lunedì 30 aprile 2018

Gli altri film del mese (Aprile 2018)

Solo un mese fa era la settimana di Pasqua, ora siamo più vicini all'estate che a primavera inoltrata, giorni (tanti) son passati senza tuttavia riscontrare nessuna novità, a parte una che forse potrete vedere presto sul blog. Infatti, dopo il mio "appello" (come potete constatare dal post di Erica de Il Bollalmanacco di Cinema in cui illustrava il "progetto") il team di isnotTV (una community internazionale che ha messo a disposizione gratuitamente un widget rivolto agli appassionati di cinema e non) mi ha contattato. E così spero prossimamente e quando avrò capito il suo corretto utilizzo di poter usufruire (nelle recensioni singole) di questo interessante "specchietto". Nel frattempo che ciò avvenga, eccomi nuovamente oggi per farvi conoscere gli altri film che ho visto in questo mese, anche se in verità ho visto anche altro, e poiché adesso lo spazio e il tempo c'è, ecco cosa, anzi, quali documentari e spettacoli ho visto grazie all'interessante (alquanto spesso) canale tematico Sky Arte di Sky. Partendo dalla serie di documentari Soundtracks: Canzoni che hanno fatto storia, una coinvolgente serie che ci permetterà (perché le puntate, 8, non sono ancora finite, anche se in verità ne ho vista solo una e non ho ancora deciso se vederle tutte) di rivivere la storia delle canzoni (indimenticabili che hanno fatto da sfondo a cambiamenti storici, sociali, culturali e politici) che hanno segnato appunto la storia della nostra civiltà. Di queste molto interessante è quella della musica che ha accompagnato gli anni della costruzione e dell'abbattimento del muro di Berlino, in cui David Bowie e incredibilmente David Hasselhoff (e tanti altri artisti) ha dato una grossa mano. Di ben altra natura (almeno parzialmente) invece il concerto evento intitolato 2 Cellos: Soundtrack, in cui nella cornice della Sydney Opera House si vede, anzi si ascolta, il duo dei 2 Cellos (di cui ne ho parlato già benissimo tempo fa, qui) in una performance indimenticabile, dove i due noti violoncellisti omaggiano il cinema eseguendo le colonne sonore dei film più celebri di sempre. Qualcosa di veramente eccezionale, come alquanto bello (interessante ed appassionante) è altresì Stanlio & Ollio: L'arte di far ridere, un'esclusivo documentario che ripercorre la vita dei mitici Stanlio e Ollio, tramite filmati tratti dai loro film più celebri, video inediti, immagini d'archivio e interviste a chi ha conosciuto da vicino il duo comico più famoso del mondo. Insomma, davvero niente male, come non malaccio sono i film qui di seguito.
Il teatro al cinema molto spesso non funziona. Ma attori bravissimi e un regista capace riescono nell'impresa a volte di renderlo piacevole. E' questo il caso di È solo la fine del mondo (Juste la fin du monde), sesto film del giovanissimo e prolifico regista canadese Xavier Dolan (con una ricca esperienza come attore, carriera iniziata da bambino: ma stavolta non recita come in altri suoi film), premiato al Festival di Cannes 2016 con il Gran Prix du Jury e trasposizione del testo omonimo del drammaturgo francese Jean-Luc Lagarce, morto di Aids a 38 anni. Questo film del 2016 infatti, dalla struttura prettamente teatrale (e nonostante la stessa che spesso non sopporto) è un film teso e ossessivo, che sembra guardare a grandi classici del passato pur aggiornandoli a temi e umori contemporanei, parecchio interessante. Anche se quest'ultima sua opera appare estremamente cupa e disperata, quasi senza speranza, dove il concetto di famiglia ne esce drammaticamente frantumato. Nel microcosmo rappresentato difatti, quello del classico figliol prodigo che ritorna a casa dopo dodici anni di assenza ma solo per comunicare alla famiglia (madre, fratello maggiore, sorella minore e cognata mai conosciuta prima) la sua imminente morte (ma senza riuscire tuttavia a dirglielo, anche perché questo è un film di sguardi e silenzi), la famiglia esce come un ambiente chiuso e oppressivo dove ci si ripete parole addosso senza capirsi e dove le buone intenzioni degli uni sono contraddette dalla distruttività di uno. Certo, il personaggio interpretato (bene, come sempre) da Vincent Cassel sembra soffrire di patologie tutte sue, che lo portano sempre sul punto di rottura, e tutti i personaggi sembrano preda di sentimenti "sovreccitati" anche quando non riescono a esprimerli. Ma al tempo stesso equivoci, nevrosi, rancori, segreti e limiti acquistano anche tratti di universalità: è facile farsi male, anche tra persone che si vogliono bene. Ne esce un film claustrofobico e forse "per pochi", oltre la cerchia dei cinefili. Questi ultimi però (certamente più di me, anche se indiscusso è il talento di Xavier Dolan nell'utilizzo di efficaci primi piani, riuscendo altresì a non sconfinare nel mero esercizio di stile, come visto nel bellissimo Mommy) si saranno certamente esaltati soprattutto per la straordinaria prova di tutti gli interpreti. Dal protagonista Gaspard UllielLéa Seydoux, Nathalie Baye e soprattutto Marion Cotillard. Tuttavia nonostante la drammaticità dei fatti narrati e le interpretazioni molto intense, il film in sé non mi ha entusiasmato né emozionato tanto. Forse a causa di alcuni dialoghi verbosi, forzati e troppo dilungati che hanno appesantito leggermente la pellicola e abbassato un po' l'interesse durante la visione. Ma è nella "prevedibilità" del finale, che comunque mi ha lasciato come un senso di incompletezza e che non fa che confermare l'impossibilità di trovare rifugio o comprensione nella famiglia, assemblaggio di persone male assortite che si trovano a vivere insieme non per propria scelta, che esce la vera natura di un film forte e intelligente. Ovvero l'ottimo uso e scelta delle musiche. La colonna sonora funge infatti da innesco, non è un banale sottofondo (la musica è un elemento cruciale, generativo), è utilizzata come soundtrack della memoria, in costante dialogo con le reminiscenze musicali degli spettatori, contemporaneamente si attivano anche i ricordi di chi guarda, inducendo un'esperienza tra nostalgia ed empatia. Dopotutto le parole del brano musicale Home Is Where It Hurts di Camille, che aprono il film, avevano anticipato e rimarcato allo spettatore i sentimenti dei protagonisti. Genesis di Grimes sottolinea i ricordi associati alla casa materna, Dragostea din tei (tormentone pop moldavo di O-zone) aiuta a definire l'incontenibile figura materna, Spanish Sahara dei Foals alimenta la tensione nel dialogo in automobile tra Antoine e Louis, Natural Blues di Moby accompagna con pathos l'uscita di scena (struggente come la canzone stessa) del protagonista. E se a questo ci aggiungiamo la talentuosità di un regista che trasforma dramma intimi in "thriller" alla Hitchcock (sembra che possa accadere una tragedia da un momento all'altro), il risultato non può che essere positivo e discreto, seppur non perfetto, perché è pur sempre una pellicola banale e non tanto originale. Voto: 7-
Con Woody Allen ho sempre avuto un rapporto conflittuale durante la sua lunga filmografia, solo in parte ultimamente acuito dal passabile "thriller" Irrational Man, meno dal suo precedente visto Blue Jasmine, che se non fosse stato per Cate Blanchett, sarebbe risultata ancor più una ritrita accozzaglia. Ora con Magic in the Moonlight, film del 2014 scritto e diretto dal regista statunitense, qualcosa sta nuovamente cambiando in meglio, sperando che i suoi ultimi lavori che mi mancano non facciano l'effetto opposto. Anche se lo stesso è comunque un film in pieno stile Woody Allen, uno stile (che credo ormai tutti conoscono) che può piacere o non piacere, ma che stilisticamente e formalmente è sempre parecchio affascinante ed interessante. Non a caso Magic in the Moonlight è una commedia divertente e raffinata, un film arguto e brillante che pone in maniera lineare e a modo di semplice storiella (alternando ironia, battute sagaci e anche numerosi riferimenti letterari e filosofici) un interrogativo chiave dell'essere umano. Siamo effettivamente solo logica e ragione o al mondo c'è qualcosa in più? Il film infatti, che riprende comunque l'usuale canovaccio della screwball comedy anni '30 e di molti suoi film classici, ci racconta di un inguaribile misogino (se non misantropo, un istrionico Colin Firth, un cinico e razionale prestigiatore di fama internazionale "cinese") che dopo aver accettato l'invito di un amico a smascherare una presunta sensitiva (la graziosa e magnetica Emma Stone) che sta letteralmente imperversando nella Francia del sud presso una ricca famiglia, e dopo aver constatato che in verità la sua visione del mondo è "probabilmente" sbagliata, alla fine si innamora della stessa fanciulla che gli mostra il lato positivo dell'esistenza. Niente di originale quindi, tuttavia l'originalità della pellicola (un'opera sì leggera eppure di grande sostanza, che sembra quasi rinverdire i fasti del passato) sta forse nella profondità "filosofica" che pervade la vicenda (che riserverà parecchie sorprese), nella capacità del regista newyorkese di riflettere in modo non scontato e ironico sui grandi temi dell'umanità come la morte, l'aldilà, il destino, la felicità. Paradigmatica a questo proposito risulta la parabola interiore di Stanley (si può parlare quasi di "romanzo di formazione") che oscilla tra materialismo disincantato e slancio mistico, tra razionalismo scientifico e spiritualismo religioso. Se da un lato prevale il pessimismo cosmico, dall'altro l'amore offre quell'illusione consolatoria capace di scaldare, come una fiaccola, il gelo dell'infelicità a cui la "stupida ragione" ci condannerebbe. Nel personaggio di Stanley, Allen ha sprigionato tutta l'ambigua polisemia del termine "magia". Tuttavia, come spesso accade, è la stessa atmosfera del film ad essere magica, con ambientazioni mozzafiato tra roccia e mare (oltre a romantici orti fioriti e splendidi giardini) accarezzati da una languida luce crepuscolare, ma anche la solida interpretazione dei due attori protagonisti, senza parlare dell'immancabile (e sempre funzionale ed efficace) colonna sonora vintage. Insomma un film piacevole, gradevole, formalmente elegante e di valida fattura. Guai però a gridare al capolavoro, la storia dell'amore/odio tra l'illusionista scorbutico e la graziosa finta medium (in cui Colin Firth e la sorpresa all'epoca Emma Stone fanno bella mostra di sé in una gara di bravura che finisce pari) è fin troppo facile da decifrare, happy ending finale compreso. Eppure il regista giocando con il suo passato, con l'illusione dell'amore e con le sue passioni (la magia, gli anni '30), in un viaggio laico a ritroso nel tempo alla ricerca delle proprie radici e di quelle del suo cinema, riesce a farne un film, forse non perfetto, ma che in quanto ad intelligenza e contenuti è sopra la media. Forse a mancare è la trama (conciliante con lo spirito ma anche un po' pigra, troppo banale e prevedibile), senza un grosso mordente, senza quell'ultima idea geniale che possa permettergli di distinguersi marcatamente, fortunatamente i dialoghi (insieme battute e spunti, comunque, interessanti), l'ottima confezione tecnica (la scorrevolezza della vicenda) e la caparbia prova degli attori coprono questo comunque non trascurabile difetto. Perché anche se certamente Magic in the moonlight non è un film indimenticabile e in fin dei conti non lascia poi tantissimo su cui riflettere a visione ultimata, esso si fa apprezzare, dato che la magia (la scena finale un sorriso lo ha lasciato anche a me) io l'ho sentita. Voto: 6,5
Non ho letto il libro e non posso purtroppo fare paragoni, dato che Come vivo ora (How I Live Now), film del 2013 diretto da Kevin Macdonald è basato sull'omonimo romanzo di Meg Rosoff, mi sono buttato sul film alla cieca e senza troppe aspettative e ne sono rimasto da una parte contento, dall'altra abbastanza freddo. Il film infatti e il regista scozzese, già dietro la macchina da presa per il famoso L'ultimo Re di Scozia, State of Play e The Eagle nonché vincitore di un premio Oscar per il miglior documentario nel 2011, senza dimenticare il suo ultimo buon lavoro visto ovvero Black Sea, decidendo di cimentarsi in una pellicola appartenente al genere apocalittico, ambientandola in un futuro prossimo non tanto però lontano dall'odierno presente, riesce non sempre a soddisfare, lasciando altresì parecchi dubbi. Partendo proprio dalla trama che tenta di portare alla luce una storia (quella di alcuni ragazzi, tra loro cugini, che si ritrovano soli in mezzo alla campagna inglese e dovranno adattarsi alla nuova situazione che si verrà a creare dopo l'esplosione di un ordigno nucleare e in dove essi verranno bruscamente separati fino ad possibile non tanto probabile ricongiungimento) il cui tema principale è quello della guerra e delle nefaste conseguenze che essa comporta, ma senza riuscirci appieno. Perché se difatti dal punto di vista visivo questo romanzo di formazione è valido specialmente quando lo scenario della guerra si presenta all'interno della storia con durezza e brutalità e dal punto attoriale azzeccata è la scelta di affidare il ruolo della protagonista alla ex ormai enfant prodige Saoirse Ronan, la bella e bravissima attrice di Espiazione, Amabili Resti, Hanna e Brooklyn, senza dimenticare il suo ultimo buon lavoro visto Byzantium, ed anche qui bravissima nel ruolo di cugina americana stronzetta e confusa che si tramuta, grazie all'amore a alla guerra, in eroina implacabile e confusa, è sulla sceneggiatura che ho più di una perplessità perché i personaggi presentano le loro problematicità ma non sono molto approfondite, come poco approfonditi vengono passati in fretta alcuni passaggi importanti a scapito di altri alquanto ridicoli (uno su tutti una sorta di pseudo legame telepatico tra i due protagonisti principali). Perplesso anche su qualche melensaggine inutile (alquanto banale è la storia d'amore che poteva venire fuori molto meglio e più profonda) e dannosa per tacere di un finale anche fin troppo accomodante. Tuttavia il resto è a conti fatti davvero un bel guardare, tra locations favolose, effetti mirati e d'effetto sempre riuscito (il momento della bomba su tutti). Colorato e decolorato nei momenti giusti, fotografia, sfondi e ambienti fanno decisamente infatti la fortuna del film, seppur ogni tanto si perde qui e là, soprattutto perché l'idea stuzzicante di far vedere la guerra dal "di fuori", o meglio "di lato" (aumentando così il senso di angoscia e di impotenza) funziona solo a metà, poiché quando i "cattivi" intersecano la strada della nostra eroina, il senso di incompletezza viene fuori, dato che non si capisce quale sia l'obbiettivo dei terroristi (di che paese non si sa) e del perché abbiano fatto tutto questo bordello. Ma al di là di ciò e complessivamente il film diretto da Kevin Macdonald si lascia seguire abbastanza bene, grazie anche all'atmosfera mista tra ansia e incertezza che si respira e una discreta Saoirse Ronan (senza dimenticare un funzionale, e giovanissimo prima di diventare Spider-Man, Tom Holland ed un efficace George MacKay) che è sempre un bel vedere, oltre che brava (qui poi attraverso una scena di sesso molto soft la giovane irlandese evidenzia il coraggio e la voglia di recitare). Certo, poteva essere ancora più crudo (anche se probabilmente non era quello l'obbiettivo) e in fin dei conti non mi è sembrato così eccezionale da meritare lodi e applausi a scena aperta, ma la pellicola, di cui rimangono dei "flash", immagini e scorci, riesce a portare a casa una sufficienza meritata, seppur con qualche piccolo sforzo, regalando una visione drammatica e interessante quanto basta. Voto: 6+
È inutile girarci intorno: quando una relazione è finita, bisogna trovare il coraggio di ammetterlo a se stessi e andare avanti con la propria vita. Come ad esempio accade a Dora (Ambra Angiolini) nel film La verità, vi spiego, sull'amore, commedia del 2017 di Max Croci. Il film infatti, tratto dall'omonimo romanzo della blogger Enrica Tesio, racconta la vita di Dora, una mamma ormai single di due splendidi bambini, che non riesce a lasciarsi completamente alle spalle il ricordo di Davide (Massimo Poggio), che l'ha lasciata dopo sette anni d'amore, ma che spronata dall'amica Sara (Carolina Crescentini), trova finalmente la forza di reagire, prima assumendo l'insolito babysitter Simone (Edoardo Pesce), poeta-bidello e nuovo fidanzato di Sara e poi dopo aver rivelato la verità all'amato figlio Pietro, trovando in sé le risposte alle sue domande. Non a caso il film gira attorno a come rivelare ai figli la separazione dei genitori e a come sia complesso e meraviglioso l'amore. Niente di nuovo insomma all'orizzonte (anche perché racconta qualcosa di non nuovo nel panorama cinematografico), e invece no, perché La verità, vi spiego, sull'amore grazie ad una brillante sceneggiatura che (spesso ma solo per qualche secondo) tramite lo stratagemma della rottura della quarta parete (anche se l'intuizione maggiore del regista è quella di usare la varietà di inquadrature e modalità di ripresa allo scopo di destabilizzare il pubblico per far emergere ancora più in profondità il disagio provato dai personaggi della storia) permette alla pellicola di risultare frizzante per un'ora e trenta senza mai annoiare (grazie anche dialoghi serrati, alcuni dei quali di forte impatto, anche se alquanto banali), e grazie ad una fotografia pulita, composta da colori accesi e che ben si accostano al tipo di narrazione, riesce a rendersi (soprattutto nel finale) un pochino originale. A svolgere una funzione importante nel progetto è anche la colonna sonora che cambia i base al momento, passando da musiche più movimentate e allegre a quelle più malinconiche e tristi. Inoltre il film riesce, nonostante la sua breve durata a darci un'idea abbastanza completa di ogni personaggio, tutti i caratteri infatti, molto diversi tra loro, sono ben caratterizzati e senza mai cadere nel ridicolo (o almeno meglio che in altri). In questo film dal ricchissimo cast potrete vedere difatti personaggi non stereotipati, mai resi macchiette, nonostante le loro grandi particolarità che avrebbero potuto facilmente rendere loro vittime di caricature, abbiamo infatti, oltre ad una convincente Ambra Angiolini (che grazie alla sua intensa interpretazione da vita a scene in cui gli spettatori si possono facilmente rispecchiare e riuscendo altresì e in più di un'occasione a far sorridere il pubblico grazie all'uso, talvolta sorprendente, dell'ironia), mamma indaffarata e sempre di fretta, e Massimo Poggio (un valido compagno di "viaggio"), papà premuroso nonostante le distanze che lo separano dai figli, un meraviglioso (per la sua naturalezza e semplicità nell'interpretare il personaggio) Edoardo Pesce nel ruolo di Simone, tato dei figli di Dora, Carolina Crescentini (forse l'unica in verità meno convincente dato che risulta sopra le righe in più scene del film), che riveste i panni di Sara, amica della protagonista cui non interessano relazioni a lungo termine e infine due consuocere, Giuliana de Sio (una simpatica, divertente, sarcastica, senza peli sulla lingua ficcanaso) e Pia Engleberth che più diverse non si potrebbe. Non dimenticando un cameo di Arisa, collega gattara e impicciona di Dora, e il bravissimo bambino che interpreta Pietro (il figlio più grandicello), tenero e tanto intelligente (chissà poi perché..). Ovviamente niente di così eccezionale o eclatante, giacché di originale ha ben poco e di banale abbastanza, tuttavia innovativo ed interessante, perché Max Croci non sarà certo Sorrentino né Virzì ma tutto sommato il film è godibile e la regia discreta, e se il ritmo ogni tanto perde colpi guardiamoci dentro e fuori e riflettiamo su quante volte anche la nostra vita ci fa cadere, rialzare, cadere, rialzare, cadere. Voto: 6
Sulla scia di tanti film wuxia tipo La tigre e il dragone o Hero, ecco La congiura della pietra nera, un tipico film cappa e spada all'orientale (denominato più propriamente wu xia pian), un film cinese del 2010 diretto non da John Woo (che tuttavia ha partecipato come co-regista) ma dal quasi esordiente Su Chao-Pin. In Reign of Assassins infatti, come da titolo internazionale originale, si ritrovano molti dei temi cari alla filosofia orientale (il senso dell'onore, la necessità di trovare un equilibrio, o compromesso, tra bene e male) e al cinema di Woo (la ricerca di una nuovo essere attraverso la mutazione fisica più radicale), difatti le suggestioni messe in campo sono davvero molte. Così fedele però a questo genere (ricco di combattimenti funambolici ed estremizzati che unisce la tradizione marziale cinese a coreografie che di umano hanno ben poco), il regista, confeziona ovviamente un film perfettamente in linea con tutti i cliché cui si ispira (e di meno era difficile non immaginare), ma il problema è che non esce niente di più, niente di diverso, da altre opere simili già viste. Certamente non si può negare che la storia sia interessante e ricca di mistero e colpi di scena. C'è l'oggetto magico, l'inganno, l'equivoco, l'amore, l'odio e l'espiazione, tutti elementi che riuniti in un racconto popolare, sono il vincente spunto per una trama cinematografica. Una trama che racconta, come nei classici miti e leggende, di una salma (dotata di poteri magici e divisa in due parti) di un anziano monaco buddista esperto in arti e combattimenti che viene trafugata da una spietata assassina, membro di una banda di abili e spietati sicari detti "La pietra nera", una crisi mistica tuttavia spinge la donna a cambiare i connotati del suo volto e a incominciare una nuova vita, ci riesce, fin quando i vecchi spietati colleghi non riusciranno con tutti i mezzi a farla tornare sul campo di battaglia. Dando così inizio ad un'epica battaglia in cui il risultato non sarà poi così scontato (almeno in parte). In tal senso una pecca è la sceneggiatura scollegata e mal sviluppata, che scivola più volte in un umorismo demenziale perfettamente evitabile con cadute in frequenti cali di ritmo, soprattutto quando si scopre il motivo per cui il cattivo vuole le spoglie del morto. Per fortuna a non mancare è quello che rende spettacolare questo genere di film, ottime scenografie, bei costumi, arti marziale leggendarie, tecniche sovrumane, effetti speciali e fantasiose armi da lotta. A tal proposito indubbiamente non si può non ammirare la fotografia e il sapiente utilizzo delle immagini e dei colori per rendere realistici degli eventi che oltrepassano la sfera del raziocinio per vagare nei più remoti angoli dell'immaginazione. D'altronde stiamo parlando di guerrieri che riescono a volteggiare nell'aria, fanno curvare il metallo delle loro spade, sopravvivono a ferite mortali, si arrampicano su corde volanti e a volte comandano gli elementi naturali, non si può insomma certo dire che sia facile riuscire a far dimenticare allo spettatore che queste cose non sono proprio "reali". In tutto ciò tuttavia ed appunto Sun Chao-Pin (nonostante una regia non proprio all'altezza in verità) utilizza al meglio gli effetti visivi e ogni altra risorsa a sua disposizione per far si che questo sia possibile. Anche l'interpretazione degli attori è impeccabile, i loro sguardi fieri e agguerriti, la padronanza del Kung Fu regala momenti emozionanti, soprattutto quando si pensa che non usano controfigure, come nel caso della splendida Michelle Yeoh (ormai avanti con gli anni ma sempre in ottima forma), le cui abilità sono "leggendarie". Ma nonostante tutto questo, il film non da quell'emozione in più, rispetto ad altre pellicole del genere, non riesce ad arrivare a ottenere un posto tra gli indimenticabili, i cult, come ci si aspetterebbe sapendo che a co-dirigere il film è quell'John Woo che ci ha regalato sequenze memorabili in pellicole come Mission Impossible II e Face Off. Ma forse è proprio quest'aspettativa a non far decollare la pellicola, che comunque, va detto, riesce a far passare 100 minuti di divertente (ed onesto) intrattenimento, senza alcuna pretesa. La congiura della pietra nera infatti, pur non presentando nulla di nuovo, pur essendo un prodotto nettamente inferiore alla media del genere, che seppur avrebbe forse meritato ben altra regia e uno svolgimento più elaborato e serio, riesce, soprattutto grazie agli attori, ad esaltare e riconfermare un genere così importante e spettacolare. Anche se dopo il mediocre True Legend, e i solo passabili capitoli del Detective Dee e il suo sequel-prequel Young Detective Dee, mi aspettavo decisamente qualcosa in più, tuttavia la sufficienza la merita. Voto: 6
Nel corso della sua carriera da attore Sean Penn (che tuttavia nel suo ultimo film The Gunman non fece proprio benissimo) ha raccolto i frutti del suo lavoro grazie a due indubbiamente meritati premi Oscar, non tanto invece come regista, perché a parte il discreto Into the wild (due nomination all'Oscar), visivamente affascinante ma alquanto retorico, non ha fatto nessun altro film memorabile o che abbia raggiunto il successo. Come di certo quest'ultimo film, Il tuo ultimo sguardo (The Last Face), film del 2016 diretto appunto dai uno dei grandi attori statunitensi di Hollywood, un film forse retorico (giacché tema portante della pellicola è quello sociale ed umanitario, che altresì punta il dito sull'occidente reo di pensare a sé stessi), certamente non indimenticabile, troppo romanzato e non efficace al massimo, ma bello, intenso, realistico e comunque coinvolgente. Il film infatti, sullo sfondo della Liberia e della Sierra Leone (ed altri pericolosi territori) devastate dalla guerra, e sfruttando una struttura temporale fratta, composta da flashback e salti spaziali, narra la storia d'amore (un amore fatto di bellissimi, intensi primi piano, di gesti pieni di tenerezza, di silenzi e sguardi) tra una direttrice di un'associazione umanitaria ed un medico che presta il proprio servizio tra le popolazioni dei paesi africani in difficoltà. Difatti nel corso di una pericolosa missione i due suddetti protagonisti (Charlize Theron e Javier Barden) si conoscono e subito si innamorano e per un certo periodo continuano insieme a distribuire aiuti a questi bisognosi e tormentati popoli ma nel tempo essi dimostreranno di avere un'ideologia differente su come portare aiuto ed affrontare la terribile situazione di una parte del mondo fortemente devastata e ciò li farà allontanare l'uno dall'altra, nonostante la profondità e la sincerità dei loro sentimenti. E così vivranno una storia tormentata che li porterà forse all'autodistruzione e darà alla pellicola i connotati del classico film drammatico. Non a caso Il tuo ultimo sguardo è un'opera che contiene tutti gli ingredienti adatti ad un tale genere di film, il messaggio di denuncia a sostegno delle popolazioni nel mondo meno fortunate con immagini brutali e quanto mai realistiche per rafforzare il suddetto intento (grazie soprattutto ad una non banale fotografia), la storia d'amore profonda ma travagliata tra due individui affascinanti (e discretamente interpretati) provvisti di alti ideali umanitari ed impavidi al pericolo incombente, le missioni pericolose in territori selvaggi. Tutti elementi insomma che alzano il livello e la qualità della pellicola che cerca anche di far riflettere lo spettatore, egli ci riesce, ma non perfettamente. Perché se anche la sufficienza la prende e prenderà, si riscontrano molte note stonate, elementi che probabilmente tradiscono le intenzioni iniziali, facendo risultare il tutto come un'occasione non sfruttata a dovere e riuscita a metà. Un prodotto sicuramente anche troppo prolisso e quasi certamente poco approfondito per ciò che riguarda la tematica espressa. Innanzitutto l'aspetto storico alquanto troppo superficiale, il personaggio di Javier Bardem (sempre bravo e in parte ottimamente ogni volta), molto carismatico in teoria, ma poco tratteggiato, e infine appare inoltre imperfetta la gestione del tempo e dei personaggi secondari. Le due ore abbondanti del film infatti sarebbero in realtà riducibili, non interamente necessarie alla comprensione delle vicende, mentre comunque nel montaggio finale rimangono troppi gli elementi lasciati ai margini e poco approfonditi, a partire dai personaggi francesi. Ellen (la bella Adèle Exarchopoulos, la stupenda protagonista al pari dell'altra in La vita di Adele), superficialmente tratteggiata, da possibile e seria minaccia nella relazione fra Wren e Miguel (i protagonisti) è ridotta a un breve elemento di disturbo. Jean Reno invece è relegato a un misero quanto trascurabile ruolo collaterale che testimonia probabilmente un errore di casting o comunque un'occasione sprecata dal regista e dalla produzione, che avendo scritturato un tale attore, non sono stati poi in grado di inserirlo adeguatamente nel film. Tuttavia, e come detto, abbastanza nel film funziona, soprattutto la straordinaria protagonista principale femminile, ovvero la meravigliosa attrice sudafricana Charlize Theron (in tal senso molto interessante è vederla parlare in sudafricano all'interno della pellicola), che vediamo in tutto il suo splendore. Non a caso nel film, la macchina da presa indugia sempre più sul bellissimo volto e sul corpo della Theron, regalandole e regalandoci (anche troppi in verità) degli stupendi primi piani in cui si percepisce pura emozione, pura bellezza, tanto che quasi con certezza si potrebbe affermare che la vera storia d'amore narrata dal film è quella extra-diegetica fra il regista e l'attrice, compagni al tempo delle riprese. Ma al di là di ciò, immagini potenti, situazioni crude, vere e realistiche, emozioni e tanto altro (come l'efficace colonna sonora ad opera dell'immancabile Hans Zimmer) salvano la pellicola dalla mediocrità. Voto: 6

18 commenti:

  1. Dolan deve ancor averne di strada, ma averne di registi come lui.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Già, lui che si prospetta avere una carriera incredibile in futuro ;)

      Elimina
  2. Ho visto uno di questi film :), cioè "Come vivo ora". Secondo me un bel film, da 7 pieno. Ho trovato molto brillante la performance dell'attrice protagonista, ha saputo rendere molto bene la trasformazione da ragazzina capricciosa a donna capace di badare a sé e alle persone a lei care. Ho trovato interessante la scelta di lasciare certe cose molto sullo sfondo: se pensi, ci sono solo un agguato e un'aggressione, il resto viene tutto appena tratteggiato e per me è un bene: di film apocalittici ne abbiamo tantissimi. Alla fine volevano mettere i fari sui protagonisti e secondo me ci sono riusciti.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ovviamente sono d'accordo, anche se alla fine non si capisce comunque il perché e soprattutto chi, tuttavia bel film davvero, come giustamente hai sottolineato ;)

      Elimina
  3. Ciao! Devo dire che ho trovato "Magic in the moonlight" piuttosto carino :-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao, beh sì lo è tanto, soprattutto per l'atmosfera ;)

      Elimina
  4. Di questi non ne ho visto neanche mezzi, mi spiace :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E non è neanche la prima volta, ma va bene lo stesso ;)

      Elimina
  5. Woody è lontanissimo parente dell'Allen che amo.. e ad ogni pellicola soffro che non t'immagini.. riuscendo a bruciare anche quel poco di buono che indubbiamente, comunque, resta del suo Cinema fantastico...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Io invece ogni volta mi aspetto sempre il peggio con lui, tuttavia in questo caso è proprio quello che vorrei sempre vedere ;)

      Elimina
  6. La verità vi spiego sull'amore non ha entusiasmato nemmeno a me: secondo me è un film carino da vedere in tv, non al cinema.
    L'autrice del libro da cui è tratto, Enrica Tesio, ha una bel blog simpatico :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sul fatto che è meglio vederlo alla tv che al cinema hai ragione, tuttavia anche non entusiasmando riesce a rendersi piacevole ;)
      In verità non l'ho ancora visto il suo blog, ma un'occhiata gliela darò presto :)

      Elimina
  7. Eccomi e scusami per il ritardo (ultimamente ho uno scazzo verso i blog, compreso il mio... speriamo passi presto!).
    Mi incuriosisce il documentario su Stanlio & Ollio dato che da piccolo non mi sono perso un loro film insieme a mia madre, che ridevamo letteralmente fino alle lacrime. Se lo trovo su SkyGo me lo pappo.
    È solo la fine del mondo mi incuriosisce sia per la trama che per come ne parli.
    Su Allen siamo sulla stessa linea, quindi Emma Stone non basta per farmi venire voglia di guardare il film.
    Adoro i post apocalittici ma su Come vivo ora non mi hai invogliato molto... però penso che gli darò comunque una possibilità.
    Quello con Ambra mi piacerebbe vederlo anche solo per lei (come potrei lasciar perdere per il cameo di Arisa) e su una commedia italiana il 6 mi va più che bene.
    Il film cinese non fa per me.
    Peccato per l'ultimo, non è il mio genere ma avrei potuto fare un'eccezione per regista e attori.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Anch'io vedevo Stanlio & Ollio da piccolo, con mio padre però ;)
      Per quanto riguarda i film, il primo se sopporti le impostazioni teatrali potrà piacerti, sul secondo proprio non capisco questa riluttanza per la Stone che a me piace molto, sul terzo io sono convinto che potrebbe sorprendenti, su quello di Ambra di questi tempi con le commedie italiane effettivamente è già molto la sufficienza, il penultimo se non fa per te meglio lasciar perdere ed infine per l'ultimo se non fa altrettanto per te lascia perdere, perché in verità non sempre gli attori possono bastare :)

      Elimina
    2. Io manco sapevo della riluttanza verso la Stone... bah!
      Allora ho segnato il primo, l'apocalittico e quello con Ambra.
      Ho controllato su SkyGo e purtroppo non c'è il documentario.

      Elimina
    3. Neanch'io, è solo che molto spesso ho letto molte critiche alla dolce Emma ;)
      Il documentario potresti trovare altrove, come gli altri, che quando vedrai spero farai sapere cosa ne pensi :)

      Elimina
  8. Il tuo ultimo sguardo a me ispira tanto e dovrei vederlo assolutamente secondo me! La verità sull'amore non mi è piaciuto per nulla come non mi è piaciuto per nulla e mi ha anche infastidita il film E' Solo la Fine del Mondo!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Addirittura infastidita? Mah, non so che dire, certo, è forse troppo teatrale e "urlato" ma è un bel film...mentre per quanto riguarda La verità sull'amore a sorprendere è quel pizzico di originalità, non comunque qualcos'altro ;)
      Il tuo ultimo sguardo invece faresti bene a recuperare, anche se sinceramente è il mio meno "quotato" :)

      Elimina