Il texano Wes Anderson alla fine degli anni '90 si è imposto al mondo con Rushmore come uno degli alfieri del cinema indipendente americano. Poi con il passare degli anni è diventato molto di più di un regista "indie", è diventato uno dei maggiori registi mondiali, arrivando ad ottenere importanti riconoscimenti e ampi consensi di critica e pubblico. Nel corso degli anni 2000 ha sfornato una serie di gioielli che hanno abituato il pubblico di tutto il mondo a una narrazione di simmetrie, colori pastello, musica vintage, personaggi borderline e grandi sentimenti. Con il suo stile particolare, estremamente riconoscibile, preciso fino ad essere maniacale si dimostra continuamente come uno degli autori contemporanei più coraggiosi e attenti alla forma. In tal senso, poiché chiunque conosca Anderson e la sua poetica sa benissimo che si troverà di fronte a delle scene curate al dettaglio, in cui la simmetria la fa da padrona e i dialoghi sono sempre brillanti, si ha sempre la paura di una costante ripetizione dei temi trattati, ma Wes Anderson, che ha alle spalle forti sostenitori come altrettanti detrattori (io dalla parte dei primi), riesce a reinventare con sapienza sempre la stessa storia, più o meno la stessa storia. Perché L'isola dei cani (Isle of Dogs), film del 2018 scritto, diretto e co-prodotto da Wes Anderson, film molto atteso (sicuramente da me) che ha vinto l'Orso d'argento per la regia al Festival di Berlino 2018 (di cui era anche film d'apertura), che arriva dopo il successo mondiale di critica e pubblico di Grand Budapest Hotel e che segna un coraggioso ritorno all'animazione in stop motion dopo Fantastic Mr. Fox, è comunque un film d'animazione d'autore ricco d'intelligenza e di inventiva che, con toni favolistici e metaforici, affronta temi assolutamente attuali: l'inquinamento, l'ipocrisia e l'avidità dei potenti che schiacciano i più deboli ed indifesi (i cani potrebbero essere una metafora degli immigrati, dei poveri o fate voi), il potere che distrugge con la violenza il dissenso, la televisione che obnubila le menti delle persone ecc. Il tutto narrato come fosse un cartone animato per bambini, in cui i protagonisti sono i cani, pur non essendolo, o meglio: molto adatto ai bambini, ma anche adatto agli adulti, perché ha una narrazione parecchio più complessa di quella di un normale film d'animazione.
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venerdì 17 maggio 2019
lunedì 11 marzo 2019
Lady Bird (2017)
Lei si chiama Christine, ma vuole che tutti la chiamino "Lady bird". È una giovane donna all'ultimo anno delle superiori che deve decidere cosa fare della propria vita e a cui stanno strette le regole della società in cui vive e della famiglia. Questa in sintesi la trama di Lady bird, film del 2017 scritto e diretto da Greta Gerwig. La pellicola, una pellicola "carina" e pulita, ma non travolgente, ispirata all'adolescenza della stessa attrice, sceneggiatrice e regista statunitense, è un percorso di formazione al femminile, una commedia sofisticata che affronta con delicatezza e sensibilità appunto un "coming of age" femminile, scritta certamente con cura e con alcune sequenze che colpiscono nel segno (la scena iniziale in cui Lady Bird si getta dalla vettura, l'intenso primo piano della madre, sempre in macchina, verso il finale), tuttavia, nel complesso non si discosta più di tanto da altri film del genere già visti e, nel suo sguardo intellettuale ed un po' freddo, manca di un respiro potente che trasmetta fino in fondo la passione che anima un'adolescente alla ricerca di se stessa e di una via di fuga. Lady bird infatti, tenta di discostarsi dalla solita commedia adolescenziale, ciò grazie alla sua impronta fortemente autobiografica, che prova in tal modo a superare (non sempre riuscendoci) gli svariati aspetti non convincenti contenuti nella storia strutturandosi comunque tenacemente come una commedia indie con il giusto connubio tra i canoni brillanti e quelli drammatici, ma ci riesce solo in parte, e non è mai troppo incisivo, manca quel coraggio di osare di più. Per cui, pur considerandolo in ogni caso un lavoro onesto e dignitoso, bisogna dire che non possiede lo slancio necessario per spiccare il volo, come sembra invece desiderare la protagonista, così che le emozioni rimangono imbrigliate in una passione troppo sopita, per essere viscerale. In tal senso non c'è nulla di sorprendente, trascendentale o indimenticabile in questo film, se non quelle valanghe di premi e nomination (dall'evidentissimo e agrodolce sapore politico) che hanno addirittura elevato questa normalissima (anche simpatica, per carità) commedia adolescenziale allo status di istantaneo capolavoro senza tempo. Perché appunto, pur essendo un film gradevole e piacevole, non vi ho trovato qualcosa che lo distingua da altri teen movie, anzi, è piuttosto modesto in certi frangenti. Egli infatti non aggiunge nulla alla ricca e fiorente produzione di film o serie tv passata e recente che raccontano la vita degli adolescenti americani con maggior profondità, sensibilità o passione, e in tal senso proprio non si capisce la ridondante critica generalmente positiva attribuitagli.
lunedì 9 luglio 2018
20th Century Women (2016)
Partiamo subito con un appunto importante, il titolo inglese era probabilmente più adeguato e sicuramente più originale (non a caso è quello che ho preferito mettere) di quello scelto dalla distribuzione italiana, ovvero Le donne della mia vita, giacché il film 20th Century Women, film del 2016 scritto e diretto da Mike Mills, seppur è un racconto di formazione adolescenziale (dove le "sue" donne forti e indipendenti lo aiuteranno a crescere in una delle fasi più difficili dell'essere umano ma anche il racconto di una madre e di un figlio, del cambiamento che sta alla base della giovinezza), è soprattutto il racconto di tre donne, di tre età diverse, di tre concezioni della femminilità e dell'essere donna negli anni settanta, un periodo di forti cambiamenti. Un racconto in tal senso però innocuo (senza moralismi), semplice (il film infatti non ha una vera trama, che è come dire la vita stessa) e alquanto originale (insolito e interessante è il modo di raccontare). Giacché questo film di formazione di un quindicenne con madre single di 55 anni che ritiene utile coinvolgere nella sua crescita e maturazioni alcuni personaggi conviventi nella sua casa, tutti ben tratteggiati anche nella loro storia personale e rapportati al periodo storico (a cavallo tra gli anni '70 e '80, che delinea l'inizio di un cambiamento sociologico molto forte che si otterrà solo negli anni '80), è presentato in un modo piuttosto lontano dagli schemi tradizionali di oggi, ricordando in tal senso il periodo, colorato e bizzarro, degli anni '70. La pellicola infatti, una storia nostalgica, ma senza piagnistei, anzi piena di brio, di una singolare maternità, di una famiglia allargata ante litteram, e quindi essenzialmente di una lunga serie di scene aneddotiche, dove il regista mostra le passioni e paure semi sepolte di questi personaggi interessanti (e interpretati egregiamente), che hanno una vita e un passato profondo e complicato, di cui veniamo man mano a conoscenza, che altresì ci porta all'interno di un mondo affascinante e profondo, dove varie storie si intrecciano in una grande casa americana, cela spesso (e sorprendentemente) un sottile senso dell'umorismo che rende tutto molto divertente.
mercoledì 11 aprile 2018
Jackie (2016)
Nella sua ultima opera Pablo Larraín (artefice del bellissimo No: I giorni dell'arcobaleno ma anche del personalmente deludente Neruda) elabora il ritratto di Jackeline Lee Bouvier e lo fa attraverso il resoconto di una intervista che la vedova del presidente americano rilasciò a un giornalista della rivista Life poche settimane dopo il tragico evento. Jackie infatti, film biografico del 2016 diretto dal regista cileno, rievoca i pochi giorni precedenti l'omicidio di Kennedy durante la campagna elettorale del 1963 a Dallas, l'omicidio stesso, nonché la complessa organizzazione dei suoi funerali, in cui le ragioni di stato dei politici e dell'apparato di sicurezza si scontrarono duramente con il dolore di Jackeline e il suo desiderio di seguire a piedi il feretro del marito. Il ritratto che ne esce è quello di una donna al tempo stesso fragile e determinata, molto attenta a evidenziare il ruolo che aveva avuto alla Casa Bianca a fianco del presidente, nonostante fosse a conoscenza delle numerose frequentazioni di Kennedy sia con altre donne, sia con personaggi oscuri della criminalità organizzata, e dei non idilliaci rapporti che intercorrevano tra lei e i tanti rappresentanti della famiglia del marito. Il ritratto di una donna bella, giovane, colta, aristocratica, che due colpi di carabina alla testa del celebre coniuge, insieme al suo vestito rosa macchiato di sangue, consegnarono alla storia. Tuttavia il film, che nel 2017 ha ricevuto tre candidature ai Premi Oscar nella categoria Miglior colonna sonora, Migliori costumi e Miglior attrice protagonista a Natalie Portman (vincendone nessuno), seppur girato con cura e che si avvale di una comunque buona regia (ma privo di anima, di pathos, di spessore emotivo), non convince e non soddisfa. Nessuna empatia per il personaggio, verboso e noioso quanto basta. Eppure la materia trattata (i giorni immediatamente successivi all'omicidio del presidente JFK visti attraverso la prospettiva della madre dei suoi figli) si prestava a una narrazione intensa, persino epica. Invece è come se sul film spirasse un vento gelido che immobilizza i protagonisti e li devitalizza, li "congela" in una dimensione di immobilità spirituale, ancor prima che fisica.
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