mercoledì 28 agosto 2019

Le altre serie tv (Luglio/Agosto 2019)

DuckTales (1a stagione)
Tema e genere: Con una grafica completamente nuova, torna una delle serie Disney più amate degli anni '90, DuckTales riparte da zero, con una nuova storyline ma con i protagonisti di sempre, svecchiati e resi attuali dalle sapienti mani dei disegnatori (quasi tutti italiani).
Trama: Con giusto una spruzzata di trama orizzontale, a farla da padrone sono soprattutto storie auto-conclusive, dove il divertimento non manca mai.
Recensione: Per le persone cui la spensierata infanzia è coincisa con il periodo a cavallo tra gli anni '80 e '90, DuckTales è sinonimo di pomeriggi indimenticabili all'insegna di genuino intrattenimento, risate a non finire, avventure fantastiche e, adesso, tenera nostalgia. Perché in fondo la serie Disney era magia pura: quelle storie confinate per anni nella carta di incalcolabili numeri di Topolino prendevano vita, anche portando in dote personaggi e racconti nuovi di zecca, quelle voci fino a quel momento soltanto immaginate trovavano una impensabile realizzazione sullo schermo. Era un sogno poter seguire il grande Paperon de' Paperoni nelle sue mirabolanti ed esotiche imprese, accompagnato dai fidi nipoti, sempre pronti a lanciarsi all'insperata ricerca di un nuovo tesoro mentre la Banda Bassotti, Amelia o il rivale Cuordipietra Famedoro tentavano inutilmente di contrastarlo. E dopo tanto (troppo) tempo si è deciso di dare nuovamente fiducia a Paperino e soci, e un vero e proprio reboot di DuckTales è arrivato per dimostrare al mondo che quel modo di intrattenere, semplice e adatto a tutti, non è sparito o diventato all'improvviso fuori moda. La vita a Paperopoli è ancora un gran sballo. Tornare nella città dei paperi più famosi al mondo dà esattamente le stesse sensazioni di quei pomeriggi all'insegna della tranquillità: ogni cosa è al suo posto, Paperino rimane inevitabilmente il solito irascibile imbranato, Paperon de' Paperoni è ancora lo scorbutico miliardario tirchio e Qui, Quo e Qua hanno sempre una voglia insaziabile di avventure, seppur ciascuno per ragioni diverse. Anche la marea di (amatissimi) personaggi di supporto fa il suo ritorno: da Jet McQuack, con il suo irrefrenabile desiderio di schiantarsi contro qualunque cosa con qualunque mezzo di trasporto, alla dolce ma preparatissima e combattiva Gaia, non manca nessuno all'appello. Com'era prevedibile, il concept è rimasto piuttosto tradizionale, visto che le ventidue (anzi 23 da 20 minuti ciascuna) puntate che compongono la prima stagione sono storie auto-conclusive con giusto una spruzzata di trama orizzontale. Ne basta una manciata per rendersi conto della straordinaria varietà e freschezza delle situazioni proposte, dall'umorismo diversificato che i personaggi portano in scena, della semplicità giocosa che fuoriesce da ogni scena in un'esplosione di fantasia e creatività senza limiti. Da laboratori enigmatici in fondo al mare a covi di pirati nei cieli, invenzioni bizzarre e mondi mistici, DuckTales è davvero una continua gioia sorprendente, mai banale, mai fiacca, grazie anche a un comparto artistico squisito (non si fanno attendere alcune rielaborazioni di personaggi secondari, molto ben riuscite). Il character design inizialmente lasciava dubbiosi, ma dopo poco tempo il dubbio si è completamente dissipato: l'animazione scorre sempre in modo estremamente piacevole, espressiva e perfettamente contestualizzata nell'andamento della trama. Una trama che si fa più adulta con addirittura morti e lacrime, ciascuno dei nemici di Paperone rappresenta un pericolo proporzionato al suo essere, così la Banda Bassotti diventa quello che è sempre stata semplicemente una banda di ladri mentre Magica De Spell (Amelia) si trasforma nella vera minaccia, un restyling che colpisce, con un crescendo fino al paperoso finale di stagione (un finale sorprendente, uno dei misteri più grandi della storia dei paperi sta per essere risolto, tramite una di quelle storie che mai nessun autore in 80 anni ha mai avuto il coraggio, o la licenza, di parlare). In particolare il personaggio della fattucchiera, legato a quella di Lena, che convince riguardo la crescita emotiva della serie. Una serie che a più di 30 anni dall'esordio della serie originale, appare non solo rinnovata, ma anche al passo con i tempi, compie il salto generazionale di cui aveva bisogno e propone un'avventura molto più attuale, più avvincente e anche più fantasy.
La cosa che colpisce di più di questa stagione è la dinamicità con cui vengono trattate le puntate singole, non sempre infatti tutto il cast sarà presente, cosa impensabile nella serie originale. Addirittura in una non compare nemmeno Zio Paperone (che è sempre e comunque la vera punta di diamante), il trio di gemelli anche se indissolubilmente legati, non sono considerati come un unico personaggio, anche Jet McQuack e "Tata" vanno oltre la semplice macchietta, con sogni, aspettative, piccole manie e passioni proprie. Disney ha cercato insomma di svecchiare DuckTales senza snaturarlo, riuscendoci in pieno. Particolarmente degno di nota il lavoro fatto su Paperino che non solo si rivela finalmente per quello che è, cioè un impavido avventuriero, ma anche un coscienzioso padre e all'occorrenza un condottiero. Mirabile anche l'idea dell'adattatore vocale nell'ultima puntata per farci riuscire a comprendere cosa dice il papero (e finalmente direi). Quindi sì, è duro da ammettere, ma per quanto sia ancora affascinante la serie originale, il nuovo DuckTales riesce a distanziarsi e ad approfondire le tematiche che abbiamo imparato ad amare. DuckTales è più ricercata, con battute più intelligenti e più adulta, adatta al target ormai cresciuto della precedente, ovviamente questo non significa per forza migliore, ma comunque c'è un abisso tra le due soprattutto per finalità. DuckTales non è una serie per bambini, è una serie per ragazzi che ha più livelli di lettura, alle volte tocca anche punti definibili come "satira" e io non vedo l'ora della seconda stagione.
Regia/Sceneggiatura/Aspetto tecnico/Cast: Colpisce la veste grafica, che se all'inizio può sembrare disturbante si adatta perfettamente al nuovo ciclo di avventure che vede protagonisti i paperi di Paperopoli. Una maggiore caratterizzazione soprattutto dei giovani di casa Disney che si affidano al look grafico e ad un sapiente lavoro di sceneggiatura. Un vero e proprio reboot che prende dalla serie precedente la vena avventurosa e umoristica che viene fuori fin dai primi minuti, riuscendo nel difficile tentativo di sostituirsi alla serie animata originale, vero e proprio cult della nostra infanzia. DuckTales, dal canto suo riesce nell'intento di intrattenere e divertire proprio perché riprende la stesso plot narrativo svecchiando i disegni per un nuovo e accattivante look.
Commento FinaleDuckTales è un campione assoluto nel suo genere. Questo reboot riesce a proporre una varietà di storie e situazioni a dir poco vertiginosa, realizzando ad ogni puntata qualcosa di sorprendente. Un umorismo rispolverato che funziona ad opera d'arte, un estetica squisitamente colorata e anche qualche momento drammatico costruito in maniera eccellente costituiscono la ciliegina sulla torta di una serie animata sensazionale, unica. La vita a Paperopoli è davvero ancora un gran sballo.
ConsigliatoDuckTales era ed è, e lo è nuovamente, un ottimo prodotto di intrattenimento per i più piccoli (e diciamo...anche per i più grandi) che vorranno passare 20 minuti tra avventure e risate.
Voto: 7
C'era una volta (7a stagione)
Tema e genere: Settima ed ultima stagione della serie fantasy che rilegge i classici Disney e storie della letteratura fantasy.
Trama: La nuova stagione inizia con l'adulto Henry che apre la porta di casa e trova una bambina che afferma essere sua figlia.... vi ricorda qualcosa? Ovviamente Henry segue la bambina e si scoprirà affascinato da una bellissima Cenerentola... Già, stesso incipit e stessi collaudati meccanismi. Cambia l'ambientazione, non siamo più a StoryBrooke (ma a Seattle), però troveremo nuovamente molti dei nostri amati (o odiati) personaggi a ricoprire nuove cariche e lottare contro il cattivo di turno.
Recensione: Le favole sono leggende diffuse in tutto il mondo e ogni era, popolo o cultura le reinterpreta a modo suo. In un'antichissima versione greco/egiziana, Cenerentola era addirittura una prostituta. Il multiverso delle favole è affascinante: devono averlo pensato anche Edward Kitsis e Adam Horowitz, i creatori di C'era una volta, quando si sono ritrovati a dover proseguire una storia che sembrava essersi conclusa in modo minimamente soddisfacente col finale della sesta stagione. Un season finale che aveva il sapore di un series finale e che metteva un punto a una lunga saga generazionale che, tra alti e bassi, aveva saputo coinvolgere i spettatori grazie a incroci di favole sempre più improbabili, flashback in stile Lost e colpi di scena degni delle migliori soap opera. L'annuncio di una settima stagione, ambientata dopo un time skip di dieci anni, aveva lasciato tutti molto perplessi (come accennato in occasione della recensione della sesta, qui). C'era una volta aveva cominciato a esaurire i colpi in canna, tant'è che nelle ultime stagioni avevano preso vita, oltre ai miti greci, persino le storie di Jules Verne e Robert Louis Stevenson. Inoltre, alcuni tra i principali protagonisti della serie (e in particolare le attrici Jennifer Morrison/Emma Swan e Ginnifer Goodwin/Biancaneve) avevano deciso di abbandonare la nave, lasciando a Lana Parrilla/Regina, Colin O'Donoghue/Capitan Uncino e Robert Carlyle/Tremotino il compito di trainare la settima stagione insieme a una new entry: Andrey J. West, cioè il nuovo Henry trentenne. Era l'inizio della fine. Purtroppo la scelta di un soft reboot (che rivisita un po' tutto e paradossalmente vedrà l'apparizione degli attori che avevano deciso di uscire) si è rivelata quasi fallimentare, perché è praticamente la stessa storia, ancora ed ancora. La settima stagione inizia infatti come la prima, solo che questa volta è una bambina a bussare alla porta di un Henry Mills adulto: si chiama Lucy e sostiene di essere sua figlia. Henry, dal canto suo, dice di aver perso sua moglie e sua figlia in un incendio e di essere semplicemente uno scrittore divenuto famoso col libro che racconta le avventure narrate nelle stagioni precedenti. Ci risiamo: qualcuno ha lanciato un'altra maledizione che ha modificato i ricordi di alcuni personaggi, fabbricando per loro una vita alternativa nel quartiere di Hyperion Heights, a Seattle. Lucy è l'unica che ricorda come stanno le cose e che sa che Henry, in realtà, ha sposato sua madre, una versione alternativa di Cenerentola (ha le fattezze dell'attrice dominicana Dania Ramirez) che avrebbe incontrato dopo aver lasciato Storybrooke per viaggiare tra i reami. Il proseguo è prevedibile, la conclusione anche. È inutile quindi dire che l'abusatissimo twist della maledizione ha fatto il suo tempo: quasi ogni stagione di C'era una volta è ruotata intorno a un incantesimo che ha dislocato i personaggi o ha causato diverse forme di amnesia. A questo punto la maledizione è diventata un appuntamento annuale anche un po' ridicolo, soprattutto perché sappiamo che i nostri eroi troveranno sempre un modo per scioglierla. C'è da dire che quest'anno gli autori hanno effettivamente provato a rimescolare un po' le carte, inforcando una strada più cupa, ma la solita struttura (a flashback) non ha aiutato, e poi un intreccio via via più complicato a ogni puntata lo ha affossato. Un intreccio confusionario che ha inoltre sofferto anche a causa del carisma sottotono di alcuni personaggi chiave. Tra questi per assurdo anche i due principali Henry/Cenerentola, i due personaggi sono semplicemente poco interessanti nel mondo delle favole e hanno zero alchimia in quello reale, la loro immancabile love story non resa al meglio. E così che la settima assomigli troppo a quello che abbiamo già visto e rivisto nelle stagioni precedenti. E quindi non ci si stupisce se si è deciso di chiudere. Si perché, C'era una volta si unisce purtroppo a quelle serie televisive che finiscono con l'essere prolungate insensatamente, culminando in epiloghi affrettati e superficiali. Peccato, perché se gli autori avessero avuto il coraggio di tentare qualcosa di diverso forse le cose sarebbero andate diversamente.
Regia/Sceneggiatura/Cast/Aspetto tecnico: I creatori della serie decidono di proseguire con un cast quasi completamente rinnovato (e purtroppo non sempre all'altezza) in una location inedita, ma è evidente che la settima stagione non era nei loro piani perché, col passare delle puntate, la sceneggiatura continua a fare sempre più acqua da tutte le parti. A un certo punto sembra proprio che gli scrittori procedano a tentoni, poco convinti dalle nuove scelte intraprese all'inizio e indecisi se tornare o meno sui loro passi. C'era una volta raggiunge quindi un epilogo confuso, frammentario e incoerente che non riesce a toccare le corde giuste neppure nel finale corale ma privo di spessore. La nuova location di Hyperion Heights fatica a rievocare l'atmosfera surreale di quella Storybrooke in cui cominciò questa storia sette anni fa, tant'è che negli ultimi episodi si finisce col tornare nel Maine per chiudere il cerchio: è giusto così, sotto molti punti di vista, ma il cambio di location, così repentino a fine annata, tradisce ancora una volta le incertezze degli scrittori, incertezze che si riflettono per oltre venti episodi nella scelta degli attori (anche se la scelta almeno come bellezza del cast femminile è di tutto rispetto, seppur nessun spicchi particolarmente, nemmeno la protagonista), nella recitazione, nell'assurdità di un intreccio che diventa inutilmente complicato e privo di direzione.
Commento Finale: Il vero problema di questa ultima stagione di C'era una volta è che qualcosa si è spento a livello di ingegnosità (incrociare le varianti di certe favole in più personaggi contemporaneamente è l'esempio). La trama, perciò, si è fatta troppo pasticciata, incostante e pretestuosa. Assumendo contorni sempre più da soap opera, persino i colpi di scena hanno perduto ogni impatto, e gli sceneggiatori hanno ricorso sempre più spesso al deus ex machina per cavare i protagonisti d'impaccio. Le ultime puntate sono state un susseguirsi di manufatti ispirati a fiabe o film Disney più o meno recenti, rivelazioni forzate, decisioni poco credibili, mentre vecchi personaggi che avrebbero dovuto essere di supporto hanno guadagnato campo sempre più velocemente, fino a oscurare la nuova generazione che avrebbe dovuto trascinare C'era una volta negli anni a venire. Tutto si è concluso in due episodi che hanno compresso nella loro durata tutti i pregi e i difetti di C'era una volta, sfortunatamente spostando l'asticella più verso i secondi. Quando ABC ha deciso di non rinnovare la stagione per un'ottava annata, gli autori hanno chiuso in fretta e furia le sotto-trame in sospeso e chiuso nel modo più stucchevolmente possibile. Attenzione però, perché per chi ha visto l'intera saga, questo finale è sicuramente commovente (anche e soprattutto per la "carrellata" delle stagioni e tutto) ma era meglio la chiusura precedente e forse un finale così positivo (il massimo possibile) per una serie che è sempre stata "ambigua" potevano indubbiamente risparmiarselo. Comunque non mi pento di aver visto questa settima stagione, e in tal senso non finirà nella classifica delle peggiori serie, ma tra le delusioni quasi certamente.
Consigliato: E' complicato consigliarla, perché strana è questa stagione, è OUAT come non lo è, o non più, ma se amate il genere nessuna preclusione.
Voto: 5,5
Manifest (1a stagione)
Tema e genere: Prima stagione della serie tv fantascientifica prodotta da NBC in collaborazione con Robert Zemeckis.
Trama: Nel 2013 il volo 828 della Montego Air decolla dalla Jamaica, si imbatte in una turbolenza, e atterra a New York. Solo che per loro sono passate ore, ma nella realtà sono passati cinque anni e si ritrovano nel 2018. E tutto ciò che conoscevano è cambiato.
Recensione: Le serie tv in grado di rapire dopo un semplice pilot (come questo qui presente) si contano, ormai, sulle dita di una mano. Se vi sfidassi a citarmi cinque serie tv di cui eravate assolutamente certi, senza alcun dubbio, dopo soli 40 minuti? Difficile rispondere, non è così? Ebbene, contro ogni aspettativa (che, lo ammetto, pensavo mi avrebbe condotto all'ennesima trashata americana) il pilot di Manifest ha fatto molto più che sorprendermi. Mi ha rapito, totalmente. Oltre a consigli di blogger amici (che sono, almeno per me, l'ultima linea difensiva nella scelta tra le serie tv del catalogo sempre più vasto di novità) a spingermi tra le braccia di questo ibrido di Lost e Fringe (che è andato in onda in chiaro in televisione nei mesi scorsi) è stato Robert Zemeckis (che qui è produttore della serie), a cui sono legato cinematograficamente parlando. A proposito di Lost, Manifest (creata da Jeff Rake, con le mani in pasta in molte serie più o meno recenti) è palesemente una figlia di Lost, appartenente a quella specie di sottogenere fatto di mistero, cast corale, drammoni filtrati dal soprannaturale/fantascientifico e, se possibile, un bell'aereo (non per caso da tutti è stata definita l'erede di quella serie che all'epoca, dolente o non dolente, fece storia). Il richiamo più evidente di Manifest alla vecchia serie sui naufraghi sta proprio qui: i protagonisti sono tutti su un aereo, un volo 828 (invece di 815) che anche in questo caso scompare dai radar. Attenzione però, perché qui non precipita nessuno, e non ci sono isole. L'aereo arriva sano e salvo e destinazione, con appena un po' di turbolenza verso metà volo. E allora dove sta il problema? Semplice, sono passati cinque anni dal momento della partenza. Ecco qui il concept semplicione e "acchiappaspettatori": un gruppo di persone che viaggia nel futuro senza neanche saperlo, e che si ricongiunge con un mondo di parenti, amici e colleghi che aveva perso ogni speranza. E da qui, come da manuale, partono tante storie continuamente intersecanti, che mescolano il drama puro (ragazze che ritrovano gli ormai ex fidanzati finite con le migliori amiche, ragazzini che trovano le sorelle gemelle invecchiate di cinque anni, padri alle prese con figli cresciuti e traumatizzati) con il mystery altrettanto puro, venato della giusta dose di complottismo (che diavolo è successo all'aereo e ai suoi passeggeri?), e come se non bastasse alcuni di loro cominciano a sperimentare strani fenomeni, capendo ben presto che potrebbero essere coinvolti in qualcosa più grande di quanto abbiano mai creduto possibile. A guidarci in questa assurda e spaventosa situazione è una famiglia newyorchese composta da Josh Dallas, il principe azzurro in C'era una volta, che interpreta un'analista e padre di famiglia che cerca in tutti i modi di trovare una cura per il figlio affetto da una rara forma di cancro. Melissa Roxburgh (Star Trek: Beyond) invece interpreta sua sorella e poliziotta alle prese con una vita completamente stravolta. Ed infine la dottoressa Saanvi (Parveen Kaur, The Strain) che, prima di imbarcarsi sul misterioso volo, aveva trovato una cura proprio per la tipologia di cancro di cui soffre il piccolo Cal (ma tanti altri personaggi si affacceranno puntata dopo puntata). Ed è così che Manifest ci intrattiene pedissequamente, perché dopo appunto un pilot davvero accattivante, l'azione non si fa aspettare troppo e desta da subito la giusta curiosità nello spettatore interessato a scoprire cosa è successo sul quel volo che ha "sospeso nel tempo" i suoi passeggeri. Il ritmo incalzante dal canto suo prosegue per le puntate successive. La storia madre procede (bene) tra strani eventi, inspiegabili morti, omicidi sospetti e misteriose sparizioni, e si evolve man mano senza mai lasciare le redini. In ogni puntata viene inserita una pezzetto in più dell'enorme ed intricato puzzle che ha come soggetto i passeggeri del volo 828 e strane organizzazioni segrete (e su questo punto sempre interessante è capire ogni volta qualcosa in più di tutto). Lo stesso però non si può dire della vita privata dei protagonisti che rimane sempre sulla stessa oscillante barca di rabbia, affetti e rimpianti, che poi affoga in sentimentalismi spiccioli. Da questo punto di vista la trama rimane un po' piatta riproponendo sempre le stesse dinamiche e senza mai un bel colpo di scena (e quando arriva è alquanto prevedibile). Ma dopotutto era scontato che ciò sarebbe accaduto, quindi da lamentarsi c'è ben poco. Al contrario se comunque da apprezzare è la qualità tecnica (effetti speciali, musiche e quant'altro), il problema più grande è uno, anzi due, l'allungamento del brodo in certi frangenti (alquanto evitabili) e la sensazione (in riferimento al problema precedente) che il tutto sia già programmato per non concludersi, e infatti bisognerà aspettare il prossimo ciclo di episodi (la seconda stagione insomma) per capire e scoprire presumibilmente la verità. Però al di là di ciò, questa prima stagione strappa la sufficienza. L'evidente somiglianza del volo 828 a quello ben più famoso 815 di Lost, ha acceso nei fan della serie cult creata da J.J. Abrams la speranza di poter avere un degno erede, consci però allo stesso tempo di imbattersi con una serie di delusioni e paragoni insostenibili. Evidentemente Manifest non è Lost e mai lo sarà nel bene e nel male, ma è riuscita comunque a conquistarsi quell'agognato appellativo di "erede" che le è valso ascolti sensazionali. Manifest è una serie generalista (di stampo più televisivo possibile), con un cast presente ma non memorabile, con una trama interessante ma non cervellotica, rivolta ad un pubblico che cerca del normale intrattenimento e che si può concedere il lusso di saltare una puntata senza perdere il filo dell'intera serie. Non passerà di certo alla storia, ma ha saputo sicuramente giocare la carta della curiosità invogliando gli spettatori a continuare la visione. Perché a fine stagione Manifest non è fra le serie dell'anno, forse neanche fra le serie del mese, ma al contrario di tanti prodotti semplicemente brutti, di cui non ti importa niente dopo cinque minuti, qui si ha voglia di sapere come va a finire. Una qualità che non hanno sprecato, anche se la prima stagione si chiude con un nulla di fatto, tutto è rinviato alla stagione prossima, che fortunatamente arriverà, e quindi un po' di rabbia c'è, però ci si può accontentare, dopotutto non tutte le ciambelle riescono con il buco.
Regia/Sceneggiatura/Aspetto tecnico/Cast: Siamo certamente lontani dalla qualità visiva e interpretativa di tanti show che vincono premi, che appartengono a canali/piattaforme di livello alto, è ormai da tempo che la tv generalista americana, con poche felici eccezioni, fatica a imporre nuove strade e linguaggi, come ancora faceva proprio ai tempi di Lost. In questo senso, Manifest fatica a spiccare, perché ha una messa in scena ordinaria, interpreti dignitosi ma mai eccezionali, e scivola su alcune facilonerie colpevolmente ingenuotte agli occhi degli spettatori un minimo smaliziati. Tuttavia se riesce ad assolvere alla funzione di farti venire voglia di vedere la puntata successiva ha già fatto tanto, e di questo bisogna dargli merito.
Commento FinaleManifest non è l'erede di Lost (almeno non del tutto), ma riesce a suscitare quella curiosità necessaria per crearsi un pubblico. Non è affatto la serie dell'anno ma è sicuramente buonissimo intrattenimento.
Consigliato: La mia modesta opinione di esperto di binge watching vi consiglia di darle un'opportunità (se non l'avete già fatto). Si tratta infatti di una serie che lascia senza fiato, episodio dopo episodio, e dietro un inspiegabile evento c'è in realtà una questione molto più profonda. Porta infatti a riflettere su come una singola azione possa in realtà determinare il corso degli eventi, di come la vita cambi troppo in fretta e di saper cogliere l'attimo.
Voto: 6

10 commenti:

  1. Ducktales l'avevo cominciata, adorata, ma abbandonata al secondo episodio della prima stagione per mera mancanza di tempo. Appena possibile, tornerò dai miei amati paperi, come se non fossero passati decenni da quando mi ammazzavo di avventure paperonose da bambina!
    C'era una volta... no, basta. Mollata alla quarta stagione perché era diventata la fiera del cosplay idiota, andavo avanti solo per Rumbelle ma con tutto quello che c'è da vedere di bello non si può reggere solo per l'ammore tra due personaggi XD

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    1. Ritorna presto, a vederla, perché davvero tanto simpatica è questa nuova versione ;)
      Dovevo mollarla anch'io, ma purtroppo a volte non so dire di no, comunque nessun rimpianto :)

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  2. C'era una volta l'ho vista fino alle quinta (mi sembra), prima o poi devo finirla, anche perché se non sbaglio l'hanno messa tutta su Amazon Prime Video..

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    1. Non so dove sta adesso, io l'ho recuperata da Sky on demand, in ogni caso è giusto finirla se piace o hai seguito le precedenti stagioni ;)

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  3. Sai che odio le serie, ma dovendo scegliere guarderei Ducktales, almeno passerei del tempo sorridendo e senza ammorbarmi con trame noiose. 😉

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    1. E non sarebbe male per te, e potresti vederla insieme a Lorenzo che adora i cartoni e gli "animali", qui paperi ;)

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  4. Come sai di C'era una volta 7 ho visto solo gli episodi Beauty e gli ultimi due della serie: per me potevano fermarsi alla sesta stagione! Per quanto riguarda Manifest, ho visto solo i primi 6 episodi: è una serie troppo intricata e comunque dovevano concluderla non lasciarla in sospeso! :)

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    1. Potevano e dovevano fermarsi lì, e comunque hai fatto bene a non vedere tutti gli episodi, non ti sei persa niente ;)
      Intricata sì ma non tanto, e comunque spiegazioni nessuna dà questa prima stagione, però avrei preferito sapere già tutto senza aspettare la prossima stagione...e vabbè!

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  5. Interessante la tua recensione della nuova serie di Duck Tales! Io, data l'età, ero un grandissimo fan dell'originale e ricordo innumerevoli pomeriggi passati ad aspettare e a guardare i suoi episodi... e ora sono curioso di vedere questa serie nuova di cui parli tanto bene!

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    1. Grazie, anche se non sono l'unico che ne parla bene di questa nuova serie, una serie vista da molti e apprezzata quasi da tutti ;)

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