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lunedì 13 novembre 2023

[Cinema] Speciale Horror Vintage

Titolo trovato, ma in realtà non sapevo come intitolare quest'ultimo speciale cinematografico dell'anno (l'appuntamento è quindi al 2024 per altri speciali), il rischio è sempre quello di far confusione o di replicare alcuni precedentemente già fatti, anche se, visto i titoli, facile era la soluzione. E infatti, come genere erano tutti Horror (seppur con diverse variazioni di tema), come caratteristiche tutti usciti tra il 1978 e il 1990 (perciò Vintage di natura ormai), cosicché l'ho nominato nel modo più semplice possibile, ovvero ed appunto, Horror Vintage. Speciale di Cinema che consiste in sei film che volevo da tempo recuperare (dopo avendoli perlopiù conosciuti tramite amici blogger) e che ora finalmente sono riuscito a vedere. Non è stato facile in verità, dato che solo Society era disponibile, al momento delle visioni, su piattaforma legale (trattasi però non di una delle più conosciute, è visibile infatti su Pluto Tv, sia in App che su Web), ma alla fine ci son riuscito, e son contento, nonostante tutto (compresi difetti, pregi e problemi vari), di averli visti questi sei (nel complesso) geniali, fantasiosi ed irriverenti film.

Patrick (Horror/Sci-fi 1978) - Lungi dall'essere un capolavoro, questo film su una trama semplicissima crea quasi due ore di tensione pressoché costante, imperniata sui poteri psichici del ragazzo immobile a letto con gli occhi sbarrati (su cui la macchina da presa indugia spesso e volentieri, fino all'inquietante fermo immagine finale). Un film che, pur con tutti i suoi limiti (su tutti il budget non eccelso) funziona bene ugualmente: verosimile pur nell'assurdità dei suoi presupposti, sobrio nella regia (Richard Franklin dimostra di essere a suo agio col genere), interessante e non scontato nei suoi sviluppi e nel tratteggio dei suoi personaggi. Se non si dà troppa importanza ad alcune esagerazioni ed a qualche momento morto, questa pellicola può infatti dare soddisfazione, con discreti dialoghi, qualche episodio inquietante, un paio di buone caratterizzazioni e lo stesso Patrick (vale la visione anche solo per la sua faccia). Trattasi comunque di un B-Movie, più thriller che horror (vista l'assenza di sangue), abbastanza trascurabile, che sente leggermente il peso degli anni, e da vedersi solo per curiosità. Voto: 6

Killer Klowns from Outer Space (Sci-fi/Horror 1988) - B-Movie citazionista a metà strada fra horror e comico, con clown alieni che seminano il panico con i loro scherzi letali. Meno ingenuo di quanto possa sembrare, denota una certa inventiva mista a una buona dose di crudeltà: all'inizio i pagliacci paiono risibili nel loro modo d'agire, ma alle risate si intervallano presto sequenze inquietanti. Le trovate non mancano, anche se nella seconda parte il ritmo cala. Palloncini segugio, popcorn mutanti e ombre cinesi carnivore: i Fratelli Chiodo (in pratica al loro unico lungometraggio ed è un peccato...) portano la fantasia al potere e tra citazioni erudite e situazioni campy partoriscono un filmino di quelli traballanti ma ruspanti, zeppo di trovate bambinesche di sicura presa, con uno stuolo di attori qui meno espressivi dei killer klowns stessi (escludendo il fu grande John Vernon) e una canzoncina rock dei Dickies che frulla in testa per giorni. La fotografia ricca di colore esalta le ambientazioni fantascientifiche dell'astronave. Sarà anche una sciocchezza (trash è trash), ma mette un buonumore smisurato. Voto: 6+

sabato 20 novembre 2021

I film del periodo (8-19 Novembre 2021)

Giuro, questo sarà l'ultimo speciale cinematografico periodico dell'anno (dopotutto non c'è più tempo ormai) e forse di sempre (dopotutto se tutto andrà come previsione, dall'anno prossimo un solo post mensile per raggruppare le mie visioni, difficile diventerà farlo). Uno speciale ancora una volta, per la seconda volta in questo 2021, di marca Netflix. Uno speciale doppiamente speciale, perché tutti questi film sono stati candidati agli ultimi Premi Oscar, e in quasi tutte le categorie, alcuni peraltro sono riusciti a vincerla quella benedetta statuetta. In questo senso è stata una coincidenza che tutti, proprio tutti e 12, provenissero dalla piattaforma streaming (a detta di molti) numero uno. Avevo infatti intenzione di recuperare altri film, molto meno recenti di questi, ma neanche a farlo apposta, 12 i film (anch'essi comunque, e tutti, in lista di visione) di produzione (e/o distribuzione) Netflix che hanno ricevuto quest'anno la, o le nomination, quindi non potevo fare altro che "soccombere" alla situazione, che comunque si è rilevata abbastanza soddisfacente, più o meno, perché tutto, e decisamente, non mi è piaciuto.

La vita davanti a sé (Dramma 2020) - Una Sophia Loren convincente a più di 80 anni è la nota più lieta di questo film, un film, remake del film del 1977 "La Vita davanti a sè" (che a suo tempo vinse l'Oscar come miglior film straniero) tratto dall'omonimo romanzo francese "La Vie devant soi", che viene leggermente soffocato da una sceneggiatura un po' scontata in cui a tratti prevalgono noia e lentezza. Una sceneggiatura a cui manca quel guizzo che ci faccia entrare davvero nel dramma e nei suoi personaggi, una sceneggiatura che non possiede lo spessore necessario per donare carattere alla pellicola che, tolta l'interpretazione dei due protagonisti (e il conseguente rapporto intenso tuttavia riduttivo tra i due), non sembra possedere altre doti degne di nota. Il regista Edoardo Ponti (figlio della grande attrice) non riesce inoltre a creare la giusta atmosfera. Il film in effetti è un festival di banalità e già visto con il tentativo di redenzione di un giovane disadattato (senegalese) che viene allevato da una prostituta (ebrea) in pensione. Il film purtroppo mette sul tavolo tante (troppe, ci sta in mezzo di tutto) tematiche (la storia nel suo tentativo di essere multiculturale ed inclusiva, alla fine è un po' troppo sbrigativa e superficiale), ma poi punta principalmente sul sentimento, diventando un filmetto light di cui perfetta è la dimensione da piattaforma streaming, ossia Netflix (non a caso sa un po' di televisivo in alcuni passaggi). La canzone della Pausini (che non meritava la candidatura figuriamoci la vittoria dell'Oscar) ha sì un bel messaggio (nella sua ruffianeria), ma arriva inutilmente alla fine, quando ormai irricevibile è alle orecchie dello spettatore, nei migliori dei casi già addormentato. Non male, ma parecchio deludente. Voto: 5,5
 
Il processo ai Chicago 7 (Storico/Dramma 2020) - Aaron Sorkin (affermato sceneggiatore già vincitore di un Oscar e candidato con quest'ultimo film agli ultimi Premi) dirige (il suo secondo dopo Molly's Game) una pellicola sul processo che si svolse a Chicago dopo le contestazioni alla convention democratica del 1968. Un'opera al tempo stesso informativa (di un fatto poco noto ai più) e avvincente (basata su tempi e dialoghi serrati), e che si avvale di una sceneggiatura molto ben scritta (ovviamente dello stesso regista) e di un'ottima ricostruzione ambientale, con sequenze coinvolgenti (la ricostruzione degli scontri tra manifestanti e polizia), nonché di una prova eccellente di un cast corale nel quale si segnalano i calzanti Frank Langella e Mark Rylance, ma soprattutto un efficacissimo Sacha Baron Cohen (che con la sua vena ironica ma profonda riesce a far ridere ma allo stesso tempo riesce a fare strenua opposizione pacifica), quest'ultimo non a caso, come il lato puramente tecnico (montaggio e fotografia), ha ricevuto una candidatura agli ultimi Oscar, ma a fronte delle 6 complessive (comprese quella per il miglior film, che sicuramente ci stava, e migliore canzone, sinceramente niente di eccezionale) nessuna statuetta vinta (un po' dispiace). A proposito degli Oscar 2021, paradossale notare che uno dei personaggi in scena è proprio Fred Hampton, il leader delle "Black Panther" co-protagonista in Judas and the Black Messiah (interpretato da Daniel Kaluuya), che in questo The Trial of the Chicago 7 (è il turno di Kelvin Harrison Jr.) deve invece accomodarsi una fila dietro, anche se il suo ruolo non rimane certo secondario. In un film di denuncia perfetto per ricordarci che a volte la manipolazione della realtà è più subdola di quanto immaginiamo. Nulla di originale sia chiaro, ma gli americani son maestri nel girare questo tipo di pellicole. E così le due ore abbondanti di durata scorrono via veloci, coinvolgenti e divertenti senza che ci sia un solo attimo, ma davvero nemmeno uno, di pausa. Forse prevedibile (quando il processo ha una chiara matrice politica è ben chiaro come andrà a finire) e classico, ma gran bel film, peccato anche per le scivolate nella retorica che potevano essere risparmiate. Voto: 7+

giovedì 25 luglio 2019

Catch-22 (Miniserie)

Tema e genere: Miniserie dalla vena ironica per raccontare il crudele paradosso della guerra, qualsiasi guerra. 
Trama: Catch-22, uno dei classici satirici della letteratura americana del XX secolo, è incentrato sulle (dis)avventure del giovane capitano John Yossarian, che non vorrebbe combattere i nemici, ma è costretto a farlo. YoYo, come lo chiamano gli amici e i commilitoni, è un anti-eroe ribelle e iconico, che si sforza di mantenere il suo equilibrio mentale, lottando contro il sistema militare. Ma il suo disagio interiore valica la vita nel campo di addestramento sotto l'ambizioso Tenente Scheisskopf e poi sul fronte italiano ai comandi del Colonnello Catchcart e del Maggiore de Coverley. La battaglia di John, in realtà, non è contro i nemici, né contro l'esercito, né contro la guerra: YoYo combatte il sistema, una macchina fangosa, burocratica, paradossale e corrotta.
Recensione: Basato sull'omonimo romanzo antimilitarista di Joseph Heller (classico della letteratura americana del XX secolo e vero e proprio romanzo di formazione per intere generazioni) Catch-22 (andata in onda su Sky Atlantic) segna il ritorno sul piccolo schermo di George Clooney a vent'anni dall'uscita dal cast di E.R. L'attore, oltre che produttore e regista di due dei sei episodi che compongono la miniserie, si è infatti ritagliato per sé il ruolo di uno dei personaggi più grotteschi e, in tal senso, paradigmatici di questa duro apologo contro la guerra (questo studio sul rapporto tra l'America e i concetti di "guerra" e di "difesa della nazione", che arriva dopo l'analisi sui rinati suprematismi in Suburbicon): l'ambizioso e sadico tenente Scheisskopf, letteralmente, "testa di cazzo" in tedesco. Al centro della storia ci sono le avventure di uno squadrone di giovani aviatori dell'esercito americano di stanza in Italia (che fa benissimo da sfondo), in un mondo segnato dal secondo conflitto mondiale e dagli abusi di potere. Tra di loro c'è il Capitano John Yossarian, detto YoYo, (Christopher Abbott), un bombardiere che, per evitare la guerra, sceglie di arruolarsi in aviazione sperando che il conflitto duri meno del suo addestramento. Si trova invece, suo malgrado, nel mezzo dello scacchiere europeo, con il solo obiettivo di tornare a casa il prima possibile e il limite massimo di missioni sostenibili da un soldato prima di essere congedato, che continua ad aumentare ogni volta che YoYo pensa di essere ormai prossimo a tornare a casa. Per essere esentato dalle missioni di volo, Yossarian arriva addirittura a dichiararsi pazzo, finendo per incappare nel Comma-22, che stabilisce che chi è pazzo può chiedere di essere esonerato ma, nel momento stesso in cui lo richiede, dimostra di non essere veramente pazzo. Perché solo un pazzo potrebbe voler continuare a volare in quelle missioni. Il paradosso di questo cavillo (che non sarà l'unico dei paradossi che saranno sciorinati lungo le sei puntate volti a simboleggiare l'assurdità della guerra, qualunque essa sia, in qualunque tempo essa avvenga, qualunque popolo, nazione, stato essa coinvolga) che impedisce di fatto a chiunque di sfuggire alla follia del conflitto diventa la chiave di lettura di una storia (già paradossale di suo) che affronta la guerra soffermandosi spesso sui suoi lati più ironici e contraddittori. Ma soffermandosi anche sulle assurde idiosincrasie della guerra. La follia dilagante durante i conflitti, l'assurdità delle (non) logiche che animano gli esseri umani in condizioni precarie dove perfino la sopravvivenza è messa a repentaglio, ma soprattutto le imprevedibili reazioni di quest'ultimi a impulsi come potere, desiderio, morte: sono questi i temi portanti della miniserie, stemperati da un graffiante senso dell'umorismo surreale che tanto ricorda da vicino quello dei fratelli Coen, dei quali Clooney è stato spesso attore "feticcio". La particolarità di Catch-22 risiede soprattutto nel taglio della serie: nessun giudizio morale accompagna i personaggi, sono le loro azioni e le scelte che compiono (o che scelgono di non compiere) ad identificarli, a mostrare la loro vera natura agli occhi degli spettatori, portatori sani di una scomoda verità che possono focalizzare con critica lucidità grazie alla "distanza di sicurezza". Le risate che generano le situazioni mostrate sullo schermo possono ingannare, perché come diceva Freud: "Con una risata si può dire tutto, perfino la verità". Guardando Catch-22 non si può non pensare alla presidenza Trump, ai problemi del possedere armi negli Stati Uniti oggi, questo la rende una storia attuale e senza tempo allo stesso modo. Si riflette, ci si addolora coi personaggi, soprattutto coi sottoposti e il loro non vedere una via d'uscita dalla Guerra, che gli è stata imposta e non hanno scelto, ma senza mai smettere di sorridere (amaramente). Una chiave di lettura non nuova ma certamente fresca nel panorama generale e che deve sicuramente molto a quella sadica ironia e crudeltà di opere come Full Metal Jacket, dove temi come follia e guerra si intrecciavano inesorabilmente.

giovedì 2 maggio 2019

Suburbicon (2017)

L'America e le sue contraddizioni (di ieri e di oggi) sono al centro dell'ultima fatica di George Clooney. Regista di un prodotto interessante e ben strutturato, capace di attirare l'attenzione grazie ad una regia brillante (e non solo). Un film, Suburbicon, film del 2017 diretto dall'attore Premio Oscar, difficile da poter inquadrare in un genere ben definito (diffidate da coloro i quali lo presentano come una commedia), risultato di una commistione di stili ed eventi volti, sì ad intrattenere, ma principalmente a denunciare e far riflettere. Il che non sarebbe un problema se non fosse che il messaggio finale del film, non che sia poco interessante o trito il tema trattato (il problema dell'odio razziale è oramai, quasi, una costante della produzione cinematografia hollywoodiana), ma sembra come se l'intera proiezione sia volta unicamente all'analisi di tale "denuncia" (che arriva dopo 104 minuti di una trama lineare e, sostanzialmente semplice, con incastri facili da comprendere e che impediscono di identificare il tutto come un vero e proprio giallo, ma che si trascina con una calma apparente, al messaggio finale di denuncia), senza dare particolare risalto a tutte le sequenze intermedie, utili solo ad arrivare alla risoluzione finale. La mano dei Coen si percepisce come fonte ispiratrice del progetto, sono loro infatti gli sceneggiatori della pellicola, ma manca nella sostanza di una trama che di originale ha davvero poco, a partire appunto dal messaggio moralistico che pervade il film, ma anche dalla classicità dello script dei fratelli. Con l'unico guizzo dell'amicizia silenziosa, fatta di gesti, dei due bambini in teoria su fronti opposti. Suburbicon propone difatti una critica all'ipocrisia generalizzata della società americana degli anni '50 (e non solo) che tende a celare pulsioni violente e oscure, e in cui la speranza di un mondo finalmente tollerante è affidata ai gesti di un bambino. Un bambino che vive in una strana cittadina americana costruita interamente a tavolino, a misura di una perfetta famiglia bianca americana.

mercoledì 31 gennaio 2018

Gli altri film del mese (Gennaio 2018)

Come anticipato giorni fa, ecco nuovamente tornare una rubrica accantonata e ora di nuovo operativa, poiché per diversificare un po' alternando post di diverso genere, era necessario che la suddetta tornasse, dopotutto la mole di film non è diminuita e certamente non diminuirà. Anche perché in questo mese di Gennaio, e nonostante sia passata una sola settimana da un post simile, ho visto tanti film. Ma prima di leggere ciò, un piccolo riassunto di due documentari di stampo prettamente televisivo che altresì ho visto. Il primo è Agnelli, il buon e interessante biopic della HBO, andato in onda su Sky Atlantic a 15 anni dalla sua scomparsa, dedicato appunto alla storia di una figura mitica, che ha segnato la storia d'Italia, Gianni Agnelli (noto a tutti come l'Avvocato). La sua storia infatti, (di cui molto già sapevo grazie al bellissimo documentario Bianconeri Juventus Story: Il film) intrecciandosi con quella economica e politica del nostro Paese, ha segnato, come la sua dinastia, un'epoca. Un'epoca che tra successi e drammi familiari, ha fatto di lui un'icona. E il film appunto, presentato anche alla 74a Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia, attraverso un ricco susseguirsi di immagini anche d'archivio e testimonianze di famigliari, amici, professionisti, collaboratori e rivali, ci rivela il suo ritratto tra pubblico e privato. Un ritratto storicamente interessante che senza troppa retorica si vede con piacere. Al contrario un po' indigesto è stato il docu-film del 2016 Ibrahimović: Diventare leggenda. Nel film infatti, si parla poco di campo, ma si preferisce più il lato umano che, seppur interessante alla lunga stanca. Anche perché il film si concentra su pochi momenti importanti della carriera di un campione, tra i più forti di sempre, che però da giovane aveva un carattere indomito. Difatti questo film documentario ripercorre la carriera del calciatore attualmente del Manchester United, "solo" dal suo debutto nel 1999 nel MALMO FF, passando per l'approdo nel calcio europeo con l'Ajax e l'incontro con il potentissimo manager Mino Raiola, fino allo sbarco in Italia nella Juventus (e stop). Nel mentre, interviste, video amatoriali e d'archivio davvero incredibili in cui Zlatan sviscera il suo passato di sacrifici e mancanze (ostacoli, solitudine e invidie), ma che però, dato il continuo utilizzo di sottotitoli, non coinvolge e non emoziona a sufficienza. Tuttavia non male perché abbastanza innocuo e minimamente gradevole a vedersi.

lunedì 3 aprile 2017

Money Monster: L'altra faccia del denaro (2016)

Mi aspettavo un film giocato tutto sul sarcasmo e sulla satira di un mondo, quello della televisione che vende soldi e paura, insomma un déjà-vu qualche volta anche un po' retorico e ripetitivo. Invece mi sono trovato, paradossalmente dopo un inizio di quel tipo, piacevolmente colpito da un film, Money Monster: L'altra faccia del denaro (Money Monster), film del 2016 diretto da Jodie Foster, che molto presto ha virato verso il thriller in modo serio, forse perfino importante e certamente teso e coinvolgente. Da quel momento in poi infatti la tensione è andata crescendo ed il film non ha più avuto tregua fino alla fine, in verità unico momento un po' scontato. Money Monster difatti è un film ben confezionato, di maniera e del tutto prevedibile inizialmente, poiché sembra di vederci almeno un centinaio di film americani degli ultimi quarant'anni, da Tre giorni del condor di Sidney Pollack del 1975 e Quinto potere di Sidney Lumet del 1976, passando attraverso tutti quelli che trattano di un sequestro, come Inside man di Spike Lee del 2006, e si svolgono attorno alla figura del mediatore, fino ai più recenti che trattano di finanza e delle sue truffe, come La grande scommessa di Adam McKay del 2015. La soluzione insolita per un thriller (questo, diverso da tanti altri perché in effetti meno scontato del previsto nonostante tutto), invece, è nell'uso del tempo reale, la vicenda si svolge esattamente in un'ora e quaranta come per sottolineare il tempo della diretta TV.

martedì 10 maggio 2016

Tomorrowland & Vice (2015)

Tomorrowland: Il mondo di domani (Tomorrowland) è un film d'avventura fantascientifico del 2015 della Disney, scritto, diretto e prodotto da Brad Bird (Gli incredibili e Ratatouille), con protagonisti Britt Robertson (vista giorni fa in La risposta è nelle stelle qui) e George Clooney (che non ha bisogno di presentazioni). Il film racconta la storia di Frank, un ex enfant prodige ormai disilluso, e Casey (figlia di un ingegnere aerospaziale), un'adolescente ottimista e intelligente che trabocca di curiosità scientifica. La ragazza sogna un futuro di speranza e di avventura, ma dopo l'ennesimo blitz nella fabbrica del padre per impedire che venga dismessa, Casey finisce in gattabuia. Ma tra gli effetti personali trova una spilla misteriosa che, al solo tocco, la trasporta in un mondo collocato in uno spaziotempo imprecisato, Tomorrowland. Per 'colpa' e grazie all'aiuto di una misteriosa ragazzina, i due, legati da un destino comune, intraprendono così una pericolosa missione insieme, per svelare i segreti di una misteriosa ed enigmatica dimensione spazio-temporale (che esiste nella loro collettiva memoria) nota appunto come "Il mondo di domani". Le loro imprese cambieranno sia il mondo che la propria vita, per sempre. Tomorrowland è un film di quelli che lasciano un attimo perplessi anche se in parte riesce a coinvolgere. Certamente però non lo si può collocare come film di pura fantascienza, ma certo al confine di questa con il fantasy. Certe scene sono un po' troppo inverosimili anche per la fantascienza, per cui sfociano nel fantasy di conseguenza. Una parte su tutte: la torre Eiffel che ha una stanza con un mini museo delle cere di cui nessuno ha mai scoperto l'esistenza, un meccanismo di apertura della torre stessa che nessuno aveva mai notato, un'astronave stile Verne che viaggia nell'iperspazio con un vetro semi rotto ecc. Tutto questo comunque ci può stare, vista anche la casa di produzione che propone il film. Una volta accettato il fatto che non sia fantascienza e basta, lo si può fare già durante il film, tutto diventa più verosimile. Acquista così un senso nella sua gestione dei tempi, nelle animate dinamiche action da cartoon. Gente che cade-vola-rimbalza e non solo, risultano divertenti diverse sequenze, a partire da quella che vede il bimbo-Clooney mentre testa il suo Jet pack, così come creano la giusta dose di attrazione la gadgettistica e la costruzione scenografica dell'immaginario di questa dimensione parallela ove sono raccolte le menti più ingegnose della specie. Poi, chiaro, gli effetti speciali, la CGI, e i soliti cliché conducono l'opera sui binari prevedibili che un prodotto del genere impone.

lunedì 22 febbraio 2016

Gravity (2013) & Fast & Furious 7 (2015)

Gravity (2013), andato in onda 2 settimane fa da Mediaset (e finalmente direi), è stato il primo film di fantascienza ad essere premiato con l'Oscar per la miglior regia (corredata da altri sei, alcuni veramente meritati). A 600 km dalla Terra, durante una missione spaziale, gli astronauti Ryan Stone (Sandra Bullock) un brillante ingegnere medico alla sua prima missione e il veterano Matt Kowalsky (un logorroico, al limite del sopportabile, George Clooney), al comando della sua ultima spedizione prima di ritirarsi in pensione, lavorano ad alcune riparazioni di una stazione orbitante, quando un'imprevedibile catena di eventi gli scaraventa contro una tempesta di detriti, il terzo membro e gli altri membri dell'equipaggio muoiono. Da soli nello spazio, Ryan e Matt perdono ogni contatto con la Terra e la paura si trasforma in panico quando con il poco ossigeno a loro disposizione tenteranno l'impossibile pur di ritornare a casa. L'esperto Kowalsky dovrà sacrificarsi per consentire alla donna un disperato tentativo di porsi in salvo, inizia qui una vera e propria 'odissea' per la donna che, tra mille insidie, tenterà un ritorno sul nostro pianeta. La prima impressione alla fine del film è stata: wow che spettacolo la terra da lassù, però che monotonia, meno male che non durava tanto. Eh sì perché sinceramente mi aspettavo molto, ma molto di più da un film vincitore di ben 7 Oscar, guardando bene però i premi tecnici sono alquanto giusti, poiché gli effetti speciali sono di livello e la fotografia è spettacolare con immagini veramente stupende, qualche dubbio sul sonoro e la regia, sì buona, ma statica. Una sola location, lo spazio immenso ma in verità chiuso, perché praticamente in un solo giorno e in uno spazio chiuso a zero gravità hanno costruito l'intero film. All'inizio praticamente non sappiamo niente del come, perché e quando si trovano lì nello spazio, e poi alla fine, perché e quando precipita sulla Terra e soprattutto come ha fatto? Volendo poi trovare uno schema filosofico alla pellicola, non sarei in grado, poiché in un'avventura non è importante la motivazione o il finale abbastanza prevedibile, ma il viaggio come l'attesa, e in questo film non è stato fatto secondo me un gran lavoro.