mercoledì 31 luglio 2019

Gli altri film del mese (Luglio 2019)

Avete amato Game of Thrones? già vi manca dopo il finale dell'ultima ed ottava stagione? Ebbene se ad entrambe le domande avete risposto sì, allora fate come me, non perdetevi il documentario che racconta il dietro le quinte dell'ultima stagione (la recensione la trovate qui) di Game of Thrones, ovvero The Last Watch che, girato da Jeanie Finlay racconta la serie più ambiziosa (e costosa) di sempre attraverso gli occhi di chi le ha dedicato dieci anni di vita. Ciò, appunto con un viaggio itinerante molto interessante che ci porta a conoscenza non solo dei grandi segreti delle star, dei produttori e dei registi della serie, ma anche di tutte le persone più o meno comuni che sono state coinvolte in questa mastodontica serie, di cui le comparse sono in qualche modo il cuore silenzioso. Un viaggio insomma davvero spettacolare, tra momenti emozionanti ed incredibili, che un fan non può non vedere. Lo trovate su Sky Atlantic o su Now Tv (e credo anche su Sky on demand), buona visione. Per quanto riguarda il resto niente da dire o comunicare, solo che alcuni film passati in televisione recentemente li troverete nei prossimi due listoni finali, che domani sarà il mio turno del Geekoni Film Festival, e che a cavallo di Ferragosto, nella settimana di Ferragosto il blog andrà in ferie, non prima di avervi ovviamente regalato la mia compilation anni '70. Nel frattempo buone letture dei miei post.
Cuori puri (Drammatico, Italia 2017)
Tema e genere: Dramma romantico tra due ragazzi di diversa estrazione presentato in anteprima al "Quinzaine del Réalisateurs" del Festival di Cannes 2017.
Trama: L'incontro tra un ragazzo di borgata e una ragazza che vive un percorso di castità.
Recensione: Ambientato in una Roma del disagio sempre più frequentata dal cinema italiano, Cuori puri (opera prima di Roberto De Paolis) innesta in questo contesto un sotto-tema particolare, con l'incontro tra il classico ragazzo "di borgata" e una giovane che cerca di vivere la propria giovinezza e insieme la propria fede. A tratti il film ricorda vagamente il recente La ragazza del mondo: là c'era una comunità di Testimoni di Geova, qui una comunità cattolica che dà luce al gruppo "Beati i puri di cuore" (che si ispira a gruppi realmente esistenti), pur molto meno rigido e certamente non aggressivo nel rapporto con la ragazza. Anzi, il sacerdote (reso bene da Stefano Fresi, in genere utilizzato in parti brillanti) è una figura piuttosto dolce e comprensiva verso i giovani, cui parla di perdono prima che di peccato (ma comunque lo sguardo su di lui è bonariamente distante, come se fosse una figura nobile ma fuori dal mondo). Piuttosto, è la madre di Agnese con la sua durezza e mancanza di rispetto verso la sua libertà (pur con l'umanità che riesce a darle Barbora Bobulova) a ricordare quel tipo di genitore dai principi ottusamente ferrei. I mondi agli antipodi di Cuori puri finiscono inevitabilmente per incontrarsi: e conta meno il dipanarsi della vicenda sentimentale, che si sviluppa con qualche prevedibilità, quanto la descrizione dei caratteri e dei rispettivi ambienti. Simone rimedia un posto da custode d'un parcheggio: e la precarietà del lavoro, lo squallore del luogo, la complessità della convivenza con la comunità del campo rom che vive lì vicino sono indagate con uno sguardo cinematografico che si prende i tempi giusti, raccontando una storia e insieme fotografando una realtà umana e sociale, senza didatticismi o spiriti di denuncia posticci. Roberto De Paolis la stessa attenzione la ripone nella descrizione del mondo di Agnese, una comunità di credenti ritratti per una volta non come fanatici bigotti, come dimostra appunto il personaggio di Stefano Fresi. Simone guarda i rom dall'altro lato dell'inferriata che li separa: e all'inizio accade lo stesso con Agnese, a sottolineare l'estraneità tra due mondi che trovano un punto di contatto nei cuori puri del titolo, nella sostanziale bontà di entrambi, che De Paolis registra con sguardo affettuoso e i due attori, bravi, interpretano con giusto smarrimento e fragilità (Simone Liberati e Selene Caramazza, entrambi non professionisti). E se le musiche ogni tanto aggiungono sottolineature che stonano col realismo dell'assunto, sono bravi nella loro naturalezza gli attori, tra cui è da segnalare Edoardo Pesce nel ruolo d'un criminale di mezza tacca meno sentimentale di Simone. Nel complesso film bello ma non bellissimo.
Regia: L'esordio di Roberto De Paolis si rivela uno sguardo interessante, penalizzato in alcuni punti da momenti di down (in particolare quando si allontana da loro) in cui il ritmo si siede per poi ridecollare in chiusa.
Sceneggiatura: La pellicola è caratterizzata da un andamento lento, che rende alcune scene difficili da seguire, ed è basata su una sceneggiatura che presenta qualche buco nella trama. Alcune situazioni non vengono approfondite, mentre altre volte si assiste ad un passaggio da una scena all'altra senza alcun nesso logico e altre ancora non viene mostrato o spiegato quanto realmente accaduto nel mentre. Nonostante ciò, colpiscono il linguaggio sempliciotto adottato, talvolta leggermente volgare, e le battute dirette, alcune delle quali sono di forte impatto emotivo.
Aspetto tecnico: La fotografia non è particolarmente nitida, però si avvale di effetti di chiaro e scuro notevoli e usati sapientemente per mettere in evidenza i sentimenti provati dagli stessi personaggi.
Cast: Un cast con due protagonisti esordienti, Simone Liberati e Selene Caramazza, è quello di Cuori Puri, che nonostante la loro prima esperienza riescono trascinare al di fuori dello schermo le giuste emozioni e sensazioni (grazie anche al gioco di inquadrature ravvicinate) fino ad arrivare allo spettatore. Buona anche l'interpretazione di Barbora Bobulova nelle vesti della madre devota, tuttavia tra gli interpreti, ad affascinare lo spettatore sia per la forza della loro interpretazione, sia per il modo in cui hanno presentato il loro personaggio, sono Stefano Fresi (il prete e anche colui che ha dato vita ad alcune delle scene più divertenti e sagge) ed Edoardo Pesce (l'amico di Stefano). Entrambi riescono a donare qualche risata al pubblico, nonostante Cuori puri sia un film drammatico che presenta un inaspettato colpo di scena.
Commento Finale: Cuori puri colpisce per l'esattezza dello sguardo, per la capacità di descrivere un mondo con cui l'autore s'è confrontato a lungo prima di trasporlo in immagini, la periferia di Tor Sapienza, disegnata con un approccio che cerca di non sovrapporsi ai luoghi, ma di restituirli nella loro autenticità. Stefano e Agnese sono molto giovani ma già pressati dalle circostanze della vita e il loro incontro è un po' maldestro, i loro baci sono leggermente goffi e impacciati proprio come quelli degli adolescenti. Timidezze, incertezze, e molti silenzi. Sicuramente il neo regista ha senso dei tempi, stile, capacità di fotografare persone e spazi. Ma certi entusiasmi critici letti in giro mi sembrano un po' sopra le righe, per un film che tutto sembra fuorché nuovo. Come spesso capita di pensare di fronte certi esordi, Cuori puri mostra capacità che si spera vengano messe a frutto con storie con un po' più di originalità e spessore.
Consigliato: Decisamente sì, soprattutto agli appassionati del genere.
Voto: 6
[Qui Trailer, più info e più dettagli]
Obbligo o verità (Horror, Usa 2018)
Tema e genere: Thriller sovrannaturale/horror, prodotto dalla solita casa di produzione di Jason Blum, la Blumhouse, simpatico e inquietante, che mescola l'idea di maledizione persecutrice al gioco di società.
Trama: Obbligo o verità, un innocuo gioco tra amici, si trasforma in qualcosa di mortale quando qualcuno (o qualcosa) inizia a punire coloro che dicono una bugia o si rifiutano di mettere in mostra il loro coraggio.
RecensioneObbligo o Verità, com'è facile già intuire, s'ispira molto a horror come Final Destination. Uno spirito tenta di sterminare un gruppo di ragazzi. In questo non c'è nulla di male, ma nel corso del film è semplicissimo dedurre le vittime del gioco, in pochi secondi. Chiaramente, l'intrattenimento non è nell'ansia di vedere i protagonisti sopravvivere al gioco, quanto nel vedere in quale modo fantasioso moriranno. Obbligo o Verità non richiede grandi caratterizzazioni dei personaggi: infatti, tutti i protagonisti in scena (in Messico per festeggiare il loro ultimo Spring Break), al di là delle due amiche Olivia e Mackie, appaiono come maschere. E come sempre, altro aspetto imposto al genere prevede un cast di attori tutti bellissimi, forse perché vederli morire male e come mosche soddisfa una sorta di rivalsa sociale dei comuni mortali. Obbligo o Verità riesce comunque a fare una cosa: intrattenere. Privo di vere e proprie scene morte o inutili ai fini della trama, è difficile annoiarsi. L'azione è infatti gestita bene e le scene horror sono ben costruite, sebbene qualche effetto speciale sul finale avrebbe meritato un budget maggiore. Il grande difetto del film è però la sua aderenza a un genere visto e rivisto. Per chi è abituato a questo filone e magari s'aspetta qualcosa di nuovo, la delusione è dietro l'angolo. Tutti gli avvenimenti sono telefonati e non c'è alcuna velleità di stupire il pubblico con qualcosa di diverso rispetto a quanto vediamo ormai da anni sul grande schermo. Già nei minuti dedicati alle introduzioni dei personaggi sappiamo già a chi dedicare un gesto della croce e a chi no, riponendo qualche speranza nella loro possibile sopravvivenza. Interessanti però alcune cose. Innanzitutto il messaggio (forse forzato ma comunque efficace) del regista sulla pericolosità di giochi (le challenge di internet) tanto divertenti quanto stupidi, ma soprattutto buona è la scelta della rappresentazione del male, che può colpire ovunque, in qualunque momento, tramite qualunque persona. La pellicola del regista di Kick-Ass 2 decide semplicemente di deformare i volti delle persone ignare coinvolte dal demone, donandole un ghigno deformato che rappresenta la principale fonte creepy dell'intera opera. In Obbligo o Verità non troviamo laghi di sangue finto o tentativi di Jumpscare forzati, che spesso rovinano la riuscita del film, siamo più vicini alle parti di un thriller che di un vero e proprio horror, e questo è un bene. Bene anche l'altro messaggio, più nascosto, che spesso dire la verità a chi ci vuole bene può essere molto più spaventoso dell'affrontare la morte stessa, rendendo questo misterioso e oscuro demone allegoria della mancanza di sincerità che pervade la nostra quotidianità, portandoci a nasconderci dietro a una maschera, a uno specchio che distorce il nostro essere come i volti che circondano i protagonisti, ricordando loro la semplice regola del gioco, truth or dare. E quindi, anche se Obbligo o Verità rappresenta l'ennesimo capitolo di un filone horror ormai davvero abusato, è questo un film a tratti ben riuscito, che mantiene un ritmo narrativo costante e poco noioso, riuscendo così a farsi apprezzare.
Regia: Stilemi e topoi dell'horror persistono dappertutto (nel mezzo non possono mancare cliché e stereotipi) e la narrazione spesso e volentieri è schiacciata da alcuni dialoghi a dir poco fiacchi. Ma quando c'è da essere violenti il film non perde un colpo e soprattutto Jeff Wadlow (Nickname: Enigmista, Never Back Down, Kick-Ass 2) è particolarmente inventivo nel trovare nuovi modi per impressionare, scioccare e intrattenere (anche in maniera sciocca, ma mai noiosa) e soprattutto aggirare quella valutazione PG-13 voluta dallo studio per non vietare la visione ai ragazzini.
Sceneggiatura: Essendo un teen horror (tipicamente) estivo, la sceneggiatura del film inventa poco, ma strizza l'occhio a pellicole già note come successo di qualche anno fa It Follows. Con il film del 2014 ha in comune non solo il giovane cast, ma anche la presenza di un entità totalmente misteriosa, un demone che segue le sue vittime in maniera invisibile, senza dare loro tregua o possibilità reali di fuga, si può solo rimandare il proprio momento. Obbligo o Verità, non crea mitologia particolare attorno agli eventi della trama, qualche accenno dovuto a una creatura messicana Callux, evocata da una monaca diversi decenni prima, ma nulla di strutturato e portante, una scelta che porta ad una trama snella, fluida, che può andare dritta al punto senza perdere secondi preziosi lasciando spazio ad una continua lotta contro la morte che può ricordare appunto anche il capostipite di questo genere, Final Destination.
Aspetto tecnico: Poco da segnalare, a parte gli effetti speciali, neanche la colonna sonora spicca particolarmente.
Cast: Il cast è composto da attori giovani, come d'obbligo in questo tipo di film, Lucy Hale (Pretty Little Liars), Tyler Posey (Teen Wolf), Violett Beane (The Flash), Sophia Ali (Grey's Anatomy), Nolan Gerard Funk (Counterpart), Landon Liboiron (Hemlock Glove) e Sam Lerner (I Goldbergs), nessuno di loro riesce a bucare lo schermo e lasciare il segno, rimanendo forse vittima di personaggi un po' troppo anonimi e poco tratteggiati, nonostante la trama possa vantare come sotto-trama un triangolo amoroso che comprende i suoi tre protagonisti.
Commento FinaleObbligo o Verità,  è un prodotto creato per intrattenere lo spettatore, lontano dall'intenzione di volerlo spaventare o inquietare, raggiunge tranquillamente il suo risultato, un compito semplice eseguito senza mai provare ad alzare l'asticella e senza particolare verve inventiva. Le dinamiche presenti infatti non hanno grande originalità e il racconto stesso mostra 2 o 3 tasselli non del tutto chiari, ma la storia funziona. Un thriller-horror realizzato in maniera accattivante, riesce a coinvolgere pienamente nonostante non sia perfetto in tutto. Il cast se la cava bene, il livello gore non è di quelli eccelsi ma un paio di scene fanno il loro effetto, il ritmo è sostenuto e in più il finale riesce a fare centro. Insomma, un prodotto discreto, senza troppe incertezze e diretto degnamente, che secondo me merita una visione.
Consigliato: Se avete meno di vent'anni (o poche pretese cinematografiche) e volete trascorrere una novantina di minuti in compagnia di amici o fidanzate/i, questo film potrebbe fare al caso vostro.
Voto: 6+
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Contrattempo (Thriller, Spagna, 2016)
Tema e genere: Thriller spagnolo in salsa poliziesca che mette in atto un giallo del quale Hitchcock ed Agatha Christie ne andrebbero probabilmente fieri.
Trama: Adrián Doria è un imprenditore di successo che, accusato di omicidio, continua a dichiararsi non colpevole. Per difendersi, contatta l'avvocato Virginia Goodman, con cui lavora una notte intera per trovare un cavillo che permetta di farlo uscire dal carcere. L'emergere di un nuovo testimone che lo accusa mette però a repentaglio la strategia individuata.
Recensione: Il nume tutelare è sicuramente Alfred Hitchcock, per via delle furbizie di messa in scena e della precisione narrativa, capace di regalare colpi di scena in serie fino ad un finale che ribalta continuamente le prospettive e le carte in tavole (un po' come ha sempre fatto Agatha Christie). E pensare che tutto comincia solo da un "piccolo" contrattempo, dal quale si originano tutta una serie di effetti a catena che hanno del vertiginoso. Solo una si rivelerà essere (ovviamente) la verità, alla fine, ma lungo tutta la durata del film il regista nonché sceneggiatore si diverte a scompaginare continuamente le carte, congegnando colpi di scena su colpi di scena, distribuendo indizi e seminando dubbi. Costruisce un intreccio apparentemente insolvibile che induce continuamente "fuori strada", non concede di distrarsi neppure per un secondo, e costringe di conseguenza a tenere ben alta l'attenzione (e già questo è un bel merito, per un film che in fin dei conti non ambisce ad essere nulla più che, ottimo, intrattenimento). Non bastasse che in Contratiempo (da titolo originale) ogni minimo dettaglio è da ricordare con attenzione poiché fondamentale e illuminante ai fini degli eventi, costantemente sospesi su un ciglio morale dove gli individui danno il meglio e il peggio di loro stessi a seconda del contesto. Contrattempo è forse un po' poco plausibile (in particolare in certi suoi rivolgimenti, via via sempre più contorti), a tratti prevedibile (ma, importante sottolinearlo, mai sugli aspetti essenziali, il che fa capire una volta in più con quale maestria sia stato architettato un meccanismo che conduce continuamente lo spettatore fuori strada), ma in ultima analisi estremamente coinvolgente (al netto di un inizio un po' lento) e capace di tenere incollati allo schermo. E la rivelazione finale è del tutto inaspettata (a posteriori, ma solo a posteriori, ci si rende conto di quanti indizi siano stati in realtà abilmente disseminati a suggerire l'esito finale, ma nel mentre della visione non se ne ha praticamente sentore, e allo sciogliersi dell'intreccio non si può che rimanere sbalorditi). Diffidare, dunque, di chiunque dica si tratti di un film smaccatamente prevedibile. Scricchiola, qua e là, questo Contrat­tempo, è vero, ma si può tranquillamente affermare che non lo faccia mai nei momenti salienti, nonostante sia indubbiamente anche merito del cast se il risultato finale si rivela così avvincente. Tanto che (questo sì prevedibile) qualcuno ne faccia un remake non è cosa impossibile, anzi, è già stato fatto, e perlopiù con Riccardo Scamarcio. Il testimone invisibile infatti (del 2018), con anche Miriam Leone e Fabrizio Bentivoglio, è l'ennesimo esempio di quante poche idee originali ci siano in Italia una settimana sì e l'altra anche. Ed ovviamente lo eviterò, mentre da vedere e consigliare è l'originale.
Regia: E' asciutta e mirata, gli attori si adeguano e riescono a rendere al meglio le sfaccettature psicologiche dei loro personaggi, senza invadere lo spazio scenico oltre il giusto, anche grazie alla regia di Oriol Paulo, appunto precisa.
Sceneggiatura: I cento minuti di visione, divisi tra il tempo reale ambientato in un appartamento e i vari flashback che ripercorrono a ritroso le fasi salienti del caso, possiedono un'anima tensiva notevole. Tutta l'attenzione è focalizzata sull'ordito narrativo, sui colpi di scena e gli indizi lasciati appositamente a decantare nell'aria, sospesi fino al finale. Ripercorrendo ogni fase all'indietro, ricollocando tutti i pezzi, ogni versione possibile del racconto, troverà la sua coerenza ed è questo il punto di forza della pellicola, una logica impeccabile al servizio della messa in scena. Tutto inizia con il più banale dei delitti della camera chiusa ma presto le alternative possibili cresceranno fino al gustoso (seppur leggermente "esagerato") finale.
Aspetto tecnico: Molto efficace la colonna sonora, conformi le ambientazioni e il resto.
Cast: Magistrali le performance del cast autoctono capitanato da Mario Casas, vera e propria star del cinema iberico contemporaneo, e dalla magnifica Ana Wagener, al centro di un ruolo che svelerà tutte le proprie sfumature sono nel machiavellico epilogo.
Commento Finale: Lo spagnolo Oriol Paulo confeziona proprio un'opera ben riuscita, che mantiene alte la tensione e la curiosità per tutta la durata del film, grazie a delle ambientazioni adatte, ad una sceneggiatura ottimamente congegnata e ad interpretazioni davvero efficaci allo scopo (in particolare Mario Casas ed Ana Wagener). Se proprio voglio trovargli due piccoli difetti, posso segnalare la debolezza delle indagini iniziali della Polizia spagnola (forse anche corrotta) e poi il titolo, che può sembrare innocente ma, secondo me, fa intuire qualcosa già da subito. Ma si tratta di peccati veniali in una pellicola veramente convincente ed avvincente, che merita comunque applausi (seppur non scroscianti).
Consigliato: I thriller spagnoli raramente mi negano soddisfazioni e questo non ha fatto eccezione. Assolutamente consigliato.
Voto: 6,5
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L'incredibile viaggio del fachiro (Drammatico, Francia, USA, Italia, 2018)
Tema e genere: Un film picaresco su un avventuriero coraggioso alla ricerca della propria strada.
Trama: Aja è un giovane che vive di espedienti a Mumbai. Alla morte della madre decide di intraprendere un viaggio alla ricerca del padre che non ha mai conosciuto. Ma qualcosa va storto e si ritrova a girovagare per l'Europa nel tentativo di raggiungere Parigi e di conseguenza l'amore.
Recensione: Tratto dal romanzo L'incredibile viaggio del fachiro che restò chiuso in un armadio Ikea del francese Romain Puértolas, il film del regista franco-belga-indiano Ken Scott cerca di sfruttare l'onda di altri film ambientati in india come The Millionaire o Vita di Pi. La trasposizione cinematografica può contare anche su un cast di nomi importanti, come Bérénice Bejo, Gerard Jugnot e l'attore indiano Dhanush, molto famoso in patria. Il film vorrebbe mantenersi su un clima da racconto rocambolesco, con il povero Aja che finalmente riesce a partire dall'India per la Francia con un visto turistico per cercare un padre che non sa neanche se esista veramente. Nella tanto agognata Parigi incontra una ragazza nel famoso negozio di mobili con cui imbastisce una scenetta di vita coniugale, si ferma di nascosto per la notte addormentandosi in un armadio che però viene impacchettato e spedito in Inghilterra. Così Aja si trova a girare per l'Europa senza documenti, potendo contare solo sul suo talento di narratore e sulla benevolenza della gente che incontra. Amore, pericoli, solitudine e successo in una viaggi che tocca Gran Bretagna, Francia e Italia per poi tornare al paese d'origine, l'India. Peccato che il regista non sappia decidersi su che registro mantenersi: il film oscilla sempre tra momenti che vorrebbero essere comici (ma non troppo) o romantici (ma poco comici) in scenari (spesso visibilmente digitali) che alla fine danno un effetto straniante, un po' alla Monty Python (ma meno divertente). Troppo studiato nelle situazioni per risultare spontaneo, spesso troppo sdolcinato per essere credibile, Lo straordinario viaggio del fachiro è una simpatica favoletta senza troppe alzate d'ingegno, che vorrebbe essere edificante per aiutare a comprendere culture differenti e difendere i migranti, ma anche gli argomenti seri rimangono a un livello molto esile. Meglio godersi le scenette e i (comunque) bravi attori. Sono loro infatti a far sì che questa fiaba moderna riesca nella sua leggerezza ad emozionare (bello il messaggio del karma, inteso come destino e di come un individuo può riscattarsi grazie all'accettazione e alla fantasia con cui gioca le sue "carte") e divertire (anche se la credibilità, al contrario di Easy: Un viaggio facile facile è minore) almeno un po', anzi, di più, tanto da meritare la sufficienza.
Regia: Il regista Ken Scott (regista del discreto Starbuck - 533 figli e... non saperlo! ma anche del suo inutile remake Delivery Man) mantiene un tono vivace nonostante tutte le calamità (a volte esagerate) che il protagonista affronta. Tuttavia nel complesso la sua è una regia abbastanza statica.
Sceneggiatura: Il film contiene diversi registri, dalla commedia romantica a quella degli equivoci, dall'avventura al fantastico fino alla denuncia sociale. Ogni tappa del viaggio di Aja rappresenta una tematica, la pellicola infatti offre spunti soprattutto su i temi contemporanei dell'immigrazione clandestina, dei migranti e dell'accoglienza, ma nessuno fa buona presa. Tuttavia molto bello lo studio dei personaggi e simpatica l'avventura nella sua interezza.
Aspetto tecnico: La storia di come un semplice viaggio può diventare straordinario si avvale di un comparto tecnico non eccezionale ma apprezzabile. Dalla colorata fotografia, alle colorate scenografie e musiche. Per non parlare delle location, perfette.
Cast: Il cast (comprendente anche Erin Moriarty) si amalgama bene con la storia, a cominciare dal protagonista maschile Ajatashatru Oghash Rathod.
Commento Finale: Una storia garbata, diretta in maniera discreta e interpretata piacevolmente da un cast di buona presenza scenica. Un ritmo senza cedimenti e una fotografia apprezzabile completano il quadro di un film non eccezionale ma sufficientemente godibile e improntato sull'ottimismo e la forza di volontà, che merita di essere guardato.
Consigliato: Favola per adulti, perfetta per una calda serata estiva, vista l'effervescenza della trama e dei suoi personaggi.
Voto: 6
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Il mio Godard (Biografico, Francia, 2017)
Tema e genere: Commedia drammatica biografica incentrata sul rapporto sentimentale e lavorativo tra il regista Jean-Luc Godard e l'attrice Anne Wiazemsky, e basata sulla biografia Un an après della stessa Anne Wiazemsky.
Trama: La vicenda amorosa tra Jean-Luc Godard, regista intellettuale sulla cresta dell'onda, e la giovanissima attrice Anne Wiazemsky, sullo sfondo della Contestazione sessantottina.
RecensioneMichel Hazanavicius dopo il trionfo di The Artist, dopo il bellico ed impegnato The Search, torna alla regia con un biopic su Jean-Luc Godard nel periodo del 1968, subito dopo aver girato La cinese, un biopic (che in parte smonta il mito del regista francese) che parla di sentimenti e rivoluzione in tono di commedia. Infatti Il mio Godard parla al tempo stesso di sentimenti e rivoluzione. Da un lato c'è la storia d'amore tra un supposto genio e una ragazza borghese d'ottimi natali, che non può che snodarsi tra gli alti e bassi di qualunque storia d'amore, dall'altro c'è il racconto d'un cineasta che sceglie di ripudiare tutto ciò cui in cui ha creduto, non solo disconoscendo i suoi vecchi film, ma dissolvendo l'immagine di sé in un'identità collettiva. Un film insomma meno stimolante rispetto al vincitore del premio oscar nel 2011, ma che non merita di essere sottovalutato. Perché certo, il film è filtrato più dall'ottica di lei che non di lui, e questo può spiegare il ritratto particolarmente aspro che si fa del regista francese, che sicuramente ha sempre avuto un caratteraccio e lo ha dimostrato in mille occasioni lungo tutta la sua carriera, caratteraccio che qui è amplificato in negativo dall'amarezza di una donna delusa e in un certo senso tradita nel suo sogno d'amore, ma la stravaganza e la creatività (pieno di trovate evidenti) con cui viene visto ha grande fascino stilistico e non solo. Girato ricorrendo spesso ad alcuni stilemi tipici di Godard come le sovra-impressioni o gli effetti di straniamento brechtiano (comunque fantastici bisogna dirlo), il film ha un andamento piuttosto discontinuo, alternando alcune scene più interessanti come la rievocazione del Maggio sessantottino a Parigi o la fondazione del Gruppo Dziga Vertov con Jean-Pierre Gorin che avrebbe dato il via al cinema più politicizzato di Godard, ma anche scene da commedia non sempre appropriate in cui il regista appare in una chiave oltranzista che a tratti rischia di scivolare nella facile macchietta, anche in certi momenti più gravi. Restano all'attivo l'interpretazione di Louis Garrel che ci mette uno sforzo mimetico non indifferente, una confezione che si avvale di una fotografia smagliante, ma la sostanza che si stringe non è eccessiva e anche sul rapporto di coppia fra Godard e la Wiazemsky si finisce per avere una panoramica volutamente parziale, non si sa quanto affidabile o quanto dettata da un certo rancore della Wiazemsky verso il mostro sacro da sbeffeggiare in maniera non proprio corretta ed elegante. La Wiazemsky è scomparsa poco tempo, e questa può essere anche un'occasione per ricordarla o per scoprirla per chi non la conoscesse, in tal senso Stacy Martin le assomiglia abbastanza, magari è anche più bella, e ne dà un'interpretazione non memorabile ma che ne rende bene il distacco e la sfrontatezza. Tanto che a mio avviso sono loro uno dei punti di forza dell'opera, insieme anche ed inoltre ad un uso eccezionale del sonoro, una rappresentazione filologica e onesta del cineasta francese che non sfiora neanche un secondo le trappole dell'agiografia. Perché il regista appunto non è tenero con Godard, non lo è con lui né con la protagonista. Ma mentre la passività di Anne si stempera in virtù della sua beata incoscienza, il personaggio di Godard assume più i contorni del villain che dell'eroe, accecato com'è dalla sua foga auto-riflessiva. La stessa foga auto-riflessiva che il film restituisce senza freni e senza filtri e che definisce il nucleo concettuale e formale dell'opera. Un'opera nel complesso abbastanza divertente che giocando sul mito di Godard stesso offre un tipo di operazione molto vicina alla parodia, una parodia brillante, interessante ed (inutile negarlo) alquanto intrigante.
Regia/Sceneggiatura/Aspetto tecnico: Nonostante le premesse impegnative (Sessantotto, rivoluzione, scomparsa della soggettività del regista) Il mio Godard però, sceglie un tono da commedia, e fa bene (almeno in parte). Del maestro mantiene i tic linguistici (non ci si poteva aspettare altro dal regista di The Artist, che per parlare del cinema muto ha fatto un film muto), e dunque ci sono i colori pop sgargianti, l'uso delle didascalie, jump cut, sguardi in macchina, cartelli sul nero, di superficie certo, anche fini a se stessi, ma di classe. Certamente, la leggerezza da commedia vuole sbertucciare la seriosità del maestro. E allora Il mio Godard smonta il mito e lo mette a nudo (letteralmente), lo mostra scorbutico e insieme adolescenziale nelle sue rabbie, a disagio mentre in mezzo agli studenti rivoluzionari farfuglia discorsi incoerenti su nazisti ed ebrei. Ed è lampante la gag reiterata della perdita degli occhiali, a segnare l'incapacità di mettere a fuoco le cose, sia rivoluzione che sentimenti (e anche il cinema). Bene ma non benissimo.
Cast: Bravissimo Louis Garrel, che regala una performance di livello. Lo fa entrando letteralmente addentro al suo personaggio, mimandone la voce strascicata in modo eccezionale, conferendo ad un personaggio osannato ma temuto, una umanità ed uno humour innato in grado di restituircelo meglio di ogni idea che finora possiamo esserci fatta sul Godard-uomo. Affianca Garrel la deliziosa Stacy Martin, molto somigliante alla sua alter ego reale, alquanto talentuosa.
Commento Finale: Bisogna certamente dare atto al regista Michel Hazanavicius di saper rischiare e sapersi prendere le proprie sane, doverose responsabilità. Le prende e firma un'opera stramba ma affascinante, controversa ma interessante. E ci riesce grazie allo stile "bolle di sapone" (nel senso gioioso del termine) della messa in scena, che alleggerisce la gravità che poteva nascere da un approccio più convenzionale. Ed è proprio così che egli vince la sua scommessa di dare una libertà godardiana all'insieme, che è il miglior modo di rendere un omaggio stravagante, tenero e caustico a un personaggio emblematico della storia del cinema.
Consigliato: Un film gradevole ma nulla di più, il minimo indispensabile per consigliarlo.
Voto: 6
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Ben is Back (Drammatico, USA, 2018)
Tema e genere: Una vicenda lacrimevole e sofferta: una storia di tossicodipendenza in cui il coraggio di una madre dovrà fare i salti mortali e sudare sette camicie per tentare di rimettere insieme i cocci dell'esistenza del figlio, irrimediabilmente schiavo della droga, equamente diviso tra bugie e fughe da casa.
Trama: Ben, ragazzo tossicodipendente, torna a casa per le feste di Natale. Per la madre una grande gioia ma anche tante preoccupazioni.
RecensioneBen is Back, presentato al Toronto International Film Festival l'anno scorso, è un film più di attori che di storia, in cui tutto sommato succede poco (ma l'inizio, molto bello, sembra una versione contemporanea della parabola del figliol prodigo). Lo dirige senza squilli Peter Hedges, buon regista di film non indimenticabili (questo è il quarto in 15 anni) tra cui L'amore secondo Dan con Steve Carell, anche se il suo exploit rimane quello giovanile, il romanzo What's Eating Gilbert Grape da cui trasse lui stesso la sceneggiatura di quel più che discreto film che era Buon compleanno Mr. Grape (diretto da Lasse Hallström), semmai colpisce maggiormente la fotografia spesso cupa, anche perché molto avviene in una notte (terribile). Il film mette a confronto una madre e un figlio, interpretati rispettivamente da una toccante e credibilissima Julia Roberts (che fa davvero pensare a cosa può vivere una madre davanti a una tale prova) e da un misurato Lucas Hedges (figlio del regista), il bravo attore emergente lanciato da Manchester by the Sea e che poi a seguire ha recitato in un tanti altri film tra cui Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Lady Bird. A rimanere nel cuore è soprattutto la figura della madre, certo non impeccabile (in una scena augura la morte al medico, ormai con l'Alzheimer, cui imputa la tossicodipendenza del figlio perché gli prescrisse con leggerezza antidolorifici). E sempre sul punto di saltare per aria, come in alcune terribili, emozionanti scene di scontro con Ben. Una madre addolorata ma sempre pronta a riabbracciare quel figlio che continua a sbagliare. Una madre costretta a un'angosciata peregrinazione notturna, in cerca del figlio smarrito (e anche qui, forse involontaria, sembra di scorgere tratti di parabole evangeliche), che pur di ritrovarlo è pronta a lasciarsi alle spalle tutto quanto, anche le sue paure e i suoi dolori. Un viaggio notturno (a tratti faticoso per lo spettatore, ma anche pieno di tensione fino a un finale intensissimo e commovente) che sembra una discesa agli inferi, dove potrebbe spingersi una madre per recuperare il proprio figlio.
Regia: Artisticamente nato come sceneggiatore (anche in drammi quali About a Boy), Peter Hedges in Ben is Back, il suo quarto film da regista, tratta nuovamente temi a lui più congeniali come le problematiche adolescenziali e i rapporti tra genitori e figli. E lo fa nuovamente e dannatamente bene, già da una delle primissime scene, quando il personaggio di Julia Roberts, sorpresa, corre ad abbracciare il figlio, scappato dalla comunità di recupero il giorno della vigilia di Natale, si capisce come il film prepara davanti a sé un terreno per costruirci su un dramma dal forte impatto emotivo. Ed è quello che accade, anche perché Peter Hedges, complice anche l'azzeccata scelta di ambientare la storia nell'arco di un'unica giornata, tratteggia molto bene il rapporto tra madre e figlio che, complice un furto la notte della vigilia di Natale, si prende completamente la scena da metà film in poi. Infine si concede anche uno stoccata alle politiche americane in fatto di cura dei tossicodipendenti con le farmacie che vendono qualsiasi tipo di medicinale che può creare dipendenza e si rifiutano di concedere quelli capaci di salvare da un'overdose. E insomma non male a questo giro.
Sceneggiatura: La pellicola non esagera, almeno a livello della messinscena, con la retorica ma, anzi, si dimostra piuttosto spontanea nel trattare una tematica complicata, dando via a una riflessione sincera sui rapporti famigliari messi in scena. Qualche forzatura in più viene dai dialoghi, troppo costruiti a tavolino per risultare sempre credibili, soprattutto in una parte centrale vittima di qualche calo di troppo. Anche la cornice natalizia è un po' furbetta, anche se la pellicola riesce ugualmente a regalare qualche momento toccante e a mantenersi delicata nella rappresentazione dell'argomento principale. Perché se ogni tanto qualche passaggio della trama appare perlopiù prevedibile, il film riesce comunque a mantenere una compattezza per tutto l'arco dei 103 minuti di durata, con una parte finale che sfuma nel thriller carica di apprensione.
Aspetto tecnico: Già detto della fotografia comunque efficace, efficace come l'ambientazione notturna e la colonna sonora malinconica.
Cast: Se l'intenso rapporto tra madre e figlio funziona così bene lo si deve ai due protagonisti. Julia Roberts non è mai stata così in parte negli ultimi anni come in questo film (anche se non male affatto fu in Wonder) e probabilmente si sarebbe meritata qualche riconoscimento ai Golden Globe. Stesso discorso vale per Lucas Hedges, figlio del regista di questo film, che riesce ad interpretare con misura e sottrazione un personaggio tormentato e instabile come Ben.
Commento Finale: Ben is Back si presenta fin da subito come un dramma dal forte impatto emotivo, ambientato nell'arco di 24 ore durante le quali il giovane Ben fugge dal centro di recupero da tossicodipendenze per raggiungere la sua famiglia in occasione del Natale. Solo la madre lo accoglie benevolmente, mentre il resto della famiglia ancora non si fida. Nel passato sono successe cose molto gravi, qualcuno ci ha lasciato anche la vita, ma su questo il film non indugia più di tanto. Quello che interessa al regista è raccontare la tenacia di una madre che ancora spera di vedere il proprio figlio cambiare direzione, che crede con tutta se stessa che un miracolo può ancora accadere. Se il personaggio di Holly è così riuscito lo si deve anche ad una bravissima Julia Roberts, in parte come poche altre volte è successo ultimamente. Il film è toccante ed emoziona, la droga non si vede (praticamente non è nemmeno nominata) ma se ne sentono e percepiscono gli effetti emotivi al posto di quelli fisici. Davvero un bel film.
Consigliato: Da vedere, in primis per l'interpretazione della Roberts.
Voto: 6+
[Qui Trailer, più info e più dettagli]

6 commenti:

  1. Non li ho visti, ma guarderei "Obbligo o verità" oltre che, ovviamente, Ben is back.
    Adoro la Roberts e ho un debole per le mamme-coraggio. Quindi credo proprio che gli darei un buon 8, altro che!

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    1. Prima lo devi vedere però, non puoi senza averlo fatto sapere che già ti piacerà così tanto, quindi a visione fatta, sia questo che quell'altro, mi dirai ;)

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  2. 6 al fachiro lo trovo limitante, ma comprendo anche che siamo lontani dai tuoi generi preferiti...ho visto Il testimone invisibile, ma non l'originale Contratiempo, di cui parlano gran bene.. storia comunque contorta, forse troppo.

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    1. Non è così lontano dal mio genere, è solo che il viaggio è anche troppo incredibile, cioè assurdo ed esagerato, tanto da sembrare un sogno o solo una favola "romanzata", inventato ad hoc, come il protagonista lascia intendere alla fine...
      Contorta sì, ma più logica di quanto sembrerebbe, e per quanto riguarda il remake, ormai è inutile che lo veda, oltretutto impossibile faccia meglio dell'originale, che per fortuna ho visto prima.

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  3. Su "Ben is Back" sono d'accordo con te! Gli altri film devo ancora guardarli, mi interessa "L'incredibile viaggio del fachiro"! :)

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    1. Ho visto che l'avevi recensito, ma all'epoca commentai per l'altro film, comunque ho letto la tua recensione completa ed in effetti stiamo lì, bene ;)

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