giovedì 29 agosto 2019

I peggiori film del mese (Agosto 2019)

Ho sempre sopportato il caldo, ma ammetto che quest'anno è stata più dura del solito, sarà che per quanto si tenti di mascherarlo il riscaldamento globale è tra noi (e peggiorerà purtroppo), sarà che non è più come una volta, ma si è fatto sentire e sta non a caso lasciando gli strascichi. In quest'ultima settimana infatti, colpa di chi o cosa non so, il raffreddore mi ha colpito e mi ha indebolito. E quindi via ad un botto di farmaci, che si spera facciano il prima possibile effetto, perché essere malato in estate è strano. E così in fase di guarigione eccomi oggi a presentarvi le note dolenti del mese, anche se già alcune ho postato.

Operation Avalanche (Thriller, USA, 2016)
Tema e genere: L'ennesimo film (in questo caso thriller spionistico) su una delle teorie complottiste più diffuse, lo sbarco sulla Luna.
Trama: Nel 1967 quattro agenti sotto copertura della Cia vengono inviati alla Nasa per essere assunti dalla troupe di un documentario. Quello che scopriranno porterà a una delle più grandi (presunte) cospirazioni della storia americana. La paranoia prenderà il sopravvento e i problemi saranno tanti.
Recensione: Si è celebrato lo scorso mese l'anniversario dello sbarco sulla Luna, evento entrato nell'immaginario comune e indimenticabile per chi ai tempi poté assistere in diretta alle fasi cruciali dello sbarco, con le leggendarie parole di Neil Armstrong diventate un vero e proprio tormentone. Eppure tra le varie teorie del complotto ve ne è una assai diffusa che vorrebbe l'allunaggio frutto di riprese girate in studio, con il nome di Stanley Kubrick più volte tirato in ballo quale effettivo regista del finto filmato spaziale. Operazione Avalanche (come parecchi altri lavori, Moonwalkers per esempio, lì tuttavia c'era azione e si rideva) si ispira proprio a questa ipotesi, anche se ne offre una versione inedita e con un finale che smentisce da solo qualsiasi teoria del complotto lunare sul nascere, e questa è certamente una nota positiva. Il problema è che il resto, anche per colpa della formula scelta, sia ben poca cosa. La formula scelta è infatti quella del mockumentary, con riprese spesso "rubate" di nascosto ai due personaggi principali: una scelta, seppur necessaria dal punto di vista della logica narrativa per accompagnare i protagonisti in questo intrigo mystery in cui la tensione cresce progressivamente fino all'intenso finale, poco verosimile in diverse situazioni, difetto questo che lo accomuna a tanti esponenti del genere. Lo stile con camera a mano può effettivamente risultare fastidioso in più occasioni, con un senso di mal di mare questa volta nemmeno giustificato da dinamiche horror di sorta. Operazione Avalanche si pone difatti come thriller ante litteram con filtri e immagini che strizzano l'occhio alle vecchie cineprese anni '60. Una decisione senza dubbio coraggiosa per essere più fedeli possibili al determinato periodo storico, spesso però le sgranature o i colori spenti rischiano di affievolire e rendere poco chiari alcuni passaggi fondamentali ai fini degli eventi. Eventi di stampo puramente spionistici oltretutto abbastanza modesti, che a parte nel finale, non riescono a fare troppa presa e convincere interamente, facendo così risultare questo film interessante, anche originale, un film mediocre, leggermente inutile ormai (basta con questa teoria) e pletorico.
Regia/Sceneggiatura/Aspetto tecnico/Cast: Il regista, produttore e sceneggiatore Matt Johnson, compare nei panni di se stesso come protagonista insieme al collega Owen Williams e le loro performance non "caricate" garantiscono una certa verosimiglianza alla messa in scena, che include anche sequenze girate in una sede della NASA e vari filmati di repertorio dell'epoca che contestualizzano l'atmosfera di spasmodica attesa di quel primo, iconico passo. Tuttavia non basta, oltretutto il gioco spionistico è modesto, troppo affidato a una tecnica semi-documentaristica troppo abusata e stancante. Poco, francamente, inquadrature inutili, spesso pletoriche, con un aggravio di situazioni inutili che non aggiungono assolutamente nulla di quanto si sa e si dovrebbe in seguito vedere/apprendere. Si poteva fare decisamente meglio.
Commento Finale: Presentato al Sundance Film Festival, Operazione Avalanche prende spunto da una delle più famose teorie cospirazioniste secondo la quale l'allunaggio del 1969 sarebbe stato realizzato ad arte sulla Terra, tramite le moderne tecniche cinematografiche. Qui la figura di Stanley Kubrick (voluto dai complottisti come effettivo regista del fake-film), pur comparente per brevi secondi, non è determinante ai fini degli eventi e il finale riconsegna la corretta versione dei fatti. I novanta minuti di visione sono pregni di una buona dose di tensione, soprattutto nel rocambolesco finale, ma lo stile "mockumentary d'epoca" risulta alla lunga frastornante e rischia di rendere non sempre chiarissimo quanto accade in scena. Per un titolo che, pur avendo discreti spunti d'interesse, non pare drasticamente coraggioso e fuori dagli schemi come le premesse iniziali potevano far presagire.
Consigliato: Si lascia guardare per tutta la sua durata, ma è consigliabile solo agli appassionati del tema.
Voto: 5
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Addio Fottuti Musi Verdi (Commedia, Italia, 2017)
Tema e genere: Lungometraggio (commedia) d'esordio delle webstar The Jackal.
Trama: Ciro è un grafico ultra-qualificato disoccupato. In cerca di lavoro, si ritrova a mandare un curriculum nello spazio, dove troverà attenzione da una società aliena sì meritocratica, ma anche strana e soprattutto ambigua, quali saranno le loro vere intenzioni?
Recensione: Il film che porta al cinema i The Jackal, collettivo di youtubers dallo strepitoso successo di popolarità e visualizzazioni, è una esilissima commedia di fantascienza che prova a ironizzare con brio sul precariato dell'Italia di oggi. Un proposito portato avanti facendo leva sullo sfrenato gusto ridanciano e sulla verve dissacrante e surreale tipica dei The Jackal e della loro massiccia presenza sul web, ma il risultato non è affatto all'altezza delle aspettative: come altri youtubers prima di loro, in primis i The Pills che in tal senso sono il caso più eclatante, gli autori e attori napoletani patiscono il salto dal canale YouTube al grande schermo. Non basta infatti costruire un'impalcatura di sterili e controproducenti ambizioni sci-fi, che sfiorano spesso il ridicolo, per dare ritmo e consistenza alle proprie gag, né si può pretendere che delle pillole, anche molto divertenti, destinate ad altre piattaforme funzionino al cinema senza costruire loro intorno un'idea di scrittura e una valida gestione dei tempi comici e delle situazioni. Gli interpreti, forti della loro ampia visibilità mediatica tra i teenager, non vanno però mai oltre a smorfie e ammiccamenti da show televisivo di bassa lega. Si fa fatica a trovare elementi validi in questo esordio sfasato e zeppo di stonature, che strappa pochissime e stiracchiate risate e prova a vivacchiare di scherzi vari e strizzatine d'occhio ai fan e ai propri stessi tormentoni. Rimane l'amaro in bocca dell'occasione persa, perché alcune trovate avrebbero potuto raggiungere la sufficienza in un contesto meno raffazzonato (su tutte il ruolo di Gigi D'Alessio, tutto da scoprire). I notevoli mezzi a disposizione si vedono nella buona qualità degli effetti speciali. Presenti in un piccolo ruolo congiunto anche Fortunato Cerlino e Salvatore Esposito. E quindi Addio Fottuti Musi Verdi non è la pellicola che ci si aspettava. Ironia, follia e tempi comici sono i grandi assenti di un esordio cinematografico che poteva essere un grande successo ma che, purtroppo, pecca di tanta, troppa inesperienza.
Regia/Sceneggiatura/Cast: Indubbiamente l'idea di base è buona e ricca di spunti, ma sarebbe stata più prolifica in mani più esperte. Manca proprio questo in AFMV, l'esperienza di una regia con una mano ferma, l'esperienza di una sceneggiatura che, nonostante fili liscia, manca di approfondimenti e tanti altri evidenti problemi tecnici che purtroppo il film non riesce a coprire. Entrambe dello sconosciuto Francesco Capaldo. Quello che però delude maggiormente in AFMV è che il film si perda maggiormente nella parte in cui dovrebbe eccellere: le risate. Per quanto di spunti comici ce ne siano a bizzeffe la pellicola si perde nel momento in cui dovrebbe dare il meglio di sé. I The Jackal, cercando di sforzarsi nel rendere il prodotto più cinematografico possibile, si "impantanano" in uno script che manca di follia, ingrediente principale dei loro sketch e che purtroppo non riescono a riportare sul grande schermo. Un vero peccato perché il film risente pesantemente di questo errore di virata trasformandosi in un disastro di 90 minuti, in cui la risata è relegata in alcuni, rari, momenti. Una vera e propria empasse dalla quale nemmeno la bravura di Ciro Priello riesce a far uscire una pellicola che sembra cadere inesorabilmente nel vortice della noia. Fortunatamente per i The Jackal il film ha una ripresa sul finale, quando Ciro si riunisce ai suoi amici Matilda (Beatrice Arnera) e Fabio (Fabio Balsamo). Grazie all'alchimia tra i tre personaggi (e grazie ad una guest star d'eccezione) Addio Fottuti Musi Verdi riesce a regalare quello che ci si aspettava dall'inizio: intrattenimento comico. Tuttavia questo non basta a salvare la pellicola, una pellicola decisamente inconcludente.
Aspetto tecnico: Non si può dir niente degli effetti speciali incredibilmente buoni, anzi, merita un plauso.
Commento Finale: Concessi gli indubbi meriti agli effetti speciali, al montaggio e a più di una trovata visiva, Addio fottuti musi verdi non ha proprio un'idea di cinema. Al contrario, si dipana confusamente tra gusto per la citazione, trovate grottesco/demenziali in chiave fantascientifica a zero effetto comico e una satira sul tema della disoccupazione della quale l'unico profumo che si sente è quello dell'acqua di rose. E' insomma il classico buco nell'acqua.
Consigliato: No, neanche ai fan dei The Jackal lo consiglierei.
Voto: 3
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Alpha - Un'amicizia forte come la vita (Avventura/Azione, Usa 2018)
Tema e genere: Un film sul coraggio e sulla capacità di autodeterminarsi, un racconto di formazione condito dall'amicizia tra un ragazzo e un lupo durante il Paleolitico superiore.
Trama: 20 mila anni fa, durante l'ultima era glaciale, dopo una battuta di caccia finita male, un giovane uomo delle caverne lotta contro una serie di ostacoli per ritrovare la strada di casa. Stringerà così un'improbabile amicizia con un lupo.
Recensione: Ambientato 20 mila anni fa, il film è una classica storia di formazione e di crescita di un ragazzo che diventa grande. Keda (Kodi Smit-McPhee, che si rivelò con The Road e visto poi anche in X-Men: Apocalisse), infatti, è abile con le mani ma non ama cacciare e uccidere animali. Imparerà a farlo perché dovrà sopravvivere per tornare dalla sua famiglia. Centrale nella storia diretta da Albert Hughes (al suo primo lungometraggio da solo, dopo vari diretti insieme al gemello Allen, tra cui La vera storia di Jack lo squartatore), è comunque la sua amicizia con il lupo. Che dapprima è una minaccia per la sua incolumità e poi diventa un prezioso amico e alleato, pronto a intervenire per aiutare il giovane che lo ha salvato. Alpha - Un'amicizia forte come la vita non inventa nulla di nuovo (pur partendo da buoni spunti, ha un canovaccio già visto molte volte e meglio), punta tutto sul senso di avventura e sul rapporto uomo-animale senza troppa retorica (e questo è un bene). Di grande impatto le ambientazioni di natura incontaminata che fanno da sfondo a tutto il film. Peccato per un uso eccessivo di computer grafica che toglie un po' di senso del vero. Peccato soprattutto che manchi il pathos, e in una pellicola dove la premessa è avventuristica e ricca di pericoli, è un'occasione sprecata. Perché l'adrenalina in parte c'è, grazie ad alcune impressionanti situazioni estreme, ma non basta. Nell'avventura manca invece quel pizzico di mistero e di scoperta che avrebbe davvero solleticato l'interesse dello spettatore, così, Alpha - Un'amicizia forte come la vita resta il racconto del percorso di un giovane costretto ad attraversare le terre più inesplorate per tornare al proprio villaggio e riprendersi la sua vita. Insomma gli elementi per un buon film c'erano tutti, e sicuramente potevano essere sfruttati al meglio. Molto più impattante (e riuscito), per rimanere in tema, a mio avviso era stato Il mio amico Nanuk (del 2014), forte storia di amicizia tra un bambino e un piccolo orso bianco, ambientato veramente tra i ghiacci e senza utilizzo di tecnologia. Altra grossa mazzata è l'inevitabile paragone con L'ultimo lupo, il bellissimo film di Jean-Jacques Annaud del 2015: un confronto dal quale Alpha esce inevitabilmente con le ossa rotte. Ma Alpha si fa comunque vedere: un film dignitoso (seppur non sufficientemente), in definitiva, che i ragazzi soprattutto (ma tutti) possono apprezzare perché certe avventure sono senza tempo.
Regia: Parte in modo apocalittico questo film diretto da Albert Hughes (che solitamente realizza film di genere insieme al fratello Allen, questa volta non coinvolto nel progetto) e poi si trasforma in una storia d'amicizia tra un uomo e un animale. Di queste ne abbiamo viste tante e sicuramente più affascinanti negli ultimi tempi: da Belle & Sebastien fino a Il drago invisibile. Insomma non è il rapporto tra Keda e il lupo a lasciare il segno o a emozionarci. L'intento del regista non è neanche animalista, poiché si limita semplicemente a raccontare qualcosa, omettendo però lo spirito avventuristico come un'opera del genere richiederebbe. E quindi non riesce a lasciare il segno, anche se il compitino è fatto bene.
Sceneggiatura: L'intreccio narrativo ricorda quello del film d'animazione Il viaggio di Arlo, dove però i ruoli erano ribaltati: il baby dinosauro proveniva da un branco civilizzato, mentre il piccolo d'uomo è la bestiolina di cui lui si prendeva cura. Ma a differenza del disneyano Arlo, nato per far sorridere e riflettere i piccoli quanto i grandi, il film di Albert Hughes prende fin troppo seriamente il compito del racconto di formazione, senza tuttavia trasmettere nulla.
Aspetto tecnico: La computer grafica è comunque di buon livello, anche se per niente paragonabile a Il libro della giungla. Il sonoro non è affatto male, la colonna sonora anche, di sicuro effetto le ambientazioni, anacronistici invece i costumi.
Cast: Il giovane Kodi Smit-McPhee, visto nel remake di Lasciami entrare, in Guida tascabile per la felicità e anche in Apes Revolution, se la cava egregiamente nonostante tutto, un po' troppo sovraccaricato invece il padre interpretato da Jóhannes Haukur Jóhannesson di Game of Thrones e Noah.
Commento Finale: Discretamente suggestivo per ambientazioni e situazioni estreme, ma la storia è già vista. Con un po' d'ironia e di leggerezza in più la pellicola avrebbe potuto fare un notevole salto di qualità: peccato per l'occasione sfuggita. Alpha - Un'amicizia forte come la vita resta in ogni caso un film piacevole, soprattutto per gli amanti della natura e degli animali.
Consigliato: In parte sì in parte no, ma per chi ama il genere lo è indubbiamente.
Voto: 5,5
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Colette (Drammatico, Biografico, USA, Gran Bretagna, Ungheria, 2018)
Tema e genere: Film biografico basato sulla vita della famosa scrittrice francese Colette, che con la sua opera e la sua storia ha influenzato la cultura e il costume lungo tutto il XX secolo.
Trama: Nella Parigi dei primi del '900, dopo essere stata costretta a firmare i propri romanzi con il nome del marito Willy, la scrittrice e attrice teatrale Colette, emancipata e anticonformista, ottiene il successo meritato combattendo ogni forma di pregiudizio.
Recensione: Film biografico che non rinuncia a nessuna delle secche e delle regole minime del genere, Colette è un ritratto piuttosto convenzionale e stereotipato di una delle icone più trasgressive della Belle Époque, un periodo esplicitamente descritto che per questo irrita leggermente. Una provocatrice che, nella ricostruzione della sua vita firmata da Wash Westmoreland, uno dei due registi di Still Alice (del 2014), si tramuta in una figura edulcorata e ammansita, sminuita con una certa frettolosità da uno sguardo laccato e patinato, che trasmette l'immagine di un'autrice non particolarmente simpatica, piuttosto fortunata e capricciosa, con cui si fatica ad empatizzare. Prima donna nella Storia della Repubblica francese a ricevere i funerali di stato e totem culturale in grado di parlare anche al presente in modi e forme tutt'altro che banali, Colette è interpretata senza alcun nerbo e con scarsissima presa sul personaggio da Keira Knightley, ma è l'intero taglio dell'operazione, per quanto dignitosa sul piano della confezione, a destare più di una perplessità. Della Colette intellettuale ed "abile" scrittrice non c'è infatti praticamente traccia, la sua sessualità vorace e sfrenata e le sue relazioni con persone di ambo i sessi sono evocate con pudico pressappochismo e il film, di fatto, si concentra soprattutto sul rapporto di subalternità di Sidonie-Gabrielle (suo vero nome) con il cialtrone e meschino marito (sebbene si tratti di un legame forzato e scardinato ben presto nel segno della riscossa e della rivendicazione). Tale dimensione narrativa e tematica fa di Colette un prodotto banalmente appiattito su una parabola di empowerment femminile, chiaramente in linea col momento storico in cui è stato realizzato ma privo di reale spessore. Incapace, in definitiva, di stabilire una reale sintonia con la personalità della protagonista.
Regia: Nonostante il regista Wash Westmoreland si sia avvalso della collaborazione di Richard Glatzer (suo marito e coautore per vent'anni, scomparso nel 2015) non riesce a rendere l'importanza di questa donna, considerata dalla Francia una vera e propria risorsa nazionale. Eppure il regista aveva diretto magistralmente una splendida Julianne Moore in Still Alice dove si mostra la progressione spietata del morbo di Alzheimer in una donna scrittrice e docente universitario, facendole vincere anche l'Oscar nel 2015 come migliore attrice.
Sceneggiatura: Cadenzato nel suo evolversi narrativo secondo uno schema un po' troppo risaputo e per nulla innovativo, la pellicola non riesce mai veramente a dimostrarsi realmente interessante, costretto com'è a scivolare nella solita ripetizione di cliché decorativi un po' stantii, che l'ostentazione di un seno nudo o di un bacio saffico non riescono per nulla a scalfire né ad addivenire ad un rimedio narrativamente convincente.
Aspetto tecnico: L'affresco storico della Belle Époque parigina è studiato nel dettaglio e nel complesso risulta ben riuscito. Solo sufficiente il resto.
Cast: Si rileva un indubbio impegno da parte degli attori principali nel voler rendere più possibile coerente e credibile ognuno il proprio colorito e passionale, oltre che eccentrico, personaggio. Ma la pur volonterosa Keira Knightley sconta una sino ad ora insormontabile limitatezza espressiva che l'ha sempre un po' limitata nelle svariate performance, anche di gran livello, di cui è costellata la sua tutt'altro che banale carriera, dal canto suo il corpulento Dominic West appare sin troppo preso da incontrollata compulsività nel tentare di rendere appropriata e palpabile la malvagità e il doppio-giochismo bieco del suo controverso personaggio, rischiando in tal modo di trasformare la sua parte in una maschera manichea e sin troppo colorita, a rischio di caricatura.
Commento Finale: Non c'è pathos, non c'è sofferenza, sembra tutto dovuto, quasi fosse la protagonista una ragazzina viziata e non una scrittrice di enorme talento e una donna coraggiosa in cerca di autonomia e di identità (molto meglio Mary Shelley, anche la sua di biografia cinematografica). Il film è interessante, anche in senso storico e non solo culturale, ma è superficiale e banale, un film che mostra un po' la corda quando inizia a risparmiare sul ritmo e le psicologie, si concede aggiornati ammiccamenti al #MeToo e perde d'intensità proprio quando la brama di vivere della vera autrice della saga di "Claudine" (firmata dal coniuge sfruttatore e diventata a causa delle sue tirature persino un brand commerciale) si abbandona alle gioie lesbiche e raggiunge l'acme del successo artistico e mondano. Il ritratto resta dunque soltanto abbozzato, la figura di Colette ancora avvolta in una nube insondabile ci restituisce un'opera che si qualifica più come l'ennesima apologia della rivalsa femminile che come reale contributo per la decifrazione del personaggio.
Consigliato: Agli amanti del genere (biografico) non tanto (forse di quello storico), forse neanche ai fan della scrittrice, ma a tutti gli altri proprio no.
Voto: 5
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211 - Rapina in corso (Azione, Usa 2018)
Tema e genere: Action ispirato a una storia vera accaduta nel 1997 (la presa della Bank of America North Hollywood) che cambiò per sempre la modalità di agire delle forze di polizia.
Trama: Ai poliziotti Mike Chandler e Steve MacAvoy viene affidato il quindicenne Kenny, punito con una giornata in polizia dopo una rissa. Il destino li farà convergere con una rapina in banca.
Recensione: Le premesse per un bel film d'azione c'erano tutte: rapina in banca, ostaggi, criminali armati fino ai denti, inevitabili sparatorie, ma poi qualcosa è andato storto: a cominciare dal trailer italiano che parlava di un negoziatore che invece non c'è mai stato, a partire dalla scarsa recitazione degli attori in cui si salva solo Nicolas Cage per il rotto della cuffia, per finire con gli scontati cliché del cinema (es. poliziotto quasi in pensione che rischia la vita) e i dialoghi banali e superficiali. Si aggiunge un prologo troppo lungo e fuori luogo (tanto che all'inizio ho pensato di aver sbagliato film), tanti inutili retroscena buttati lì e poi non sviluppati (come la storia dell'anniversario di matrimonio del direttore della banca), l'insignificante partner, nonché genero, di Cage che appena viene colpito a una gamba continua a ripetere "sto per morire, ora muoio me lo sento" dimostrando meno coraggio e forza d'animo del ragazzino che era con loro. Anche la trama di base aveva un non so che di poco realistico: criminali ex-forze speciali ricercati dall'Interpol, con un armamentario da far invidia a un esercito, esplosioni di C4 su innocenti come diversivo, piani di riserva e altro ancora, il tutto per rubare 1 misero milione di dollari (che non bastava neanche per ripagare granate, proiettili ed esplosivi) da una banca del Massachusetts, neanche fosse Fort Knox. Quest'ultimi più volte decantati come abili strateghi, in grado di sovvertire qualsiasi attacco in via di fuga, decidono poi di uscire dalla banca uno alla volta, dalla porta principale, davanti a un esercito di poliziotti armati di fucili...decisamente qualcosa non ha funzionato. Unica nota positiva, a mio avviso, la freddezza e l'assoluta assenza di coscienza del capo dei rapinatori, che lo rendono un cattivo coi fiocchi, che quando dice "zitto o ti sparo" poi ti ammazza per davvero, senza girarci troppo intorno come spesso succede nei film.
RegiaYork Alec Shackleton prende argomenti molto attuali e critici e soprattutto intrinsecamente legati all'ossessione tutta a stelle e strisce per la guerra corporativa che sulla carta sarebbero anche interessanti, ma che le sue mani riescono a trattare solo con una banalità disarmante, diluiti da sotto-trame incongruenti in cui le persone di colore scoprono che, ehi, i poliziotti non sono tutti fascisti/razzisti/paranoici. Quando un regista ha così poco da dire (anche se questo è il suo debutto), e inoltre quel poco lo dice sussurrando (come se avesse paura delle implicazioni anti-autoritarie della sua narrazione) finisce per forza di cose col dilapidare le basi stesse della sua opera: se il primo a non credere in ciò che il film mostra è il film stesso, c'è qualcosa che non va. E non serve essere dei grossi esperti di cinema per intuirlo.
Sceneggiatura/Aspetto tecnico: Un'accozzaglia di luoghi comuni e di cliché. L'incipit, interminabile, è del tutto irrilevante rispetto al resto della storia ed ha solo il compito di includere nella vicenda un personaggio femminile agente dell'Interpol che risulterà del tutto inutile per lo sviluppo della storia. La struttura narrativa è blanda, noiosa e non è nemmeno supportata da un impianto cinematografico di rispetto: quest'ultimo si rivela infatti piatto e poco incisivo anche nelle scene di maggior azione.
Cast: Il film vede la presenza di un veterano del grande schermo come Nicolas Cage che veste i panni dell'anziano poliziotto con mestiere, pur senza impegnarsi molto, giganteggia rispetto al resto del cast. Ormai Cage, anche per problemi economici, si è specializzato nel partecipare a questi film di seconda fascia (ne gira anche quattro all'anno...), ed è un peccato perché potrebbe regalare al cinema ancora qualcosa di meglio come visto in Mom and Dad e soprattutto in Joe.
Commento Finale: L'aspetto interessante del film di York Alec Shackleton è che il racconto sarebbe dovuto essere ispirato a dei tragici fatti di cronaca occorsi nel 1997, peccato che non ci sia la minima ombra di un tentativo di ricostruzione storica. E così ci ritroviamo di fronte ad uno dei tanti action polizieschi di cui è piena la storia cinematografica di Hollywood, di quelli però fatti male. Anche se l'adrenalina non manca, il grande fallimento sta nella parte fondamentale di un film di questo genere: l'azione. Oltre ai vari cliché più che abusati, ci ritroviamo di fronte alle classiche sparatorie in cui nessuno ha mai un vero bisogno di cambiare il caricatore e la pistola del protagonista è più micidiale dei mitragliatori dei mercenari super addestrati. Come se non bastasse, al termine della proiezione ci troviamo sconcertati dall'indecente numero di scene inutili, che nulla aggiungono alla trama e falliscono nel tentativo di dare un tocco drammatico all'opera. Un vero peccato ricevere tanta delusione, un peccato che Nicolas Cage si ritrovi a recitare in un action noioso e privo di qualsiasi colpo di scena, mal realizzato e confusionario sotto ogni aspetto.
Consigliato: Assolutamente da evitare e nemmeno consigliato per chi vuol godersi un po' di cinema tutto action movie davanti ad una birra ed una pizza. Qui solo noia e tristezza nel vedere un'opera di cui avremmo fatto tutti volentieri a meno.
Voto: 3
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Il Segreto (Dramma, Usa 2016)
Tema e genere: Adattamento cinematografico de Il segreto (The Secret Scripture) di Sebastian Barry, il racconto di una vita tormentata.
Trama: Un'anziana donna internata da 40 anni in un manicomio, un'accusa di un terribile omicidio, un marito scomparso, un oscuro segreto. E un medico che dopo tanto tempo cerca di vederci chiaro.
Recensione: Tratto dal romanzo omonimo, questo dramma romantico alterna due piani di racconto: ai giorni nostri un'anziana donna che non ci sta più con la testa e che ha vaghi ricordi del passato (ma che ha tenuto pezzi di diario tra le pagine di una Bibbia), ai tempi della seconda guerra mondiale una giovane ragazza che riceve troppe attenzioni e che si ritroverà coinvolta in un infanticidio. Rinchiusa in manicomio passerà la vita ad interrogarsi, fin quando un dottore si appassiona al caso e scopre man mano risvolti inediti, che porteranno ovviamente alla verità. Jim Sheridan, che fu grande con i suoi primi film (in un decennio scarso, dal 1989 al 1997, inanellò Il mio piede sinistro, Il campo, Nel nome del padre e The Boxer), non ha avuto poi una carriera all'altezza di quegli inizi folgoranti, molto centrati sulla sua Irlanda e sui conflitti che hanno insanguinata il nord del paese. Qui aveva un ottimo cast, con la grande Vanessa Redgrave a interpretare Rose da anziana e Rooney Mara da giovane (ma c'è qui è un primo scivolone: le due attrici sono diversissime sotto tutti i punti di vista, dall'altezza ai lineamenti alla grinta) e un misurato Eric Bana nei panni del dottore che cerca di studiare il caso della donna, ed anche un altrettanto calibrato Jack Reynor in quelli dell'aviatore che Rose sposerà, ma la storia, che pure avrebbe elementi di "mistery" interessante (anche per una fotografia che rende cupi anche i bei paesaggi irlandesi e ambigui i ricordi dei flashback, tanto da chiedersi sempre se sono fatti realmente avvenuti), prende presto la via della solita tirata anticattolica, con suore-infermiere bigotte e aguzzine e un prete laido e ambiguo, giovane e col portamento da attore hollywoodiano, che prima insidia la ragazza, poi fa rissa con chi le si avvicina, infine la rovinerà quando viene respinto definitivamente (farà mettere e referto dell'ospedale la tendenza alla "ninfomania" della ragazza). Il tutto con una storia non solo manichea (con personaggi risibili, come il capo dei fanatici cattolici che la perseguitano) come spesso avviene in questo genere di film, ma povera dal punto di vista narrativo (quante scene frettolose), della caratterizzazione dei personaggi, della qualità dei dialoghi, e molto pasticciata nei suoi accadimenti, da melodramma di quart'ordine. Nell'ultima parte tutto diventa ancora più confuso, e anche noioso. Ma, colpa grave per un thriller "esistenziale", la soluzione si intuisce ben prima che la matassa si dipani, e non è mai un bel segno. Mai però come il finale, che dovrebbe costituire il culmine emotivo e si spegne invece malamente, con un segreto (che tutti hanno, appunto, già capito da un po') svelato da un biglietto in una scatola aperta tardivamente, che liquida in poche parole una verità sconvolgente, con il risultato di suscitare irritato sarcasmo al posto della commozione prevista. Verrebbe da pensare che Jim Sheridan (peraltro entrato in corsa sul progetto, in cui anche molti degli attori non era originariamente quelli previsti) sia solo l'omonimo di quel regista apprezzato un tempo, o comunque da rimpiangerne il prematuro declino.
Regia/Sceneggiatura/Aspetto tecnico: Dal punto di vista formale Il segreto mostra una sfavillante eleganza e una buona regia che non sono però supportate da una sceneggiatura che mostra troppi lati deboli: anzitutto lentamente, ma inesorabilmente, la storia scivola nel facile melodramma, lasciando troppo in superficie ad esempio l'aspetto sociale e religioso dell'epoca che non riesce ad andare oltre alla semplice contrapposizione tra cattolici e protestanti. Inoltre il personaggio di Padre Gaunt, fulcro oscuro di buona parte della storia, è troppo caratterizzato nella sua meschinità personale alimentata dalla gelosia e dall'ossessione per Rose, risultando alla fine un poco credibile deus ex machina in favore di un ruolo da villain che ne sminuisce la figura nel contesto della storia.
Cast: Rooney Mara è bella, gracile e determinata, piuttosto adatta per quel ruolo di ragazza emancipata o presunta tale. La affiancano la sempre ottima Vanessa Redgrave, stessi ruolo di protagonista traslato quarant'anni dopo, mentre tra gli uomini Eric Bana e Theo James si contendono il ruolo di maschio più affascinante, e nient'altro. Tutti gli altri invece solo da contorno.
Commento Finale: La pellicola di Jim Sheridan, che ricorda per tematiche e lo stile, Philomena, che rimanda malauguratamente a soap opere contemporanee, cerca a tutti i costi di commuovere lo spettatore con l'uso estremo della musica per tentare di creare quell'empatia tra spettatore e i personaggi che qui, proprio perché imposta, tarda ad arrivare. La regia come la fotografia (seppur formalmente riuscita) è priva di guizzi artistici, mentre il cast fa quello che può. Nell'insieme The Secret Scripture non è un film memorabile e non convince a pieno sia per le scelte stilistiche sia per la debolezza della sceneggiatura (il twist narrativo finale è una scorciatoia di trama esagerata) nonostante ciò, questa è una di quelle pellicole di genere romantico/drammatico che ha una sua fetta di pubblico. Al di là dei suoi difetti, la storia di Rose commuove e allo stesso tempo indigna per la profonda ingiustizia, grazie soprattutto alle interpretazioni di Rooney Mara e Vanessa Redgrave. Sono loro infatti, insieme all'eleganza e qualche altro piccolo pregio, a salvare il film dal naufragio.
Consigliato: Sì, ma solo agli amanti (pubblico soprattutto femminile) del genere.
Voto: 5
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Ecco infine i film scartati ed evitati:
A casa nostra Politica e dramma sociale, no grazie.
La scuola serale Adoro Kevin Hart, ma questa volta non c'è una trama interessante a supporto.
Pupazzi senza gloria Ne hanno parlato tutti male (critici soprattutto), perciò che senso avrebbe provarci?
Un nemico che ti vuole bene Sprazzi di black humour, che in Italia funziona pochissimo, sarà anche questo il caso?
Amore in alto mare C'è Priyanka Chopra ok, ma questo è Bollywood e il film dura 170 minuti.
Anacleto: agente segreto L'ennesima parodia, solo che abbastanza sconosciuto il cast e brutto è il nome.
Il mistero di Aylwood House Non bastasse l'impianto televisivo (distribuito dalla Lifetime), ha un non so che di strambo e già visto, passo.
Amori che non sanno stare al mondo L'amore in età adulta, dai 50, e basta con la banalità su.
Rex - Un cucciolo a palazzo Sono troppo "vecchio" per certi film d'animazione sciocchi.
Nessuno come noi Cambia l'età, ma è sempre la stessa banalità delle commedie romantiche.
Lavalantula Gna faccio, o almeno non più per adesso, e poi i ragni me fanno schifo.
Se mi lasci non vale Non sopporto più neanche Vincenzo Salemme, è grave?

6 commenti:

  1. Non li ho visti e, a quanto pare, è stato meglio così.
    Mi dispiace per Nicolas Cage, di cui ignoravo i problemi economici.
    Effettivamente, però, è da parecchio che non lo vedo impegnato in un film degno di nota.

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    1. Non è colpa sua, è degli agenti e dei produttori che gli fanno fare film così, peccato perché maluccio non è, ma il cinema è questo.

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  2. Addio fottuti musi verdi mi ha fregato anche due ore di preziosissima vita alla Festa del Cinema di Roma... mentre per Pupazzi senza gloria ci vorrebbe del glorioso napalm...

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    1. In entrambi i casi non controbatto, hai fottutamente ragione..

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  3. Ahahah hai massacrato il film degli youtuber The Jackal! Anche se so già che concorderò con te al 100%, una possibilità prima o poi gliela voglio dare 😆

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