venerdì 30 agosto 2019

Gli altri film del mese (Agosto 2019)

L'estate sta finendo, da quello che dicono le previsioni a giorni dovrebbe piovere e quindi il caldo dovrebbe cessare, perciò è ora di fare un resoconto di questa estate, e di questo Agosto appena trascorso e conclusasi fisicamente non eccezionalmente. Un po' come non eccezionale è stata la mia estate, periodo che ho passato (purtroppo le mie possibilità fisiche sono limitate) senza fare niente, come tutte le altre stagioni e gli altri giorni, ormai quello che faccio meglio è vedere la televisione, scrivere e giocare al computer, ma sono contento così, anche perché mi piace e molto. Quindi nessuna vacanza "reale", ma tante visioni, tanti caratteri e parecchie sparatorie, che come sempre regalano alti e bassi, i film deludono le aspettative (ma non è oggi il caso), a volte di scrivere non c'è voglia e bloccarsi per giorni nello sconfiggere un "boss" può capitare. L'unica vera consolazione è aver ritrovato il gelato nel menù, ed è un peccato che stia per finire. Comunque il campionato di calcio è cominciato, i sorteggi ci sono stati, e non vedo l'ora di assistere ad alcune partite, a settembre ricominciano le grandi visioni su Sky, e non vedo l'ora di vedere alcuni film che mi mancano, perciò alcune interessanti cose ci saranno dalla prossima settimana, cose che impegneranno le mie giornate, le mie "sedentarie" giornate, adorate statiche giornate, perché a me la routine piace, l'estate porta scompiglio e ne ha portato un po', ma ora è (fortunatamente o sfortunatamente dipende dai casi) finita. Infine una nota, quattro di questi sei film sono andati in onda in chiaro a fine mese scorso, ma solo ora ho avuto lo spazio per poterli inserire, perciò scusate il ritardo, comunque buona lettura.
Il viaggio di Fanny (Drammatico, Francia, Belgio, 2016)
Tema e genere: Il film (basato sul libro autobiografico Le journal de Fanny, scritto da Fanny Ben-Ami) è un viaggio emozionante sull'amicizia e la libertà raccontato attraverso gli occhi dei bambini.
Trama: Basato su una storia vera, il film racconta la vicenda di Fanny, una ragazzina ebrea di 13 anni che nel 1943, durante l'occupazione della Francia da parte dei tedeschi, viene mandata insieme alle sorelline in una colonia in montagna. Lì conosce altri coetanei e con loro, quando i rastrellamenti nazisti si intensificano e inaspriscono, scappa nel tentativo di raggiungere il confine svizzero per salvarsi.
Recensione: Fanny è una tredicenne ebrea, che con le due sorelle viene lasciata dai genitori in una colonia francese per minori, durante la Seconda Guerra Mondiale. Quando i rastrellamenti tedeschi s'inaspriscono, le bimbe e alcuni loro coetanei, rifugiati nella colonia, sono costretti alla fuga. Inizia così il viaggio di Fanny (e di tutti) tra peripezie, rifugi e nascondigli. Tratto dal romanzo autobiografico della stessa protagonista, Il viaggio di Fanny è la storia di chi è costretto a crescere velocemente: il passaggio dall'infanzia all'adolescenza per Fanny arriva presto (forse troppo per una bambina della sua età) a causa delle insidie e della missione di sopravvivenza. Proprio questo passaggio tra l'infanzia e l'età adulta, imposto dalle condizioni in cui si trovano i ragazzi/bambini, sembra essere la chiave di lettura del film. L'opera di Lola Dolloin è infatti piena di momenti di sconforto: fame, freddo, sonno e paura sono i principali compagni di viaggio dei bambini, ma a proteggerli c'è lei, lei che diventerà il leader del gruppo, dovrà proteggere e portare in salvo tutti gli altri bimbi e prendere decisioni sulle sorti del gruppo. Un'opera quindi di grande intensità, tuttavia se da un lato efficace è la distanza della guerra rispetto al centro del film, un paradosso se pensate che ogni azione di ogni personaggio della storia ha come motivazione principale il dover scappare dalla guerra o il voler andare a combattere, dall'altro è inefficace. Infatti, il conflitto e i bombardamenti sono presenti nell'angoscia e nella paura dei ragazzi, separati dai genitori e lasciati in questo stato di oblio e di abbandono, ma questi non vengono esplicitati. Difatti il secondo conflitto mondiale è presente quasi solo in termini di uniformi naziste. Va bene che la vicenda è raccontata dal punto di vista dei ragazzi/bambini, e quindi mostrare combattimenti o efferatezze gratuite era giustificato (anche se un po' di coraggio in più non avrebbe guastato), ma ciò viene edulcorato in maniera eccessiva. Eccessivo come l'utilizzo dell'escamotage dell'età, i protagonisti sono pur sempre dei bambini e come tali hanno la capacità di divertirsi con poco, cancellando anche solo per qualche istante l'orrore della guerra, ma alla terza scena di gioco e allegria nate con poco, si comincia a storcere il naso. Tuttavia nonostante ciò il film fa quello che deve fare. Il viaggio di Fanny racconta infatti efficacemente (seppur sufficientemente) la storia di un gruppo di bambini in fuga dagli orrori della guerra (in tal senso gli attori, partendo dai piccoli protagonisti, si dimostrano all'altezza). Senza alcuna guida né alcuno strumento se non la loro determinazione e la fanciullesca ingenuità che muove ogni bambino, i piccoli protagonisti dovranno far fronte a delle difficoltà che li costringeranno a crescere prima del previsto. E' insomma un film più importante che bello, utile più per avvicinare le nuove generazioni alle tematiche della guerra e dello sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, che per chi ha già visto i grandi capolavori sullo stesso argomento, ma ci si può accontentare.
Regia: Di Lola Doillon, seppur alcune scelte non convincono, è lineare e tiene un buon ritmo per tutti i 90 minuti di durata della pellicola, capace di cogliere attimi particolari in maniera sempre elegante, sorretta da una fotografia di buon livello.
Sceneggiatura: La storia è intensa, come detto, però anche qualcos'altro lascia a desiderare a quello di già detto. Le scene di tensione nelle rare sequenze di incontro/scontro con gli occupanti nazisti sono, forse, leggermente forzate. In alcuni momenti mancava solo la slow motion per esasperare ulteriormente i toni drammatici della scena. Infine, vedere dei soldati tedeschi sparare peggio degli stoormtrooper di Star Wars strappa più di un sorriso. Ma, evidentemente, era tutto funzionale alla storia.
Aspetto tecnico: Non si può certamente che elogiare il lungo lavoro di ricerca che il cast tecnico ha dovuto fare: le ambientazioni sono in alcuni casi mozzafiato e i costumi sono estremamente curati.
Cast: La piccola Léonie Sochaud, all'esordio cinematografico, interpreta in maniera impeccabile il ruolo della protagonista. Degna di nota anche l'interpretazione dell'ancor "più" piccola Juliane Lepoureau nei panni di Giorgette, sorella minore di Fanny, di una tenerezza unica e con due occhioni blu che bucano lo schermo. Particolare nota di merito a Cécile de France che, nei pochi minuti in cui appare, riesce a rappresentare magnificamente la direttrice del secondo istituto in cui sono ospiti i bambini: è lei che, con la sua lungimiranza e il suo coraggio, mette in moto gli avvenimenti di tutto il film.
Commento Finale: Senza nulla aggiungere alla già ampia cinematografia di genere, Il viaggio di Fanny si limita purtroppo a romanzare la storia che ben conosciamo partendo da uno spunto biografico. Riconfermando come non sempre il cinema sia "larger than life", il film non fallisce nei suoi intenti (educativi) ma nemmeno colpisce, mancando forse l'obiettivo più grande, ovvero stamparsi in modo indelebile nella memoria collettiva, permeandola e innescando quei meccanismi alla base del ricordo. Le avventure dei bambini smarriti protagonisti commuovono e sciolgono anche il cuore più misantropo, ma non instillano nessuna riflessione nel cervello, troppo spesso portatore sano (e causa primaria) di immani catastrofi perpetuate ad opera del genere umano.
Consigliato: Nonostante tutto Il viaggio di Fanny è un film che va visto e soprattutto vissuto, per non dimenticare gli orrori commessi in passato, con la speranza (piuttosto utopica) di non rivederne in futuro.
Voto: 6
Lupin III - Il film (Azione, Giappone, 2014)
Tema e genere: Adattamento in live action del celebre manga di Monkey Punch, quest'ultimo scomparso recentemente.
Trama: A Singapore, un gruppo di giovani ladri compete per rubare una medaglia da un museo privato. Tra questi vi è anche un giovane Lupin III, nipote del famoso ladro gentiluomo Arsenio Lupin.
Recensione: Lupin, Jigen, Fujiko, Goemon e l'ispettore Zenigata, ci sono tutti, tutti i personaggi di uno dei manga più famosi (e non solo in Oriente) del mondo nel primo live action riconosciuto dal grande maestro Monkey Punch. Il film diretto da Ryūhei Kitamura vede infatti il ritorno del ladro gentiluomo che, con la sua fida banda, si ritrova a dover scassinare un caveau inespugnabile, di un losco individuo, per rubare la famosa collana appartenuta a Cleopatra. Il tutto mentre l'ispettore dell'Interpol Koichi Zenigata cercherà in tutti i modi di ostacolare i loro piani. Dopo una prima parte di "preparazione", dove le scene, seppur movimentate, possono non portare grande entusiasmo, la narrazione subisce un'impennata e nella seconda parte troviamo l'intrecciarsi e il conseguente sviluppo della trama in maniera gradevole e coinvolgente. In tal senso la sceneggiatura è all'altezza delle rocambolesche avventure di Lupin, con inseguimenti, furti, sparatorie, intrighi e colpi di scena, senza tralasciare le belle ragazze. Certo, all'inizio del film, si fa un po' di difficoltà ad entrare nell'ottica di personaggi conosciuti come anime ma con il proseguimento della pellicola e soprattutto grazie al doppiaggio delle voci storiche, diventano familiari. A proposito di personaggi, i più importanti sono supportati da volti nuovi (alcuni tuttavia del tutto sconosciuti, chi è Pierre?) ed originali (più o meno) che hanno un ruolo importante all'interno della vicenda e "rinfrescano" questa nuova interpretazione che poteva altrimenti risultare banale. Un'interpretazione, una vicenda appunto ben strutturata, anche se ci sono delle particolarità che rendono il film un discreto prodotto e non un capolavoro. La verve umoristica è totalmente mancante, elemento presente nel personaggio di Lupin, soprattutto manca la sua genialità nel mettere in atto gli audaci colpi, gli stessi compagni sono limitati nelle loro specialità. Inoltre ci sono troppe scazzottate ed in certi casi esse sono anche piuttosto confusionarie, si sente la mancanza della mitica colonna sonora della serie, e ci sono troppi personaggi di contorno che limitano il raggio d'azione della banda. Piacevoli sono però gli omaggi alla 500 gialla (sia quella degli anni '70 che l'ultimo modello), il fatto di aver fatto indossare a Lupin, sia la giacca rossa che quella verde, oppure il filmato in animazione. Ma soprattutto, seppur con scene "forzate" e battute scontate, la caratterizzazione dei personaggi è fedele all'opera di Monkey Punch e la scelta del cast risulta essere stata azzeccata, perché seppur per la maggior parte sconosciuti al mondo Occidentale, gli attori entrano abbastanza bene nel ruolo sia per qualità fisiche che per qualità recitative, dando sicuramente uno slancio maggiore al film. Un film che nonostante qualche "difettuccio" ed alcune sbavature, resta ed è un degno adattamento live action di un'opera famosa in tutto il mondo, che seppur non rende giustizia ad una Leggenda come Lupin è sicuramente da vedere.
Regia: La regia è in mano a Ryūhei Kitamura, che non si distingue ma fa il suo lavoro egregiamente.
Sceneggiatura: E' ottima (tranne per la parte iniziale forse troppo lenta e noiosa) e migliora con l'avanzare. La pellicola infatti decolla nella seconda parte e intrattiene nel complesso bene.
Aspetto tecnico: Una pecca (tra le tante) è probabilmente la fotografia, che dà all'intera pellicola una patina che ricorda i film realizzati per la televisione. Anche l'ambientazione risulta troppo cupa per i colori pastello tradizionali dell'anime.
Cast: L'unico attore noto anche in occidente presente nel mucchio di buoni caratteristi è Tadanobu Asano (Hogun nel MCU e qui Zenigata) ma per il resto gli altri membri del cast (Shun Oguri, Meisa Kuroki, Go Ayano e Tetsuji Tamayama) si difendono bene, anche se le fisionomie non sempre convincono.
Commento Finale: Lupin III non è il primo live action a riproporre in carne e ossa le gesta del Ladro Gentiluomo, uno degli anime più longevi della storia e il più seguito in Italia: già nel 1974 Takashi Tsuboshima aveva diretto Lupin III - La strategia psicocinetica, che però non era mai stato approvato da Monkey Punch, creatore del manga originale. Questa pellicola, che ha la benedizione del suo ideatore, riporta sul grande schermo un Lupin alle prime armi, un Lupin che mette insieme la sua mitica banda, un Lupin che non conosce ancora Zenigada: è anche questa la bellezza del film, che rende la storia fresca della novità. Certo, qualcosa non funziona alla perfezione, ed alcune scelte lasciano un po' a desiderare, ma con la sua accuratezza di dettagli e la prova degli attori, che riescono a restituire i personaggi amati in carne e ossa, il film risulta un buon prodotto d'intrattenimento e comicità sia per i fan della serie sia per chi non conosce il cartone animato. Sì, in verità ci si aspettava di più, ma ci si può accontentare volentieri anche di un onesto heist movie dai personaggi leggendari.
Consigliato: Consiglio vivamente ai fan di Lupin (ma anche a tutti) di provare a vedere questo film tutto all'orientale che fa degnamente la sua buona figura.
Voto: 6,5
La meccanica delle ombre (Thriller, Belgio 2016)
Tema e genere: Film a cavallo tra thriller e lo spionaggio. Una spy story classica dal piacevole gusto "retrò".
Trama: Duval (François Cluzet), contabile ex alcolista, da tempo ha qualche difficoltà a trovare un nuovo posto di lavoro. Così, quando una misteriosa organizzazione gli chiede di trascrivere delle intercettazioni telefoniche, accetta senza porre domande: rimarrà invischiato in un pericoloso intrigo che vede coinvolti i servizi segreti e le alte sfere del governo francese.
Recensione: Un thriller senza numerose e grosse scene d'azione ma piuttosto claustrofobico (infatti la vicenda si svolge per lo più interamente all'interno di un appartamento vuoto) e con un ritmo che diventa sempre più incalzante e, pertanto, avvincente per i suoi svariati (seppur non troppo imprevedibili) colpi di scena. Ben girato dal regista Thomas Kruithof, qui peraltro alla sua prima esperienza registica, il film punta molto sulle atmosfere, sulla suspense, e soprattutto sulla bravura degli attori, quali François Cluzet (Alba Rohrwacher purtroppo è stata relegata in un ruolo di secondo piano), che sicuramente ne elevano il valore e la conseguente riuscita. Mescolando sapientemente le atmosfere raggelanti del noir francese con il meccanismo hitchcockiano dell'uomo qualunque inghiottito da un intrigo internazionale che rischia di schiacciarlo, il film infatti riflette (e bene), come in uno specchio deformante, l'alienazione contemporanea e la mania persecutoria di certa pubblicistica che dipinge una società perennemente spiata da occhi invisibili e agitata da movimenti para-istituzionali con derive eversive, e questo è sicuramente un pregio. Tuttavia, non mancano le pecche in questa onesta opera d'artigianato. Se, infatti, la scelta del regista di mostrare un mondo fatto solo di dispositivi analogici, può sembrare anacronistica, invece fa parte di questo affascinante progetto "retrò" elegante e asciutto, dove la tecnologia resta tagliata fuori a vantaggio dei personaggi, che sono al centro della vicenda (come in una vecchia storia di spionaggio anni '50), il finale, con punte action, appare affrettato e in controtendenza rispetto alla tenuta generale del film, incentrato su silenzi ed ellissi. Eppure il finale seppur inverosimile è piacevole, e nel complesso è questo un buon film, un thriller classico, solido, ben scritto e diretto.
Regia: Per essere un esordio, Thomas Kruithof dimostra di possedere lucidità di sguardo ed equilibrio, costruisce la traiettoria della trama con metodo, inquadrando il protagonista con circospezione, semina precocemente indizi senza strafare, all'interno di una cornice (messa in scena) minuziosa, come può essere un appartamento deputato a luogo di lavoro asettico, spoglio e grigio.
Sceneggiatura: Un po' troppo "intricata", anche se mette bene in evidenza le capacità di un uomo comune che quando si trova "messo alle strette" sa uscirne fuori destreggiandosi tra meccanismi più grandi di lui. Poco e a niente serve la fragile alcolista Sara (la nostra Alba Rohrwacher), figura appena sbozzata dalla stessa sceneggiatura, che ha dalla sua brillanti dialoghi, che sono poi il fulcro stesso dell'impianto.
Aspetto tecnico: Il gioco d'atmosfera è riuscita ed efficace, anche grazie alla fotografia. Solo abbozzata la musica, comunque perfettamente funzionale.
Cast: Apprezzabilissimo soprattutto François Cluzet nei panni del protagonista, che esprime con realismo le emozioni del personaggio, un tipo solitario ed introverso. Comunque efficaci tutti gli altri.
Commento Finale: Opera prima del belga Thomas Kruithof, La meccanica delle ombre è un thriller di media fattura, piacevole da seguire seppur poco originale e non sempre coinvolgente al punto giusto. La messinscena però regge, anche se si gioca sempre su territori piuttosto convenzionali, e la breve durata aiuta quantomeno a non annoiarsi. Si poteva forse fare di meglio, anche perché alcune forzature sono evidenti (con passaggi anche telefonati), ma va bene così.
Consigliato: Qualche colpo di scena, qualche cambio di "visione e di "fronte" e l'ora e mezza passa via anche se il film è quasi basato esclusivamente su dialoghi. Quindi se sopportare tutto ciò e siete appassionati del genere, consigliata è la visione.
Voto: 6
Effetto Lucifero (Dramma, Usa 2015)
Tema e genere: Film drammatico incentrato sull'esperimento carcerario di Stanford, condotto nel 1971 dallo psicologo statunitense Philip Zimbardo presso l'Università di Stanford.
Trama: Ventiquattro studenti vengono scelti per un esperimento che li trasformerà in maniera casuale in guardie e prigionieri in una finta prigione situata nel seminterrato dell'università, ma le guardie abuseranno del loro potere.
Recensione: L'importanza del contesto ambientale in cui si trovano determinati individui è fondamentale e riesce più di ogni altro fattore ad influenzarne le condotte. Il cosiddetto "Effetto Lucifero" si occupa di studiare il processo secondo cui l'aggressività dell'individuo è fortemente influenzata dal contesto in cui egli si trova. Lo sa molto bene il professore di psicologia Philip Zimbardo (lo interpreta un risoluto Billy Crudup) della Stanford University che cerca ventiquattro cavie retribuite tra giovani studenti o disoccupati, per poter provare che tra guardie e ladri, il particolare contesto in cui entrambi sono costretti a vivere, li pone dinanzi ad una deviazione di comportamento che li fa sviare dal comportamento più razionale, sia da una parte che dall'altra, accentuando i contrasti, le tensioni, e favorendo da una parte l'abuso di posizione, e dall'altro il tentativo di fuga. Il professore pianifica, distribuisce i ruoli a suo arbitrio, sceglie la location appropriata per ricreare l'atmosfera carceraria. E già dai primi giorni le guardie, stressate dalla possibilità di non essere temute, cominciano a sconfinare in comportamenti che vanno ben al di là dei limiti rigorosamente previsti e concordati con il professore stesso. E i prigionieri, vessati e maltrattati, pianificano modalità di fuga, tentativi di ribellione, opere di convincimento da parte di tutti coloro che, per varie ragioni, al contrario di loro scelgono la via della remissività per affrontare le avversità ben più ostiche di quanto preventivato. Forte di due personalità attoriali carismatiche, per quanto ancora molto giovani, come il diabolico Ezra Miller e il più angelico Tye Sheridan (non dimenticando affatto tutti gli altri), The Stanford Prison Experiment è un film sulla teoria che lascia il posto alla pratica, all'azione, all'esplicitarsi di ciò che già era previsto, ma che nella concretezza dei fatti supera ogni possibilità teorica, moltiplicandone l'effetto distorsivo e deviato. Un film, non l'unico girato su questa singolare esperienza, non ho visto gli altri, ma tuttavia questo mi sembra ben fatto e ben recitato, scioccante e terribilmente istruttivo possibilmente da vedere.
Regia: Il regista Kyle Patrick Alvarez filma con una buona dinamica, ma anche senza verve innovativa, la tensione in tutto il suo crescendo, valorizza il senso di impotenza e di soffocamento che la cattività forzata genera ed incita, e si sofferma una volta ancora, come in altri celebri ed irraggiungibili film che hanno fatto la storia (Full Metal Jacket su tutti), sul rapporto sadico e diretto verso la perversione senza controllo, tra aguzzini e perseguitati, in un crescendo di tensione che solo la caccia sadica (come tra gatto e topo) riesce a ispirare e a scandire. Seppur non benissimo, bene.
Sceneggiatura: Il regista tratta l'argomento senza interpretare il suo pensiero: grazie alla schiettezza esemplare della messinscena sembra quasi di vedere un documentario, un documentario molto interessante. Gli attori diventano manichini nelle mani della storia (una storia psicologicamente istruttiva) e, lo si può sospettare vedendone i volti e gli sguardi, la lavorazione del film li ha sicuramente segnati.
Aspetto tecnico: La fotografia e lo stile utilizzato dal regista, con giochi di ombre e luce improvvisamente incandescente, rendono bene l'inquietudine delle vittime e la prevaricazione quasi sensuale dei carnefici, con il "semplice" uso della messa in scena.
Cast: Un ottimo cast, un buon Billy Crudup e uno stupefacente Michael Angarano, ma anche gli altri attori offrono un'ottima recitazione.
Commento Finale: Claustrofobia, oppressione ma anche immedesimazione, rabbia e sentimenti perturbanti: ecco cosa provoca Effetto Lucifero, pellicola che Kyle Patrick Alvarez ha "tratto" dall'omonimo esperimento che il professore Philip Zimbardo compì nel 1971 alla Stanford University. Un caso psicologico che sconvolse realmente l'opinione pubblica e gli stessi scienziati che ci lavorarono, dimostrazione di come l'animo umano portato all'estremo dia sfogo sue più bieche sfaccettature. In ogni caso Effetto Lucifero non brilla per la suspense, ma riesce comunque a lasciare qualcosa nello spettatore.
Consigliato: E' girato in unico spazio, è abbastanza lento, ha dalla sua però la validità psicologica ed umana, dipende dai gusti e dalla voglia.
Voto: 6
Cake (Dramma, Usa 2014)
Tema e genere: Un dramma intimistico che interseca due tragedie, con una brava Jennifer Aniston.
Trama: Claire Bennett è una ricca losangelina nevrastenica affetta da dolore cronico, dipendente dai farmaci e con un tragico passato alle spalle. Vive in simbiosi con la sua colf ispanica Silvana e frequenta le riunioni di un gruppo di sostegno: durante uno di questi incontri viene informata del suicidio di una conoscente, Nina. Attratta dalla vicenda, si insinua poco a poco nella famiglia della defunta.
Recensione: Una performance rilevante quella di Jennifer Aniston in Cake, che racconta la vita di una donna di Los Angeles e della sua lotta contro il dolore cronico. In questo film la famosa protagonista della serie televisiva Friends e di numerose altre commedie americane, stupisce infatti interpretando un ruolo difficile e altamente drammatico che le ha comportato anche una sorta di imbruttimento fisico, necessario ovviamente alla parte sostenuta. La parte di una persona che dice tutto ciò che le passa per la testa senza preoccuparsi della reazione degli altri. Cinica e burbera, con il suo atteggiamento fa sorridere lo spettatore più volte ma il suo è solo un modo per proteggersi, per non mostrare le sue sofferenze e le sue paure più profonde. Il film infatti presenta molti personaggi che soffrono, ognuno per un motivo diverso, ma Claire rifiuta l'idea di essere come loro reagendo con il suo "caratteraccio". E' così che il regista e lo sceneggiatore, in modo anche umoristico, si avvicinano a questioni pesanti come il suicidio, il dolore, la separazione e la dipendenza dai farmaci. Quest'ultima si evince dal modo compulsivo con cui Claire tiene sotto controllo la sua scorta di farmaci segreti o la sua abitudine di reclinare completamente indietro il sedile del passeggero perché per lei il dolore è troppo grande per sedersi normalmente. Queste ripetizioni non sono altro che indizi, che guidano appunto lo spettatore verso la verità e che mostrano l'antieroina Aniston sotto una luce più compassionevole. Solo gradualmente veniamo a conoscenza del suo passato e soprattutto del perché è così attratta dalla famiglia di una donna del suo gruppo di sostegno che si è suicidata. A proposito della Aniston, lei che in ogni respiro e cipiglio di Claire, anche se costruiti, colpisce al cuore. Azzeccata è quindi la scelta del cast (anche se è qui anche produttrice). In tal senso bellissimo e toccante è il rapporto che si sviluppa tra lei e la sua domestica Silvana che sopporta il sua comportamento maleducato e le continue richieste, ma in più di una scena sono mostrati accenni di gentilezza da parte della protagonista che rivelano quanto in fondo sia buona e fragile. Inoltre, anche il titolo del film stesso, Cake, di cui verrà svelato il significato alla fine del film, risulta quanto mai azzeccato in seno a tutta la vicenda e soprattutto quanto mai emblematico e consono alla sua stessa atmosfera. All'atmosfera di un film in cui non succede apparentemente nulla di rilevante nella sua ora e mezza, ma che riesce a colpire alquanto forte.
RegiaDaniel Barnz, regista discontinuo (ancora ci si ricorda del bellissimo Phoebe in Wonderland, ma che dire di Beastly?) interseca due tragedie annaspando a tratti nel cercare di tenerne bilanciati i multipli fili, e così dove Cake mostra il fianco è nello sfilacciamento dei pochi rapporti sfuggenti ma determinanti per Claire, a volte troppo riversi nella propria simbologia (il fantasma di Nina, la ragazza del finale). Ma si riscatta soprattutto nel bellissimo finale, che contiene in sé la direzione della pellicola tutta, nella sua delicatezza semplice e immediatamente coraggiosa.
Sceneggiatura/CastCake fa parte di quelle pellicole intimistiche ed appartenenti al cinema indipendente americano in cui la trama praticamente è ridotta a zero ed i veri protagonisti vengono ad essere gli stati d'animo, le situazioni interiori e personalissime dei vari individui e le loro reazioni. Jennifer Aniston pertanto diventa qui la "portavoce" di un malessere fisico, ed ancor più morale, che la deturpa fisicamente e pure interiormente, dal momento che, almeno all'inizio della storia, ella appare scontrosa e capricciosa. E l'attrice riesce in maniera mirabolante ed inaspettata a rendere queste sensazioni in maniera quanto mai vera, toccante, sincera e comprensibile, nonché altamente apprezzabile. E quello che più quasi sconcerta è proprio vedere manifestamente espresse le sue potenzialità delle qualità di attrice che spesso rimangono inespresse o, per lo meno, confinate a ruoli comici e sicuramente più leggeri. Non ci si stupisce così che ella fu all'epoca candidata a numerosi premi ed altrettanti ne abbia vinti perché sia le candidature che le premiazioni sono/erano meritate. Una menzione particolare, però, occorre rivolgere anche alla bravissima Adriana Barreza, già ampiamente ammirata e premiata per il suo memorabile e toccante ruolo drammatico in Babel, che interpreta la domestica messicana in maniera commovente e suggestiva. Funzionali, seppur poco caratterizzati e "utili", gli altri.
Aspetto tecnico: Qualità standard, che siano musiche, ambientazioni e quant'altro, che è già qualcosa di positivo.
Commento FinaleCake è un film sul dolore fisico e mentale che può provocare un trauma. La pellicola si dedica soprattutto ai diversi percorsi che una persona intraprende per andare avanti e anche se la trama è banale e piena di cliché (con qualche forzatura narrativa/registica funzionale all'interrelazione del personaggio con l'esterno), rimane comunque un'eccellente prova del regista e un'ottima interpretazione di Jennifer Aniston.
Consigliato: Da non perdere per chi è interessato alle storie più intimistiche e proprie della cinematografia indipendente.
Voto: 6
Tuo, Simon (Dramma, Usa 2018)
Tema e genere: Adattamento cinematografico del romanzo Non so chi sei, ma io sono qui (Simon vs. the Homo Sapiens Agenda) di Becky Albertalli, un dramma sull'accettazione, sia da parte di sé stessi che degli altri.
Trama: Simon Spier non è così semplice: il giovane non ha ancora rivelato ai suoi familiari e amici di essere gay, sopportando ogni giorno il peso del segreto. Decide così di esporsi solo nel mondo virtuale, iniziando a flirtare online con un compagno di liceo di cui non conosce l'identità e che si nasconde sotto lo pseudonimo di "Blue", ma qualcosa va storto.
Recensione: Raccontare un tema scottante e di attualità come l'omosessualità al cinema è diventato esercizio molto complesso e di grande responsabilità, soprattutto se si intende farlo con originalità, leggerezza quanto basta e senza cadere nella retorica più bassa e in pregiudizi. Rischi in cui sono incappati diversi autori, ma nei quali invece non cade sorprendentemente (perché produttore sì di Riverdale, ma anche e soprattutto sceneggiatore di telefilm fatti con lo stampino) Greg Berlanti in questa sua terza pellicola. Una pellicola, ispirata ad un famoso (?) romanzo, molto ambiziosa che tratta un tema così duro e controverso, come l'omosessualità appunto, con toni leggeri e spensierati, ottenuti grazie alla fusione tra le dinamiche di una dramma e quelle di una commedia adolescenziale. Il risultato è dunque una film molto gradevole e capace di creare empatia ed emozioni nelle spettatore, pur nella sua semplicità. Nel cast troviamo Nick Robinson (attore giovane ma già ammirato in Jurassic World e Noi siamo tutto), Katherine Langford (la star del serial targato Netflix Tredici), Jennifer Garner, Alexandra Shipp, Josh Duhamel, Mackenzie Lintz, Keiynan Lonsdale (Wally West in The Flash). Simon è un ragazzo di diciassette anni come tanti nella sua cittadina e nel suo liceo: ha le sue passioni, un gruppo di amici, gioie, dolori e problemi come tutti. Il giovane, però, ha un segreto che nasconde a tutti, ovvero che è gay, una verità che reprime dentro di sé fino al giorno in cui inizia uno scambio di mail con un altro ragazzo anonimo il quale a sua volta gli confessa di essere omosessuale. Tra i due nasce così una bella amicizia virtuale che spinge Simon a confessare i propri orientamenti sessuali alla famiglia e agli amici. Ma tale scelta porta il protagonista ad affrontare conseguenze inaspettate e dure da affrontare. La parola chiave del film di Greg Berlanti, come detto sopra, è "semplicità". Un termine che se a primo impatto può suonare limitativo e volto a sminuire un'opera, in questo caso assume un significato positivo in quanto lo stile pulito e senza fronzoli del regista e la storia lineare e tutt'altro che contorta fanno di Tuo, Simon un film efficace e scevro da qualsiasi forma di retorica e luoghi comuni. Una semplicità presente durante l'intero svolgimento della storia e che si riversa, oltre che sul succitato stile registico, soprattutto in un plot diretto e immediato nel trasmettere a chi guarda i tormenti, il disagio e le emozioni di Simon e di tutte le altre figure che lo circondano e che sembrano vivere in sintonia con il protagonista. Proprio la scrittura dei personaggi rappresenta il grande punto di forza del lavoro del regista dal momento che ognuno di essi sembra essere un tassello inserito nei punti giusti e funzionale a diversi risvolti di un intreccio che, seppur prevedibile nel suo sviluppo, non annoia mai e riesce nel suo intento di trasmettere un messaggio di speranza e tolleranza. Tuo, Simon, in conclusione, è un film che fa della sua ingenuità e purezza carte molto utili e preziose da mettere sul tavolo a servizio di una tematica molto profonda.
Regia: A fare centro è l'idea che, pur essendo la sessualità il nucleo della storia, non è unicamente questa a trainare la pellicola. Invece di appesantirla (come in certi casi) rendendola l'unico punto focale della narrazione, Greg Berlanti riesce a creare un universo di riferimento abbastanza realistico e in cui ci si può facilmente rispecchiare. Che siano i ragazzi o gli adulti a temere di sbagliare e di essere percepiti in maniera distorta, lo spettatore riesce a ritrovarsi in questi personaggi che, tra successi e fallimenti, cercano soltanto di essere la versione migliore di sé stessi.
Sceneggiatura: A livello di sceneggiatura, non siamo di fronte a un copione del tutto inattaccabile. Si presentano effettivamente occasioni in cui la comicità e i punti di vista adottati possono fallacemente cadere nello stereotipo o nella forzatura. Così come è perfettamente comprensibile che in alcuni punti si possa arrivare a definire la pellicola un po' melensa o sdolcinata. Ma a differenza di molti film dello stesso genere, Tuo, Simon corre volutamente questi rischi, a volte anche riscontrando dei piccoli intoppi, ma riuscendo nella maggior parte dei casi a uscirne vincitore.
Aspetto tecnico: La musica e i numerosi riferimenti alla pop culture non fanno che aumentare il grado di godibilità del film, il cui ritmo viene scandito anche da questi elementi, unitamente ai frizzanti dialoghi e all'introduzione di alcune dinamiche quanto mai azzeccate. A stupire è però, in quanto atmosfera e freschezza, lo stile cinematografico utilizzato, quasi come se fosse un film degli anni '80/'90, film quali Sposerò Simon Le Bon per dirne uno.
Cast: Un punto a favore è sicuramente il cast, decisamente valido e conosciuto, i fan di Tredici in particolare riconosceranno qualche volto famigliare, e non solo quello di "Hanna Baker". A proposito di quest'ultima, ma povera Katherine Langford, che non riesce a trovare, cinematograficamente parlando, un fidanzato che la ami e che voglia stargli accanto, eppure io non ci penserei due volte.
Commento Finale: Con un cast che riprende qualche vecchia conoscenza del regista ed alcuni degli attori più amati del momento, Tuo, Simon riesce a trattare in modo leggero, divertente, elegante e commovente, non solo il tema dell'omosessualità ma anche i più canonici dei problemi adolescenziali. Il film infatti, affronta l'argomento mostrandoci come chiunque, con una vita apparentemente perfetta, possa nascondere un segreto tanto grande (che in questo caso è l'essere gay, ma penso possa riferirsi a qualsiasi cosa) e come questo, possa far paura, portando questo qualcuno a nascondersi per far sì che le cose non cambino, finendo inevitabilmente per ferire sé stesso e le persone che lo circondano. Semplice, leggero ed ironico, senza finire per esagerare, equilibrando i momenti divertenti a quelli più profondi e sofferti, un film riuscito.
Consigliato: Personalmente mi ha convinto di più e mi è piaciuto più di Chiamami col tuo nome, quindi direi sì.
Voto: 6

16 commenti:

  1. Io ho visto Il viaggio di Fanny e per me merita con voto quasi 7, ne parlerò sul blog a breve! :)

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    1. Per me ce ne sono di migliori sull'argomento, in ogni caso ti leggerò ;)

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  2. Ti svelo un segreto..
    Il gelato si vende anche d'inverno, sai??
    Comunque non ho visto questi film ma adoro la Aniston e sicuramente non mi perderei il suo.

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    1. Sì lo so, ma d'inverno è preferibile e preferisco cose calde, oppure cioccolato ;)
      Peccato è passato su Canale 5, ma passerà nuovamente prima o poi :)

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    2. Jennifer l'adoro anche io... ma non credo che le motivazioni coincidano con quelle di Claudia... ahah

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  3. Devo dire che non sapevo esistesse quel film con Jennifer Aniston D: È grave? Forse non lo ricordo...
    Tuo Simon è piaciuto anche a me più di Chiamami col tuo nome, ma credo che gli intenti e le trame siano un po' troppo diverse per metterle a paragone.

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    1. Non so se è grave, però è strano, non è mica nuovo...
      Infatti non li ho messi a paragone, ma ho solo rimarcato la piacevolezza di uno e dell'altro, alquanto diversa.

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  4. Indubbiamente con la tua bravura eserciti una forte pressione a vederli tutti.
    Ma "the Standorf prison Expreriment" mi attira particolarmente perchè è purtroppo( non che gli altri siano da meno) colpisce come un pugno nello stomaco la realtà così spesso feroce, tra aguzzino e prigioniero.
    Un 'altra chicca per me da vedere è " Cake". Non ho una particolare predilezione per la Aniston, anche se in questi ultimi tempi mi sembra alquanto migliorata esulando dal suo solito clichè. Capisco molto bene questi comportamenti soprattutto quando sei schiava di farmaci e colpita da lesioni emotive della vita. Spesso l'umore diventa discontinuo,adotti tic specifici, non trattieni le tue impressioni e i tuoi pensieri anche se mal esposti. Lo andrò sicuramente a vedere.
    Gli altri..si vedrà..
    In quanto alle vacanze mio caro, da quando le mie patologie devono essere curate non esistono come altre moltissime cose, ma non disperiamo , ci sono scelte interessanti da fare.
    Un abbracio serale

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    1. Beh, in questo caso è proprio quello che consiglio, cioè di vederli tutti ;)
      Sui film, il primo ti fa capire come a volte il cervello reagisce in certe situazioni, il secondo anche, però se il primo colpisce, il secondo giustamente emoziona.
      In quanto alla vacanze e tutto sì, tante cose :)

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  5. Visto solo "la meccanica delle ombre" al quale avrei dato qualcosa di più almeno un mezzo punto se non uno intero :)

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    1. Sono un po' più critico diciamo, personalmente non era un film che meritasse di più, comunque buon film ;)

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  6. Il film di Lupin non è male, detto da me che sono stra-iper-critica nei confronti delle opere dedicate alla creatura di Monkey Punch è praticamente una benedizione XD

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    1. Aspettavo un tuo commento, non è un caso che quando l'ho visto pensavo a te, e son contento che mi sia piaciuto e che tu l'abbia approvato ;)

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  7. Non mi attira nessuno di questi ma se dovesse capitarmene qualcuno per caso, tornerò sicuramente per un commento 😉
    Comunque manco io sapevo dell'esistenza del film con la Aniston.

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    1. Tornerai lo so, e ti aspetto se dovesse succedere ;)
      Forse all'epoca poco pubblicizzato, non saprei perché poco conosciuto, boh..

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