Mentirei se dicessi di aver già visto qualcosa di simile, perché certo, non è una novità assoluta fare un film di animazione nello stile del rotoscoping, ci pensò il maestro Akira Kurosawa in "Sogni" ispirato proprio alla vita di Van Gogh, parecchi anni fa, ma in Loving Vincent, film d'animazione britannico-polacco del 2017, diretto da Dorota Kobiela e Hugh Welchman, questa tecnica, questo insolito seppur non rivoluzionario stile, è applicata brillantemente (con esiti affascinanti, di certo non scontati) per narrare una storia dando realmente vita ai quadri di Van Gogh, più o meno famosi, offrendo così un grande piacere per gli occhi (e non solo, e anche a chi di arte si interessa poco come me, che tuttavia ha trovato bello ed interessante il documentario Raffaello: Il principe delle Arti), anche se dopo i primi minuti estasianti, poi, alla lunga, finito l'effetto "meraviglia", l'interesse (seppur rimanga per questo un buonissimo prodotto) scema un po', anche perché in verità l'effetto piacevole e particolare, dello schermo che si trasforma in un'immensa tela dove vigorose pennellate dalle ruggenti cromie compongono le varie scene, in cui colori e i continui tratti di pennello "vivacizzano" le immagini, essi possono a volte confondere la vista e risultare, alla lunga, stucchevoli. Tuttavia davvero incredibile e sorprendente è questo biopic anticonvenzionale, forse uno dei film più complessi della storia del cinema degli ultimi anni. Loving Vincent (l'espressione con cui Van Gogh terminava le numerose lettere all'amato Fratello Theo, lettere su cui regista e co-regista hanno preso ispirazione per il film, lettere che non a caso sono il motore della trama) è infatti stato girato con attori veri, quindi recitato, poi il montato delle riprese è stato dato ad una troupe di 125 artisti che ha dipinto a olio ognuna delle 65.000 inquadrature nello stile del pittore Vincent Van Gogh. E così ogni attore del cast, composto (tra gli altri) da Aidan Turner, Helen McCrory, Saoirse Ronan, Douglas Booth e Jerome Flynn, è divenuto un vero e proprio modello per questi artisti, costituendo di fatto la base da cui partire per dipingere, in ogni singolo fotogramma, i protagonisti della pellicola tratti dalle tele più note. Un film che per questo, sembra ed è, un'infinita quanto splendida successione di capolavori, un susseguirsi di scene e personaggi che tutti, anche i meno appassionati di storia dell'arte, non possono fare a meno di riconoscere. Dando perciò vita ad un'esperienza visiva incredibile e sorprendente.
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martedì 24 luglio 2018
mercoledì 4 ottobre 2017
Black Mirror (3a stagione)
Ho aspettato forse troppo a vedere la terza stagione di Black Mirror, la serie antologica che ho adorato nelle precedenti due incarnazioni e che Netflix ha preso in mano producendo ben sei nuovi episodi, ma l'attesa è stata ripagata. Perché la serie tv britannica sulla distopia tecnologica creata da Charlie Brooker, ha nuovamente fatto centro, inquietando, divertendo e facendo riflettere, anche meglio e più che nelle precedenti stagioni. La serie infatti ci costringe a fare i conti con la nostra realtà, un vero e proprio pugno nello stomaco che ti lascia al tappeto. Sedersi davanti ad una puntata di Black Mirror difatti, assicura allo spettatore, dalla prima ignaro e poi avvezzo, che dopo un'ora di visione, prima di alzarsi, dovrà spendere 10 minuti buoni a riprendere fiato e raccogliere l'ammasso di budella che gli si sono lentamente colate ai piedi per la tragicità degli eventi che hanno travolto i caratteri in scena. Giacché anche Black Mirror 3 si preoccupa di mostrare l'ignoranza, la pericolosità e l'importanza dell'essere umano di fronte a quelli che sono i nuovi mezzi tecnologici. Un essere umano vulnerabile, apparentemente innocente, ma che al suo interno può celare i misteri più oscuri. Dopotutto la serie non si pone mai in maniera critica nei confronti della tecnologia in sé, ma piuttosto ci mostra come un singolo individuo possa abusare di tali strumenti o trovarsi completamente soggiogato ad essi. Fin dalla sua prima puntata (e via via tutte le altre comprese queste sei) è risultato chiaro difatti come l'intento autoriale fosse quello di esplorare il rapporto tra uomo e tecnologia. Ognuna delle puntate infatti analizza e sviscera una tecnologia (in un paio di occasioni estremamente velata) che nella contemporaneità tutti possiamo concepire o, quantomeno, comprendere. Puntate, sei episodi stand-alone (tutte auto-conclusive e totalmente sconnesse tra loro come format ormai consolidato) di circa un'ora (con eccezione dell'ultimo episodio che è praticamente un film di 90 minuti) che ci raccontano appunto sei diverse vite, sei diversi mondi soggiogati dall'abuso della tecnologia. Sei episodi così incredibili, originali e spiazzanti, su ognuno dei quali, credetemi, si potrebbe parlare per decine di articoli (soprattutto uno), ma mi limiterò a dei soli giudizi tecnici e personali, anche se molto comunque c'è da dire e dirò.
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