martedì 25 luglio 2017

Quel fantastico peggior anno della mia vita (2015)

E' risaputo oramai che fare e produrre un film sulla malattia non è mai facile, solo in rare eccezioni escono buoni film, addirittura peggio è quando alla suddetta viene quasi "appiccicato" il classico dramma romantico di formazione che fa scendere di livello, soprattutto se non ottimamente argomentato, la pellicola. Non è il caso di Quel fantastico peggior anno della mia vita (Me & Earl & the Dying Girl), film del 2015 diretto da Alfonso Gomez-Rejon e basato sull'omonimo romanzo di Jesse Andrews (che ha curato anche la sceneggiatura), poiché nonostante essa va comunque ad allungare la lista di quei film appartenenti a quel filone narrativo che prende il nome di "teeneger cancer movie", in cui il tema principale è appunto la malattia terminale giovanile, ormai diventata punto saldo di formazione adolescenziale in ambito letterario oltre che cinematografico, che va quindi ad aggiungersi a titoli 50 e 50 e Colpa delle stelle, lo fa però in modo intelligente e per niente banale, così da farsi posto tra questi "classici" del genere. La pellicola infatti, vincitrice del premio del pubblico e del gran premio della giuria al Sundance Film Festival 2015 (creato oltre trent'anni fa da Robert Redford e vera istituzione del cinema indipendente o "arthouse", l'unico festival personalmente interessante), grazie ad un curioso mix di commedia per teen ager, con un inizio quasi demenziale, e "cancer movie", ed evitando altresì una serie di trappole, dai toni melodrammatici alla facile strada della storia d'amore, in cui invece il dramma si stempera sempre in un'ironia che blocca sul nascere la retorica, riesce a districarsi bene e a risultare convincente.

Quella che difatti sembrerebbe una delicata storia di formazione adolescenziale, resa più drammatica dallo spettro di una brutta malattia, in realtà non lo è quasi per niente. Certo, la storia che racconta non si discosta tanto da altre, la storia personale di Greg infatti, un ragazzo di talento ma incapace di relazionarsi con il prossimo, che preferisce sfuggire la profondità nei rapporti e crogiolarsi nella sua eterna adolescenza insieme a Earl, il suo migliore amico, da lui definito solo "collega", che viene costretto dalla madre a far compagnia a Rachel, una ragazza del suo liceo malata di leucemia, subirà un cambiamento "prevedibile", dato che da quel momento le barriere emozionali di Greg cominciano lentamente a crollare, lasciando spazio a un'inaspettata maturità, ma è dopo che qualcosa cambia, perché il film, girato con semplicità e delicatezza dal regista Alfonzo Gomez-Rejon, offre al pubblico una storia diretta, senza sotto-trame di troppo, che calza perfettamente ad una regia fatta di immagini creative, montate con intelligenza, tese a narrare in maniera inventiva (e giusta) il tipo di storia che abbiamo sotto gli occhi. Giacché il regista si avvicina intimamente al pubblico, facendoci entrare (tramite gli occhi di due ragazzi e una ragazza in punto di morte) nell'ormai conosciuto mondo adolescenziale, si sa, trattato già più volte da altre pellicole di genere. Il punto focale del film però, risiede nel fatto che non intende appunto essere esclusivamente un prodotto per adolescenti o giovani. 

Non si parla della classica storia in cui lo sfigato di turno, incompreso e con pochi amici, viene preso di mira dai bulletti di tutti i giorni e non riesce mai ad avere un appuntamento con la ragazza più bella dell'istituto. In una minuscola parte c'è anche questo, ma nell'altra, visivamente più rara e creativa, esiste la possibilità di raccontare ancora tutto questo, ma in maniera diversa. E Gomez-Rejon, servendosi di un casti di talentuosi giovani (tra cui la deliziosa e brava Olivia Cooke, The Signal e Le origini del male) e di inquadrature calde e tendenzialmente creative, riesce nel suo intento, uscendone vincitore in grande stile e consapevolezza artistica. Il suo film è un prodotto audiovisivo leggero, elementare, che diverte, come i film (geniali ed interessanti) che i due ragazzi (i due colleghi cinefili) sperimentano. E' uno di quei film di cui il cinema di oggi ha bisogno. Film indipendenti, onesti, brillanti, scritti da giovani che combattono verso la scoperta di un cinema inteso non più come macchina di ritrito intrattenimento superficiale, ma come naturale mezzo estetico, come voce, come "sguardo", che delicatamente prende sottobraccio il pubblico e lo conduce verso storie audiovisive leggere e spontanee, dedite ad una riflessione non di carattere duramente critico, ma di puro godimento di vedere una storia d'intimità che va dritta al cuore dello spettatore. Quel tipo di film necessario, artigianale, che ancora incanta con semplicità.

In ogni caso, tanti sono i pregi del film, a cominciare dalla rischiosa declinazione dei temi (i due colleghi sono ancora due ragazzini, alle prese con problemi più grandi di loro, che  pur senza smettere di esserlo, soprattutto negli sbalzi di umore che connotano l'età, riescono a far compagnia a Rachel in un frangente difficile, tra chemioterapia, disagi fisici e autostima a zero) dentro però una confezione brillante ma non stupida, che abbonda di soluzioni cinematografiche convincenti. La voce fuori campo è usata in modo frizzante e non scontato, ci sono situazioni originali come i numerosi inserti animati e tocchi "alla Wes Anderson" (e i siparietti in stop motion), e abbondano anche le gag, che coinvolgono oltre ai protagonisti alcuni strampalati personaggi della scuola o delle rispettive famiglie (tra cui l'eclettico professore interpretato da Jon Bernthal e i genitori "creativi" di Greg). Il cinema dopotutto è al centro dell'opera, visivamente (con la divisione in capitoli tipica del cinema tarantiniano) e linguisticamente, tanto che per i cinefili sono una gioia le tante citazioni sparse qua e là, i cimeli (videocassette, dvd, locandine storiche), i classici rifatti dai due amici con filmini amatoriali, che un poco ricordano il divertente e poco conosciuto ma geniale Be kind Rewind (Gli Acchiappafilm), tra la parodia, l'omaggio e la goffa voglia di esprimersi. 

Comunque tra gli altri pregi, non sono da dimenticare l'ottima regia, la fotografia molto pulita, l'azzeccatissima colonna sonora e le ottime interpretazioni dei giovani attori, che non fanno altro che rendere ancora più emozionante questo piccolo gioiellino del cinema indie. E se molto del risultato dipende da un terzetto di giovani attori davvero molto bravi (il protagonista curiosamente si chiama Thomas Mann (Project X e Barely Lethal), inevitabile che uno dei film rifatti da lui e dal suo compare sia Morte a Venezia…), alla fine Quel fantastico peggior anno della mia vita non abbandona mai il tracciato coraggioso di commedia anche sopra le righe ma senza evitare di guardare fino in fondo il dramma. Ne consegue un finale commovente ma non ricattatorio, che non risulta "appiccicato" bensì coerente e venato di tenerezza. In conclusione, un film intimista e introspettivo (che vi consiglio di recuperare presto se già non l'avete visto), che sa guardare all'interno degli aspetti più intimi dell'animo umano, un film ironico e toccante, in grado di divertite e commuovere allo stesso tempo, ma sopratutto un film che fa riflettere, non soltanto sulla vita e sulla morte, ma anche e soprattutto sul valore dei rapporti umani, perché in fondo, il vero patrimonio dell'umanità siamo noi stessi. Consigliato agli amanti del cinema indipendente e a chi sa vedere oltre. Voto: 7+

4 commenti:

  1. Ai tempi dell'uscita mi piacque moltissimo: entrò subito nella mia top ten dell'anno!

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    1. Ah sì? felice di averlo saputo, perché è davvero un bel film ;)

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  2. l'ho visto solo di recente su Sky, e mi è piaciuto un sacco...
    ma io sono proprio fatta per questo tipo di film!

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    1. Già, è proprio un film nelle tue corde ed anche nelle mie in verità, anche se solo raramente ;)
      Anch'io comunque ed ovviamente l'ho recuperato da Sky :)

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