mercoledì 8 agosto 2018

Westworld (2a stagione)

Parto subito col dire che purtroppo questa stagione non è all'altezza della prima (che ho letteralmente adorato, qui la recensione), e credo che difficilmente la serie tornerà mai ad avvicinarsi così tanto alla (quasi) perfezione (che non esiste e forse non esisterà mai), ma siamo sempre davanti ad uno dei migliori prodotti televisivi contemporanei, capace di distinguersi tanto per la raffinatezza delle tematiche quanto per l'ottima qualità della realizzazione. Perché questa seconda stagione di Westworld è qualcosa di notevole, un'opera dalla qualità di gran lunga superiore alla media televisiva, ma allo stesso tempo altalenante, a tratti deludente, soprattutto al confronto della prima, indimenticabile stagione. Questa doverosa premessa per dire che, di conseguenza, mai mi sarei aspettato di rimanere insoddisfatto o indifferente alla visione di Westworld 2, eppure eccomi qui a tirare le somme sulla seconda stagione, da poco (2 mesi) conclusasi e, a conti fatti, la mia opinione è più negativa che positiva. O, cosa ancora peggiore, è più un'opinione neutra, da parte di una persona che non è rimasta particolarmente colpita da quanto visto sullo schermo. Perché dopo una prima stagione che mi aveva non solo soddisfatto ma anche incuriosito a scoprire di più, attendevo con grande aspettativa la seconda stagione, sperando che gli sceneggiatori avessero in serbo per noi spettatori una prosecuzione all'altezza dell'originale. E invece, anche se questa volta gli autori non hanno fatto giochi di prestigio con la trama, ma hanno deciso di giocare a carte scoperte (il problema è capire in che ordine vadano lette queste carte, come incastrare tra di loro i tanti pezzi di questo puzzle dal disegno sfocato), non tutto funziona in modo adeguato. Questo perché viviamo gran parte della storia dal punto di vista di Bernard (Jeffrey Wright) e la sua mente è danneggiata, frammentata, passa continuamente da una memoria all'altra rendendogli difficile comprendere l'ordine temporale delle vicende. Noi siamo confusi tanto quanto lui e questa soluzione di farci immedesimare nel personaggio personalmente l'ho trovata brillante, seppur fonte di alcune problematiche. Non è un segreto che i due "creatori" Christopher Nolan e Lisa Joy si divertano come matti a confondere gli spettatori, sfidarli a capirci qualcosa in ciò che stanno guardando, ma forse qui si sono fatti scappare un po' troppo la mano, rendendo le cose talvolta più complesse del necessario. La storia tende ad una frammentazione eccessiva e non riesce a scorrere naturalmente come dovrebbe, rendendo in alcuni punti la "sfida" più frustrante che divertente. E infatti sembri che la seconda stagione di Westworld abbia perso per strada un elemento non proprio secondario: la narrazione.
La seconda stagione è infatti vittima degli stessi stratagemmi che brillavano in quella precedente, di quel percorso psicologico secondo cui se una cosa ti salva una volta e la reiteri, potrebbe diventare una gabbia, qui lo diventa eccome. Parliamo degli sbalzi temporali che hanno i quattro grandi protagonisti della seconda stagione. Giacché per stare dietro a tutti i flashback e ai ritorni al futuro occorre un'agenda per segnarsi i passaggi salienti e il rischio di Westworld 2 è quello di perdere lo spettatore che cerca un buon intrattenimento per fidelizzare solo il fan totale, quello talebano che difenderebbe gli svarioni di sceneggiatura col suo stesso corpo. E se alle timeline sballate ci aggiungiamo anche le storyline confuse, i viaggi interminabili per tutto il territorio del parco e una regia standardizzata che non regala mai epiche battaglie o scene per cui valga la pena piangere qualche lacrima, il risultato non può che essere deludente. E in tal senso però bisogna subito fugare ogni dubbio, questi nuovi dieci episodi non sono il male assoluto. Sono spesso ottimi, arrivando talvolta anche all'eccellenza, anche se non sono perfetti come ci si li aspettava. E quindi probabilmente parte della delusione è colpa delle mie/nostre aspettative incredibilmente alte, nate in seguito a una prima stagione che si appresta a rimanere unica e irripetibile. Se infatti nella prima stagione vi era qualcosa di concreto, insito nella natura e la struttura della serie, ora, per forza di cose, sono venuti a mancare quegli elementi che più di tutti hanno reso forte e celebre la serie: la magistrale sovrapposizione dei piani temporali, con un continuo effetto sorpresa, e la viscerale relazione con lo spettatore, istigato a partecipare attivamente per comprendere appieno il gioco del mago. Alla prima mancanza si è tentato di rimediare tramite un escamotage sensato, ma poco funzionale. Si è partiti da una delle situazioni finali della stagione e, sfruttando un misterioso malfunzionamento del personaggio centrale, abbiamo viaggiato tra i vari piani temporali, con un minimo abbozzo di sovrapposizione e intersezione. Per quanto utile e anche interessante, è chiaro che questa formula non potesse avere lo stesso effetto della prima stagione: ormai il gioco lo conosciamo, leggere e decifrare i piani è diventato solo un orpello della forma narrativa, tutta concentrata invece sullo scoprire il collegamento tra le immagini, non la loro decrittazione.
Ecco, la più grande differenza tra la prima e la seconda stagione è il rapporto con il pubblico, che da interattivo, da estremamente attivo e costruttivo, da immaginifico, dove tutto era apparentemente sullo stesso piano e nascosto in bella vista, diventa più classicamente passivo, teso alla congiunzione di puntini concessi poco per volta dall'alto, dove il "cosa" prende il sopravvento sul "come", dove a contare maggiormente è la storia. Non è di certo un male, solo che questo meccanismo non sempre riesce a essere coeso, l'ambizione infinita porta a espandere eccessivamente le linee narrative, mostrando il fianco con momenti più deboli e soluzioni forzate. Pensiamo ad esempio ai nuovi parchi mostrati, Raj e Shogun World, e al dispiacere delle potenzialità sprecate. Poiché anche durante tutta la campagna marketing precedente alla première si era fatto molto leva sul misterioso parco dedicato al Giappone feudale di cui si era già intravisto qualcosa nel finale della scorsa stagione, peccato che alla fine l'unico episodio in cui viene mostrato non sia neanche tra i migliori, sebbene riservi qualche significato non trascurabile. L'altro invece viene appena accennato e ha giusto la funzione di introdurci un nuovo ed importante personaggio. Ma prima di sapere o meno chi sia costui/costei, un riepilogo (sopratutto a chi non ne ha mai sentito parlare) e una sintesi, anche se riassumere gli eventi di questa seconda stagione senza rischiare spoiler è piuttosto complesso, così come lo è riuscire a fare un discorso lineare ma ci proverò lo stesso. Innanzitutto nel futuro c'è un parco a tema Vecchio West americano in cui i facoltosi clienti possono fare qualunque cosa agli androidi che lo popolano, almeno finché questi ultimi non sviluppano una coscienza in grado di ribellarsi (un tema usato e abusato che tuttavia grazie a trovate spettacolari come i diversi piani temporali e colpi di scena da paresi alla bocca, ci avevano fatto bramare per la seconda stagione), cosa che lascia il parco (sopratutto dopo il tragico epilogo della stagione 1) nel caos, in balia di Dolores (che sempre più consapevole dell'ingiustizia che vive la sua specie fin dalla nascita si mobilita per fare giustizia dando vita ad una rivolta, mettendosi a capo dei suoi simili) e dei suoi seguaci, che hanno apparentemente ucciso tutti gli umani nel parco. La Delos, nella persona di Charlotte Hale (Tessa Thompson), cerca di riprendere il controllo (grazie all'aiuto di Karl Strand alias Gustaf Skarsgård) ma quella che sembrava una missione di salvataggio degli ultimi superstiti si rivela invece una missione di recupero del congegno nascosto dalla stessa Hale all'interno del Residente Peter Abernathy.
Nel frattempo Maeve (Thandie Newton, insieme a Hector alias Rodrigo Santoro) ha deciso di interrompere il suo piano di fuga e di tornare nel parco, per trovare la propria figlia e portarla con sé. L'Uomo in Nero (Ed Harris) invece, tra i pochi sopravvissuti al massacro perpetrato da Dolores (Evan Rachel Wood), ripresosi incontra un androide con le fattezze di Ford da bambino, che gli rivela di aver ideato un nuovo gioco per lui. E per finire, come già detto, ecco Bernard che, nonostante ormai sia a conoscenza della propria vera natura, continua a fare fatica a distinguere tra realtà e immaginazione. E quindi anche in questa stagione 2, Westworld, ci propone tematiche interessantissime, che danno un bel po' da riflettere. In buona parte vengono riprese e approfondite ancora meglio alcune di quelle già esposte precedentemente, come le domande su cosa è considerabile reale o meno, e la linea sottile che divide una sofisticatissima intelligenza artificiale dall'essere umano vero e proprio. In fondo anche noi siamo spesso intrappolati in loop quotidiani e viviamo secondo un nostro codice, una nostra "programmazione" interiore. "Un uomo è solo un piccolo algoritmo" dice uno dei personaggi. Ma è anche vero che esiste il libero arbitrio, ed è quello che gli host imparano ad esercitare nella stagione, diventando sempre più umani. Lo dimostrano ad esempio i sentimenti materni di Maeve, che rifiuta la fuga verso la libertà programmata per lei da Ford (Anthony Hopkins) pur di riconciliarsi con sua "figlia". E qui subentra anche il modo in cui gli host concepiscono il concetto di famiglia e dei legami sentimentali, non troppo dissimile dal nostro. Altro tema fondamentale è quello della mortalità, l'unica caratteristica che divide nettamente gli host dagli esseri umani. Eppure, proprio mettendo sul tavolo in modo esplicito una serie di temi importanti, che la serie sembra andare all'indietro, non dandogli la giusta attenzione al modo in cui vengono raccontati, cosa che invece non accadeva nella prima stagione, stagione che metteva in scena una narrazione forte (avvincente ed entusiasmante), da cui scaturivano temi altrettanto forti. Non a caso la prima stagione di Westworld aveva entusiasmato per una serie di fattori: perché aveva costruito un racconto complicato, basato su misteri che in poche occasioni venivano svelati, su una manciata di colpi di scena da punto esclamativo e su una sovrapposizione di piani temporali differenti, ma non dichiarati come tali. Il tutto innestato in un contesto affascinante e carico di domande: il parco di Westworld, quello dove tutto è concesso, per citare il sottotitolo della versione italiana di Sky Atlantic (dove la serie è andata in onda da fine aprile ad inizio luglio).
La seconda stagione si svolge perciò nello stesso ambiente fisico, ma tutto è cambiato: lo steccato che separava robot da umani non c'è più e di conseguenza tutto quello che era acquisito è da ricostruire. E qui iniziano i problemi. La storie a cui ci si è appassionati nella prima stagione, vengono azzoppate in ogni modo: Dolores, che era un character ambiguo, affascinante, in continua trasformazione, diviso tra l'ingenuità della figlia del fattore e la crudeltà di Wyatt, non ha un evoluzione, il mood della vendetta si appiattisce e il personaggio diventa il cattivo di turno, diventando sempre più brutale (e prevedibile) con il procedere della stagione. Persino le scene più forti della stagione, quelle in cui la vittima è Teddy (James Marsden), risultano ampiamente anticipate: nel momento in cui egli non riesce a finire i prigionieri dopo la battaglia del forte sappiamo già che di lì a poco farà una brutta fine. Tutto questo, intendiamoci, era lontanissimo da qualsiasi previsione al termine della prima stagione, ma diventa pressoché automatico dopo poco più di una puntata della seconda. La stessa Maeve, che ha probabilmente il percorso più tortuoso e affascinante della stagione, viene persa e poi recuperata lungo sentieri sempre più marginali, fino al punto di arrivare a depotenziare quasi del tutto appunto l'ingresso nel parco giapponese, che si aspettava come la svolta dell'intera serie e che invece viene liquidato in una puntata quasi a sé stante. A proposito di puntate a sé, non si può non citare l'ottavo episodio, dedicato interamente alla storia di Akecheta (Zahn McClarnon): è l'unico episodio in cui i personaggi principali con la P maiuscola scompaiono dal centro della scena ed è per chi scrive la puntata migliore della stagione (nonostante per qualcuno sia una puntata "filler"). E il motivo è semplicissimo: c'è una storia, c'è un racconto che vive di tematiche importanti, ma non si fa cannibalizzare. È il perfetto esempio di passaggio ben riuscito tra prima e seconda stagione: la vicenda di un robot che si risveglia e prende coscienza di sé, l'inserimento di un elemento destabilizzante e di un colpo di scena finale. Tutto al posto giusto, senza grosse menate e con la voglia di raccontare che prevale su quella di spiegare e argomentare. E tuttavia, pur con qualche mancanza a livello di scrittura, ci troviamo di fronte a una conferma: abbiamo a che fare con un cast sontuoso, sempre a livelli altissimi, con le due punte di diamante Ed Harris e Anthony Hopkins a svettare. Sorprendentemente, a scricchiolare di più è proprio la messa in scena, lontana dai livelli maestosi della prima stagione, fatta di campi lunghi e grandi panoramiche. Completano il quadro una regia complessivamente ottima, che raggiunge dei livelli eccezionali in alcuni episodi, e una fotografia che a sua volta ci regala delle immagini bellissime.
Infatti Westworld, nonostante si tratti di un prodotto per il piccolo schermo, spesso ha uno stile molto cinematografico. E poi penso sia scontato ribadirlo, la colonna sonora di Ramin Djawadi è superlativa (così come la sigla). Ma nonostante tutte queste emozioni resta in bocca l'amaro di una risoluzione non del tutto soddisfacente. Vuoi perché la mente dello spettatore è continuamente tesa a ricollegare i fili, vuoi perché i dialoghi tra i personaggi sembrano lezioni, più che interazioni naturali, vuoi perché nel corso sopratutto dei 90 minuti della puntata finale i messaggi sembrano entrare in un loop di spiegazioni di cose che già erano già state dette e ridette e di situazioni forzate, vuoi per quell'ultima scena finale che rimette tutto in discussione (a tal proposito essa è dopo i titoli di coda, quindi attenzione). Ecco, l'ultimo episodio: al di là della non-perfezione (che non ci interessa, né mai ci interesserà) è qui che si è rivista la vera Westworld. Si sono rivisti i misteri e gli indizi, si sono riviste scene che restano nella memoria e improvvisi cambi di tensione. E si sono visti persino dei colpi di scena, merce rarissima nelle precedenti nove puntate. Tradotto: il materiale c'è, c'è sempre stato e non c'erano dubbi al riguardo, adesso però c'è anche la certezza che sia stata buttata al vento una stagione pressoché intera. L'impressione perciò, è che questa seconda stagione di Westworld sia stata difficile da domare per gli autori. La prima indugiava su più linee temporali, ma acquistava via via un'inerzia e una potenza che nel finale si erano sfogate quasi del tutto, lasciandoci con la voglia di saperne di più. Questa volta il cammino è stato meno lineare, a tratti zoppicante, le linee temporali diverse meno necessarie e la conclusione col dualismo Dolores/Bernard forse non così interessante come ci aspettavamo. L'unica vera curiosità rimasta è capire quell'ultima scena finale. Scena che riguarda William, egli che tanto importante nella prima stagione, al punto da reggere da solo le varie linee temporali con la forza di un cappello, tanto inutile in queste puntate. Perché anche se alcune puntate confermano (anche grazie alla fantastica interpretazione di Ed Harris) come egli sia uno dei personaggi più interessanti e meglio caratterizzati della serie, in questa seconda stagione, sembrerebbe bruciarsi narrativamente, risultando quasi secondario e a sé, in parte come questa stagione, leggermente fine a sé stessa. Certo, proseguire la rotta tracciata da Westworld con una prima stagione eccelsa non era facile, questo è innegabile. Già in apertura, dopo il primo episodio della seconda stagione, l'ossatura si era mostrata scricchiolante ma 10 puntate non sono poche e c'era tutto il tempo di correggere il tiro. E invece, questa stagione, non sorprende e non convince, risultando in fin dei conti troppo contorta e troppo poco appassionante.
Intendiamoci: non è che la serie sia diventata brutta, anzi, alcuni dei punti forti della prima stagione, come il cast (comprendente anche Ben Barnes, Clifton Collins Jr., Luke Hemsworth, Angela Sarafyan, Jimmi Simpson, Shannon Woodward e Fares Fares), la regia e la costruzione delle immagini restano immutati, ma a mio parere, a non aver funzionato a dovere è la scrittura. È come se nella sceneggiatura di Westworld 2 mancasse qualcosa di essenziale, quasi che Jonathan Nolan e Lisa Joy si fossero persi essi stessi nella complessa ragnatela che avevano costruito. Perso l'alone di mistero e il fascino narrativo della prima stagione, Westworld 2 si fa eccessivamente verbosa e tirate per le lunghe, inutilmente complessa perché la complessità appare fine a se stessa e non finalizzata ad un punto di arrivo come invece accadeva nella prima stagione. A fronte di episodi molto belli, il resto della stagione dà vita a puntate riempitive, che lasciano poco spazio all'evoluzione della storia e ripresentano le stesse situazioni più volte. La stessa tematica filosofica di fondo, basata sugli androidi e la loro presa di coscienza, appare svuotata di significato e si trasforma in una lotta per la supremazia da parte di un manipolo di loro e vissuta di striscio dal resto dei Residenti. Il gioco dei piani temporali, infine, così riuscito nella prima stagione, viene riproposto stancamente e sfruttato in maniera prevedibile e molto meno brillante. In conclusione Westworld 2 appare come un momento di passaggio tra una magniloquente prima stagione e una futura prosecuzione della serie: viene spontaneo chiedersi, tuttavia, se l'immaginario robotico di Nolan & Joy abbia ancora molto da dire. Dunque, tirando le somme, com'è stata questa seconda stagione di Westworld? Se avete odiato la serie durante la prima stagione, continuerete a odiarla senza appello. Questa volta si parte più lentamente, con un ritmo altalenante e una trama se vogliamo ancor più ingarbugliata di prima. Se invece avete amato la serie sin dalle sue prime battute, continuerà a piacervi anche durante questa seconda stagione, che mantiene alto il livello qualitativo. Potreste percepire meno magia, potreste sentire di meno quella relazione viscerale fra voi e lo schermo provata con i fatti della prima stagione, questo però non rende Westworld 2 un prodotto da amare e seguire con meno attenzione. Si tratta infatti di un diamante imperfetto, ma tuttavia sempre in grado di riservare sorprese ed emozioni inaspettate, perché pur con delle defezioni, come l'altalenanza nel ritmo e alcuni peccati di scrittura, la seconda stagione di Westworld (da cui comunque ci si aspettava molto di più) si assesta su altissimi livelli, uno fra i prodotti migliori disponibili a oggi in televisione. Un viaggio intenso e appassionante fino al centro oscuro dell'umanità, dove ci si ritrova con un cuore metallico comunque in grado di pulsare con forza. Un viaggio che continuerò a vedere anche nella sempre più probabile terza stagione, sempre sperando che non forzino troppo la mano, perché ormai basta un passo falso (per esempio riproporre la formula delle diverse time-line, diventata ormai stantia, prevedibile e confusionaria) per rovinare tutto. In ogni caso apprezzabile, discreta e comunque interessante seconda stagione. Voto: 7

4 commenti:

  1. Resta una serie dalla qualità ottima, il cast è perfetto però mi sono annoiato da morire con questa seconda stagione, ormai l’effetto Lost è sempre più vicino, una stagione interlocutoria, che promette una terza bellissima, ma sulla carta, avrebbe già dovuto essere questa una bomba. Peccato perché Ed Harris, Thandie Newton ed Evan Rachel Wood sono tutti bravissimi. Cheers

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    1. Speriamo davvero sia interlocutoria (e che la terza faccia ritornare la serie ai fasti di un tempo non lontanissimo), perché sprecare un cast, un'ambientazione e un tema così eccezionale non è stata una scelta tanto brillante da parte dei produttori ;)

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  2. Anche a me ha iniziato ad annoiare... si parte sempre più spesso da ottimi plot.. per poi tirarla in lungo e in largo... come con Il miracolo (durato poco almeno) o l'altra promettentissima Flashforward.. che ha stufato già alla quarta puntata... :(

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    1. Non so che dire, sembra essere questo ormai il leit-motiv della serialità televisiva, allungare anche quando non è necessario..

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