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mercoledì 12 aprile 2017

Scream Queens (2a stagione)

Giusto pochi giorni fa è calato il sipario anche sul secondo (e forse ultimo) anno di Scream Queens, l'esperimento televisivo di Ryan Murphy e Brad Falchuk che mescola un genere, l'horror-splatter, a personaggi e situazioni comiche, dissacranti, da inserire nella miglior tradizione "trash" della storia del piccolo schermo. Marchio di fabbrica dei suoi artefici, questo prendersi poco sul serio ha avuto fin dalla prima (eccezionale) stagione (la recensione qui) un effetto destabilizzante e al tempo stesso contagioso. Purtroppo però le disavventure delle tre improbabili eroine in rosa, le spietate e alla moda Chanel #1, #3 e #5 raccontate attraverso il linguaggio giovanile tipico del periodo in cui viviamo e una leggerezza di fondo che aiutava a sopportare le gravi falle di sceneggiatura, che resero Scream Queens un prodotto complessivamente piacevole, perfetta combinazione di divertimento e disimpegno che difficilmente trova paragoni simili in tv (o almeno, non con la stessa irriverenza e spiazzante sincerità), non ha trovato seguito in questa seconda, dato che nonostante le buone intenzioni di Ryan Murphy nell'unire nuovamente l'horror con il demenziale, lo show di Fox che aveva brillato nel corso della prima stagione perché si era presentata come la novità della stagione, nella seconda ha fallito perché ha ripresentato lo stesso schema. In più l'ironia al limite dell'assurdo che ci aveva fatto apprezzare la prima stagione è diventata noia quasi insostenibile nella seconda, la sceneggiatura di Scream Queens 2 infatti è clamorosamente una volontaria ripetizione di quella (certamente passabile da questo punto di vista) della prima stagione. I meccanismi narrativi sono difatti gli stessi della prima, un assassino senza scrupoli vuole vendicarsi di qualcosa successo anni prima che ha coinvolto un genitore (dalla madre si è passati al padre), indossa un costume elaborato (anche se l'unica differenza sembra essere il colore) e uccide in modi orribili le sue vittime. Improvvisamente si scopre che di killer ce n'è più di uno. Insomma, nessuna novità.

mercoledì 21 settembre 2016

Contagius (2015) & Left behind (2014)

In questo post per cercare di raggruppare un po' di film ho messo insieme questi due film, che nonostante siano diametralmente opposti come genere, storia e altro (anche nel risultato), hanno un elemento in comune, l'apocalisse, nel primo una strana post-apocalisse zombie, nel secondo una misteriosa pre-apocalisse divina. E quindi ecco le recensioni, partendo da Contagious: Epidemia mortale (Maggie), un atipico film horror del 2015 diretto da Henry Hobson, dove una terribile epidemia ha colpito gli Stati Uniti, trasformando le persone in zombie. Un misterioso e non specificato virus infatti consuma la carne di uomini, donne e bambini fino a ridurli in mostri da abbattere. Per evitare che l'epidemia si diffonda ulteriormente, gli infettati vengono perciò portati in zone di quarantena, aspettando l'attesa fine. Molti vivono gli ultimi istanti con le loro famiglie, così è per Maggie, una ragazza sedicenne, riportata a casa dal padre Wade dopo mille ricerche. Ma Wade in cuor suo spera ancora di poterla salvare, di poterla sottrarre a quella metamorfosi dolorosa. Contro di lui il tempo e la polizia, che veglia sulla cittadinanza ed è decisa a preservare la sicurezza degli scampati. Contagious è un'operazione singolare, affascinante e parecchio interessante, poiché al contrario dei migliaia di film sugli zombie si sofferma più sul lato umano del problema, sulla lotta di un padre che deve decidere se internare la figlia contagiata in quarantena da dove sa non uscirà più viva o porre termine lui stesso alla sua vita. Una parabola di vita e morte, di amore e odio, di pace e rabbia, che condurrà gli ultimi giorni di un'adolescente, destinata ad andarsene come nessuno vorrebbe, anche se in questo dramma familiare che si smarca intelligentemente dal genere, diventare uno zombie non significa annullarsi come essersi umani. Si continua ad essere se stessi, a vivere come si è sempre vissuto. Nella dimensione del proprio quotidiano, fare ciò che si è sempre fatto, e mentre la malattia degenera, si rimane coscienti fino all'ultimo istante, soffrendo terribilmente, prigionieri agonizzanti di un corpo repellente fuori controllo in preda ad un incontenibile mordace istinto ferino.

lunedì 5 settembre 2016

Scream Queens (1a stagione)

Scream Queens è solo l'ennesima e straordinaria serie creata dal genio di Ryan Murphy. Lui che dopo aver prodotto la interessantissima serie antologica di American Horror Story, anche se l'ultimo capitolo, Hotel, non mi ha del tutto convinto e l'altra gemella Crime Story, quella sì davvero convincente (l'inquietante processo a O.J.Simpson), estrapola dal cilindro una delle serie più belle e originali degli ultimi tempi. La serie infatti, trasmessa in Italia da Fox da maggio, dichiaratamente ispirata ai più famosi slasher movies degli anni '80 e '90 (Scream primo tra tutti), edulcorata da citazioni sparse unite a toni kitsch ed esageratamente pop, è probabilmente la prima comedy a tinte horror che celebra tutta la cultura pop, di ieri, oggi e domani, e lo fa in modo magistrale, un esperimento unico nel suo genere che ha reso la serie tv appunto una fra le produzioni più irriverenti ed inusuali dell'anno. Questo perché Scream Queens, ideata appunto da Ryan Murphy, con la collaborazione di Brad Falchuk e Ian Brennan, gli stessi di American Horror Story e Glee (che non ho mai veramente seguito), si basa su un'idea di show totalmente diversa da altri, a metà tra l'horror splatter e la commedia dissacrante (a tratti parodia dei film dell'orrore stessi e sul genere grottesco), prendendo proprio la trama di base horror (ma con molte differenze) e un po' di stile narrativo e cinematografico del primo, mentre del secondo (fortunatamente) solo Lea Michele, non ci sono infatti né canti o balletti, la trama è perciò dichiaratamente horror, anche se non è il genere che prevale, si perché il punto forte è la comicità associata ad un'ironia pungente che non lascia mai il filone horror a cui è strettamente intrecciata e che mi ha fatto ridere (davvero) più volte. E ciò viene espressa in modo paradossale e ingegnoso, incredibilmente sfruttando e abusando cliché e stereotipi. Mettiamo però subito le mani avanti, io non amo i cliché, anzi, ma in questa serie è diverso, ad essere presi in giro non sono solo i poveracci proletari di quartiere, ma soprattutto i riccastri come la protagonista, che ha un padre "schifosamente ricco" e non si vergogna di mostrare al mondo la sua superbia. Lo stereotipo più comune, quindi, è quello del "Ricco-Stupido", di cui il fidanzato è l'emblema. Ad opporsi a loro ci sono le protagoniste minori, due semplici ragazze desiderose di entrare in una Confraternita femminile, e le altre consorelle che rappresentano lo stereotipo delle "sfigate" americane, quella carina, ma trascurata, la stupida, la nerd, la fan ossessiva...tutto molto triste, ma sfortunatamente molto attuale. Ma anche la narrazione sfrutta i cliché del genere, perché la trama esile ruota solamente attorno a una serie di omicidi (uno in ogni episodio) che avvengono nel campus universitario di Wallace, avvenuti per mano di qualcuno travestito da Red Devil, la mascotte del college. Tutto però sembra esser collegato a vent'anni prima, quando una ragazza della confraternita era stata trovata morta nella vasca da bagno, dopo aver dato alla luce una bambina (tutto saggiamente nascosto). Ovviamente l'identità del Diavolo Rosso verrà svelata nell'ultimo episodio anche se è chiaro dall'inizio che è solo un espediente narrativo (alquanto intelligente) per mostrare e far percepire la chiave di lettura dello show.