c'è da notare che a ogni tappa in cui il pianista si reca, gli episodi di intolleranza si fanno più fastidiosi). I due protagonisti, Viggo Mortensen e Mahershala Ali, con le loro recitazioni agli antipodi, il primo molto sopra le righe e il secondo rigorosamente contenuto, il primo caciarone ed estroverso e l'altro timido e sofferente, danno vita a uno scontro stilistico/recitativo decisamente incisivo, che mantiene sempre alto il livello del ritmo. Il film posa soprattutto su di loro, su questo scontro/incontro così brillante e frizzante e mai banale, che è una gioia per chi lo guarda (molto belli infatti i dialoghi tra i due: accalorati scontri durante le scene in auto, e più intimi ed emozionali durante i pasti o nelle camere d'albergo). Insomma, per farla breve, Green Book (il titolo del film deriva da una guida per afroamericani pubblicata tra gli anni '30 e '60 del secolo scorso, The Negro Motorist Green Book, guida che indicava gli hotel e ristoranti in cui erano benvenuti negli stati del Sud, un insieme di posti dalle condizioni igieniche precarie, lontani da standard di decenza e dal benessere dei bianchi) è un film semplice ma dotato di un meccanismo perfetto, ricco di sensibilità, di impegno civico e anche di un po' di poesia in cui lo stile di Peter Farrelly ha apportato quel tocco di umorismo che ha consentito alla narrazione di non scivolare mai verso la retorica del dramma. Difatti è un film che fa riflettere, che coinvolge, che crea indignazione, ma sempre con un sorriso sulle labbra che, talvolta, sfocia nella commozione (da Road Movie a tema Buddy Buddy coi fiocchi, con un ritmo coinvolgente e con dei momenti molto divertenti). Non so se era da Oscar (come miglior film soprattutto), me ne mancano un po' ancora, ma sicuramente da vedere, rivedere e far vedere.

giovedì 3 ottobre 2019

Riviera (2a stagione)

Tema e genere: Seconda stagione della serie televisiva britannica dai toni drammatici e thriller creata da Neil Jordan e prodotto originale Sky.
Trama: La trama della seconda stagione di Riviera riprende esattamente da dove si era interrotta: dopo il tête-à-tête con Adam e conseguente burrasca Georgina viene salvata da Raafi Al-Qadar (Alex Lanipekun), un uomo di affari in luna di miele con la moglie Daphne (Poppy Delevingne), che diventa amica della protagonista ed è la figlia di Lady Cassandra Eltham (Juliet Stevenson), che nasconde un inaspettato segreto. Un segreto (più di uno) che verrà a luce e scompiglierà le carte, che metterà in difficoltà Georgina, che nel frattempo si ricongiungerà con il suo carismatico zio Jeff (Will Arnett), e verrà quindi svelato qualcosa in più sul difficile passato che la donna si è lasciata alle spalle negli Stati Uniti, e in ultimo dovrà anche fare i conti con affascinanti e misteriosi personaggi (uno, Noah) e loschi individui (tanti, uno in famiglia e l'altro no).
Recensione: Quasi quasi tenderei a rivalutare la prima stagione, valutata positivamente ma con tante riserve (qui la recensione), perché quelle riserve in questa seconda stagione non si sciolgono, anzi, la stagione cerca infatti di dare nuova linfa ad una trama sempre a rischio in più punti nel scivolare in atmosfere e in svolte narrative da soap opera, introducendo ulteriori personaggi e dando maggior spazio ai misteri, ma non ci riesce. I nuovi arrivi, aumentano la percentuale di intrighi internazionali, tra morti, opere d'arte e relazioni sentimentali ed economiche, ma la confezione patinata e incredibilmente glamour ideata per Riviera, tra famosi dipinti, yacht e residenze lussuose, non riesce a mettere in secondo piano la narrazione in cui il grado di irrealtà cresce in modo esponenziale fin dal primo episodio, tra morti e "ritorni in vita" (più o meno) inaspettati. Una narrazione che riprende dal finale della prima stagione, che riprende la storia di una famiglia in lutto, ancora alle prese con la "morte" del capofamiglia, che certamente ha un buon ritmo, e infatti la seconda stagione della serie originale di Sky Atlantic non ci lascia mai un momento di tranquillità, ma sono davvero troppe le cose da raccontare, e purtroppo, come spesso accade, quando ci sono diverse storyline intrecciate, si fatica a renderle efficaci tutte quante. Perché sì, gli sceneggiatori cercano di allontanarsi lievemente dai sentieri già percorsi, anche facendo scoprire qualche pagina inedita sul passato della protagonista interpretata da una (ancor più) statica Julia Stiles, ma quello che ne esce, insieme a tutta la rete di bugie e dettagli oscuri che contraddistingue la loro famiglia, è ugualmente una puntata (più puntate) di Beautiful. Infatti la somiglianza con titoli maggiormente vicini alla soap opera, come anche Dallas o Dynasty, non scompare, anzi, e al contrario, fin dal primo episodio diventa evidente a causa appunto del ritorno di una figura che sembrava ormai destinata a far parte del passato dei protagonisti.

mercoledì 2 ottobre 2019

Hell or High Water (2016)

Tema e genere: Western moderno dai caratteri esistenzialisti firmato David Mackenzie.
Trama: Due fratelli, un ex detenuto e un padre divorziato, si confrontano con il rischio chiusura della fattoria di famiglia nel Texas e decidono di collaborare per mettere a segno una serie di rapine. Un uomo di legge, però, segue le loro tracce ed è determinato a fermarli.
Recensione: Finalmente completata la trilogia informale ideata da Taylor Sheridan che tratta della moderna frontiera americana. Infatti, dopo l'ottimo Sicario e il discreto I segreti di Wind River, ecco l'ultimo buon capitolo finale, anche se è questo in verità il secondo dei tre. Comunque dettagli a parte, con Hell or High Water, primo film prodotto da Netflix a ricevere una candidatura all'Oscar come miglior film, lo sceneggiatore statunitense coadiuvato dal regista britannico David Mackenzie (regista tra l'altro del bellissimo Perfect Sense con Eva Green) chiude il suo cerchio. Appunto con un western contemporaneo ad alto ritmo (che comunque si prende i suoi tempi nel far decollare la storia) e dai caratteri esistenzialisti (in questo è bravo il regista nel soffermarsi sui personaggi, e far capire il movente del crimine, di cui alla fine siamo un po' tutti colpevoli, perché egli non vuole giustificare i misfatti, ma farne comprendere l'origine, nella speranza che qualcosa possa cambiare). Hell or High Water (il cui titolo si riferisce ad un modo di dire: "come hell or high water", che significa "qualunque cosa accada", ma anche "ad ogni costo") è infatti un affascinante western postmoderno in cui al posto dei cavalli ci sono le auto e in cui è fortemente accentuata l'idea della fine di un'epoca (è il caso della scena della transumanza dei capi da bestiame da parte di cowboys che suonano quasi anacronistici), una tragica parabola sull'America, in cui a contare è solo il denaro, in tutte le sue declinazioni. Un film in cui si posa uno sguardo amaro su una società persa e sugli individui che la popolano, una società divisa, ferita, in cui la distinzione tra giustizia e vendetta sommaria è quanto mai labile (agli occhi di un europeo risulta sempre impressionate vedere il numero di persone armate e alcune di loro che, in una sequenza da vero western, si mettono ad inseguire i criminali per farsi, per l'appunto, giustizia da soli). Ma non vi è solo questo: il motore di tutto, com'è reso palese ed evidente, ciò che sta dietro ad ogni cosa è l'avidità delle banche, che, costringendo gli individui a scelte disperate, è all'origine dell'escalation di sangue e violenza del film. Ci sono poi riflessioni non banali circa le contraddizioni di una nazione fondata sul sangue (al pari di molte altre), spazzando via intere popolazioni e specie.

martedì 1 ottobre 2019

The Last Sharknado: It's About Time (2018)

Tema e genere: Capitolo finale della saga trash più folle e divertente di sempre.
Trama: Per salvare il mondo da una catastrofica fine, Fin viaggia nel tempo per far risorgere la sua famiglia e fermare lo sharknado che ha dato inizio al tutto. Nella sua epica avventura, combatterà contro dinosauri, cavalieri, cowboy e naturalmente squali volanti. Per lui non si tratterà di capire come fermare i terribili uragani che portano squali ma piuttosto di capire quando farlo.
Recensione: Non potevo lasciare incompleta la saga di Sharknado e non potevo non recensire l'ultimo e conclusivo film della serie. Dovevo infatti, anche a distanza di un anno, recuperarlo, e così ho fatto, anche se ciò ha significato vedere appunto scritto su schermo la parola FINE. Ma tutte le cose, belle o brutte, hanno una fine, da lamentarsi quindi niente c'è, al massimo si potrebbe constatare il fatto che questo congedo avvenga con un ultimo capitolo stanco e ben poco ispirato, capace di sprecare anche i pochi lampi in canna. Se infatti Sharknado 5: Global Swarming aveva a sorpresa rinvigorito il franchise, iniettando nuova energia e ulteriore auto-consapevolezza per le assurdità che metteva in scena, purtroppo The Last Sharknado - It's About Time (o Sharknado 6) fa un enorme passo indietro, dando sostanzialmente ragione a tutti quelli che si meravigliavano che si fosse arrivati al sesto film. Funziona a intermittenza e il risultato è frustrante, un'occasione sprecata di dare il folle, ma piacevole, finale che i coriacei fan avrebbero voluto vedere. I presagi nefasti sono chiari già nei primi 30 secondi della pellicola diretta ancora una volta da Anthony C. Ferrante, quando veniamo trasportati indietro nel tempo fino all'era preistorica, ma soltanto il leggendario Fin (il sempre convintissimo Ian Ziering) effettua il "salto". La promessa finale di Global Swarming di vedere qui Dolph Lundgren tirare pugni e/o sparare agli squali in giro per il tempo al fianco dello storico protagonista si rivela pertanto dolorosamente una mera illusione, solo vagamente giustificata. In compenso Fin si ricongiunge alla moglie/robot April (Tara Reid) e alla sventratrice di squali e barman Nova (Cassie Scerbo), con l'ensemble che si arricchisce di un paio di facce familiari grazie alla resurrezione di Bryan (Judah Friedlander) e Skye (Vivica A. Fox), spariti in Sharknado 2. La pigrissima scusante del "stiamo parlando di viaggi nel tempo, non fatevi troppe domande" è dominante, ma nonostante l'apparentemente interessante idea di fermare il primo Sharknado della storia per cambiare il futuro, The Last Sharknado - It's About Time risolve la questione nei primi dieci minuti, per poi cambiare marcia e sostanzialmente dedicarsi solo alla ricerca di Gil, il figlio perduto di Fin e April.

lunedì 30 settembre 2019

Gli altri film del mese (Settembre 2019)

Non so cosa vi aspettavate che vi dicessi in merito a quanto accennato venerdì scorso, semplicemente che in occasione di alcune recensioni di un gioco e di alcune serie verrà messa da parte la classica scheda, perché facile ma allo stesso tempo difficile da compilare. A proposito della scheda, quest'ultima dall'anno prossimo verrà revisionata, alcuni dettagli saranno compilati in modo diverso, con un metodo diverso, non so ancora quale sarà questo metodo, ma sarà sicuramente meno impegnativo e più diretto, però ci sarà tempo per decidere e farvi sapere tutto. Comunque una cosa da dire adesso di importante c'è, ovvero che il blog nella terza settimana di Ottobre osserverà una settimana di riposo, per permettermi di ricaricare le pile prima dello sprint finale, in cui cercherò di completare alcune liste. Una settimana in cui avrei dovuto fare un sondaggio, come avevo detto mesi fa, per farvi scegliere una pellicola o una serie che facesse da "sfondo" al mio prossimo banner, ma proporlo non è così facile come mi aspettavo, bisogna fare tanti "giri", e così sarò io a scegliere ed al ritorno dalla pausa sarà pronto. Però prima di arrivare a questo punto, c'è tanto da scrivere e soprattutto leggere, recensioni come queste qui, di film sufficientemente belli.

venerdì 27 settembre 2019

I peggiori film del mese (Settembre 2019)

E' ormai ufficiale da giorni che l'estate abbia lasciato il posto all'autunno, il solstizio c'è infatti stato, e quindi la prima è passata e il secondo è iniziato. Tuttavia c'è chi avrebbe preferito che l'estate continuasse e chi voleva finalmente che terminasse. Non io in entrambi i casi, non faccio difatti parte né di uno né dell'altro gruppo, perché se l'estate si è portato finalmente via alcuni malanni metereopatici (dati dal caldo) che mi assillavano, l'autunno ha cominciato a portarmene altri, soprattutto uno, l'assillante congelamento delle mani, che non fa altro che accentuare le mie già difficoltà di gestualità nel "guidare" il computer. Fortunatamente di metodi per evitare ciò ci sono e di sicuro li userò, ma è comunque una seccatura. Al contrario di seccature (altre seccature) questo settembre non ha portato, sia in campo reale che virtuale. Anzi, in quest'ultimo campo qualcosa si è mosso, ma di questo ne parlerò meglio domani. Per adesso, e in attesa di conoscere gli altri film del mese (quegli altri che mi sono piaciuti) appunto domani (ops...lunedì), ecco quelli peggiori, quelli possibilmente da evitare.

Looking Glass (Thriller, Usa 2018)
Tema e genereNicolas Cage e Robin Tunney in un thriller voyeuristico.
Trama: In un motel nel deserto, una coppia scopre l'esistenza di una stanza segreta dove accadono torbidi e inaspettati eventi. Quando ci scappa anche il morto, l'arrivo di un fastidioso poliziotto mette sottosopra la vita di entrambi.
Recensione: Nonostante la presenza del mitico Nicolas Cage e della bella e in forma (nonostante una certa età) Robin TunneyLooking Glass non è un film che si potrebbe considerare della, tipica grande qualità. In primis è tutto strano, come strani sono i comportamenti dei protagonisti, quest'ultimi che lo sono per colpa della pessima sceneggiatura, tanto che difficilmente si attende il finale per capire chi è l'assassino (sfido chiunque a non capire chi sia il colpevole dopo i primi 60 minuti). Il thriller di Tim Hunter ci porta nella vita di una coppia sconvolta da un dramma, dal quale decide di allontanarsene e di voltare pagina acquistando un motel in un posto quasi totalmente disabitato, se non da pochi esseri guardinghi e sospettosi. Durante il film le scene spesso sono abitate da brevissimi flashback che rammentano ciò che è accaduto alla coppia e da cui si può dedurre che hanno perso la loro unica figlia. Ma il film non approfondisce mai la questione e non suggerisce cosa le sia accaduto: questa è una delle tante piccole pecche drammatiche del film, che ha il pessimo vizio di aprire infinite sotto-trame senza mai risolverle o concluderle. Looking Glass - Oltre lo specchio è simile al film di Drew Goddard 7 sconosciuti a El Royale per l'ambientazione e la scelta di usare l'idea dello specchio semiriflettente inserito in un motel (senza dimenticare una certa somiglianza anche con Vacancy), ma per il resto i due film sono totalmente agli antipodi. Il film è in parte un thriller voyeuristico, in parte un dramma coniugale, ma sfortunatamente, nessuno di questi elementi si fonde perfettamente con l'altro. La pellicola, nonostante un'interessante premessa che racchiude delle buone potenzialità, soprattutto alcune che lo collegano nelle prime scene alle atmosfere di Psycho, non si solleva minimamente dalla sua stasi, da un'inerzia narrativa che soffoca ogni scena e ogni intrigo, diventando una mera e pallida imitazione di un decadente spettacolo auto-indulgente. Looking Glass - Oltre lo specchio è un desueto B-movie noir, un film che possiede l'estetica di un low-budget di fine anni '80, al centro del quale non c'è un vero tema di base, non c'è un messaggio o un motivo per cui la maggior parte dei personaggi agisce o fa ciò che si vede nel film. La trama è divergente, confusionaria, cambia registro e direzione e invece di rendere interessante l'omicidio e creare tensione, offre solo la noia e la prevedibilità di un finale stanco e poco travolgente.
Regia/Sceneggiatura/Aspetto tecnico/CastLooking Glass - Oltre lo specchio è uno spreco di attori di talento, che tentano di dare il massimo (forniscono infatti prove abbastanza ordinarie) per un film avvilito da una scrittura povera, piena di cliché, con dei personaggi poco caratterizzati e una storia determinata da una sovrabbondanza di trame, e da una regia non particolarmente frizzante, regia che inoltre non riesce a trasmettere nulla di forte o emozionante. Il film, che gioca un po' a Sherlock Holmes, e il gioco è tutto lì, per il resto, il film si trascina in maniera bizzarra, inusuale, anche per colpa del pessimo montaggio, scivola in una resa dei conti finale vuota e disordinata che dà la mazzata finale ad un film decisamente mediocre.
Commento Finale: Latita nelle spiegazioni e nei dettagli che riescano a fornire una qualche soluzione a delle domande che sorgono spontanee e che rimangono senza una risposta valida. Nel complesso, Looking Glass si lascia guardare, anche se per quasi un'ora non succede nulla di rilevante, ma non riesce a trasmettere grandi sensazioni positive o quella certa atmosfera intrigante che si meriterebbe un voto positivo. Nicolas Cage qui non è neanche male (ha fatto decisamente di peggio), e la storia per buona parte è anche interessante, peccato davvero per il finale che è ridicolo e senza senso, rovina il film e fa calare decisamente il voto sotto la sufficienza.
Consigliato: Dico solo che se non volete perdere tempo evitatelo, punto.
Voto: 4,5
[Qui Trailer, più info e più dettagli]

giovedì 26 settembre 2019

Ocean's 8 (2018)

Tema e genere: Sequel e spin-off al femminile della trilogia Ocean's, l'heist movie per eccellenza.
Trama: Dopo cinque anni trascorsi in prigione, Debbie Ocean ha in mente il colpo più grande della sua vita: rubare una collana di diamanti dal valore di 150 milioni di dollari. Per riuscirci, mette in piedi una squadra di sole donne pronte a colpire durante una delle serate di gala più importanti di New York.
Recensione: Era un film atteso Ocean's 8 (non da me comunque), il film diretto da Gary Ross che voleva forse replicare il successo ed avere la stessa potenza della trilogia originale ma non ci riesce. Non solo perché la pellicola in sé non ha abbastanza forza stilistica da essere minimamente paragonabile all'originale (ha meno ritmo e più glamour), ma anche per la storia raccontata, che di avvincente non ha nulla (neanche di tanto divertente). Otto donne, tutte diverse tra loro, che devono rubare gioielli di valore inestimabile. Già il soggetto non gode di particolare originalità, se poi si pensa al modo in cui è stato orchestrato il piano e la sua esecuzione, ci rendiamo conto che il tutto si svolge in maniera troppo veloce. Sì, il piano è stato ideato da Debbie e messo a punto in quasi sei anni, ma allo spettatore viene mostrato poco come le protagoniste insieme si siano preparate per metterlo in pratica. Così come la realizzazione dello stesso, i cui dettagli vengono messi in luce solo successivamente, adottando la tecnica del flashback. Quello che manca per aderire completamente al genere è però un senso di suspense classico degli heist movies. Il colpo è talmente ben oliato che nulla ne turba lo svolgimento, grazie alla professionalità delle truffatrici, una buona dose di inverosimiglianza, e colpi di scena non del tutto imprevedibili, e decisamente esagerati. Ma tutto questo è secondario: quello che manca davvero è un antagonista. Insomma tutto è semplice e facile, anche troppo. Inoltre il lungometraggio viene in parte schiacciato anche dal dovere di essere una pellicola interpretata da donne e, per qualche strano motivo, in quanto tale obbligata a piacere prima di tutto alle spettatrici, trasformandosi in più punti un "fashion movie" alla Sex and the City dove gli outfit sfoggiati dalle attrici e dalle star/cameo distolgono l'attenzione da una narrazione già abbastanza fragile e sfilacciata. In Ocean's 8 ritroviamo alcuni interpreti del cast originale, mentre scopriamo che altri, molto probabilmente, non li vedremo più. È sempre bello, però, vedere su schermo dei rimandi a un qualcosa che il pubblico, per la maggior parte, ha amato, o comunque apprezzato molto. E probabilmente è proprio questo il punto forte della pellicola, insieme a una sceneggiatura diretta (ma non propriamente solida) e all'intenzione di rafforzare il concetto di solidarietà fra donne e i forti legami che si possono creare tra i loro. Ognuna di queste donne ha un'abilità specifica, ognuna contribuisce a rendere il piano perfetto, ognuna sa esattamente dove deve essere nel momento esatto in cui dovrebbe essere in quel posto.

mercoledì 25 settembre 2019

Warrior (1a stagione)

Tema e genere: Tratta dai racconti di Bruce Lee, la serie si intromette sul mercato a suon di calci, pugni e arti marziali scenografiche. Tuttavia non è solo l'azione il tema predominante, ma i diritti dei lavoratori e il razzismo, però non si sbaglia chi dice che questo è soprattutto uno spaghetti western in salsa cinese.
Trama: 1878. San Francisco è una polveriera pronta a scoppiare. Gli imprenditori americani, usando la manodopera cinese a basso costo, hanno creato disoccupazione e malcontento nella comunità nativa degli irlandesi. Chinatown si è invece espansa diventando il vero cuore pulsante della city. Il quartiere è, però, in mano alle tong, clan criminali che gestiscono loschi affari come gioco d'azzardo e prostituzione. La tensione è tale che il sindaco di San Francisco è costretto a formare una squadra speciale apposta per Chinatown, reclutando il riluttante Bill O'Hara, un poliziotto di origine irlandese, razzista, corrotto e pieno di debiti. È in questo clima che sbarca Ah Sahm (Andrew Koji, che per il suo atteggiamento, le movenze e addirittura lo stile di combattimento ricorda il leggendario protagonista de Il furore della Cina colpisce ancora), campione di arti marziali che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. È a San Francisco per cercare una misteriosa ragazza, ma quando la troverà, sarà solo l'inizio di tutti i suoi problemi.
Recensione: Davvero eccezionale è il nuovo prodotto di punta di Cinemax, già rinnovato per una seconda stagione e andato in onda nel nostro paese su Sky Atlantic. Parlo ovviamente di Warrior che, sebbene sia destinato a fare alcuni paragoni con Peaky Blinders per la sua trama incentrata sulla banda, marcia al ritmo del suo stesso tamburo ed è ancora più forte per questo. Combinando infatti combattimenti ben coreografati, trame politiche e un ambiente instabile di San Francisco del 1870, Warrior fa bene a mantenere le cose interessanti e imprevedibili (e divertenti) durante tutti i suoi 10 episodi. Supervisionato da Jonathan Tropper (lo showrunner di Banshee), Warrior si basa su un soggetto sviluppato per la televisione da parte di Bruce Lee nel 1971 che fu però cassato dalla Warner Bros e dalla Paramount, tuttavia la figlia di Lee, Shannon (che figura tra i produttori esecutivi), ha recuperato il materiale originale, annunciando nel 2015 lo show che avrebbe dovuto in principio essere diretto da Justin Lin (il regista di molti capitoli della saga di Fast And Furious), e così è stato. Fin dal pilot si nota come la nuova serie della Cinemax (canale "fratello" di HBO) prenda presumibilmente spunto non solo da Banshee (che tuttavia ancora mi manca nella sua interezza), mostrando la sua natura pulp, ma anche da Peaky Blinders: Warrior, che racconta le faide di fine Ottocento tra gang cinesi all'interno delle Chinatown americane (le cosiddette Tong Wars), mette in scena un microcosmo corrotto e razzista in cui domina la legge del più forte. Nonostante sia presente uno sguardo tutt'altro che caricaturale della società statunitense di allora, la creatura di Jonathan Tropper è principalmente intrattenimento rivolto ad un pubblico maschile: lo show non ha paura di mostrare scene di sesso esplicite (in coerenza con l'anima softcore del canale via cavo controllato dalla Warner, ricordate Strike Back? che a proposito è ancora viva) e, soprattutto, mette in grande risalto il kung fu. Attraverso il lavoro di stuntman bravissimi i combattimenti sono la vera attrazione di Warrior, capaci di tenere incollato lo spettatore davanti allo schermo per il loro realismo.

martedì 24 settembre 2019

Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità (2018)

Tema e genere: Dramma biografico che racconta gli ultimi e tormentati anni di Vincent Van Gogh, dalla burrascosa amicizia con Paul Gauguin, fino al colpo di pistola che lo uccise a soli 37 anni.
Trama: Uno sguardo al periodo che Vincent Van Gogh ha passato nella regione di Arles tra il febbraio del 1888 e il maggio del 1889.
Recensione: Dopo decine di adattamenti e opere originali dedicategli (l'ultimo bellissimo Loving Vincent, troppo particolare, per tecnica ed inventiva, per essere dimenticato), arriva Julian Schnabel con il suo Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità a parlare ancora una volta di Vincent Van Gogh. Presentato alla 75ma Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia, il film si focalizza sugli ultimi anni di vita dell'artista, tormentato da grosse difficoltà economiche e da una crisi esistenziale che lo ha portato al crollo delle sue condizioni psichiche e al ricovero presso l'ospedale psichiatrico di Saint Remy. Per parlare di un personaggio-simbolo della cultura occidentale su cui tutto sembra esser stato detto, il regista lavora per ellissi e sottrazioni, contestualizzando la figura tormentata di Vincent quasi esclusivamente attraverso la sua arte. Il film privilegia infatti la materia pittorica in quanto tale piuttosto che la componente biografica, scommettendo sulla composizione di immagini e paesaggi, sono i luoghi, i colori e i dipinti a parlare, ancor più del protagonista e del suo viaggio "sulla soglia dell'eternità", come recita il titolo della pellicola tratto da un suo dipinto. Schnabel conosce bene la materia che sta trattando (oltre che regista è lui stesso un pittore) e vuole omaggiare l'artista imitandone lo stile pittorico: colori saturi, scene di paesaggi sconfinati e inquadrature in soggettiva sembrano volerci calare nei panni dell'ultimo Van Gogh, solo e discriminato da quella società borghese che non lo ha mai del tutto compreso. Le immagini si susseguono dunque in una continua frizione tra la realtà interiorizzata dall'artista e una concretezza superficiale e immediata alla quale il suo genio non ha mai saputo adeguarsi. La sua sensibilità dolce e tormentata è tradotta dalle parole delle lettere realmente indirizzate ad amici e parenti, che qui fungono da voce narrante e guida attraverso gli stati d'animo del protagonista, più didascalici sono invece i dialoghi tra i personaggi, che in una sceneggiatura volutamente elementare si perdono in spiegazioni un po' artificiose e ridondanti sul valore della pittura. Con la sua interpretazione Willem Dafoe si è guadagnato a Venezia la Coppa Volpi (ed una candidatura agli Oscar), ma Rupert Friend nei panni del fratello Theo e Oscar Isaac in quelli di Gauguin non sono certo da meno, purtroppo in più di un'occasione la cura del versante estetico si scontra con la fragilità di una controparte narrativa eccessivamente piatta e lineare, che talvolta rende il film faticoso e non sempre ha la forza per arrivare al cuore dello spettatore. Il tentativo di Schnabel, non del tutto esaustivo, è comunque coraggioso e merita di essere ricordato anche soltanto per aver concretizzato quel dramma esistenziale (centrale nella vita di Van Gogh) che raramente è stato affrontato con tale consapevolezza sul grande schermo.

lunedì 23 settembre 2019

[Cinema] David Cronenberg Filmography (La zona morta, Scanners, Crash, Videodrome)

Dopo aver esplorato la filmografia di uno registi più folli del cinema orientale e del cinema tutto, ovvero Takashi Miike, eccone un altro, un vero e proprio pioniere di un genere cinematografico. Meglio conosciuto come "The Baron of blood", camaleontico, filosofico e feticcio del cinema sperimentale. Parlo di David Cronenberg, classe 1943, Canadese nato a Toronto, da padre scrittore e madre musicista, regista e sceneggiatore di molte opere ritenute da molteplici esperti dei veri e propri cult. Appunto uno dei registi più controversi, sperimentali e talentuosi della nostra epoca (nel 2018 gli è stato conferito il Leone d'Oro alla carriera). Un regista che, pazzo o genio? sregolato o perfezionista? non è dato sapere, è riuscito, proprio con i suoi film difficilmente dimenticabili (uno dei suoi film più conosciuti e degno di nota è senz'altro La Mosca, con Jeff Goldblum, dove i maldestri tentativi di creare una macchina del teletrasporto da parte di uno scienziato si tramuteranno, in maniera terrificante, in una fusione accidentale di geni umani con quelli di mosca), a plasmare la concezione del cinema post-moderno e contemporaneo. Come? Tramite appunto il genere body horror (praticamente da lui inventato), un genere cinematografico che esplora il terrore dell'uomo di fronte alla mutazione del corpo, all'infezione e contaminazione della carne, intrecciando l'elemento psicologico della storia con quello fisico. Nella prima metà della sua carriera Cronenberg ha esplorato questi temi soprattutto attraverso l'horror e la fantascienza, sebbene i suoi lavori si siano successivamente spinti al di là di questi generi approdando anche al noir. E in entrambi i casi, grazie al loro aspetto aspetto contorto e visionario ma capace di affascinare, egli è divenuto un tassello importante della storia del cinema mondiale. Perciò come avevo accennato in occasione di quell'ottimo film recensito per l'edizione 2018 della Notte Horror (che quest'anno è ovviamente tornata, io ho partecipato vedendo e recensendo Cimitero vivente) e come poi ribadito in occasione della lista compilata per la mia Promessa cinematografica dell'anno corrente, dovevo con lui confrontarmi, e così che, memore solo di alcune reminiscenze del giovane cinema Cronenberghiano, ho visto quattro dei suoi film più belli ed importanti, ecco quali.

venerdì 20 settembre 2019

Spider-Man - Un nuovo universo (2018)

Tema e genere: Film d'animazione che vede per la prima volta l'Uomo Ragno come protagonista, film che, basato sul fumetto del Ragnoverso e sulla serie televisiva The Amazing Spider-Man, racconta di un nuovo giovane Spider-Man che dovrà salvare New York insieme ad altri uomini e donne ragno dei fumetti Marvel provenienti da universi alternativi.
Trama: Punto da un ragno radioattivo, l'adolescente Miles Morales diventa Spider-Man. Ma ce ne sono altri, finché il perfido Kingpin non li riunisce.
Recensione: Avevo già molta voglia di vederlo, già da quando seppi della vittoria all'Oscar, poi vidi L'isola dei cani ed ero curioso di scoprire del come e perché avesse battuto quel piccolo capolavoro, poi vidi Venom, anzi, i titoli di coda di quest'ultimo (una delle sue parti migliori), e il desiderio aumentava, ma è quando ho visto The LEGO Movie 2 che non vedevo l'ora di vederlo, per vedere cosa si erano già inventati gli geniali sceneggiatori Phil Lord e Christopher Miller (sceneggiatori in quell'altro e questo film), per il primo film cinematografico di animazione (dopo parecchi film "live action" e tante serie tv, dove il Ragnoverso ha fatto la sua comparsa dopo quella fumettistica) dedicato all'Uomo ragno. Ebbene, Spider-Man: Un nuovo universo, diretto da Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman, co-prodotto da Columbia Pictures, Sony Pictures Animation e Marvel Entertainment, è un film a dir poco sorprendente. Non solo perché riesce a creare un nuovo mito di Spider-Man su celluloide per la contemporaneità (superando in freschezza e qualità l'intera saga di Amazing Spider-Man con Andrew Garfield e anche il recente Spider-Man: Homecoming con Tom Holland) ma anche perché dimostra molto coraggio. Giacché il protagonista questa volta non è il "solito" Peter Parker, bensì Miles Morales, che per quanto non avrà le origini e la caratterizzazione più originali di sempre (anzi, per niente), riesce a non sfigurare. Ed è così che Spider-Man: Un nuovo universo, è un gioiello davvero imperdibile per chi non ha pregiudizi sul "genere" animato: una gioia per gli occhi e per la mente, una vera goduria per i fans (che colgono ogni riferimento: e chissà quanto vanno in visibilio quando si cita il loro adorato Comic-Con, l'annuale convention/festival di San Diego) ma anche per chi conosce poco o non va matto per cinecomic e universi autoreferenziali in cui bisogna essere super preparati (e ci sono tante citazioni colte, come il più volte citato romanzo dickensiano Grandi speranze). Qui, bambini troppo piccoli esclusi (non tanto perché si spaventino, quanto perché la narrazione e lo stile sono troppo complessi), tutti possono divertirsi e appassionarsi alla vicenda, grazie a una narrazione e a una grafica moderna, mai come in questo caso debitrici del fumetto (come le didascalie per i pensieri, per i rumori, ma con colpi di genio innovativi, o per gli snodi dell'azione) ma anche autonome e ricche di invenzioni e di umorismo (il compagno di stanza al college, che ricorda peraltro Spider-Man: Homecoming). Che poggiano anche sul racconto, reiterato e legato ai fumetti, delle vicende dei singoli "eroi" e allo stile, per ognuno diverso (in bianco e nero, versione Manga o addirittura Looney Toones per il maialino Peter Porker). La "grana visiva" è un trionfo di gag, colori e soluzioni visive (i personaggi che vengono risucchiati dai loro universi) che fanno ringraziare chi ha inventato la Computer Grafica. Esaltando le infinite possibilità della fantasia e delle sue realizzazioni visive, tridimensionalità compresa pure in un universo che nasce (e non rinnega) il bidimensionale. E la colonna sonora, tra rap e hip hop, si sposa benissimo con la storia (attorno alle vicende di Miles c'è il mood giusto di un ambiente black, tra graffiti, bassifondi, inquietudini e desiderio di riscatto).

giovedì 19 settembre 2019

Millennium - Quello che non uccide (2018)

Tema e genere: Quinto adattamento per il grande schermo delle (dis)avventure di quella che, ormai, si può considerare a tutti gli effetti una vera icona dei nostri tempi, Lisbeth Salander, la protagonista della saga Millennium di Stieg Larsson.
Trama: Mentre si trova coinvolta nell'ennesimo caso, il passato di Lisbeth Salander torna a bussare alla sua porta.
Recensione: Chi è abituato alle atmosfere tipiche della saga Millennium (quella del thriller a tinte fosche, con sfumature di macabro) rimarrà sorpreso (o forse deluso e indignato): questo è un action movie. Un action neanche tanto eccezionale, un action che sminuisce ogni cosa di buono era stata creata in precedenza. Uomini che odiano le donne. Maschilismo, perversione, la figura femminile che diventa un oggetto di piacere. Nessuna etica, nessuna moralità. Le intenzioni erano chiare fin dal titolo per lo scrittore Stieg Larsson: andare oltre il limite, sfidare il lettore (lo spettatore) a immergersi in un universo cupo, violento, sessualmente esplicito. Sulla carta (e sullo schermo) era un'operazione non adatta a tutti. Risultato? Milioni di copie vendute, una trilogia di bestseller (Uomini che odiano le donne, La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta) e quindi di pellicole omonime (la prima diretta da Niels Arden Oplev, le altre due da Daniel Alfredson). Alla morte di Larsson le redini del progetto vengono prese dal giornalista David Lagercrantz, con altri due romanzi (Quello che non uccide e L'uomo che inseguiva la sua ombra), e il cinema riparte da qui, dal quarto capitolo della serie Millennium. Difficile raccogliere l'eredità lasciata da David Fincher con il suo Millennium - Uomini che odiano le donne (a sua volta reboot dei tre film svedesi che avevano lanciato l'attrice Noomi Rapace): la geometria delle inquadrature, l'immagine di una Svezia in qualche modo "americanizzata" (le riprese erano state realizzate a Montreal), l'oscurità che incombeva sulla nazione. La macchina da presa non distoglieva lo sguardo dai momenti forti, dal sangue e dalle scene "d'amore". Invece il nuovo Millennium - Quello che non uccide viaggia con il freno a mano tirato. Ha paura di mostrare, di urtare il suo pubblico. Si propone come un prodotto di massa sempre attento a non disturbare, un prodotto decisamente diverso (che non si capisce cos'è di preciso, si presenta come un reboot ma non lo è, non è uno spin off, né un sequel diretto, ha però nuovi attori a dar volto ai protagonisti) e (mal) trasformato. Le menti dietro questo film decidono infatti di seguire la strada che solitamente si intraprende a Hollywood quando si vuole creare una saga: smorzare i toni della violenza e delle tematiche morbose e trasformare il protagonista in una sorta di super-eroe (piena di gadget come Batman). Nonostante non sia privo di una certa cruenza visiva, Quello che non uccide abbandona quelle tematiche sgradevolmente intense che hanno caratterizzato le inchieste di Blomkvist e le azioni della Salander, piuttosto va a rifugiarsi in territori spesso battuti dei legami famigliari difficili, puntando i riflettori su una fratellanza conflittuale che non convince per motivazioni. Il focus della vicenda è poi la "solita" storia di terrorismo informatico, armi di distruzione di massa e missione per salvare il mondo, roba che nelle mani di James Bond avrebbe fatto scintille, ma in quelle di Lisbeth Salander appare solo una scelta fuori contesto e lontana dagli obiettivi a cui la saga Millennium ci aveva abituato.

mercoledì 18 settembre 2019

Le mie canzoni preferite (Luglio/Agosto/Settembre 2019)

E come l'anno scorso, e come l'anno prima, l'Estate è stata piena di tormentoni, di canzoni che dopo due giorni hanno cominciato a stufare, è il caso di Gigi D'Alessio con Quanto amore si dà, di Alberto Urso con Indispensabile, di Irama con Arrogante, ancora peggio quelle che son venute a noia già dopo la prima volta che li hai sentiti, è il caso dei peggiori tormentoni personalmente parlando di quest'anno, che sono Takagi & Ketra ft. OMI, Giusy Ferreri con JamboJ-Ax con Ostia LidoBaby K con Playa, meglio invece non parlare di due canzoni che tormentoni non sono ma che mi hanno davvero rattristito per la pochezza e volgarità, parlo ovviamente (anche se spero che non le conosciate) di Miss Keta con PazzescaMatranga e Minafò con S'inzuppa il biscottino, qualcosa di semplicemente orrendo. Tuttavia, pur non essendoci stato anche quest'anno nessun vero e indimenticabile tormentone, quelli ormai non ci sono più da tempo ahimè, qualcosa di buono, anche in fatto di tormentoni c'è stato. Infatti se nel mezzo alcuni sono riusciti a non essere troppo seccanti, altri si sono comunque meritati un posto nei "meno peggio", una mini classifica composta da quattro canzoni, tra questi la vincitrice del migliore tormentone dell'anno, se così la vogliamo mettere, l'unica che, almeno al momento, non ha ancora stufato. E quindi eccovi la classifica di queste canzoni, che saranno inserite in una Playlist che conterrà anche altre canzoni, non propriamente dei tormentoni, perché fortunatamente, musicalmente parlando, in questi ultimi tre mesi, molto altro c'è stato. Comunque prima di ciò, vi ricordo La mia compilation Anni '70, se volete sentire, quelle sì, immortali "canzonette".

Potreste pensare che mi sia fatto influenzare dalla presenza di Elodie, ma non è così,
perché anche senza Lei avrei apprezzato ugualmente questa canzone, (incrociando le dita) lo giuro..

martedì 17 settembre 2019

A Private War (2018)

Tema e genere: Adattamento cinematografico dell'articolo Marie Colvin's Private War, uscito nel 2012 su Vanity Fair, scritto da Marie Brenner.
Trama: Vita e morte di Marie Colvin, giornalista americana dell'inglese Sunday Times specializzata nel coprire i conflitti più sanguinosi (anche se spesso dimenticati) del mondo.
RecensioneA Private War, come anticipato, costituisce l'autobiografia della statunitense Marie Colvin che esercitò la professione di reporter di guerra per il quotidiano Sunday Times dal 1985 sino però al 2012, anno della sua morte ad Homs, in Siria, nel corso di un bombardamento aereo. E la pellicola ovviamente presenta la figura di questa abile e coraggiosa donna, donna che rischiò la propria vita molteplici volte nel corso della sua carriera di inviata speciale: sempre presente nei luoghi in cui si verificavano scontri bellici, quali quelli in Sri Lanka, Cecenia, Iraq, Afghanistan, ed ultimo in Siria, ella dimostrò di avere coraggio battendosi e denunciando in prima persona con i suoi articoli le crudeltà, le violenze, ed i raggiri politici a discapito delle popolazioni inermi, vittime innocenti di guerre cruente ed inammissibili. Insignita di molti riconoscimenti per il suo operato e famosa per indossare costantemente una benda "da pirata" sull'occhio sinistro perso durante un attacco in Sri Lanka, in quest'opera cinematografica ella viene presentata non solo dal punto di vista professionale, ma anche da quello della propria vita privata. Lo spettatore, così, viene ad apprendere della sua relazione sentimentale (poi terminata) con un collega giornalista/scrittore, dei suoi svariati incontri occasionali dovuti al suo continuo viaggiare e mai risiedere a lungo in un luogo, la sua collaborazione, ma soprattutto la sua profonda amicizia, con il britannico fotografo freelance Paul Conroy, incontrato "casualmente" in Afghanistan, il suo desiderio, purtroppo per lei mai realizzato, di diventare madre e la sua propensione a bere talvolta qualche bicchiere di troppo. Insomma, A Private War, come biopic, risulta, dunque, una pellicola completa e non soltanto meramente biografica, forse, probabilmente anche un poco romanzata da parte del suo regista Matthew Heineman, ma assai interessante per le molteplici sfaccettature che egli presenta sullo schermo di questo affascinante ed intelligente personaggio femminile (simile ma diverso da una delle più importanti figure del ruolo, Martha Gellhorn), dal cui ritratto emerge soprattutto che, accanto alla natura ed al carattere forte e coraggioso, esisteva anche una parte profondamente umana e quanto mai reale di donna provvista di debolezze, d'inquietudini e di saltuari scatti d'ira, una donna dalla vita complessa e a tratti contraddittoria, ma realmente mossa dal desiderio di servire la verità e, in questo, cercare di cambiare le cose. È davvero "privata" la guerra di Marie, perché è una guerra anche con se stessa.

lunedì 16 settembre 2019

Macchine mortali (2018)

Tema e genere: Adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo (ambientato in un futuro distopico post apocalittico) del 2001 di Philip Reeve.
Trama: A seguito di una guerra catastrofica, i superstiti vivono su enormi città meccaniche in continuo movimento, nascondendo segreti spaventosi e coltivando antichi rancori.
Recensione: Un fantasy caotico e fracassone, che non si discosterebbe troppo dai suoi omologhi hollywoodiani se non fosse per il marchio e "l'estetica" impressi dal suo realizzatore Peter Jackson (impossibile non sapere chi è). Certo, la regia di Christian Rivers, pupillo proprio di Jackson, non è all'altezza di quella del suo mentore, ma entrambi per il coraggio di voler rendere unico e diverso (ossia originale) il loro film (il genere) andrebbero ringraziati. Non è un mistero infatti che il genere fantasy non se la stia passando bene. Eppure Peter Jackson ci prova, e così come per Darkest Minds, riesce almeno nell'impresa di proporre qualcosa (più o meno) di mai visto finora. Macchine mortali difatti (adattamento di un romanzo omonimo), non solo è puro cinema di genere capace di mescolare elementi della cultura pop, ma è anche uno dei film visivamente più coraggiosi degli ultimi anni. Un film che si propone come un'avventura steampunk in un contesto post-apocalittico: la razza umana si è infatti (nuovamente) spazzata via da sola in appena sessanta minuti a suon di bombe quantiche, rendendo il mondo una terra più soave e pacifica. Questo fino a che i pochi uomini rimasti decidono di costruire alcune città semoventi, veri e propri colossi meccanici in grado di "masticare" le città più piccole, trasformando così un sogno di conquista in un vero e proprio atto predatorio. La città di Londra è sicuramente quella più temibile, un gigante di acciaio e lamiere mossa dal subdolo Thaddeus Valentine (Hugo Weaving), il quale intende estendere il predominio della nuova Inghilterra sul mondo intero (no, la Brexit non c'entra un tubo). A fare da contraltare, troviamo i coraggiosi Hester Shaw e Tom Natsworthy, due ragazzi che decidono ben presto (e in parte contro la loro volontà) di fronteggiare una volta per tutte Valentine e le sue mire espansionistiche. Tra un rimando a Star Wars, alle divise di Sigourney Weaver in Alien passando per Indiana Jones e una strizzata d'occhio a BioShock: Infinite (più vicino è tuttavia Dishonored, nell'ambientazione ovvio), Macchine mortali cerca di dare consistenza all'universo che viene mostrato a schermo, sebbene il tutto avvenga in maniera piuttosto pasticciata e troppo confusa, restituendo la spiacevole sensazione che la mitologia dietro al mondo delle Mortal Engines sia più un quadro sfocato che una mappa messa perfettamente a fuoco. Ed è un peccato, perché dal punto di vista puramente visivo e concettuale, il film non fa una piega (alcune sequenze, specie nelle battute finali, sono realmente evocative). Anche alcuni personaggi chiave e sicuramente più interessanti rispetto a molti altri (primo fra tutti Shrike, il "rinato" costruito da un cadavere caduto in battaglia), sembrano essere innestati nella sceneggiatura senza troppa convinzione. Così come la carismatica e decisamente stylish Anna Fang, la quale sembra uscita di diritto da un film di John Woo.

venerdì 13 settembre 2019

First Man - Il primo uomo (2018)

Tema e genere: First Man (adattamento cinematografico della biografia ufficiale First Man: The Life of Neil A. Armstrong scritta da James R. Hansen) è il racconto del percorso che ha portato Neil Armstrong a essere il primo uomo a mettere piede sulla Luna, il 20 luglio 1969.
Trama: Uno sguardo sulla vita privata e la dura carriera professionale di Neil Armstrong (Ryan Gosling), che, con profonda dedizione e non trascurabile ostinazione, è stato il primo uomo a mettere piede sulla Luna nella missione spaziale Apollo 11.
Recensione: Dopo averci guidato con Whiplash nei meandri più competitivi e spietati della musica e dopo averci accompagnato, sempre a tempo di jazz, nella Los Angeles di La La Land, fra sogni, illusioni e amori spezzati, Damien Chazelle cambia totalmente genere e registro, raccontandoci un viaggio fisico e mentale verso il superamento dei propri orizzonti e dei propri limiti. Un cammino fatto di passione per la scoperta e l'esplorazione, ma al tempo stesso intriso di solitudine, incomunicabilità e morte, tessere di un puzzle umano ed emotivo lontano dall'immacolato eroismo adottato di frequente dal cinema americano. First Man - Il primo uomo infatti, racconta sì il decennio che ha segnato una svolta nella storia dell'umanità e ottenuto la più simbolica delle conquiste concentrandosi sulla figura di Neil Armstrong, l'uomo che appunto mise per primo il piede sul suolo lunare il 20 luglio 1969 (precedendo di pochi istanti il compagno Buzz Aldrin), ma a differenza di altri film, qui il tono è per nulla retorico, anzi sobrio e quasi dimesso, e si dà parecchio spazio all'uomo e alle sue sofferenze interiori. E insomma non ci troviamo di fronte ad un altro Gravity, ma a un biopic epico e intimo al tempo stesso. Un biopic, seppur non proprio originale, molto interessante. Un biopic che riesce a raccontare una storia conosciuta da tutti (chi può dubitare come vada a finire?) ma con uno sguardo comunque originale e soprattutto toccante, quasi spiazzante nel suo "sottotono" (ne fanno le spese gesti e frasi celebri, banalizzate dal vederle e sentirle di continuo in questi cinquant'anni). Una scelta in sintonia con il personaggio che racconta: scopriamo così che Armstrong, interpretato da un misuratissimo, soddisfacente Ryan Gosling (per la seconda volta con Chazelle dopo il fortunatissimo e già citato musical), era tanto affidabile e preparato nel suo mestiere (tanto da meritarsi posti di responsabili nelle missioni Gemini e Apollo) quanto in grandi difficoltà nell'esprimersi con gli altri, persone amate comprese. In un film che alterna spettacolarità, precisione nei dettagli, claustrofobia soffocante (delle navicelle e delle gabbie personali) e ampi (ed emozionanti) spazi sconfinati, ma anche momenti privati e pause di riflessione, emerge un ritratto di grande sensibilità (ricco di silenzi, piccoli gesti, rari sfoghi), in cui rifulge il rapporto con la moglie (molto brava anche Claire Foy, ormai non più solo la regina Elisabetta della serie The Crown), che condivide con lui il dolore di un lutto impensabile ma lo sostiene anche nei suoi blackout emotivi. Con una significativa eccezione, in cui occorre più fermezza che dolcezza. Come ha una parte importante (in un film molto bello, che ha solo qualche lungaggine di troppo qua e là) l'acume dell'ingegnere e dell'astronauta e lo strazio dell'uomo per i compagni persi negli anni di avvicinamento alla Luna, o i tanti piccoli dettagli che hanno a che fare con la vita. Tutti aspetti che compongono il ritratto di una persona più a suo agio con i gesti che con le parole. Chiamato a una straordinaria avventura entrata nella Storia (e che a un certo punto poteva anche saltare: siamo ormai nel '68, c'è la guerra in Vietnam, negli Usa le contestazioni anche per "l'inutile" corsa allo spazio erano fortissime) che lo avrebbe fatto diventare eroe suo malgrado. Attraverso lui, Chazelle celebra la grandezza dell'uomo quando concepisce imprese oltre le proprie possibilità, che sopravvivono anche al disinteresse delle stesse dopo l'esaltazione del momento. Chazelle che quindi costruisce un buon film, un film che scorre abbastanza bene dall'inizio alla fine e riesce a mantenere (nonostante troppi "silenzi") lo spettatore incollato allo schermo catapultandolo letteralmente nello spazio insieme ai protagonisti. Dal punto di vista tecnico First Man si fa apprezzare per essere estremamente ben fatto e curato.

giovedì 12 settembre 2019

Tutti lo sanno (2018)

Tema e genere: Thriller drammatico diretto dal due volte Premio Oscar Asghar Farhadi che racconta di un rapimento ed ha come tema le tensioni e i segreti.
Trama: Il matrimonio della sorella riporta una donna in Spagna. Ma un evento drammatico scoperchierà segreti e rinnoverà dolorosi rancori.
Recensione: Film d'apertura al Festival di Cannes 2018, Tutti lo sanno riporta in Europa il regista iraniano Asghar Farhadi (due volte premio Oscar, per Una separazione e per Il cliente) dopo l'esperienza francese con Il passato. Il tema delle tensioni e dei segreti che possono squassare una famiglia si era visto in tutti i suoi film precedenti, ma qui si cala in un contesto differente, molto spagnolo e latino, tra fede religiosa vissuta (o meno) in modi diversi, dicerie e maldicenze che guastano i rapporti, contrasti su beni e soldi che portano a dissidi, in famiglia e con i vicini. Il contesto è scenograficamente suggestivo, tra la villa della festa in cui si svolge il dramma, il campanile della chiesa, che a qualcuno potrebbe ricordare La donna che visse due volte, i campi e le vigne arse dal sole. Qui Farhadi può contare su grandi attori, come le star iberiche (e coniugi nella vita) Penelope Cruz e Javier Bardem (già in coppia nel mediocre Escobar - Il fascino del male), cui si aggiunge il grande attore argentino Ricardo Darín nei panni del marito che si precipita da Buenos Aires appena scompare la figlia, e che si porta dietro fallimenti personali e un atteggiamento mistico-religioso che suona stravagante ai parenti acquisiti (e pure un po' alla moglie). Il regista conferma tutta la sua capacità di suscitare tensione, in un giallo che però via via si smorza nonostante segreti sempre più dirompenti, fino a un epilogo che delude in parte le attese anche se mantiene, come da programma, il compito di spargere amarezza sui personaggi e sulle loro vicende. Compito appunto un po' troppo programmatico, intuibile fin dall'inizio, mentre nei suoi film migliori c'è molta più sottigliezza e una reale suspense di pericoli incombenti e catastrofi in agguato, oltre tutto sempre spia di rapporti malati, ambiguità, falsità o verità parziali. Non che non ci siano questi elementi, in Tutti lo sanno, ma come puro frutto di tecnica più che per sapiente rappresentazione dei personaggi. Che forse, proprio perché lontani dall'ambito che conosce di più, sono figure anche cinematograficamente interessanti, ma difficilmente possono sembrare persone reali le cui azioni siano sostenute da motivazioni credibili. E la vicenda, pur molto forte, rischia di non incidere nello spettatore, più ammirato dall'abilità di regista e interpreti che conquistato dalla narrazione e dalle sue drammatiche verità. Una narrazione che appunto gira troppo spesso a vuoto, una storia che stenta a decollare, con degli sviluppi simili a quelli di una soap opera latino americana. I colpi di scena arrivano sempre tardi e sono "telefonati", in un territorio, di cui l'iraniano Farhadi dà l'impressione di conoscere poco, a reggere il racconto è una dinamica narrativa, che si avvita su se stessa. Il melodramma tracima, degenerando in telenovela (troppi isterismi), nell'accezione più riduttiva, mancando una messinscena efficace. Il film procede a sbalzi, tra tempi morti e sequenze prolisse, con uno pseudo intreccio da sciogliere, per giungere alla composizione di un disperato quadro complessivo, in cui ciascuno, esce sconfitto. Ma nonostante questo la struttura del film è abbastanza solida, a parte la prevedibilità mascherata con colpi di scena e delle preoccupazioni del film fini a se stesse, che in verità sono i due elementi che funzionano meno e che fanno perdere al film parecchi punti, punti vitali per raggiungere una sufficienza che decisamente non merita. Da Farhadi proprio non me l'aspettavo.

mercoledì 11 settembre 2019

American Horror Story: Apocalypse

Tema e genere: Ottava stagione delle celebre serie tv antologica horror creata da Ryan Murphy e Brad Falchuk.
Trama: Una crisi missilistica ha ridotto la terra in un agglomerato di scorie radioattive sterminando la quasi totalità della popolazione mondiale. I più ricchi hanno trovato riparo in bunker chiamati Avamposti, ma come e perché è successo? ma soprattutto chi la scatenata?
Recensione: Una serie che ha raccolto numerosi estimatori American Horror Story, fin dalla sua messa in onda dall'ormai lontano 2011, ma al contempo ne ha persi tanti. Poiché la serie antologica creata da Ryan Murphy, probabilmente la creazione più popolare del produttore e regista americano, tra le principali creazioni artefici del suo successo, ha offerto punti davvero alti di televisione ma anche sonori tonfi. Però nonostante i non eccezionali risultati delle precedenti stagioni (compresa la settima, Cult), egli, insieme a Brad Falchuk, ci riprova, e il risultato in parte sorprende, perché seppur emergono nuovamente segni di stanchezza creativa e di brillantezza nella costruzione narrativa, lo show si mantiene di buon livello. Perché certo, Ryan Murphy è bravissimo a calarsi in qualunque registro, maestro nella costruzione di personaggi complessi e dal vissuto delicato, egli si dimostra però meno abile a gestire il tutto d'insieme, a conferire unità alla varietà, a mantenersi coerente. L'horror, il demenziale, il cinema muto, la Fabbrica di Cioccolato dell'Apocalisse, ognuno di questi elementi è perfettamente realizzato in se stesso ma perde di senso nella globalità dello show, che risulta sovraccarico. Tuttavia non si può negare che Apocalypse rappresenti un netto miglioramento rispetto al recente passato della serie. Anche se questa svolta positiva debba essere presa come fonte di speranza o occasione di una degna e auspicabile chiusura, sarà il tempo a dirlo. Comunque, non all'altezza delle prime stagioni, lo show conferma ugualmente un trend in discesa, ma grazie al fandom e alla storyline interconnessa riesce a confezionare un buon prodotto seriale d'intrattenimento. Infatti Apocalypse, ovviamente lontano anni luce dalla perfezione di Asylum, si avvicina alla piena sufficienza di Coven, di cui è crossover insieme a un altro riuscito capitolo della serie, Murder House. Una scelta che si è rivelata curiosa, interessante e certamente originale nelle sue intenzioni iniziali, quella appunto di voler riunire in un'unica stagione i nuclei narrativi della prima e terza stagione della serie, che seppur non convince fino in fondo, trova una sua dimensione e forza. Questo grazie all'intreccio, che si discosta dalle precedenti contaminazioni in quanto quest'ultima connette direttamente quelle due stagioni. Se prima i legami erano dei puri e semplici riferimenti per fan, Apocalypse è frutto diretto dell'intreccio da quelle due storyline. L'Anticristo (se non era ancora chiaro dal banner è lui il personaggio della stagione) contro la confraternita di Streghe. Un scontro atteso e che è il fulcro di questa nuova stagione. Uno scontro fra titani. Questa decisione è in un certo senso la croce e delizia dell'ottava stagione che funziona in gran parte grazie alla spasmodica attesa di carpire tutte le interconnessioni tra i vari cicli di episodi. Funziona in gran parte per un fattore nostalgia e di affetto, però, dal punto di vista narrativo, la nuova storyline che non si dirama in modo congruo, anzi, complessivamente si completa ed estende in modo discontinuo. Ci sono puntate strepitose per costruzione narrativa e altre molto flosce e di puro "rilassamento". Alcune puntate riservano grandi momenti d'intrattenimento ma altre sono banali e soffrono di una costruzione sufficiente e superficialità.

martedì 10 settembre 2019

Darkest Minds (2018)

Tema e genere: Adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Alexandra Bracken, un thriller fantascientifico ambientato in un futuro distopico.
Trama: Un'epidemia ha ucciso il 98% dei bambini. Quelli rimasti acquisiscono superpoteri pericolosi e per questo vengono rinchiusi in campi speciali.
Recensione: Una nuova saga distopica teen è tra noi (come se non ce ne fossero già abbastanza), parlo ovviamente della saga e del film Darkest Minds (The Darkest Minds) della regista Jennifer Yuh Nelson (Kung Fu Panda 2 e 3, quest'ultimo co-diretto), film che come per i suoi più noti precedenti (Hunger Games e Maze Runner su tutti) si presenta come l'adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Alexandra Bracken edito nel 2012. Un film ambientato nel solito e indefinito futuro distopico, un film dove il futuro e la libertà sono in mano a dei ragazzi poco più che adolescenti, ma dai grandi poteri. Un film in cui una giovane ragazza di nome Ruby, che possiede una delle capacità più potenti e pericolose, decisa a sopravvivere riesce a evadere dal campo e ad unirsi ad un gruppo di altri ragazzi in fuga. Un film in cui codesti ragazzi saranno inseguiti dal governo (o da chissisìa) per poterli nuovamente rinchiudere e sfruttarli. Un film insomma banale, praticamente un déjà vu. Non è un caso che guardando Darkest Minds si ha l'impressione che la storia non valga molto, che si tratti di un miscuglio abbastanza ben riuscito di Hunger Games, La quinta onda, Beautiful Creatures con una forte tendenza verso Divergent. L'idea quindi di un futuro distopico in cui i ragazzi hanno acquisito poteri straordinari che li obbligano a vivere sotto stretta sorveglianza, divisi per colore in caste in base alle loro abilità e la presenza di una protagonista femminile che è più straordinaria di tutti gli altri e che sviluppa grandi doti di leadership e sacrificio personale per il bene di tutti è davvero trita e ritrita, e la storia è canonizzata a tal punto che anche quelli che dovrebbero essere veri e propri colpi di scena risultano davvero scontati. Però non solo Darkest Minds (tra l'altro prodotto dai produttori di Stranger Things) non è brutto un film, anzi, ha una bella colonna sonora, un cast interessante, anche se nessuno mette insieme l'interpretazione della vita creando personaggi iconici, ed è supportato da una forte chiarezza compositiva della scena che rende davvero gradevole la fotografia, ma è un qualcosa che cerca in qualche modo di evolversi, di portare il genere ad un livello successivo, e ci riesce. La narrazione, il linguaggio, le immagini, tutto nel film si discosta sempre più dai film precedenti, tingendosi di tinte più cupe e popolandosi di personaggi più crudeli. Sulla scia degli altri film young adult ambientati in un futuro distopico dove un gruppo di ragazzi è costretto a lottare per la propria libertà, Darkest Minds presenta infatti fin da subito delle atmosfere più forti, un linguaggio più duro e soprattutto delle scelte narrative e stilistiche più potenti e cruente. Sfruttando immagini più crude, quasi senza censure, il film si avvicina maggiormente al thriller, piuttosto che a un racconto destinato ad un pubblico più giovane. La costruzione stessa della trama è complessa e si basa su diversi snodi fondamentali, che ribaltano in continuazione le parti, trasformando l'avventura dei protagonisti sempre in qualcos'altro: se all'inizio lo scopo della giovane Ruby era la sopravvivenza, nel corso del film la ragazza dovrà imparare a riconoscere i buoni dai cattivi e a capire di chi fidarsi, perché non sempre un bel faccino con gli occhi azzurri rappresenta l'alleato migliore. Darkest Minds quindi, si inserisce sì perfettamente in quel filone di film iniziato nel 2012 con Hunger Games che racconta di un mondo in un tempo non bene identificato, dove il futuro dei sopravvissuti e la difesa della libertà è in mano a dei ragazzi poco più che adolescenti, tuttavia la sua diversità è proprio nel linguaggio scelto, nel modo di mostrare e raccontare le difficoltà e gli ostacoli che i giovani protagonisti sono costretti ad affrontare.

lunedì 9 settembre 2019

All Eyez on Me (2017)

Tema e genere: Film drammatico biografico incentrato sulla vita del rapper statunitense Tupac Shakur, scomparso (assassinato) nel 1996.
Trama: Tupac Shakur da adolescente frequenta il liceo prima di prendere la decisione di lasciare la vita a un vicolo cieco con sua madre e abbracciare la thug life californiana. Conquistato il successo come rapper, da vero poeta coltiva il sogno di cambiare il mondo e di fare la differenza ma finirà coinvolto nella letale guerra di bande della East Coast.
Recensione: Produzione cinematografica sofferta e stentata fin dalle origini, il biopic sulla leggenda del rap Tupac Shakur nasce nel 2011, in previsione del ventennale dalla morte dell'artista, che sarebbe stato celebrato cinque anni dopo. Supervisionato dalla madre Afeni Shakur, che avrebbe dovuto tutelare l'immagine del figlio, il progetto paga sin da subito una serie di problematiche finanziarie e divergenze creative, che portano Antoine Fuqua (dopo la morte di Afeni nel 2016) ad abbandonare la regia, affidata poi a Benny Boom, fino ad allora regista di videoclip e con pochissima esperienza su lungometraggi alle spalle (e in parte si vede e conta). Ebbene, All Eyez on Me (che ruba il nome al titolo del suo quarto album) comincia e lascia ben sperare, ma purtroppo andando avanti qualcosa s'incrina. La narrazione infatti, parte direttamente dalla nascita travagliata dell'artista e ci accompagna fino alla sua misteriosa morte: figlio di un'attivista delle Black Panther ed educato in nome di quella giustizia sociale e anti-razziale che sarà poi protagonista delle sue rime, Tupac occupa la scena per ben 139 minuti di film senza però mai dominarla, proponendo allo spettatore una serie di sviluppi narrativi che non diventano mai emotivi per il protagonista e che si susseguono sullo schermo restando però fine a se stessi. Finisce in prigione più di una volta, e proprio da una prigione il film ci viene raccontato. Un giornalista va a trovare l'artista per intervistarlo, per capire quello che ci chiediamo tutti noi guardando la pellicola: Chi è Tupac? La cornice del racconto autobiografico, di Tupac che spiega Tupac, è però l'unico spiraglio di luce dell'intero lungometraggio. Il solo momento del film in cui si tenta di dare una interpretazione su quello che Shakur ha tentato di fare con la sua musica, con le sue parole. Il resto di All Eyez on Me purtroppo si perde in scene ultrasoniche, in cui l'azione avviene ad alta velocità, senza che venga spiegato allo spettatore cosa stia succedendo. Al contrario, forse, di molte persone che hanno guardato o guarderanno il film, io non sapevo quasi niente di Tupac Shakur, e ciò che volevo era sapere cosa rese il rapper una leggenda, per quale motivo milioni di fan di tutte le nazionalità, età e credenze religiose e politiche, venerano Tupac come se fosse stato Dio in terra, o almeno Gesù Cristo (con tanto di ipotesi di resurrezione). Con mia grande delusione, però, dopo più di due ore di film dedicate a questo interessante e complesso personaggio, non ho avuto nessuna risposta. Il film preferisce regalare tre, quattro, cinque interi minuti ad una performance dell'artista, mostrando il suo successo patinato in tutto il suo splendore, infilando qua e là qualche scena violenta per far vedere la cruda realtà in cui Tupac viveva, da cui non si sarebbe mai potuto liberare. Invece di spiegare i meccanismi di un sistema marcio e corrotto dalla criminalità, dal pericolo a cui ogni rapper andava incontro in quel periodo in certi quartieri californiani, invece di gettare una luce sulla figura del rapper gangster che ha segnato un'epoca e dato vita ad un genere musicale.