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venerdì 21 giugno 2019

Hereditary - Le radici del male (2018)

Tema e genere: Presentato al Sundance Film Festival (nel 2018), Hereditary - Le radici del male è un dramma familiare dalle tinte cupe diretto da Ari Aster, al suo primo lungometraggio.
Trama: In vita, Ellen (nonna tanto amata quanto odiata da sua figlia) si dedicava a misteriose pratiche spiritiche. Con la sua morte, la famiglia inizia a fare esperienza di una serie di eventi terrificanti, e sfuggire all'oscuro destino che da lei hanno ereditato non è facile.
Recensione: Si fa fatica oramai a contare quanti film horror escono ogni anno, di horror mascherati da film drammatico, o viceversa, ancora di più, così come quelli a tema possessione demoniaca. Hereditary – Le radici del male però (un film senza dubbio particolare), è altro, è un film molto ambizioso, con elementi magari che non funzionano al meglio, ma che sicuramente porta una ventata d'aria nuova al genere. Dalla trama e dal trailer si potrebbe pensare infatti alle classiche storie di case infestate da spiriti, fantasmi e, quindi, tornano alla mente tanti film simili degli ultimi anni. Non è un caso che il film abbia tutti gli elementi che caratterizzano il genere: una famigliola all'apparenza felice ma con qualche segreto di troppo, una morte improvvisa (quella della nonna, in questo caso) che costringe i protagonisti a scavare nel loro passato, perfino una casa isolata in mezzo al bosco. Ma come detto, questa non è la classica storia, il classico film del suo classico genere. Soprattutto perché rifugge i cliché e abbandona il Jumpscare (o lo riprende solo in piccole dosi) a favore invece dell'atmosfera, del disagio, dell'eleganza della messa in scena dark, del tema, sbattendo in faccia allo spettatore senza problemi citazioni svariate e un certo autocompiacimento. Certo, l'inizio, la storia, si apre come al solito presentandoci il delicato equilibrio familiare: una nonna invadente in modo inquietante, una coppia di nipoti non perfettamente integrati, due genitori che provano a tenere in piedi questo precario castello di carte. Certo, l'improvvisa dipartita della nonna darà il via (presumibilmente) a una serie di accadimenti che porterà terrore e scompigli nei protagonisti, in una spirale che a tratti più che il tema horror sembrerà sfiorare il filone sfiga estrema. Ma è proprio da qui che il film comincia a percorrere vie sempre più imprevedibili ed inquietanti, colpendo dritto allo stomaco ed affascinando. Sì perché intriga e avvince lentamente quest'ipnotica opera prima del giovane regista statunitense Ari Aster, reputata dalla critica uno dei migliori film horror della stagione 2018. Un'opera dall'aspetto angosciante e misterioso, non per caso le cifre caratterizzanti di questo horror che racconta di una famiglia in lutto che sembra aver ereditato una sorta di oscura maledizione. Un horror girato con estrema perizia, con movimenti di macchina fluidi e il più delle volte estremamente lenti, associati a una colonna sonora inquietante, che ci guidano tra le pieghe di una storia tragica dove l'horror si mescola al thriller psicologico. Un film che vive di atmosfere cupe e morbose (lo spiritismo è per lo più rappresentato come suggestione psicologica, quasi mai reso palpabile, sfruttato quindi per alimentare quella paura viscerale ed umana per ciò che non è comprensibile, timore che attanaglia i protagonisti e finisce per coinvolgere lo spettatore stesso) e di alcuni imprevedibili colpi di scena che tengono alta la curiosità fino alla fine. La trama in effetti (senza svelare niente, ma basti dire che l'horror sa lesinare effetti raccapriccianti e soluzioni esageratamente sanguigne, a maggior vantaggio di una tensione quasi sadica con cui la sceneggiatura si riesce a districare in modo esemplare, e pure insolito per un horror) va dipanandosi con gradualità e imbocca dei sentieri imprevedibili, soffermandosi sul puro dramma nella prima parte, per poi attingere al paranormale e sfociare in un finale tanto enigmatico (più o meno) quanto inquietante (più o meno) ed originale (più o meno). Più o meno perché Hereditary – Le radici del male, partendo dal dramma familiare, tocca sì i temi del misticismo e dello spiritismo per portare alla luce la paura viscerale dell'ignoto, che arriva però ad assumere alla fine una forma fin troppo definita.

lunedì 17 settembre 2018

Jumanji: Benvenuti nella giungla (2017)

Nonostante le pessime premesse, che fra continui ritardi produttivi, tra commenti di sdegno all'annuncio di un sequel del cult del 1995 con protagonista l'intramontabile Robin Williams (tra questi anch'io) e poco convincenti materiali promozionali facevano presagire un sequel pasticciato e privo di personalità, Jumanji: Benvenuti nella giungla (Jumanji: Welcome to the Jungle) si rivela un'opera convincente ed estremamente godibile, che trae spunto dal soggetto del predecessore senza rimanerne ingabbiato, prendendo una strada totalmente autonoma e calibrando abilmente umorismo, avventura e azione. Dopo alcune prove non indimenticabili come Bad Teacher: Una cattiva maestra e Sex Tape: Finiti in reteJake Kasdan (figlio del più celebre Lawrence, regista de Il grande freddo e sceneggiatore de L'impero colpisce ancoraI predatori dell'arca perduta e Star Wars: Il risveglio della Forza) riesce nell'intento difatti di fondere vecchio e nuovo in questo film del 2017 e di riportare quindi in auge l'avventura sul grande schermo, continuando l'inevitabile processo di revival cinematografico degli anni '90 (conseguente a quello degli anni '80) già lanciato da film come Jurassic World o il meno riuscito Baywatch (anche se lì il divertimento era comunque sufficientemente garantito). Infatti, Jumanji: Benvenuti nella Giungla si rivela una gradita sorpresa, grazie a tanti piccoli fattori che riescono a distogliere l'attenzione dal capostipite, e che rendono questo sequel (non reboot non remake) compatto, capace di adeguarsi perfettamente ai tempi e reggersi narrativamente sulle proprie gambe. Anche se tuttavia nonostante la sua modernizzazione (dato che è comunque questo l'adattamento in chiave moderna del precedente, da notare di come il gioco si auto-evolva per adattarsi all'era della tecnologia, passando da gioco da tavolo a videogames, un geniale escamotage), il film non manca di citazioni al vecchio film, come la corsa dei rinoceronti, i tamburi di sottofondo, le citazioni ad Alan Parrish, tutti elementi indimenticabili ed indistinguibili per chi del primo film se ne era innamorato. A differenza di esso però avremo un cambio di location, una scelta molto particolare per differenziarlo dalla storia del 1995: se il primo film vede la sua storia svolgersi nella città, questo sequel ci farà visitare quella famosa e famigerata giungla in cui visse per 26 anni il vecchio Alan.