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venerdì 9 novembre 2018

Seven Sisters (2017)

Il cinema fantascientifico ci ha abituati negli ultimi tempi a film di grande spessore, non solo in termini di qualità filmica, ma anche di contenuti (psicologici e filosofici) che grazie a interessanti soluzioni narrative riescono a raggiungere altissimi livelli. Nel caso di Seven Sisters, film del 2017 diretto da Tommy Wirkola con protagonista Noomi Rapace nel ruolo di sette gemelle, ambientato in un futuro distopico dove vige la legge del figlio unico, non siamo neanche lontanamente nei dintorni di film come ArrivalBlade Runner et similia, ma in molte occasioni il ricordo di quella cara, vecchia fantascienza distopica che sa intrattenere senza pretese sembra riaffiorare, e proprio per merito dell'originalità dell'impianto narrativo, anche se in verità questo suddetto impianto, tanto fantascientifico od originale non è, visto che la Cina ha adottato questo tipo di politica di contenimento della natalità in tempi più o meno recenti (solo da poco ha dato il via libera al secondo figlio). Comunque da questa semplice idea, idea che sta alla base della sceneggiatura (che tratta di 7 gemelle omozigote costrette a vivere nell'ombra e ad alternarsi nella vita sociale), sceneggiatura (concepita nel 2001 dallo sceneggiatore Max Botkin, che all'inizio prevedeva sette fratelli invece che sorelle, almeno fino a quando a Wirkola venne la brillante idea di traslarla al femminile) che come nel caso di Gold: La grande truffa entrò nella Black List delle migliori sceneggiature non prodotte, nasce un valido prodotto d'intrattenimento che grazie ad un molto attento e curato nei dettagli script, e ad una corposa dose d'azione ed effetti speciali all'avanguardia riesce a distinguersi e guadagnarsi l'attenzione dello spettatore. Spettatore che se riesce a soprassedere a i vari difetti di una sceneggiatura comunque forzata e poco plausibile in alcuni passaggi, addirittura prevedibile nel colpo di scena finale e fin troppo melensa nell'epilogo a tarallucci e vino, si ritrova di fronte ad un film avvincente grazie ad un ritmo particolarmente indiavolato che rende la pellicola un mero passatempo (l'implicazione politica o morale va letta come pretesto, non vi è alcuna ambizione "nobile" e questo è un bene).

venerdì 12 ottobre 2018

Assassinio sull'Orient Express (2017)

Mettiamo in chiaro subito una cosa, in questa recensione privilegerò il confronto con la pellicola del 1974, che a mio parere è doveroso, proprio quell'adattamento (davvero ottimo) è per me infatti il migliore per conoscere Agatha Christie (almeno cinematograficamente), certo, questo nuovo rifacimento difatti (più o meno fedele al precedente) risulta comunque interessante e se ne consiglia una visione (anche perché seppur diversa, in fin dei conti è un'esperienza piacevole), ma un'eccellente confezione, bellissime e superbe riprese e una regia solida e di mestiere non bastano a fare di questo film, Assassinio sull'Orient Express (Murder on the Orient Express), film del 2017 diretto, co-prodotto e interpretato da Kenneth Branagh, un'opera di un certo livello. Purtroppo il problema è nella (nuova) sceneggiatura e (di conseguenza) nell'impianto narrativo del romanzo (qui effettivamente non incisivo come nel precedente, perché se geniale è la risoluzione del giallo, non tanto giustificabile la scelta finale). Complessivamente è un film discreto ma senza spessore e senza personalità. Un remake algido nell'esecuzione e sontuoso nella fotografia e nelle ottime riprese. E tuttavia, pur non essendo una pellicola originale ed eccezionale in sé, essa possiede tutte le carte in regola per venire pienamente apprezzata, anche se alcuni dettagli alla fine non convincono in questo film che in realtà sarebbe potuto essere assai peggiore. Il film infatti cerca una propria strada, che trova solo in parte, lasciando l'amaro in bocca, non solo per il finale troppo triste. Perché certo, confrontarsi con la scrittrice di gialli più famosa al mondo è sempre difficile, e fare un remake di un'opera che è quasi un capolavoro (sto parlando appunto ed ovviamente del film omonimo del 1974, diretto da Sidney Lumet) lo è ancor di più, ma la non del tutta efficace attualizzazione dell'opera da parte del regista avviene non senza negative conseguenze. Tra queste l'atmosfera del film, che cambia radicalmente, se nel film del 1974 c'era un clima in fin dei conti allegro, con un Poirot sicuro di sé che dava peraltro spazio a godibilissimi siparietti comici, troviamo in questa pellicola un Poirot triste e tormentato, quasi "dannato" per questa sua caratteristica di vedere il mondo diviso in due. L'atmosfera è quindi (troppo) cupa e pesante in confronto a quella speranzosa e gioviale dell'originale.

mercoledì 25 luglio 2018

Antichrist (2009)

Non mi aspettavo dopo aver visto Madre! (ma purtroppo non potevo più sottrarmi alla visione, dato che il suddetto fa parte delle mie promesse cinematografiche di quest'anno) di trovarmi nuovamente di fronte ad un film "strano" e difficile da commentare e giudicare (anche se si tratta di un'opera d'autore). Certo, avevo letto in giro qualcosa e in parte avevo già capito di cosa il film volesse parlare, ma lo stesso mi ha lasciato smarrito e anche un po' sconvolto. Antichrist infatti, film psicologico del 2009 scritto e diretto da Lars von Trier, che racconta il dramma di una coppia sconvolta dalla morte dell'unico figlio (durante un rapporto sessuale), di una coppia (storica del Medioevo lei, Charlotte Gainsbourg, psicoterapeuta lui, Willem Dafoe) che nel tentativo di superare il dolore e ricominciare a vivere si trasferiscono in una capanna in mezzo ai boschi, chiamata Eden (nomen omen), luogo di paure ancestrali che si rivelerà un inferno che farà affiorare ogni malvagità (giacché fra eventi inspiegabili, tragedie e rivelazioni le cose finiranno, stranamente, per precipitare), è un film davvero disturbante. Disturbante (non solo nel senso di visione) come può esserlo quella di sbirciare per un istante nel cervello di un malato di mente, nella rappresentazione davvero disturbante del male, che entra sottopelle, che si appiccica addosso e sporca lo spettatore. Qui siamo di fronte difatti a un'operazione cinematografica che, a tratti, stilisticamente, è sublime, per inquadrature, uso della macchina da presa, colori e suoni, con due attori magnifici, ma che rappresenta solo un delirio, gli incubi personali di un individuo che conferma se stesso soprattutto nella ricerca piuttosto gratuita dello stupore e dello scandalo (e in tal senso certamente non è un film per tutti e non può essere preso alla leggera). Antichrist insomma vuole essere la trasposizione di un malessere interiore del regista e la simbologia che regna per tutta la pellicola potrebbe anche essere interessante se tutto non fosse estremamente esagerato al limite pugnalando lo spettatore con scene macabre e, a volte, al limite del disgusto. Insomma, una sorta di autoanalisi che si trasforma in un delirio dove lo spettatore si ritrova (esattamente come nel film di Darren Aronofsky) impotente a guardare. Solo che, se in Madre! bastava un elemento per capire tutto (a patto di riconoscerlo) e per fargli assumere valore o senso, qui non c'è, date le metafore a mio avviso poco fruibili, un qualcosa che può disvelare accuratamente il suo recondito significato (e anche se ci fosse, e sicuramente c'è, il risultato non cambierebbe, mediocre è questo film, mediocre rimane).

mercoledì 10 febbraio 2016

John Wick (2014)

John Wick è un esplosivo action (del 2014) con protagonista Keanu Reeves. È necessario però fare un piccola premessa, per gustarsi il film, bisogna vederlo con lo spirito giusto, perché è inutile soffermarsi ad un trama scontata o già vista, perché se è vero che è un film d'azione con una trama all'osso, che non lascia spazio a gran fantasia, a differenza del thriller, è altrettanto vero che si tratta di un prodotto di ottima fattura, curato nei dettagli in maniera quasi sorprendente. Certo, i film basati sulla vendetta sono innumerevoli, ma ogni tanto qualche novità o cambiamento è quello che ci vuole per far sì che il prodotto funzioni. Ed è quello che questo film riesce secondo me a fare. Un vecchio inesauribile e imbattibile killer professionista (John Wick per l'appunto), ha lasciato la malavita e si è ritirato ad una vita privata serena e felice, per amore di una donna. La donna amata però muore per malattia. Gli lascia come suo ultimo ricordo un cagnolino, perché su di lui riversi l'amore perduto. A una stazione di servizio ha un diverbio con un giovane spregiudicato e invadente, Iosef, che vorrebbe comperare la sua auto, una Mustang d'epoca. Quella notte, Iosef e due amici irrompono a casa di John per fregargli la macchina, malmenandolo e uccidendogli il cane. Quando si riprende dalla pestata, John seppellisce il cane e parte per una vendetta in cui ritroverà a malincuore il vecchio se stesso e i fantasmi del suo passato. Di solito sono l'uomo o la donna normali a reagire, con una violenza che non sanno di possedere, a gravi situazioni di sopruso, ma il caso di John Wick è diverso, perché il protagonista sa come uccidere e non lo turba farlo, visto che era un assassino di professione. Come nei noir più classici la storia è raccontata in un flashback, la parte più gradevole del film perché il ritmo è veloce, come in tutto il film. Ma dei noir classici il film ha solo l'atmosfera cupa e i personaggi (forse) segnati dal destino, per il resto predomina l'azione. La descrizione dello stimolo alla vendetta è ridotta al minimo sindacale, ma mantiene un forte valore simbolico come richiamo a principi in qualche modo morali, il cane è chiaramente (in qualche modo lo spiega lo stesso Wick) una metafora della ricerca di un'impossibile normalità, infranta dall'arroganza e dalla superbia di chi crede che tutto abbia un prezzo. Da quel momento inizia il meccanismo di vendetta, che scatterebbe anche a me se dei ladruncoli, impunemente, uccidessero il mio fedele amico a quattro zampe, se mai ce ne avessi uno.

venerdì 5 febbraio 2016

La Spia: A most wanted man (2014)

La spia: A Most Wanted Man (A Most Wanted Man) è un film del 2014 basato sul romanzo 'Yssa il buono' di John le Carré. Una spy story anomala, che all'azione preferisce l'introspezione, al dinamismo il gioco intellettuale, un thriller vecchio stile. All'azione vera e propria si preferisce infatti tutta la ricostruzione delle indagini con un'ampia panoramica su come funzionano i servizi segreti e quali metodi usano per arrivare ai loro scopi. Spesso questi metodi non spiccano per la loro legalità ma ormai dopo l'11 settembre questo sembra ormai dato per assodato. E' stato l'ultimo film del compianto Philip Seymour Hoffman. Tre degli attentatori dell'undici settembre erano di base ad Amburgo, da quel giorno la città portuale tedesca divenne un sito ad alto rischio, sorvegliato dai servizi segreti tedeschi e americani, compresi nel tentativo di anticipare un'eventuale minaccia terroristica. È in questo contesto geopolitico che si muove questo thriller politico. Un povero diavolo di origine russo-cecena, Issa Karpov, approda nel porto deciso a recuperare il denaro che suo padre, uno spietato criminale di guerra, ha accumulato impunemente. Allertati i servizi segreti tedeschi e americani, spetta a Günther Bachmann (Hoffman) scoprire se Issa Karpov è un innocente coinvolto in una storia più grande di lui o un pericoloso terrorista pronto a fare esplodere Amburgo. Intanto però sta indagando su un rispettato accademico musulmano che sta appoggiando segretamente delle attività terroristiche tramite donazioni ad una compagnia di navigazione con sede a Cipro. Bachmann, grasso, depresso, solitario ma acuto e intelligente, cinico e deluso col vizio dell'alcol e della solitudine, non può sbagliare e deve riscattare un passato e un fallimento pesante. L'uomo infatti è solo, beve ed è concentrato solo sul suo lavoro e questo ovviamente non fa che tormentarlo. Con l'aiuto di una giovane avvocatessa (Rachel McAdams), di un'astuta agente della CIA (Robin Wright), ben determinata ad ottenere ciò che vuole, con cui sembra nascere un'intesa sentimentale e professionale e di un losco banchiere (Willem Defoe), Bachmann organizza un contorto piano per incastrare il suo obiettivo.