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venerdì 3 agosto 2018

Scappa: Get Out (2017)

Il 23 gennaio, all'annuncio delle nomination degli Oscar 2018, un nome su tutti balzò all'occhio con grande sorpresa ed incredulità, era quello di Scappa: Get Out, prodotto (secondo alcuni estimatori) dal Re Mida dell'horror indipendente Jason Blum (e la sua casa di produzione Blumhouse) e scritto e diretto dall'esordiente Jordan Peele. Personalmente infatti proprio non capivo come avesse fatto questo film (un ibrido con elementi del thriller psicologico, della commedia nera, della fantascienza e dell'horror), alquanto prevedibile dal trailer e non proprio originale nella trama (appunto questo Get Out da noi tradotto semplicemente con la parola scappa, che è il percorso che dovrà fare il nostro povero sciocco e innamorato ragazzo di colore in una giornata che già sembrava andare nel verso sbagliato per lui e la sua mente) a ricevere quattro candidature, compresa quella cruciale di Miglior Film. Per questo non posso perciò non rivelare che questo lungometraggio lo aspettavo da molto tempo e con ansia, e non solo perché sono un amante del thriller che questi anni ci ha regalato delle perle di rara bellezza e tensione, come lo sono stati The Invitation del 2015 e Man in the Dark del 2016, non dimenticando It Follows, opera seconda di David Robert Mitchell, ma proprio per capire il perché di questo successo, il perché di queste candidature e il perché dei premi vinti. Non riuscivo insomma a trovare risposta, ma la risposta c'è, ed è negli scorrevolissimi cento minuti di Get Out, che dopo un primo atto di tensione e di presagi ed un secondo di pura suspense disseminata tanto di indizi validi quanto di volutamente fuorvianti, rivela con un twist ingegnoso la sua vera natura: quella di un horror cristallino, mix di terrori terreni e paranormali, ironico ma tremendamente diabolico e strettamente aderente al cinema di "mezzanotte". Un film che riesce ad intrigare e intrattenere grazie ad un ritmo straniante, a dei dialoghi arguti e intelligenti e ad un'ottima costruzione narrativa della tensione. Questo film del 2017 è infatti, dopo averlo visto, il thriller psicologico-horror (poiché pur avendo gli stilemi dell'horror e alcune scene che lo ratificano come appartenente a pieno titolo al genere, è la psicologia che regge tutto il gioco rendendo ogni scena importante e portatrice di un proprio senso esclusivo) che non ti aspetti.

martedì 5 settembre 2017

George Romero Day - Monkey Shines: Esperimento nel terrore (1988)

Ho sempre desiderato una scimmietta, tipo quella de Una Notte da Leoni, ma anche quella del film Ace Ventura con Jim Carrey oppure quella "sfortunata" nel film di Indiana Jones (se odio i datteri lo si deve soprattutto per quel motivo), certamente non quella che in Monkey Shines: Esperimento nel terrore (Monkey Shines: An Experiment in Fear), film del 1988 diretto e sceneggiato da George A. Romero, di cui questa rassegna ad opera della combriccola di blogger (di cui lista trovate a fine post) gli rende onore dopo la sua recente dipartita (avvenuta il 16 luglio scorso), a causa di un esperimento alquanto controverso ha comportamenti non totalmente consoni e distruttivi. Il film infatti, del regista ex settantenne, comunemente definito Re degli zombie, giacché i suoi film prevalentemente sui morti viventi hanno ridefinito e portato i suddetti film di genere ad un livello qualitativamente più alto, è un fanta-thriller (non certamente un horror in piena regola) sul tema della violenza indotta da una sperimentazione scientifica indifferente a limiti etici e al rispetto degli individui. Monkey Shines difatti, che non avevo in ogni caso mai visto (al contrario ovviamente dei suoi piccoli grandi e geniali capolavori) è un film completamente diverso dallo zombie-movie sofisticato a cui aveva abituato il proprio pubblico. Ma a testimoniare il suo genio, sforna ugualmente uno splendido e suggestivo thriller psicologico, seppur atipico e poco "Romeriano" vista la forte componente drammatica mentre è misera quella sociale/horror, che occhieggiando nientemeno che a La Finestra sul Cortile di Hitchcock, trascina lo spettatore rapito nei meandri allucinanti della mente umana e non solo. Giacché le cose migliori della pellicola (che in ogni caso non è stata per me facilissima da vedere) sono proprio quelle inerenti al dramma vissuto dal protagonista, costretto su una sedia a rotelle per colpa di un grave incidente. Regista (molto abile anche nel definire i caratteri dei personaggi) e attore sono infatti bravi nel rappresentare la sofferenza, la rabbia repressa e l'impotenza di chi vive una situazione simile. E ne ha da vendere Allan (Jason Beghe), da prestante e atletico ragazzone a paralitico in sedia rotelle in pochissimo tempo. In balia di una madre assillante, che mette a servizio del figlio un'infermiera, ossessiva e bisbetica (Christine Forrest), che diventa una sua fida confidente, e abbandonato dalla sensuale fidanzata (Janine Turner) sprofonda nella depressione totale.