lunedì 19 agosto 2019

Napoli velata (2017)

Tema e genere: Thriller drammatico con venature noir dai toni melodrammatici, un'opera che vive tutta in quel limbo in cui realtà, sogno e ricordo si incrociano fino quasi a confondersi.
Trama: Una notte di passione, una scomparsa misteriosa: chi è l'uomo di cui Adriana si è innamorata in modo così repentino e travolgente?
RecensioneNapoli velata, l'ultimo film di Ferzan Ozpetek, uscito pochi mesi dopo Rosso Istanbul (che non ho visto), è un giallo molto sui generis, ambientato in una Napoli epicentro di magie e superstizioni paganeggianti, amori e odi. C'è molta carne al fuoco, tanti personaggi (e attori noti: ma tra tutti si distingue solo Peppe Barra, parecchio sprecati vari interpreti tra cui una grande attrice come Lina Sastri), colpi di scena e ambienti attraenti o inquietanti. Ne si può rimanere affascinati o intontiti, oppure vagamente irritati per le tante false piste e le numerose "citazioni" che sfociano nel modello da cui non ci si riesce a distanziare: alcune soluzioni, che vorrebbero stupire, lasciano perplessi in quanto utilizzate fin troppo spesso (ma evito di dare dettagli per non rovinare la sorpresa), flashback rivelatori compresi. Ne risulta un giallo-melò come sempre molto ambizioso (e pieno di simboli da decifrare) ma, come altrettanto spesso avviene al regista turco ormai italianizzato, anche al di sotto delle promesse. La passione iniziale, al netto di una chimica tra la pur brava Giovanna Mezzogiorno e l'emergente Alessandro Borghi che rimane solo sulla carta, lascia il passo a una città appunto magica e superstiziosa (con tanto di santona che sembra uscire da un film di parodia) che dovrebbe almeno ribollire di umori, e che invece ha il suo riflesso in una curiosa freddezza di stili e ambienti, spesso bui, come gli interni (case, musei, negozi) pieni di mobili, oggetti da antiquario, arredi d'arte e così via. L'occhio degli esteti ne è a tratti appagato, anche l'orecchio per una colonna sonora inconsueta, ma l'aggancio a una narrazione più che farraginosa richiede una notevole forza di volontà. Il giallo non si addice agli autori, questo si sa, ma forse Ferzan Ozpetek, ottimo regista per stile e anche dalla buona direzione degli attori, dovrebbe curare maggiormente le proprie sceneggiature (e magari scegliersi co-sceneggiatori più rigorosi e "aggiornati"), perché è vero che le storie indefinite e sospese possono intrigare, ma fino a un certo punto. A tirar troppo la corda, e continuando a sfornare film eleganti ma inerti come Napoli velata (e a tratti noiosi), il rischio è disperdere il capitale di stima guadagnatosi con i primi film. E suggerire il sospetto che, comunque, il proprio percorso abbia già dato le sue prove più interessanti. E' un bel film, intendiamoci: non si esce troppo delusi dalla visione (se non per un finale che si sarà costretti a non capire mai, se non sventolandosi con le piume di struzzo di una "magicalità" non ben definita), però Ferzan Ozpetek esagera nella sua autoreferenzialità, ed alla fine quello che rimane è un film dal potenziale inespresso alquanto insoddisfacente nel suo complesso, che nonostante i pregi tecnici non convince appieno.

venerdì 9 agosto 2019

La mia compilation Anni '70

Dopo la compilation dello scorso anno inerente ai mitici anni '80 (qui), eccone un'altra, come avevo preannunciato, inerente questa volta al decennio precedente, un decennio davvero incredibile. Rock e pop, funk e punk, un decennio controverso, costellato da nomi che sono entrati nella Storia della Musica. Gli anni '70, infatti, sono stati un decennio particolarmente variegato dal punto di vista musicale. Vecchi generi andavano via via scomparendo, anche se regalavano di tanto in tanto dei colpi di coda interessanti. Nuovi sound, d'altra parte, si affacciavano all'orizzonte, a volte anche in maniera prorompente. Senza contare che poi, sul finire del decennio, la disco music e il punk avrebbero di nuovo cambiato tutto, facendo sembrare improvvisamente vecchi i maestri che erano emersi appena qualche anno prima, sullo slancio di Woodstock, del progressive o dell'hard rock. La faccenda poi si complica ulteriormente se ci si sposta da casa nostra al resto del mondo. Nelle nostre classifiche c'erano ancora mostri sacri del decennio precedente, altrove, la lotta era invece tra il soul e il rock, tra l'impegno e il disimpegno, tra il punk e la disco. È proprio per questo che gli anni '70 sono così interessanti e meritano di essere riscoperti, perché vi sono convissute senza particolari problemi anime tra loro diversissime e anche opposte. Nella difficoltà di uno scenario del genere, ho comunque cercato di raggruppare un po' di canzoni, le più rappresentative della scena italiana e internazionale dell'epoca, ovviamente basandomi sulle mie preferenze, e il risultato è questo, una compilation (che conterrà categoricamente solo le canzoni uscite tra il 1970 e il 1979) particolarmente corposa (ascoltabile tramite un'unica raccolta video), che riassume il meglio del meglio, personalmente parlando, della scena musicale dell'epoca, con artisti quali (non dimenticando gli italiani Alan Sorrenti, Umberto Tozzi, Rino Gaetano e Lucio Dalla, ma anche alcuni altri) David Bowie (che aprirà il "concerto"), Bee Gees, Abba, Led Zeppelin, Boney M, Donna Summer, Deep Purple, AC/DC, Barry White, Queen, Pink Floyd, John Lennon (più tantissimi altri) e Bob Dylan (che invece lo chiuderà). Insomma davvero tanta roba, un piccolo (grande) regalo praticamente, che io vi faccio per congedarmi al meglio in vista della consueta pausa estiva, una settimana per ricaricare, e poi ripartire senza più soste (forse). Quindi non vi resta che scartarlo ed alzare il volume, buon ascolto e a presto.


giovedì 8 agosto 2019

L'uomo che uccise Don Chisciotte (2018)

Tema e genere: Dramma di fantasia liberamente ispirato al Don Chisciotte di Miguel de Cervantes.
Trama: Un cinico regista pubblicitario si imbatte in un vecchio attore impazzito che si crede Don Chisciotte e si ritrova immerso in diverse avventure.
Recensione: Dopo 25 anni di produzione a dir poco travagliata, finalmente è uscita l'interpretazione in chiave comica e, come sempre, grottesca del mitico regista Terry Gilliam, ex componente dello storico gruppo Monty Python nonché regista del cult "Brazil" e altri grandi film, della celeberrima storia di Don Quixote. La domanda che sorge spontanea, date la lunga attesa, la storia che lo ha reso cult già prima che uscisse e le numerose speculazioni che lo hanno accompagnato nel corso degli anni, è non solo se il film meritava di essere finito, e la risposta è sempre sì perché ogni film bello o brutto che possa essere merita di essere visto da un pubblico, ma se tutta questa difficile e complessa lavorazione ha influito negativamente sul profitto finito. Purtroppo la risposta è anch'essa un sì. Perché purtroppo, L'uomo che uccise Don Chisciotte è essenzialmente questo: un tentativo quasi eroico, ma al tempo stesso alquanto confusionario, raffazzonato, quasi strampalato, esattamente come le imprese del protagonista del libro di Cervantes. Lo scorrere del tempo influisce su ogni cosa, e nemmeno il più sincero dei film è esente da questa legge inflessibile. Eppure il film ha un inizio perfetto, un inizio che cattura subito l'attenzione dello spettatore catapultandolo immediatamente nella storia e abituandolo già dai primi minuti al timbro costantemente in bilico tra il comico e il grottesco con il quale praticamente ogni film di Terry Gilliam viene da lui caratterizzato, purtroppo però più il tempo passa, più la storia prosegue e più il film si perde in sé stesso in un nodo sempre più stretto ed irriparabile di strade imboccate e strade abbandonate in quanto al proseguimento della trama. La difficoltosa produzione ha difatti portato a degli enormi problemi nella scrittura e soprattutto nella narrazione all'interno dell'intera pellicola che appare confusa, confusionaria e indecisa su quale genere appartenere finendo per staccare da genere a genere in maniera fastidiosamente netta: drammatico poi comico poi parodistico, ma mai riuscendo né a far prediligere uno di questi genere né ad amalgamare i vari generi che sceglie di seguire. Fa confusione anche con le varie sotto-trame che vanno ad incatenarsi in maniera forzata e poco chiara finendo per far perdere nella confusione totale anche la trama principale che infatti finisce per risultare quasi assente, o meglio raccontata in maniera da farla sembrare tale, proprio perché imbocca troppe strade senza accorgersi di aver lasciato quella precedente senza averla prima conclusa o collegata. Il film si conclude con un finale altrettanto confuso e assolutamente mal contestualizzato che lascia lo spettatore alla fine della visione con più domande che risposte, tanto dispiacere e un pizzico di frustrazione. Un vero peccato perché la regia del punto di vista visivo riesce in diversi tratti a stupire con varie inquadrature e scene suggestive, tecnicamente impeccabili ed inventive, anche la fotografia, con i suoi splendidi colori e la sua luce ben calibrata, e la colonna sonora irriverente ci provano a rendere il tutto più piacevole ed in parte ci riescono, viste anche le ottime interpretazioni, ma la confusione la fa da padrone. Tanto che, ancor più che in altri film di Terry Gilliam, risulta qui abbastanza difficile definire con precisione di che cosa parli la pellicola. Sarebbe fin troppo facile, e forse anche riduttivo, parlare di un semplice adattamento dell'omonimo romanzo. Più in linea con la poetica di Gilliam, è corretto ravvisare in L'uomo che uccise Don Chisciotte una personalissima rielaborazione emotiva, un pretesto per parlare d'altro.

mercoledì 7 agosto 2019

Billions (4a stagione)

Tema e genere: Quarta stagione della serie sul mondo della finanza di produzione Showtime con protagonisti Damian Lewis e Paul Giamatti.
Trama: La storia riprende precisamente da dove si era interrotta, ovvero il momento più buio dei due protagonisti: Chuck è stato sconfitto dal suo rivale, il procuratore generale Jock Jeffcoat (un biblico Clancy Brown), e ha perso il suo lavoro e importanza politica, mentre Bobby è costretto ad affrontare il tradimento di Taylor (Asia Kate Dillon), fuggito trionfante dalla Axe Capital e nuovo CEO di un suo fondo speculativo. Nasce allora una sorta di perversa alleanza tra i vecchi rivali, pronti a darsi sostegno reciproco pur di placare la loro sete di vendetta. Da questa premessa la trama si biforca in due estesi archi narrativi, che all'occasione si intersecano, e che daranno vita ad una lotta senza esclusioni di colpi dei due per fermarli e riprendersi la propria posizione.
Recensione: Arrivato alla quarta stagione e con una quinta già assicurata, Billions non ha bisogno di presentazioni (ormai non più), se ti siedi su una poltrona, accendi Sky (metti su Sky Atlantic) e scegli di vedere Billions sai già cosa ti aspetta (l'hai già visto nelle precedenti stagioni, qui la recensione della terza). Sei pronto a una lotta esagerata a colpi di inganni, sotterfugi, corruzione, una sfida costante a dimostrare la superiorità sull'altro su un nemico da identificare di volta in volta. Un po' come la politica italiana in cui c'è sempre la gara a chi la spara più grossa, a chi attacca un nemico diverso per difendere le proprie mancanze e mantenere il potere. Cadenzata dal ritmo incessante della parola, Billions è infatti una serie ricca di movimento pur non essendo un action, ricca di suspense pur non essendo un thriller, è un drama potente e elitario, una serie non destinata a tutti a cui non interessa parlare a tutti, a cui non interessa far capire tutto e a tutti del suo mondo "complicato". Anche perché non è importante capire ogni parola finanziaria, ogni risvolto tecnico che viene elencato nella serie, tanto il senso è abbastanza chiaro: fregare (termine più gentile possibile ma si capisce quello più "giusto") il proprio nemico. Ma attenzione non ci sono nemici fissi, tutto cambia alla velocità della luce nel mondo di Billions. Una serie esagerata, piena di frasi e scene ad effetto, sopra le righe ma proprio questa sua esagerazione che la rende quasi un "fantasy finanziario" come se rappresentasse un mondo che non esiste, è proprio la sua forza. Una serie che continua a mostrarci il lato peggiore di quello che viene definito l'1%, quella parte della popolazione ricca e potente che controlla il mondo e passa il tempo giocando tra loro, sfidandosi costantemente, ignorando il restante 99% spesso più un fastidio per loro. Ma andiamo con ordine. Dopo essersi combattuti Bobby e Chuck capiscono che è arrivato il momento di unire le forze, che non sono l'uno il nemico dell'altro ma che il nemico è fuori e spesso se lo sono coltivato in casa. Taylor erano i pupilli di Bobby (il personaggio è di genere non binario quindi non ha un'identificazione di genere) ma si rivelano il suo peggior nemico, Brian era il delfino di Chuck, l'ha pugnalato in nome della giustizia ma la sete di potere sconfigge la presunzione di onestà. Li sconfiggeranno? Presumibilmente, ma non ne siamo sicuri. La quarta stagione (che è comunque il perfetto proseguimento del racconto iniziato 4 anni fa) elimina definitivamente il personaggio dell'ex moglie di Bobby (e i relativi figli) diventati inutili nell'economia globale della serie, e trova al suo personaggio una compagna più simile a lui con cui può non solo avere una relazione ma anche sfidarla negli affari. In parallelo il rapporto tra Chuck e Wendy si complica e la loro intima relazione dalle venature sadomaso avrà una svolta completamente inaspettata, evolvendosi da semplice elemento di colore a componente psicologica importante dei personaggi e soprattutto per Chuck, capiremo meglio quanto la ricerca del dolore sia fondamentale per il suo successo.

martedì 6 agosto 2019

Halloween (2018)

Tema e genere: Slasher thriller/horror, sequel diretto di Halloween - La notte delle streghe del 1978.
Trama: Quarant'anni dopo la strage di Halloween, la sopravvissuta Laurie Strode è ancora perseguitata dal ricordo di Michael Myers. Intanto, Michael sta per essere trasferito in un altro manicomio.
Recensione: A 40 anni esatti (ora 41) dall'uscita del primo, indimenticato Halloween (1978) del Maestro John Carpenter, David Gordon Green dirige un sequel che sceglie sapientemente (e genialmente) di ignorare gli altri nove capitoli (tra sequel, remake e reboot) della saga realizzati nel frattempo. Una buona premessa: se il film originale ha difatti retto bene alla prova del tempo ed è ancora oggi considerato un pilastro, non si può dire altrettanto degli episodi successivi, dimenticabili quando non proprio evitabili (anche se ne avrò visti al massimo due). Undicesimo film della saga, Halloween infatti (che riparte dall'essenziale: Laurie e Michael, la vittima e il carnefice) rinnega la quasi totalità delle dieci pellicole che l'hanno preceduto, prendendo per buoni solo gli eventi accaduti nel primo film firmato da John Carpenter, e fa centro. Perché con questo nuovo Halloween, David Gordon Green rispetta la regola non scritta per un sequel di successo, ovvero un giusto mix fra innovazione e richiami all'originale. Fin dai titoli di testa, ripresi da quelli del film di Carpenter sia nell'indimenticabile accompagnamento sonoro sia con il font, veniamo infatti coinvolti in quella che è sostanzialmente una versione riammodernata dell'originale, dal quale diverge in pochi ma basilari punti. Siamo di nuovo nella famigerata notte delle streghe, in cui avviene nuovamente un'altra fuga dall'ospedale psichiatrico, che dà inevitabilmente vita a un'altra mattanza di giovani locali, coinvolti nelle più disparate attività ricreative, e di chiunque si metta sulla strada del feroce Michael Myers. Attenzione però, perché se queste premesse potrebbero fare pensare a un prodotto puramente derivativo, privo di qualsiasi spunto originale e volto a replicare pedissequamente i punti di forza del cult del 1978, non è così. L'Halloween del 2018 è infatti un film tutto sommato godibile, che rende onore alla pietra miliare del cinema di cui porta il nome, pur senza avvicinarsi neanche alla sua grandezza. L'intuizione migliore del regista è certamente la scelta di creare una sorta di filo invisibile che collega Michael Myers alla sua mancata vittima Laurie Strode, influenzandone ogni loro comportamento e azione e facendoli attrarre come due magneti di poli opposti. Il tema portante del film è l'ossessione, sopita per 40 anni e pronta a riaccendersi nel caso di Myers e tormento per quando riguarda Laurie, capace di costruire una vera e propria panic room all'interno della propria abitazione, per proteggersi da qualsiasi attacco esterno. La dolce e determinata Laurie dell'Halloween del 1978 è ormai solo un pallido ricordo, che ha lasciato posto a una donna sola e rancorosa, incapace di tenere legati a se i propri affetti e incline a una violenza che, seppur in chiave difensiva, la rende non così lontana dalla ferocia del suo aguzzino di 40 anni prima. Le ossessioni di Laurie e Myers sono contagiose, e portano ad allargare il conflitto a persone di passaggio e soprattutto a figlia e nipote della prima. Inevitabile quindi, visto anche il periodo, un finale all'insegna del girl power, in cui 3 generazioni si riuniscono per fronteggiare la personificazione stessa del Male. Rispetto all'originale, questo Halloween è decisamente più esplicito, e replica solo in sporadici momenti il gusto per il dettaglio nell'inquadratura di John Carpenter (uno dei quali è una piacevole apparizione di Laurie in puro stile Myers).

lunedì 5 agosto 2019

Keyhole (2011)

Tema e genere: Singolare thriller psicanalitico, un viaggio ipnotico ed onirico audace.
Trama: Il gangster Ulysses Pick (Jason Patric) torna a casa dopo una lunga assenza, trascinando con sé il corpo di una ragazza adolescente e un uomo legato e imbavagliato. La sua banda lo aspetta all'interno dell'abitazione ma, nonostante gli attriti sempre più evidenti tra i vari membri del gruppo, Ulysess ha in mente soltanto una cosa: raggiungere sua moglie (Isabella Rossellini), chiusa nella sua camera da letto al piano superiore. L'impresa è però più ardua del previsto e ogni angolo della casa nasconde imprevisti che riportano al misterioso passato della famiglia.
Recensione: Peggio non poteva cominciare la mia Promessa, quella cinematografica s'intende, perché mai mi sarei aspettato di vedere un film così brutto. Un film che per come si presentava, un'opera decisamente suggestiva, si è rivelata essere invece questa un'occasione in larga parte sprecata. È questa la sensazione di fronte a Keyhole, film che, lontanissimo dalla classica idea di cinema, non fa altro che snervare lo spettatore, per essere precisi ha snervato me. Il regista opta infatti per una struttura narrativa fortemente psicanalitica (forse troppo), in cui il protagonista (e lo spettatore stesso) è chiamato a compiere un complesso viaggio (mentale?) per raggiungere la stanza della propria amata, ma ogni angolo della casa nasconde un nuovo imprevisto. Lo spettatore segue però con affanno l'arrancare tra ricordi e (forse) sogni. Gli enigmi si accumulano fomentando un senso di impotenza e inquietudine, quest'ultima accresciuta dall'assillante e tetro tappeto sonoro, ma soprattutto un senso di stanchezza latente. Perché va bene che il regista canadese Guy Maddin (finora mai incontrato, e per fortuna ora direi) abbia una certa visione, da quello che so è pure tra i più apprezzati registi per le atmosfere oniriche dei suoi lavori, che abbia l'assoluta libertà di mostrare come meglio crede questi suoi "materiali" magmatici, resta ed è però questo, un film complesso e di difficile lettura, eccessivamente criptico e chiuso in un'autoreferenzialità "poetica" che difficilmente si lascia sciogliere. La casa che fa da sfondo alle vicende della famiglia Pick somiglia alla dimora infestata dai (primi) fantasmi di American Horror Story, ma i riferimenti linguistici sono ben altri, con un protagonista che si chiama Ulysses, interpretato da Jason Patric e un enigmatico io narrante che porta il nome di Calypso, non si impiega molto tempo a pensare all'Odissea di Omero come cardine attorno cui far ruotare il lungometraggio. A differenza del poema epico, però, qui non c'è il mare a rendere periglioso il viaggio dell'eroe, ma i piani e i differenti ambienti della sua grande casa, dove "approda" dopo una non meglio precisata assenza. La moglie Hyacinth (Isabella Rossellini) quasi un'ombra la sua presenza, vive rinchiusa in camera da letto, affiancata dal vecchio padre nudo (perché non si sa, almeno una tunica poi...) e in catene, struggendosi per la morte dei figli e per la lontananza del suo adorato figlio Manners. Ma soprattutto, a differenza di quel poema, la poesia e la potenza narrativa si perde. Infatti (come detto) la sceneggiatura si fa eccessivamente ambigua e macchinosa: il coinvolgimento iniziale è alto ma, col passare dei minuti (anche per via di un'ermeticità ricusante), il respiro inizia a cessare e si finisce col fiato corto. Le forti suggestioni visive di stampo vintage (affascinanti ma comunque fini a se stessi), in questo caso non bastano a nascondere i limiti di un copione irrisolto e incapace di mantenersi coerente fino in fondo. Peccato, per la pellicola stessa e per me, che forse non avrei dovuto vedere questo film, un film elegante da un certo punto di vista, ma furbo, astruso e masochistico dall'altra.

venerdì 2 agosto 2019

Venom (2018)

Tema e genere: Adattamento cinematografico dei fumetti Marvel, creati da David Michelinie e Todd McFarlane, con protagonista Venom, uno dei principali antagonisti dell'Uomo Ragno.
Trama: Un giornalista coraggioso pesta i piedi a un ambiguo miliardario. Ma aver perso il lavoro e la ragazza non è niente, in confronto a quello che gli capiterà quando qualcosa o qualcuno si impossesserà di lui.
RecensioneVenom è un film che già per natura si presenta con le sue contraddizioni: un film tratto dall'universo Marvel che non è targato Marvel. Come è possibile? Ebbene sì, è quello che è stato fatto in questo prodotto, creando un senso di straniamento e di aspettativa notevole. Purtroppo, la maggior parte di esse sono state disilluse. Venom è un film infatti (quasi) fallimentare su (quasi) tutta la linea, senza troppi giri di parole. Il problema non deriva neanche dall'essere un film fuori dal canone ufficiale di Marvel Studios, che grazie a un accordo Sony riesce a sfruttare ancora i diritti cinematografici di alcuni personaggi dell'universo di Spider-Man, e neanche dalla totale indipendenza da Spidey (anche se esso non ha giovato al film), la questione, al contrario, è sempre connessa a fatti e situazioni intorno alla stessa produzione della pellicola. Una pellicola in cui l'intreccio non riesce a coinvolgere lo spettatore, a trasportarlo nella narrazione e alcuni eventi risultano incomprensibili. Il Venom di questo film francamente è qualcosa che non mi aspettavo: è irriverente, simpatico e con una coscienza. Il suo carattere è mediato dalla personalità di Eddie, un ragazzone buono e desideroso di fare sempre la cosa giusta, ma chi conosce a grandi linee il simbionte sa che di base ha un animo violento e a volte capace di corrompere anche i più buoni. Qui invece Venom arriva ad essere rappresentato come una specie di migliore amico, quello che ti salva dai pericoli, che ti aiuta a parlare con la ragazza che ami, che ascolta le tue paranoie e ti dà consigli. Insomma, lascia abbastanza perplessi, soprattutto dal momento che il cinecomic non è della perbenista Disney, ma di Sony, che magari avrebbe potuto osare di più. Venom è un film troncato a metà, e lo dimostra il disastroso montaggio che cerca di regalare una continuità narrativa a una storia tagliata in più punti. Facile, dunque, pensare che siano state tagliate proprio le scene più cruente, sanguinolente e splatter, a fronte di ciò che ci era stato venduto al primo trailer: Venom, uno degli antieroi più affascinanti del pantheon Marvel, doveva avere una cornice oscura, violenta, quasi a replicare il successo vietato ai minori di Deadpool. Il Venom che a noi è arrivato è invece un progetto a cui è stata divelta la vera anima, senza contare i tanti altri problemi che si stringono intorno al peccato "originale" dell'opera. Non si assisteva a un miscasting del genere da tanto tempo. Tom Hardy rimane bravissimo, esattamente come Michelle Williams, ma non sono mai nei loro personaggi, sembrano quasi delle comparse che passano di lì in quel momento, recitando al minimo delle loro forze, quasi a portare a casa la scena solo per obblighi contrattuali. Il peggiore è proprio Tom Hardy, poco credibile come report d'assalto, assolutamente fuori luogo nei battibecchi con il simbionte Venom, peraltro abbastanza ridicoli per tutta la loro durata. A questo dobbiamo aggiungere una storia praticamente telefonata, senza mordente, che relega la qualità finale alla stregua di un episodio pilota di un serial tv, nemmeno di una major (come Netflix, per dire, che non è nemmeno irreprensibile) ma di una qualunque rete generalista. Insomma i problemi di Venom sono chiari e sono anche troppi. Ma si possono sintetizzare così: una regia anonima se non addirittura assente, e uno script che spreca tutte le sue potenzialità. Quando qualcosa funziona in Venom, funziona sempre a metà.

giovedì 1 agosto 2019

Geekoni Film Festival: Un maggiolino tutto matto (1968)

Tema e genere: Commedia divertente e spensierata ambientata nel mondo delle corse automobilistiche.
Trama: Jim Douglas è un pilota ormai a fine carriera, che nelle ultime apparizioni ha distrutto le sue auto in gara. Con l'inseparabile amico Tennessee si reca quindi dal concessionario di lusso di Peter Thorndyke, uscendone però con un maggiolino bianco un po' particolare.
Recensione: E' notizia fresca che la Volkswagen abbia terminato la produzione del Maggiolino, probabilmente l'automobile più famosa al mondo, e in tal senso Herbie ha contribuito in maniera significativa (ma non poi decisiva) a perpetuarne il mito. Un mito che continuerà comunque e sempre a vivere appunto grazie alla pellicola Un maggiolino tutto matto del 1968, interpretata dal compianto Dean Jones, che ci ha lasciati quasi quattro anni fa ed a cui ho anche dedicato un post all'epoca della sua triste dipartita (qui), e prodotta dalla Disney che guarda caso ha fatto epoca per aver imposto qui da noi il termine "maggiolino" a indicare l'auto più venduta probabilmente di sempre (facendolo così entrare nell'immaginario collettivo). E pensare che son passati 51 anni dall'uscita di The Love Bug, classico film stile Disney (ovvero caratterizzato dalla leggerezza dei toni e dal ritmo scatenato) diretto da Robert Stevenson e primo episodio di una fortunatissima saga, anche se tre seguiti ed un remake tutti inferiori al primo capitolo, quest'ultimo soprattutto leggermente deludente e non all'altezza delle aspettative. Eppure ancora oggi a più di cinquant'anni dalla sua uscita, Un maggiolino tutto matto è il classico film per ragazzi (non a caso l'ho scelto per partecipare alla seconda edizione, qui la prima, del Geekoni Film Festival, la rassegna cinematografica dedicata appunto ai film per ragazzi più belli e preferiti di sempre) dove tutto funziona. Va da sé che la visione del film porti ondate di piacevoli ricordi, ma è innegabile non dare ad Herbie (che se si arrabbia son guai) quello che è di Herbie (la "prima" automobile capace di sentimenti umani), dopotutto la comicità slapstick con una live car è, per l'epoca, un vero colpo di genio. Film leggero e divertente, per tutti dunque, ed originale, è stato infatti questo film a lanciare l'idea di una macchina dotata vita propria. Tema ripreso più tardi poi da altri film molto più inquietanti quali La Macchina Nera e Christine - La Macchina Infernale. Comunque, questo simpatico maggiolino che si guida da solo e (come detto) può anche arrabbiarsi e combinarne di tutti i colori a chi gli sta antipatico strappa sicuramente molte risate ad un pubblico senza troppe pretese. Il film ci propone poi ottime inquadrature, soprattutto nelle sequenze delle gare e splendidi modelli di auto presentati. Sicuramente sono stati impiegati grandi mezzi per questo film, per non parlare delle auto che avranno distrutto per la sua realizzazione. Gli attori sono rodati per film di questo genere, Dean Jones a parte (che diamo per assodato) pensiamo al solo David Tomlinson che compare in capisaldi come Mary Poppins e Pomi d'ottone e manici di scopa. Tutto questo rende Un maggiolino tutto matto (diventato col tempo una sorta di classico, un evergreen che non invecchia mai) un film sicuramente apprezzabile anche oggi, ad oltre mezzo secolo dalla sua uscita. Infatti, potrei stare a vedere questo film per giorni e giorni senza accusare il benché minimo segno di stanchezza. Un po' come quando ero piccolo, quando i film del ciclo di Herbie passavano spesso e volentieri per i palinsesti televisivi e non come semplici riempitivi, in un'epoca in cui i film venivano trasmessi sulle tv con una frequenza molto maggiore. E non ne perdevo uno, ogni volta che li trasmettevano ero pronto a rivederli per l'ennesima volta. E anche adesso che lo vedo con una certa maturità non è cambiato nulla, è sempre divertente. Perché questo bellissimo film per tutte le stagioni ha una storia semplice, ha corse divertenti tra sabotaggi, stranezze e finali di corsa strampalati (simili alle Wacky Races, serie a cartoni che si affacciava in tv proprio lo stesso anno), e ha il lieto fine (d'altri tempi) assicurato. Non un capolavoro, anzi, ma sicuramente godibile, il film infatti scorre senza intoppi, regalando al pubblico divertimento e tanto altro (anche perché così tanto scemo il film non è, alcuni temi non sono per niente "leggeri"), e ben fatto, anche se sono evidenti errori tecnici di montaggio e qualche altro particolare che fa vedere i suoi anni. Però tutto è perdonabile visto il target (anche se è per tutti ma proprio tutti) e visto la natura di questa pellicola, una pellicola che fa bene al cuore ed alla testa.

mercoledì 31 luglio 2019

Gli altri film del mese (Luglio 2019)

Avete amato Game of Thrones? già vi manca dopo il finale dell'ultima ed ottava stagione? Ebbene se ad entrambe le domande avete risposto sì, allora fate come me, non perdetevi il documentario che racconta il dietro le quinte dell'ultima stagione (la recensione la trovate qui) di Game of Thrones, ovvero The Last Watch che, girato da Jeanie Finlay racconta la serie più ambiziosa (e costosa) di sempre attraverso gli occhi di chi le ha dedicato dieci anni di vita. Ciò, appunto con un viaggio itinerante molto interessante che ci porta a conoscenza non solo dei grandi segreti delle star, dei produttori e dei registi della serie, ma anche di tutte le persone più o meno comuni che sono state coinvolte in questa mastodontica serie, di cui le comparse sono in qualche modo il cuore silenzioso. Un viaggio insomma davvero spettacolare, tra momenti emozionanti ed incredibili, che un fan non può non vedere. Lo trovate su Sky Atlantic o su Now Tv (e credo anche su Sky on demand), buona visione. Per quanto riguarda il resto niente da dire o comunicare, solo che alcuni film passati in televisione recentemente li troverete nei prossimi due listoni finali, che domani sarà il mio turno del Geekoni Film Festival, e che a cavallo di Ferragosto, nella settimana di Ferragosto il blog andrà in ferie, non prima di avervi ovviamente regalato la mia compilation anni '70. Nel frattempo buone letture dei miei post.

martedì 30 luglio 2019

I peggiori film del mese (Luglio 2019)

In un mese pazzo dal punto di vista climatico, è successa un cosa che ha un po' rovinato sia il mese che la settimana appena trascorsa. Scusatemi infatti di questa mia breve digressione, ma quando ti capita una cosa del genere ad essere ferito è l'orgoglio e il cuore, anche le tasche (ma è comunque una cosa secondaria), e quindi un po' di malinconia mista a rabbia un po' viene, e poiché quest'ultima ha bisogno di tempo per sbollire, le giornate scorrono in modo strano. Perché la "tua" macchina (anche se quella dei tuoi) è come una seconda casa, e quando questa ti viene portata via, ossia rubata nel cuore della notte (dai dei tizi che definire ladri è un complimento), fa male. Ed anche se è passata una settimana, il nodo fatica a sciogliersi. Tuttavia la vita va avanti e bisogna passare sopra a certi momenti (momenti in cui le bestemmie sarebbero giustificate e soprattutto permesse), e infatti tutto sta pian piano tornando alla normalità (una diversa normalità), anche se i problemi e le rogne per un po' rimarranno, ma poco male se il resto (almeno quello) va abbastanza bene. E andrà se una forza superiore non interverrà. Digressione finita, ora ecco le mie visioni non soddisfacenti del mese.

Chiudi gli occhi (Thriller, Dramma, USA, Thailandia, 2016)
Tema e genere: Thriller melodrammatico che sviscera un rapporto di coppia abbastanza insolito.
Trama: Cieca dopo un incidente avvenuto quando era bambina, Gina (Blake Lively) fa affidamento al marito James (Jason Clarke) per i suoi occhi. Quando un trapianto di cornea cambia drasticamente la sua vita, la donna inizierà a vedere la relazione sotto una nuova luce.
Recensione: Il buon Marc Forster (cui si vuol bene, sia chiaro: è il regista di World War Z e del sottovalutato 007 Quantum of Solace, la cui unica colpa è stata quella di uscire dopo Casino Royale) ha messo su uno psico-thriller dalle premesse intriganti, che però inizia a fallire lentamente (e miseramente) subito dopo aver posto i suoi interrogativi, per dissolversi progressivamente man mano che ci si avvicinerà ai titoli di coda. Pedante e poco credibile, Chiudi gli occhi racconta di un rapporto (quasi) idilliaco tra marito e moglie, che sembra pian piano trasformarsi in un incubo quando lei riacquista la vista e (attraverso un simbolismo infantile) riesce finalmente a "vedere" l'uomo che ha convissuto con lei per tanto tempo. Peccato che se le premesse potevano quantomeno incuriosire, il risultato è inconcludente e spocchioso, tanto che nella seconda parte la sceneggiatura gira a vuoto, indecisa su quale strada prendere e procede verso un finale totalmente grossolano. Recitato male e scritto peggio, il film mostra anche tutti i limiti di una regia forzatamente virtuosa, che cerca a tutti i costi di colpire con scelte visive sopra le righe ed effetti di luce ambiziosi. Il problema è che Forster non riesce mai a mantenersi in controllo e finisce per dare  vita a un lungometraggio noioso e supponente, ricattatorio e mai capace di emozionare in maniera spontanea. La (ri)presa di coscienza e della propria vita di Gina con il recupero della vista e le ossessioni del marito non sono sufficienti a tenere lo spettatore desto per la durata dell'opera. Non è un vero thriller, non è un vero dramma psicologico, è una occasione lasciata a metà sulle onde di immagini accattivanti ma vuote. Anche i momenti morbosi sono espressione di una fotografia fascinosa ma fredda. Peccato.
Regia: La regia propone quasi ossessivamente delle sequenze ed un montaggio "a sensazione" lungo l'intero svolgersi della trama. Purtroppo a questa ricercatezza di immagine non si abbina uno svolgimento altrettanto interessante della storia facendo infine pensare al tutto come un mero esercizio di stile.
Sceneggiatura: Se l'idea iniziale era accattivante, i personaggi e gli avvenimenti non convergono in un fulcro empatico e la storia diventa insopportabilmente noiosa. Il finale (che non si rivela, non solo per evitare spoiler, ma perché francamente non è per nulla chiaro) vira sul dramma poetico assolutamente troppo tardi, negli ultimi 15 minuti. Senza riuscire a porre alcun rimedio ad un racconto quasi senza senso.
Aspetto tecnico: Sul piano squisitamente tecnico, pare funzionare abbastanza bene la prospettiva della non vedente, ma dopo un po' stanca.
Cast: Buona l'interpretazione dei 2 protagonisti (soprattutto Blake Lively, che è sempre e comunque un piacere vedere, qui poi è parecchio sensuale), piuttosto mediocre quella degli coprotagonisti.
Commento Finale: E' un film deludente: non è un thriller perché manca di suspense, come commedia drammatica manca di passione. Il regista Marc Forster ha scelto uno svolgimento della storia frantumato, sincopato, con flashback e momenti nebbiosi nella fotografia, forse per immaginare il mondo visto da un cieco, con conseguente mancanza di linearità nella storia. Peccato la trama poteva offrire spunti interessanti, ma la mancanza di sviluppo durante tutta la parte centrale (e non solo), fondata sul nulla assoluto, per poi concludersi bene, ma non benissimo, non aiuta proprio, anzi, pellicola piatta, lenta e francamente noiosa, ambientata in una Bangkok ultramoderna (salvo un viaggio in Spagna) è questa.
Consigliato: No, da evitare. Non basta Lei, Blake Lively a consigliarne la visione (neanche ai suoi fan).
Voto: 4
[Qui Trailer, più info e più dettagli]

lunedì 29 luglio 2019

La truffa dei Logan (2017)

Tema e genere: Una divertente commedia su una rapina impossibile, con un cast d'eccezione.
Trama: Il colpo grosso dei due fratelli Logan e della loro banda durante la Coca-Cola 600, la leggendaria corsa della Charlotte Motor Speedway.
Recensione: Qualche anno fa Steven Soderbergh un po' a sorpresa aveva annunciato a soli 50 anni il suo addio dal mondo del cinema, promessa non mantenuta fortunatamente, anzi, ha pure raddoppiato un anno dopo a questo film datato 2017 con l'esperimento abbastanza riuscito di Unsane, un thriller alquanto controverso (in positivo). Non è controverso invece, ma onesto e sincero, La truffa dei Logan (Logan Lucky), una sorta di versione basso proletaria della trilogia di Ocean, la famosa e squisita (come cinema d'intrattenimento degli anni 2000) saga di film ladreschi che negava tutte le regole del genere, pur rispettandole. Infatti, dove là tutto era glamour, i ladri erano belli e intelligenti e i luoghi erano cartoline da favola, qui sono brutti, storpi e abbastanza stupidi, anche nella colonna sonora (curata entrambe dallo stesso compositore David Holmes) dove ai concerti alla Frank Sinatra si sostituisce il folk di John Denver. Anche la struttura è diversa e opposta: la genialità della trilogia stava nel sovraccumulo di narrazione, piste vere e false, colpi di scena, situazioni per poi togliere totalmente qualsiasi spessore ai personaggi riducendoli a maschere da feuilleton muto e realizzare così film di azione essenziale. Ne La truffa dei Logan invece la linea narrativa principale è piuttosto semplice, quello che interessano sono proprio le divagazioni dal centro: l'orso nella foresta, la rivolta in prigione, la guardiana extra large, i piloti delle auto, tutti episodi che esulano dal filone principale e che il regista maneggia con l'abilità di illusionista, per sviare l'attenzione, distrarre e poter far avvenire così la magia. Altra differenza strutturale sono i personaggi: non più figure, maschere, ma persone vere (da segnalare Riley Keough, vera nipote di Elvis Presley e perfetta ragazza del Sud), ma soprattutto Jimmy (un eccellente Channing Tatum l'unico membro del cast ad aver già più volte lavorato con il regista), vero motore narrativo e chiave di volta dell'intera struttura, perché il perno di tutto è proprio il suo amore per la figlia e il desiderio di volerle restare ancora accanto, cui fanno da grandiose spalle Adam Driver e un inedito e divertentissimo Daniel Craig. Sullo sfondo poi c'è tutta la povertà (non solo materiale) di certa provincia e dell'America di oggi, come raramente si vede nel cinema di Hollywood. L'America lontana dalle grandi città viene descritta come un luogo misero, abitata da persone o troppo stupide o frustrate dai fallimenti e da un Paese che non sembra voler avere clemenza, il tutto delineato e rappresentato senza però mai perdere di vista la sua natura più squisitamente leggera. Perché l'handicap fisico dei due protagonisti, insieme all'ambientazione profondamente rurale, diventa sì il grandangolo attraverso il quale il regista ci mostra un'America piegata da una crisi profonda, valoriale prima ancora che economica, ma dove il furto non rappresenta più, come in Ocean's Eleven, un lussuoso esercizio di stile, bensì un mero mezzo per garantirsi la sopravvivenza. Il risultato è un cocktail con le giuste parti di realtà e fantasia, in dosi non perfette ma sufficienti per intrattenere e divertire, anche grazie al ritmo mai lento. Perché per quanto però sia piacevole e ben congegnato, La truffa dei Logan contiene alcune imperfezioni.

venerdì 26 luglio 2019

Vice - L'uomo nell'ombra (2018)

Tema e genere: Atipico film biografico che segue la storia di Dick Cheney, interpretato da Christian Bale, dalla sua ascesa politica fino al ruolo di vicepresidente degli Stati Uniti d'America. 
Trama: La vera storia di Dick Cheney, il vice-presidente più potente della storia americana, considerato da molti il "vero numero uno" della Casa Bianca durante l'amministrazione di George W. Bush, e di come le sue politiche abbiano cambiato il mondo.
Recensione: Narrato a volte in prima persona rivolgendosi direttamente al pubblico (un espediente già efficacemente usato dal regista nel suo film precedente), a volte da un uomo il cui ruolo si scoprirà solo alla fine con un bel colpo di scena, Vice - L'uomo nell'ombra, che segna il ritorno del regista Adam McKay dopo aver colpito pubblico e l'Academy con La grande scommessa, che tratta di un racconto di una parte della storia recente degli Stati Uniti, ma non c'entra la crisi economica, il film è infatti incentrato sulla figura di Dick Cheney, che nell'amministrazione di George W. Bush è diventato il vicepresidente più potente di sempre, è la storia (si potrebbe così dire) di una vocazione, una chiamata al potere, che Cheney sente fin da giovane e che trova la sua sponda e il suo sostegno in una moglie che da subito lo indirizza e lo sprona. Tanto Cheney è devoto alla famiglia e affettuoso con le figlie, tanto è spregiudicato nel suo comportamento pubblico: intrighi, scandali, gioco sporco, scelte che favoriscono smaccatamente i ricchi e potenti, le deportazioni e torture indiscriminate dopo la tragedia dell'11 settembre, tutto, dal bombardamento della Cambogia alla dichiarazione di guerra all'Iraq, nonostante sapesse benissimo della inesistenza delle famose armi di distruzione di massa. La tesi del regista premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale nel 2016 per quel originalissimo ed interessante film che è La grande scommessa, è che l'America sia governata da dinastie, le scelte politiche dagli anni '60 in poi sono state affidate a un ristrettissimo gruppo di persone. Un altro paese sarebbe stato possibile, suggerisce il regista quando a metà del film fa partire i titoli di coda, come se Cheney fosse stato sconfitto, ma non è stato così. La vicenda raccontata da Vice - L'uomo nell'ombra è quindi una pagina importantissima della storia recente non solo degli Stati Uniti, ma del mondo intero. L'influenza di Dick Cheney sulle vicende del primo decennio del XXI secolo è stato fortissima, in particolare per quanto riguarda l'entrata in guerra contro l'Iraq. Tra i momenti più terrificanti per la loro fredda lucidità ci sono sicuramente i focus group utilizzati per decidere la terminologia da usare per spostare l'opinione pubblica. Adam McKay insomma non risparmia nessun colpo a Cheney, ma neanche a tutti gli altri, non la classe dirigente, i ricchi, i militari, ma nemmeno la gente comune, esemplare la scena di un focus group nel quale, dopo un'accesa discussione, un liberal e un conservatore vengono alle mani sulle sorti del paese, mentre una donna è interessata solo a cosa danno al cinema, come dire, anche in America ognuno ha i governanti che si merita. La sua figura è però quella più pressata, attaccata infatti da ogni fronte, mostrandone i lati più viscidi e oscuri, creando il ritratto di un uomo davvero senza scrupoli, pronto davvero a tutto per ottenere il potere. Dall'altra parte George W. Bush, apparentemente un completo inetto, che viene facilmente raggirato dalle parole di Cheney. Una rappresentazione non certo imparziale, ma è chiaro che non sia mai stato questo l'obiettivo di McKay. Alla storia meramente politica si intreccia anche ben altro, ovvero la particolare storia d'amore tra l'inconcludente e insicuro Dick e la bella e carismatica Lynne, che poi si evolve nell'amore incondizionato verso le figlie, oltre a piccole sotto-trame di spionaggio. Perché, se il Dick Cheney politico è spietato e cinico, l'uomo sa essere un padre protettivo e amorevole, che rinuncia a correre per le presidenziali per evitare stravolgimenti nella vita della figlia minore (mi fermo qui per evitare spoiler).

giovedì 25 luglio 2019

Catch-22 (Miniserie)

Tema e genere: Miniserie dalla vena ironica per raccontare il crudele paradosso della guerra, qualsiasi guerra. 
Trama: Catch-22, uno dei classici satirici della letteratura americana del XX secolo, è incentrato sulle (dis)avventure del giovane capitano John Yossarian, che non vorrebbe combattere i nemici, ma è costretto a farlo. YoYo, come lo chiamano gli amici e i commilitoni, è un anti-eroe ribelle e iconico, che si sforza di mantenere il suo equilibrio mentale, lottando contro il sistema militare. Ma il suo disagio interiore valica la vita nel campo di addestramento sotto l'ambizioso Tenente Scheisskopf e poi sul fronte italiano ai comandi del Colonnello Catchcart e del Maggiore de Coverley. La battaglia di John, in realtà, non è contro i nemici, né contro l'esercito, né contro la guerra: YoYo combatte il sistema, una macchina fangosa, burocratica, paradossale e corrotta.
Recensione: Basato sull'omonimo romanzo antimilitarista di Joseph Heller (classico della letteratura americana del XX secolo e vero e proprio romanzo di formazione per intere generazioni) Catch-22 (andata in onda su Sky Atlantic) segna il ritorno sul piccolo schermo di George Clooney a vent'anni dall'uscita dal cast di E.R. L'attore, oltre che produttore e regista di due dei sei episodi che compongono la miniserie, si è infatti ritagliato per sé il ruolo di uno dei personaggi più grotteschi e, in tal senso, paradigmatici di questa duro apologo contro la guerra (questo studio sul rapporto tra l'America e i concetti di "guerra" e di "difesa della nazione", che arriva dopo l'analisi sui rinati suprematismi in Suburbicon): l'ambizioso e sadico tenente Scheisskopf, letteralmente, "testa di cazzo" in tedesco. Al centro della storia ci sono le avventure di uno squadrone di giovani aviatori dell'esercito americano di stanza in Italia (che fa benissimo da sfondo), in un mondo segnato dal secondo conflitto mondiale e dagli abusi di potere. Tra di loro c'è il Capitano John Yossarian, detto YoYo, (Christopher Abbott), un bombardiere che, per evitare la guerra, sceglie di arruolarsi in aviazione sperando che il conflitto duri meno del suo addestramento. Si trova invece, suo malgrado, nel mezzo dello scacchiere europeo, con il solo obiettivo di tornare a casa il prima possibile e il limite massimo di missioni sostenibili da un soldato prima di essere congedato, che continua ad aumentare ogni volta che YoYo pensa di essere ormai prossimo a tornare a casa. Per essere esentato dalle missioni di volo, Yossarian arriva addirittura a dichiararsi pazzo, finendo per incappare nel Comma-22, che stabilisce che chi è pazzo può chiedere di essere esonerato ma, nel momento stesso in cui lo richiede, dimostra di non essere veramente pazzo. Perché solo un pazzo potrebbe voler continuare a volare in quelle missioni. Il paradosso di questo cavillo (che non sarà l'unico dei paradossi che saranno sciorinati lungo le sei puntate volti a simboleggiare l'assurdità della guerra, qualunque essa sia, in qualunque tempo essa avvenga, qualunque popolo, nazione, stato essa coinvolga) che impedisce di fatto a chiunque di sfuggire alla follia del conflitto diventa la chiave di lettura di una storia (già paradossale di suo) che affronta la guerra soffermandosi spesso sui suoi lati più ironici e contraddittori. Ma soffermandosi anche sulle assurde idiosincrasie della guerra. La follia dilagante durante i conflitti, l'assurdità delle (non) logiche che animano gli esseri umani in condizioni precarie dove perfino la sopravvivenza è messa a repentaglio, ma soprattutto le imprevedibili reazioni di quest'ultimi a impulsi come potere, desiderio, morte: sono questi i temi portanti della miniserie, stemperati da un graffiante senso dell'umorismo surreale che tanto ricorda da vicino quello dei fratelli Coen, dei quali Clooney è stato spesso attore "feticcio". La particolarità di Catch-22 risiede soprattutto nel taglio della serie: nessun giudizio morale accompagna i personaggi, sono le loro azioni e le scelte che compiono (o che scelgono di non compiere) ad identificarli, a mostrare la loro vera natura agli occhi degli spettatori, portatori sani di una scomoda verità che possono focalizzare con critica lucidità grazie alla "distanza di sicurezza". Le risate che generano le situazioni mostrate sullo schermo possono ingannare, perché come diceva Freud: "Con una risata si può dire tutto, perfino la verità". Guardando Catch-22 non si può non pensare alla presidenza Trump, ai problemi del possedere armi negli Stati Uniti oggi, questo la rende una storia attuale e senza tempo allo stesso modo. Si riflette, ci si addolora coi personaggi, soprattutto coi sottoposti e il loro non vedere una via d'uscita dalla Guerra, che gli è stata imposta e non hanno scelto, ma senza mai smettere di sorridere (amaramente). Una chiave di lettura non nuova ma certamente fresca nel panorama generale e che deve sicuramente molto a quella sadica ironia e crudeltà di opere come Full Metal Jacket, dove temi come follia e guerra si intrecciavano inesorabilmente.

mercoledì 24 luglio 2019

The Strangers: Prey at Night (2018)

Tema e genere: Atipico home invasion, thriller horror sequel di The Strangers.
Trama: Il viaggio on the road (un viaggio in una località presumibilmente di villeggiatura) di una famiglia prende una piega pericolosa quando, arrivando in uno sperduto parcheggio per passare la notte, trovano il deserto più assoluto. Mentre il buio lentamente scende, tre psicopatici mascherati fanno visita alla famiglia testandone ogni limite e mettendone a dura prova la sopravvivenza.
Recensione: A dieci anni di distanza dal primo The Strangers, uno degli horror/home invasion più atipici e al tempo stesso più riusciti dell'ultimo decennio (anche se molto più riuscito e bello sarà You're Next pochi anni dopo), ecco arrivare il suo sequel. Il regista Bryan Bertino (che resta alla sceneggiatura) lascia questa volta la cabina di regia al giovane rampante collega Johannes Roberts, che col genere si era già cimentato grazie a pellicole quali La Foresta dei Dannati e The Other Side of the Door, e reduce da uno dei migliori film sugli squali fatti negli ultimi anni (47 Metri). La grande intuizione narrativa che aveva reso così "speciale" il primo The Strangers viene ripresa anche in questo sequel: mettere da parte qualsiasi tipo di rappresentazione orrorifica canonica per catturare l'attenzione dello spettatore lentamente, attraverso una straordinaria costruzione della tensione. Com'era già accaduto nel primo film, anche in The Strangers: Prey at Night la paura (tanto nei personaggi quanto nello spettatore) nasce dall'impossibilità di comprendere le motivazioni alla base degli attacchi del folle trio di assassini (gli sconosciuti del titolo) composto da Dollface, Pin-Up e L'Uomo con la Maschera. The Strangers: Prey at Night infatti, riprende quasi pedissequamente la struttura narrativa del suo predecessore, nonostante i problemi di coppia lascino il posto a quelli di un'intera famiglia, e l'azione diventi meno claustrofobica, spostandosi oltre i limiti domestici imposti dal primo film. Nel mirino dei tre misteriosi serial killer troviamo questa volta difatti, una famiglia disfunzionale composta da Mike, sua moglie Cindy e i loro due figli adolescenti, Luke e Kinsey. I quattro, giunti in un camping abbandonato per una breve gita familiare, diventeranno ben presto il bersaglio dei tre psicopatici mascherati, con intenti omicidi ancora più inspiegabili di quanto visto in passato. Ma pur essendo perfettamente in linea col suo predecessore è, per certi versi, anche migliore. La sceneggiatura segue sì le regole dello slasher, ma cerca di sorprendere lo spettatore quando possibile, e ci riesce, anche perché questo è uno slasher che non ti dà un momento di tregua dall'appeal affascinante. Le atmosfere stranianti e l'isolamento significante del primo episodio qui vengono ribaltate infatti in un film, che paga un debito evidente all'horror anni '80, per estetica e scelte musicali (ecco, un altro grande pregio è l'eccellente utilizzo della colonna sonora anni '80 che creano contrasti sfiziosi e geniali), che chiariscono subito le intenzioni di Roberts. Ovvero quelle che il suo sarà un film molto diverso da quello del 2008: minimalismo e atmosfere claustrofobiche vengono sostituite di sana pianta da un approccio più pop, più fresco, più ansiogeno e (cosa a cui ormai abbiamo fatto il callo) più nostalgico. The Strangers: Prey at Night, con le sue scelte musicali e i suoi tempi nel montaggio, guarda infatti più agli slasher degli anni '70, come Halloween di John Carpenter, allontanando da sé i montaggi forsennati e riducendo l'ironia all'osso, compensando con una colonna sonora pop anni '80. Ma oltre ad un taglio stilistico diverso, siamo di fronte anche ad un cambio di prospettiva: luogo di scontro tra gli Strangers e le vittime non è più una semplice casa, ma è un intero trailer park, che dà di fatto a Roberts mano libera, permettendogli di gestire la vicenda un po' come gli pare. E questo è un bene. Il tributo da pagare al film precedente è quello che azzoppa tutta la prima parte di Prey at Night, troppo impacciata e lenta, bloccata tra una riproposizione pari pari di alcuni elementi (la lampadina, la ragazza che bussa alla porta e chiede di Tamara) e i risibili "scazzi" famigliari dei protagonisti. Poi però scatta la violenza, il sangue inizia a scorrere, partono gli inseguimenti e le cose iniziano a farsi interessanti. Come interessante è appunto questo sequel, che non si propone come copia carbone del prototipo, ma riesce ad andare a un livello (di terrore) successivo, ricordando (in parte) quello che è stato fatto con La notte del giudizio e i suoi sequel.

lunedì 22 luglio 2019

1000 di questi 4 anni

Vista così sembrerebbe una minaccia la mia, la durata di un Reich tanto sognato da un certo tedesco supponente, probabilmente è invece il miglior augurio possibile, anche se superare Matusalemme non è impresa semplice, però no, niente di tutto questo, all'alba del mio quinto anno cominciato e quindi il quarto appena finito, il blog semplicemente raggiunge un traguardo numerico ben poco immaginabile da una persona che aveva aperto un po' per gioco (quasi per scherzo) questo blog/diario esattamente quattro anni fa, ovvero il raggiungimento del Millesimo post pubblicato. Non contento di questo doppio traguardo però, come vi avevo accennato e comunicato in precedenza (quasi sei mesi fa), ho voluto farmi e farvi un regalo, e sempre che ciò non deluda le vostre aspettative, è quello che ho fatto. Infatti dopo una lunga programmazione volta a non intaccare la mia settimanale pubblicazione, sono riuscito finalmente (perché era l'unica cosa che era rimasta da sistemare in modo adeguato) a regalarmi/vi l'archivio completo e dettagliato, tramite varie "categorie", dei post più "popolari" pubblicati negli anni. Come? Non semplicemente facendo una lista, ma aprendo dei veri e propri blog "esterni", ma comunque interni, perché direttamente collegati al blog "principale", che saranno aggiornati periodicamente (una o due volte al mese) in concomitanza con la pubblicazione originaria. Ed ecco quindi nel dettaglio quali sono questi nuovi blog, che potete anche non seguire direttamente, tanto non ci sono visualizzazioni o follower da tener conto, ma che vi suggerisco di consultare se cercate un post in particolare (che riguardi il cinema, la televisione e le serie tv, la musica, i videogiochi e fumetti e simili), mentre per tutti gli altri temi ed argomenti (quelli classici e i rimanenti) non cambia il metodo di fruizione, ovvero tramite le pagine di questo blog.

L'angolo del Cinema è l'archivio completo e dettagliato (con le etichette visibili) di tutti i film visti e recensiti in questi ultimi quattro anni, ogni film infatti, a parte alcuni film (al momento stipati in un post annuale, ma prossimamente anche questi avranno il loro singolo spazio) non presenti nell'archivio di isnotTV, sito che mi permette di farvi visionare il trailer, farvi leggere dettagli compresa la trama e il giudizio complessivo di chi vota la pellicola, ma anche consigliare film simili e quando disponibile proporvi un sito per veder legalmente il film in questione, avrà una sua "pagina" personale. Sì perché non ci sarà nessuna distinzione come invece accade nel vecchio archivio (che sarà tuttavia disponibile qui tra le pagine del blog "principale"), tra i film finiti nei listoni dei peggiori e degli altri film del mese (e di quelli dove c'erano più film). In più ci saranno in questo nuovo spazio tutti i post riguardanti il cinema in generale, ovvero anteprime, classifiche finali, rassegne, retrospettive e tanto altro, tutti ovviamente collocati in ordine temporale originale. Non vi resta quindi che farvi un giro.

lunedì 15 luglio 2019

[Cinema] Dieci bellissimi coetanei (I miei 10 film preferiti del 1985)

Ancora film, ancora Cinema ed ancora un Tag di GramonHill dopo quello de Il film che... di poco tempo fa. E' lui infatti l'artefice di tutto, che dopo aver diffuso nella blogosfera quell'interessantissima catena, ne ha proposto un'altra (stavolta di sua invenzione) altrettanto bella. Una catena che appunto, stando al titolo, si predispone come l'occasione agli appassionati e a tutti, di andare alla ricerca dei film usciti nel proprio anno di nascita, e individuare quelli che sono piaciuti di più. Una catena a cui partecipo non solo perché mi interessava proporlo, ma perché nominato da SamSimon (e da Moz, seppur non in modo specifico). Ma bando alle ciance, io sono nato nel 1985, come dovreste già sapere, e quindi ecco i miei dieci film preferiti (di quelli visti) di quell'anno.

10. L'anno del dragone di Michael Cimino con Mickey Rourke
E' stata probabilmente dell'attore statunitense la migliore interpretazione in assoluto al pari The Wrestler, perché in questo controverso (doveroso infatti segnalare le cinque candidature di questa pellicola per i cosiddetti Oscar al contrario, ovvero i Razzie Awards) ma ottimo thriller poliziesco,
un torbido ritratto della criminalità e della corruzione newyorkese, egli offre una notevole prova.
Notevole anche la prova del regista, autore del capolavoro Il cacciatore, scomparso 3 anni fa.

venerdì 12 luglio 2019

Revenge (2017)

Tema e genere: Primo rape and revenge a essere diretto da una regista donna, la francese Coralie Fargeat.
Trama: Prodotto dalla Midnight Factory, il film parla di una ragazza Jen, che viene invitata da un uomo molto ricco ad una battuta di caccia. Il week end, si trasforma in un vero è proprio incubo. Jen viene violentata e poi uccisa (almeno così sembra), fino a che non si sveglierà e vorrà vendetta.
Recensione: Si veste di rosa la voglia di rivalsa e la lotta contro la violenza fisica e psicologica in Revenge, il primo rape and revenge movie diretto da una donna, Coralie Fargeat, che vede Matilda Lutz (vista nel mediocre The Ring 3 e nel mediocre L'Estate Addosso di Muccino) nei panni di una giovane e ingenua donna all'apparente mercé dei desideri maschili. Nella pellicola, infatti, seguiamo le angoscianti vicende della sexy e sfacciata Jen interpretata dalla Lutz che, invitata dal suo ricco amante Richard (Kevin Janssens) alla tradizionale battuta di caccia nel deserto organizzata dall'uomo con due amici, Stan (Vincent Colombe) e Dimitri (Guillarme Bouchède), si ritrova presto ad essere assoggettata al desiderio degli uomini e a dover ricorrere a tutta la sua forza per fronteggiare, in una spietata caccia all'uomo, quello che si era prospettato come un week end di relax e di passione. Un nome del genere per un film appartenente al filone rape and revenge potrebbe risultare, ai più, insipido e banale. Così sarebbe se solo esso non fosse così diretto, efficace e d'impatto. La regista francese, difatti, meglio non avrebbe potuto denominare la sua opera cruda se non col titolo Revenge. La vendetta stessa, la quale altro non è che l'emblema stesso che viene qui portato in scena. Sì perché Revenge è un film estremamente diretto e viscerale. Un film d'esperienza, che non colpisce lo spettatore per intrighi narrativi o per la forza del racconto, ma per il coinvolgimento sensoriale che crea, tutto è infatti amplificato in Revenge, tutto è sensoriale, volutamente eclatante e meno realistico, dai paesaggi mozzafiato ai rumori dei passi o dei mezzi utilizzati dai personaggi, fino all'essenzialità dei dialoghi tra i protagonisti, forse il vero tallone d'Achille della pellicola. Un film dalla marcata personalità dal punto di vista visivo, si vede che la regista cerca la sua dimensione pulp, con scelte registiche e sceniche spesso sopra le righe ma mai prive di carattere e significato. Una fotografia sgargiante (e satura), un continuo indugiare sul dettaglio violento, sulla sofferenza fisica, senza mai esasperare i toni. È quel tipo di violenza che dà una parte crea tensione dall'altra la stempera, rendendosi per lo più delle volte il catartico exploit dei momenti più importanti del film. Insomma, è quel tipo di violenza filmica, che piace, perché ha il suo perché. E lo spettatore, proprio grazie al gioco di luci e musica e ad un mix di adrenalina e cruda violenza, riesce a vivere completamente il vissuto della protagonista. Perché nonostante le scene pulp sovrastino fin troppo lo sviluppo di Revenge, essi contribuiscono a ricreare la giusta dose di suspense e di partecipazione emotiva nei confronti della protagonista (merito della presenza scenica e del talento di Matilda Lutz che, in questo genere di film, riesce ad emergere anche nelle sequenze meno strutturate dal punto di vista narrativo). Punto nevralgico e unica, vera forza di Revenge è proprio un racconto semplice ed essenziale che punta tutto sulla trasformazione della protagonista che, da preda, diventa predatrice, sovvertendo lo stereotipo della donna/oggetto con comportamenti e azioni spesso al limite del reale. Poco importa però se la credibilità degli eventi narrati lascia molto a desiderare, perché il film osa quando sfrutta il potenziale del genere horror, e funziona egregiamente, infatti la seconda parte, che simboleggia la maturità di Jen attraverso una rinascita, seppur poco credibile sul piano narrativo, è un'arena di sangue, dove a scandire il ritmo dell'opera sono troncamenti, amputazioni e fiumi di sangue.

giovedì 11 luglio 2019

Riverdale (2a stagione)

Tema e genere: Seconda stagione per la serie teen ispirata all'omonimo fumetto in dote ad Archie Comics e messa in onda da The CW.
Trama: La seconda stagione riprende da dove si era conclusa la prima, con lo sparo a Fred Andrews (Luke Perry), padre di Archie, al Pop's, storico locale della zona. Archie (KJ Apa), in una corsa contro il tempo, guida il furgone del padre per portarlo all'ospedale. Ma presto si scoprirà che la rapina era tutta stata inscenata (da Pop's non è stato rubato nemmeno un centesimo), da qualcuno di ben più imprevedibile e pericoloso. Una trama giallo-mistery che ripercorrerà tutta la stagione finché non verrà svelata l'identità del presunto ladro, che sarà etichettato come Blackhood, il boia di Riverdale.
Recensione: Dopo un po' di attesa si ritorna nella città città maledetta, che sperava in un nuovo inizio, ed invece ha riscoperto solo paura e terrore, Riverdale. Un ritorno che avviene con una seconda stagione in cui le atmosfere si fanno decisamente più cupe e dark, con una seconda stagione di una serie che dopo il clamoroso (e giustificato) successo della prima stagione (qui) si è regalata l'ennesima occasione di sorprendere, sebbene rispetto alla prima diciamo che questa stagione non spicca tanto per la trama, di per sé intricata ma con un impatto notevolmente inferiore. Tuttavia ancora positiva è la sorpresa, per una serie, un piccolo gioiello, che continua ad appassionarci e sconvolgerci ad ogni episodio. Infatti, la sceneggiatura, il teen drama perfettamente shakerato al thriller, la splendida fotografia la cui cromatura rispecchia perfettamente quella di un fumetto, il talento del cast (vuoi quello giovane, vuoi quello un po' più esperto) e il timing attento della regia, hanno contrassegnato questo show come un prodotto di sicura qualità, un lavoro minuzioso e ben costruito, che si conferma anche questa volta, nonostante qualche piccola, più marcata, defaillance. La seconda stagione difatti, riparte dalle vicende lasciate in sospeso nella prima e introduce nuovi personaggi e idee, ma con risultati altalenanti. Se in precedenza avevamo due linee temporali (la trama principale e i flashback degli eventi direttamente prima o dopo l'’omicidio di Jason Blossom) con questa seconda stagione si raddoppiano le strane convenzioni narrative, aggiungendo momenti onirici che appaiono reali ai protagonisti, momenti che non sempre hanno molto da spartire con il clima cupo e oscuro della narrazione generale. Molti personaggi infatti, come per esempio Josie (Ashleigh Murray) e Kevin (Casey Scott), sognano di essere uccisi da Blackhood nei modi più crudeli. Spesso lo spettatore è tratto in inganno dalle scene oniriche, per poi tirare un sospiro di sollievo non appena la narrazione torna alla realtà. Il musical Carrie, scelto come modalità di messa in scena proprio nel segmento più cupo della stagione, appare invece abbastanza forzato, sebbene i ragazzi interpretino personaggi che somigliano alle loro personalità reali. La seconda stagione di Riverdale segue poi le orme della precedente, soprattutto per quanto riguarda la tematica principale. Il doppio, la tenebra che si annida nel profondo dell'animo umano, torna più forte che mai. Insomma qualcosa di già visto, e qualcosa che avrei preferito non vedere. Ma nel complesso questa stagione, che si fa più cupa e tetra, giacché ora Riverdale non è più la città del brio ma del caos e della confusione, dove nessuno si fida più di nessuno, dove tutti cominciano ad indossare una maschera, che ritocca tematiche in modo più approfondito (la tematica della gang e degli stupefacenti) e ne tocca altre nuove, l'altra faccia della malavita: la mafia immobiliare, è ugualmente riuscita e convincente. Perché anche questa stagione appassiona ed impressiona per profondità narrativa, messa in scena e cromaticità. Una seconda stagione che, anche questa volta fa delle citazioni cinematografiche una propria cifra stilistica riconoscibile, nella prima stagione i personaggi si servono continuamente di titoli di film per definire le azioni degli altri, ma nella seconda sono presenti vere e proprie chicche registiche persino troppo ambiziose (La notte del giudizio, lungometraggio diretto da James DeMonaco nel 2013, dà il titolo e le dinamiche a uno degli episodi, inoltre sono presenti palesi citazioni di altre opere di un certo spessore, come Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme o Shining di Stanley Kubrick), che questa volta è una discesa nelle tenebre in tutto e per tutto.

mercoledì 10 luglio 2019

Easy - Un viaggio facile facile (2017)

Tema e genere: Commedia on the road dai risvolti malinconici.
Trama: Un ex pilota aspirante campione, da anni depresso e obeso, accetta una strana richiesta dal fratello: portare in Ucraina la bara di un operaio morto per un incidente sul lavoro. Tutto facile? Mica tanto.
Recensione: Ancora un pilota protagonista al cinema, dopo il Loris De Martino di "Veloce come il vento". Ancora una storia di fallimento, benché raccontata con toni lievi da Andrea Magnani. E ancora una bella sorpresa, da un cinema italiano che sempre più spesso si adagia e indugia su temi banali e stereotipi, tanto che ultimamente lo evito più frequentemente di prima. Ma in questo caso mai scelta fu più giusta, perché davvero riuscito è questo film. Un film di una leggerezza inusitata ma nello stesso tempo di una dolcezza interiore che non t'aspetti, tutto con un passo asciutto, sornione, con poche parole e niente virtuosismi inutili di macchina. Un divertimento mai sguaiato, incantevole e, soffusamente, surreale. Impaginato con un bello stile visivo, che a tratti ricorda i western, e accompagnato da un umorismo surreale tra Aki Kaurismaki e il cinema nordico (per minimalismo espressivo), l'opera prima (dopo tanti corti e documentari) di Andrea Magnani è infatti un'operina interessante e ben fatta (una pellicola deliziosa dall'atmosfera insolita e immediatamente riconoscibile), che si poggia sull'eccellente prova di Nicola Nocella (che si rivelò nel 2010 con Il figlio più piccolo di Pupi Avati), affiancato da un Libero De Rienzo un po' troppo uguale ad altri suoi ruoli nei panni del fratello, mentre il cameo di Barbara Bouchet si fa apprezzare, anche per autoironia. Una piccola opera che ha il coraggio di distaccarsi dai generi più in voga nel panorama cinematografico italiano, un road movie dalle atmosfere quasi scandinave, che attraverso un sottilissimo umorismo, una forte componente visiva, ma soprattutto un'interpretazione straordinaria, riesce a sorprendere. Easy - Un viaggio facile facile difatti, che racconta di un viaggio (nell'est Europa) costellato da una serie incredibile di sciagurati eventi e tanti paradossali inconvenienti, fa sorridere e fa riflettere. Tanto è vero si sorride, ci si lascia coinvolgere dagli eventi e si viene indotti in piccole riflessioni catartiche, utili a rendere questo Easy un viaggio di emozioni e sensazioni diverse facili da assimilare. Giacché questo viaggio pieno di ostacoli, quasi surreale, mette in primo piano, tra le altre cose, il tentativo di dare una scossa alla propria vita, sprofondata in uno stato di confusione cronica, come quella del protagonista incapace di cambiare "marcia". E insomma una pellicola (riuscita e convincente) che ricorda più il cinema estero che quello italiano. Una commedia sottile, triste e faticosa, ma ottimista. Porta sullo schermo un cinema indipendente che trae la sua forza da un soggetto accattivante e una realizzazione elegante. Un piacevole (desolato in tutti i sensi) viaggio a fianco di Easy, la bara di Taras e un carro funebre che si guadagna un posto tra i mezzi di locomozione più iconici in un road movie. Eppure, c'è qualcosa di troppo scritto e programmatico nella storia, che si innerva in tanti piccoli episodi cui si fatica a credere nonostante i disagi mentali di Isidoro. Mentre la voluta lievità del film si scontra a volte con scene sopra le righe o dovrebbero far ridere e non ce la fanno, con un umorismo più "imitativo" che originale e, soprattutto, efficace. Mentre il progressivo affondo emotivo porta a un finale meno toccante di quanto poteva essere. Un discreto esordio, con un ottimo protagonista e un gusto universale per il racconto, ma che vorrebbe essere poetico e risulta un po' forzato e a tratti irritante. Anche se il finale ha un bel guizzo, di quelli che migliorano un film non perfetto, ma anche che fanno pensare a come poteva essere più robusta tutta l'operazione con un po' più di cura. Tuttavia anche così, è innegabile non elogiare questa operazione, un'operazione originale ed interessante, ma soprattutto bella, simpatica ed ironicamente malinconica. Semplicemente irresistibile.

martedì 9 luglio 2019

[Games] Amnesia 1 e 2 & Titan Quest Anniversary Edition

GenereAmnesia: The Dark Descent è un gioco di genere survival horror prodotto dalla Frictional Games. Amnesia, ispirato al racconto "L'estraneo" di Lovecraft, uscì nel 2010 su piattaforma Steam per PC e successivamente portato anche su sistemi operativi Mac e GNU/Linux.
Trama: Daniel, un ragazzo londinese, si sveglia in una grande sala di un castello lugubre e buio. Non ricorda nulla: né dove si trovi né perché si trovi lì, ricorda solo il suo nome. Seguendo delle tracce raggiunge delle lettere che si scrisse lui stesso prima di bere la pozione Amnesia per perdere la memoria. Scopre così di essere inseguito da un'entità immateriale e immortale, ma al contempo molto pericolosa: l'Ombra. Non può combatterla, può solo cercare di sfuggire da lei e dai suoi servi che vagano per il castello di Brannenburg. Il suo scopo è quello di sconfiggere il conte Alexander prima che ottenga la vita eterna e per farlo dovrà esplorare il castello, trovandosi faccia a faccia con i terribili ricordi nascosti nella sua mente che l'hanno spinto a dimenticare.
Recensione: Il gioco mi è piaciuto veramente molto per degli aspetti che non avevo mai incontrato prima in altri giochi (anche se di giochi simili mai giocato, a parte adventure di altro genere ed a parte Alien vs Predator che era però anche un FPS, così come lo erano Left 4 Dead, Dead Island e Dead Space) e che contribuiscono a favorire il suo lato horror: per esempio l'aggiunta dello stato di sanità mentale dove il povero Daniel, se lo lascerete camminare al buio, andrà fuori di testa e comincerà a vedere tutto sempre più distorto fino ad accasciarsi al suolo con un fischio continuo finché non troverete una fonte di luce da fissare. Poi il fatto di essere in prima persona e avendo il puntatore a "manine" che a seconda del tipo di mano che compare puoi compiere diverse azioni (raccogliere, spostare, ruotare), c'è una grossa interazione con la maggior parte degli oggetti che si trovano in giro: si può infatti prendere in mano quasi tutto quello che troviamo, trasportarlo in giro, ruotarlo per posizionarlo come vogliamo e anche lanciarlo via (mi divertivo troppo quando entravo in una stanza per cercare qualcosa e prendevo tutte le sedie le casse e i barili e le lanciavo via solo per fare casino, oppure, cosa molto più utile, per barricare la porta in modo che il mostro non entrasse). Ma forse la cosa che ho apprezzato di più è appunto che tramite questa interazione con gli oggetti si può afferrare una porta e tenendo premuto il tasto del mouse, possiamo noi stessi scegliere di quanto aprirla se vogliamo prima osservare cosa c'è dall'altra parte. Stessa cosa anche con tutti i cassetti e soprattutto con le ante degli armadi quando ci nascondiamo dentro. Inoltre ci si può sporgere di lato e per esempio guardare dietro l'angolo alla fine di ogni corridoio. Infine la cosa che caratterizza questo gioco è il fatto di poter usare la propria mano solo per tenere la lanterna (ulteriore causa di panico quando l'olio sta per finire) ma non per usare armi. Quindi quando disgraziatamente si incontra una di quei vomitevoli mostri, o gli lanciate dietro la prima cosa che trovate (ma non ve lo consiglio perché sarebbe solo una perdita di tempo) oppure, scappate correndo come dei deficienti (non sto a raccontarvi tutto, ma quando si sente il verso del Brute si fa prima a suicidarsi). Passando ad alcune piccole critiche a questo gioco, gioco avuto in regalo quasi un anno fa da Steam ma solo adesso rispolverato, ho trovato un po' pallosetto dovermi leggere tutte le lettere che trovavo per capirci qualcosa della storia (infatti qualche punto me lo sono perso perché non avevo voglia di leggere). A proposito di storia, per certi versi la trama è abbastanza insignificante, con una totale assenza di climax, colpi di scena e lineare sia nelle atmosfere che nei contenuti dall'inizio alla fine, ma sviscerarla a fondo è comunque abbastanza interessante. Inoltre anche devo dire che mi immaginavo qualche scena di terrore in più. Ce ne sono state parecchie certo, una in particolare me la faccio addosso ogni volta che la rifaccio, però c'è stata buona parte del gioco in cui c'era solo l'ansia di trovare qualcosa quando alla fine era tutto tranquillo. In generale, però, non si tratta di difetti talmente gravi da rovinare il tutto: The Dark Descent è comunque un grandioso horror adventure.
Modalità di gioco: La modalità è una ed una soltanto, ma è più che sufficiente, anche perché in quella che c'è il fattore più importante, la paura, è sempre assicurata. A proposito, il gioco, con visuale in prima persona, trova il suo punto forte nell'immedesimazione del giocatore in Daniel, diventando uno dei giochi horror più spaventosi che abbia mai visto o giocato. Il gioco riesce infatti (anche grazie al sonoro, che contribuisce con musiche lugubri appena udibili e forti fischi fastidiosi quando il malcapitato protagonista non riuscirà più a resistere alla tensione) a mantenere la paura in maniera costante dall'inizio alla fine, e lo fa in maniera splendida. Non si tratta solo di Jumpscare, ma di qualcosa di ben più spaventoso: dalla paura di essere inseguito a quella di essere scoperto, il gioco presenta una varietà di situazioni horror non indifferente, e fa tutto maledettamente bene. Quando non si sta affrontando il nemico, inoltre, ci saranno dei flashback che mostreranno gli orrori avvenuti all'interno del castello. Insomma, Amnesia è terrorizzante ed è sicuramente uno dei suoi più grandi pregi.

lunedì 8 luglio 2019

The Wife - Vivere nell'ombra (2017)

Tema e genere: La forza delle donne nella società contemporanea, sullo sfondo l'America, la cultura e la spocchia degli intellettuali. Questo racconta The Wife - Vivere nell'ombra, opera cinematografica di Bjorn Runge, che fra la Svezia e gli Stati Uniti mostra l'abnegazione della protagonista femminile verso il proprio marito e la sua carriera letteraria.
Trama: Joan Castleman è stata per quarant'anni la moglie perfetta. All'ombra del carismatico marito Joe, ne ha favorito la carriera da scrittore e ne ha ignorato l'infedeltà, accettando compromessi e bugie. Joan, però, ha raggiunto il suo livello massimo di sopportazione e, alla vigilia del premio Nobel al marito, decide di riprendersi in mano la sua esistenza, riscoprendosi come donna. Tutto questo rivelando una sconcertante verità.
Recensione: Presentato al Toronto International Film Festival, The Wife segna il ritorno della sei volte candidata all'Oscar Glenn Close con un ruolo alla sua altezza, peccato le manchi attorno un film altrettanto brillante. Un film che chiaramente vuole cavalcare l'onda dell'odierna rivendicazione femminile, che ci vuole ricordare per l'ennesima volta che dietro ogni grande uomo c'è sempre una donna ancora più grande, ma se è vero che lo fa piuttosto smaccatamente è altrettanto vero che, nel farlo, dimostra una classe innegabile, come quella dell'attrice settantenne, che tuttavia non bastano a far superare alla pellicola la sufficienza. Anche perché ho già visto una storia simile a questa qualche settimana fa, nel brutto Mary Shelley - Un amore immortale di Haifaa Al-Mansour, ma soprattutto facilmente intuibile è il segreto rivelatorio. Come se non bastasse, del lato oscuro del Premio Nobel, simbolo principe della "casta" degli scrittori con la s maiuscola, è già stato detto abbastanza. Bjorn Runge arriva infatti un po' tardi alla festa, preceduto (e ampiamente superato) da Il cittadino illustre di Mariano Cohn e Gastón Duprat. L'operazione di fondo è difatti la stessa: tentare di catturare appieno lo spirito di una persona autentica nella sua genialità ma guastata dalla consapevolezza di esserlo, la cui dignità letteraria non uguaglia quella ben più modesta di essere umano. Il regista si basa sul romanzo di Meg Wolitzer e inserisce la figura della moglie nell'ombra in questa riflessione sull'egocentrismo e la falsità dietro il mito dell'autore. Attraverso di essa tenta di stimare quanta parte del successo di una figura di questo tipo derivi dai sacrifici e dalla sopportazione (per non dire del talento) di chi sta attorno a lui. La scelta di Glenn Close costituisce però una sorta di spoiler in un film che sbaglia completamente i tempi della propria narrazione. The Wife indugia troppo nel squarciare il velo finissimo posto su un colpo di scena che è tutt'altro che inaspettato, finendo per risultare lento e tedioso in un paio di passaggi. Per fortuna ha dalla sua una brillante Glenn Close, che salva tutto il salvabile e trascina il film nel territorio della sufficienza. Quando il film non riesce a cambiare marcia, l'attrice riesce a costruire con il suo personaggio un crescendo altrimenti inesistente. Tanto lei diventa via via più carismatica e irresistibile, tanto il film si fa anticlimatico, seguendo sempre il sentiero tracciato da altri, fino a naturale conclusione. La condanna di The Wife - Vivere nell'ombra è suscitare paragoni con film di gran lunga più riusciti: Il cittadino illustre in ambito letterario, molti altri per quanto riguarda le zone grigie dell'amore in terza età.