martedì 28 novembre 2017

Boomstick Award 2017

Dopo aver ricevuto il Liebster Award per il secondo anno consecutivo, il Blogger Recognition Award quest'anno, ecco un altro graditissimo premio che i colleghi blogger conoscono bene e che aspettano con ansia di ricevere, ovvero l'ambitissimo Boomstick Award (creato da Germano del blog Book and Negative), che quest'anno per mia sorpresa ho anch'io ricevuto (e per ben quattro volte). Ricevuto dalla neo laureata Giulia de La Collezionista di Biglietti, che ringrazio davvero di cuore di ciò, tanto che probabilmente l'avrei nominata, ma poiché non sarebbe giusto, vorrei dirle solo continua così, con il blog e la tua vita, e grazie di aver pensato a me, ma anche da Alfonso Maiorino di Non c'è paragone, anch'esso avrei probabilmente nominato (tutti e 4 insomma), perché so che mi legge, anche se non commenta spesso, perché è un grande cultore di cinema e perché è un fan di Shaknado (adoro!), ricevuto poi da Lisa Costa di In Central Perk, grande appassionata di cinema e serie tv, che seguo sempre con piacere perché garbata e bravissima, ed infine da Marco de La stanza di Gordie, un ragazzo a modo sempre gentile, che con i suoi post sempre cinematograficamente interessanti si fa valere. A voi quattro grazie davvero, anche se un gigantesco ringraziamento vorrei mandare a tutti gli amici della blogosfera, perché senza di voi probabilmente, oggi non avrei raggiunto un traguardo impensabile all'inizio, perché questo post è il numero 600, per cui Grazie. E così a quasi una settimana dal Franken-meme di Nocturnia Edizione 2017, in cui ho già fatto i nomi/lista di tantissimi blog che quest'anno ho seguito, commentato e visitato (e da questa lista io sceglierò in parte), eccomi qui a dover nominare altrettanti sette. Ma prima ecco l'immagine, la stupenda immagine premio (di un certo Ash ti sfascia..) e le regole da rispettare e da seguire alla lettera, saprete dopo il perché:


1 – i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d'onore

2 – i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo' di consolazione

3 – i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto, o più di uno, se ne avete

4 – è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come io le ho concepite

lunedì 27 novembre 2017

A spasso con Bob (2016)

Premettendo che non ho mai avuto un gatto (ma vorrei uno come quello del film in questione) e che sono sempre molto dubbioso quando si tratta di una trasposizione di un best-seller, dato che negli ultimi 10 giorni per ben due volte mi sono ritrovato con due prodotti alquanto (chi più e chi meno) deludenti, ecco finalmente una piacevolissima sorpresa in questo senso. Perché anche se il trailer poteva far pensare ad un film espressamente per bambini, e anche se decontestualizzato potesse sembrare un film banale e piuttosto scontato (il grigiore della metropoli, la freddezza dei passanti, l'emarginato che rovista nella spazzatura per sopravvivere e il finale da storia Disney) si è rilevato invece un bel film, con una storia semplice quanto incredibile ed emozionante e non ricattatorio. Capita spesso infatti che le storie di amicizia tra uomini e animali abbiano dei toni stucchevoli e abbondino di banalità e melassa. Non è il caso di questo piccolo e gradevole film del 2016 diretto da Roger Spottiswoode (già autore della bellissima favola ecologista-ambientalista Il mio amico Nanuk) e scritto da Tim John e Maria Nation, ovvero A spasso con Bob, ispirato al racconto autobiografico (perché questa è una storia vera, forse per questo il film è similmente bello al libro) di successo A Street Cat Named Bob (nome originale della pellicola), poiché che nella messa in scena e nei toni ricorda quasi il prodotto (suggestivo ed affascinante) di un festival alternativo, come il bellissimo Once (Una volta). A metà tra la commedia per famiglie e un dramma con varie tragedie personali, questo film difatti, carico di buoni sentimenti e ottimismo è davvero tanto carino, risultando così una produzione leggera ma con senso, divertente e a tratti grottesca ma dolcissima.

venerdì 24 novembre 2017

Room (2015)

Ispirato ad uno e più fatti di cronaca nera purtroppo simili (incluso il "Caso Fritzl" in Austria), Room, film del 2015 diretto da Lenny Abrahamson, è un bellissimo film drammatico, toccante, dolce, non esageratamente commovente ma che colpisce forte, non tanto a livello visivo quanto nella costruzione della sofferenza che una prigionia simile può infliggere a due innocenti. Poiché discretamente dosato, il film riesce ad essere un dramma quasi perfettamente orchestrato, sincero e intenso, quasi mai retorico e buonista. Anche perché il film, che a volte lascia interdetti per la cattiveria di certi squallidi personaggi, fa sorgere in noi domande a cui non è facile dare una risposta, cosa vuol dire essere privati della propria libertà, del proprio futuro per sette anni? Cosa vuol dire nascere e crescere per cinque anni vivendo in un angusto spazio e non conoscendo niente del mondo? Può l'amore di una madre per il proprio figlio, e viceversa, salvarli entrambi? È possibile poi tornare alla vita reale? Room, infatti, ci fa conoscere la storia di Joy, inizialmente conosciuta solo come Ma, e di Jack, mamma e figlio, costretti a vivere (lei da sette anni, ossia dall'età di diciassette anni, lui da 5, ovvero dalla nascita) in una stanza di circa 10mq da cui non possono uscire e imprigionati da una porta con un codice che solo il "vecchio Nick" (il Sean Bridgers de I magnifici 7L'ultima parola: La vera storia di Dalton Trumbo e Dark Places: Nei luoghi oscuri) conosce. Lui è l'uomo che li ha rinchiusi lì e che la sera va a fare visita a Ma, costringendo il piccolo a nascondersi dentro l'armadio. La donna ha cercato in tutti i modi di proteggere Jack dalla verità, inventandosi un mondo fantastico e nascondendogli l'esistenza dell'universo al di fuori di quella stanza dove ci sono solamente poche cose (anche se in cuor suo la donna non ha abbandonato la speranza di riuscire un giorno a liberare se stessa e il suo piccolo). Lavandino, letto, armadio, sedie sono quindi gli amici di Jack, almeno finché uno stratagemma ben architettato equivale ad una seconda nascita. Ed è proprio la scena in cui Jack libera se stesso e la madre dalla prigionia (grazie anche all'aiuto di una diligente poliziotta interpretata dalla bella Amanda Brugel di The Calling e KAW), quella di maggiore impatto emotivo della pellicola che comunque tiene un buon ritmo per tutta la sua durata ed è splendidamente interpretata dai due protagonisti, come dimostra anche il Premio Oscar 2016 come migliore attrice protagonista alla bella e brava Brie Larson. Ma saranno davvero in grado di vivere anche fuori da quella maledetta stanza?

giovedì 23 novembre 2017

Il Franken-Meme di Nocturnia (Edizione 2017)

Avevo già in mente quest'anno di riproporre nuovamente un bellissimo meme che l'anno scorso mi permise di far conoscere e farvi conoscere i miei e i nostri blog preferiti (QUI l'edizione 2016), ovvero Il Franken-Meme di Nocturnia, ma ora grazie a Nick Parisi del blog Nocturnia (che vi suggerisco nuovamente di seguire), che in questa nuova edizione mi ha inserito tra le "New Entry", e di questo lo ringrazio molto, c'è un motivo in più per farlo. Ed infatti eccomi qui nuovamente a segnalare i blog che quest'anno hanno attirato la mia attenzione e mi hanno quindi permesso di conoscere nuovi blogger, nuovi amici. Ma prima di iniziare alcune precisazioni, in primis come spiegato già nell'edizione precedente per non fare torto a nessuno, dato che di blog ne seguo tanti e di svariati generi (e che tanti sono quelli che mi piacciono), non farò una classifica di gradimento, ma darò segnalazioni utili, senza ovviamente menzionare blog già menzionati nel precedente post, in secundis ribadisco le regole, visitabili per intero nel post di Nick QUI, anche se l'unica regola è di essere rispettosi non commentando inopportunamente o in modo incivile, infine ecco i metodi di selezione che adotterò, suddividerò come sempre i blog per categorie di segnalazione con i Must, le New Entry, gli Highlander, i meritevoli di emergere, i blogger che sono assenti da tanto e i blogger spariti da tempo. Detto ciò ecco quindi la mia lista speciale in cui comunque cercherò di seguire più fedelmente i consigli ed indicazioni (comprese le immagini) dettati dal post originale. Comincio infatti da:
I MUST (I Siti che per voi sono il massimo, i migliori, quelli fondamentali da visitare quasi ogni giorno, oppure ogni volta che fanno uscire un nuovo articolo o una nuova recensione)

Il suo blog è figo, lui è figo, i suoi post son fighi, cosa volere di più da Cassidy de La bara volante, che da new entry ora è per me passaggio fisso
Più che recensioni, de più, il matto Marco Goi di Pensieri Cannibali è un fottuto genio da cui è impossibile distaccarsi

mercoledì 22 novembre 2017

La ragazza del treno (2016)

Dopo il personalmente deludente adattamento cinematografico di American Pastoral, un altro best-seller (che ovviamente non ho letto) subisce lo stesso tipico trattamento di chi vorrebbe emulare il risultato straordinario di un libro ed adattarlo per il cinema, ma con risultati alquanto fallimentari. Spesso infatti le trasposizioni cinematografiche di best seller che hanno emozionato milioni di lettori non rendono come dovrebbero, ma anzi perdono di qualità. Questo, spiace dirlo (soprattutto a chi ha letto il libro e probabilmente apprezzato), vale anche per La ragazza del treno (The Girl on the Train), film del 2016 diretto da Tate Taylor che, nonostante l'idea originale di fondo (e la storia potenzialmente interessante), si può definire una accozzaglia di idee mal gestite, o banalmente un polpettone (giacché essa viene raccontata con eccessive ambizioni registiche, fallendo quasi su tutta la linea). Questa classica romanzo/pellicola infatti, che ha voluto forse sfruttare il successo del buonissimo thriller L'amore bugiardo: Gone girl, dato che questo film negli Stati Uniti è uscito lo stesso periodo, ottobre 2016 contro ottobre 2014 del film di David Fincher (ed è anche abbastanza simile nei contenuti, no nel risultato), risulta essere alquanto confusionaria, sia nel passaggio dal presente al passato, sia in quello da una scena all'altra. Difatti, il continuo alternarsi tra passato e presente francamente disorienta più che intrigare, ed anche lo scorrere del tempo non viene rappresentato con chiarezza. D'altronde il pubblico predilige i film che mantengono un ordine cronologico. Per evitare questo problema, sarebbe bastato utilizzare flashback volti a mostrare quanto accaduto in passato. Sicuramente la pellicola ne avrebbe giovato e non poco.

martedì 21 novembre 2017

Blood Drive (1a stagione)

In una stagione televisiva come questa mia personale in cui le "stagioni" di molte serie l'hanno fatto da padrone, a parte 2/3 casi più che discreti, ci voleva una scossa positiva ed energizzante, ed è arrivata grazie ad Infinity, che in esclusiva ha mandato in onda da ottobre una serie più folli ed estreme tra le recenti produzioni americane, che omaggia il mondo Grindhouse tra sangue, sesso e provocazioni di ogni tipo (con inclusi pazze pubblicità e folli marchingegni), ovvero Blood Drive, di cui già in estate ne avevo già sentito parlare e di cui non vedevo l'ora di vedere, giacché l'intrigante incipit e la "gustosa" storia mi aveva già convinto a recuperarla il prima possibile. Perché Blood Drive, la nuova serie televisiva prodotta dalla non sempre mentalmente sana emittente SyFy e creata da James Roland (un passato da aiuto regista in tante produzioni), con protagonisti due belloni di turno, Arthur, Alan Ritchson (l'Acquaman di Smallville, il doppiatore di Raffaello nell'ultimo adattamento delle Tartarughe Ninja), e Grace, la sexy Christina Ochoa (da nove anni sui set di diverse serie televisive), senza dimenticare un quasi irriconoscibile Colin Cunningham, ex Pope di Falling Skies, è follia, (in)sano divertimento e intrattenimento ad altissimi livelli trash e gore, poiché niente di quello che vedrete potrà essere preso troppo sul serio e per questo sarà molto divertente. Anche perché l'idea alla base della storia è un concentrato fra Mad MaxFast & Furious e titoli transmediali annessi, Christine: La macchina infernale, il suo capostipite La macchina neraL'implacabile e The Mangler: La macchina infernale (che in italiano ha lo stesso titolo di Christine, ma è un'altra cosa), anche se la prima impressione è che si ispiri al Tarantino dei Grindhouse, la seconda a La corsa più pazza d'America (The Cannonball Run, di Hal Needham, 1981, l'anno di nascita del regista) e la terza al cartone Hanna-Barbera Wacky Races, solo che dovreste immaginare (aggiungendo un mix di droghe sintetiche e sangue splatter di pessima fattura) quella gara ambientata in uno spietato mondo post apocalittico, per ottenere questa incredibile e sorprendente serie.

lunedì 20 novembre 2017

Deepwater: Inferno sull'oceano (2016)

Solida ricostruzione del disastro della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, avvenuto nell'aprile del 2010 è Deepwater: Inferno sull'oceano (Deepwater Horizon), film del 2016 diretto discretamente bene da Peter Berg (HancockBattleship). Il regista infatti, probabilmente al suo miglior film, negli spazi angusti della piattaforma, dove è ambientata gran parte della vicenda, lascia ai margini retorica e sentimentalismo per concentrarsi sui fatti e sull'azione raccontati con un taglio assai realistico e senza troppi fronzoli. Deepwater difatti è un disaster movie di grande presa, non solo visiva, capace di mantenere in costante attenzione il pubblico coinvolgendolo e trasmettendogli discrete dosi di emozioni, forse un po' troppo spettacolarizzate ma ampiamente capaci di soddisfare le attese e i requisiti che storie come questa intendono proporre. Anche se la cosa più interessante del film (e di questa storia), non è il dramma accaduto al largo della costa della Louisiana, dove la piattaforma trivellatrice semi-sommergibile Deepwater Horizon, di proprietà della multinazionale britannica "British Petroleum", a causa della superficialità e della cupidigia dei dirigenti della stessa compagnia, è esplosa causando undici operai morti e inquinando con milioni di barili di greggio l'oceano e tutto il Golfo del Messico con un disastro ambientale riconosciuto unanimemente, come il più grave della storia americana, ma i rapporti, l'aspetto umani (quello che al regista lo interessa di più e quello che gli riesce meglio raccontare) e gli scontri tra chi mette al primo posto la sicurezza dei lavoratori, e chi invece mette al primo posto solo ed esclusivamente il business. Del resto Deepwater Horizon, dal titolo omonimo con la piattaforma, non vuole essere un documentario o un film forzatamente ambientalista, ma un film che racconta nel modo più verosimile e genuino la tragedia umana.

venerdì 17 novembre 2017

American Pastoral (2016)

Per il suo debutto alla regia l'attore scozzese Ewan McGregor sceglie con American Pastoral, film del 2016 diretto e interpretato da lui stesso, l'impegnativo compito di adattare un classico della letteratura del XX secolo, l'omonimo romanzo premio Pulitzer di Philip Roth, un'opera complessa e dalle grandi ambizioni (dicono i ben informati), che però questa realizzazione molto classica riesce a rendere solo in parte, ma anche meno. E' infatti un romanzo difficile da trasporre (mi sembra di capire) e difatti l'impresa non riesce, anche perché portare forse un autore complesso come Roth (che al cinema aveva già "regalato" Lezioni d'amoreLa macchia umana e Lamento di Portnoy), tanto più se sei alle prime armi con la macchina da presa, è stato un azzardo. Dato che il debutto alla regia del grande attore britannico, con molti successi alle spalle e una disposizione di fondo per copioni mediocri (ultimamente Mortdecai e Miles Ahead) che si è cimentato nell'impresa dimostrando certamente di padroneggiare i rudimenti della regia ma lasciandosi scappare di mano il tessuto del racconto, è poco riuscito. Egli realizza infatti un film deludente perché poco credibile dal punto di vista psicologico (non avendo letto il romanzo, mi auguro che lì i personaggi siano scritti meglio..), perché nel film appaiono più volte allusioni a possibili eventuali traumi/abusi infantili, che potrebbero spiegare l'insensatezza dei gesti della figlia, però non vengono mai esplicitati, lasciando lo spettatore solo molto perplesso. Mi ha lasciato davvero poco difatti questo film, che non mi ha fatto appassionare alle vicende dei personaggi e non mi ha trasmesso nulla.

giovedì 16 novembre 2017

Resident Evil: The Final Chapter (2016)

Spesso nel cinema abbiamo visto eroine combattere il male per il bene comune, ma poche volte ci siamo trovati di fronte ad un vero uragano di energia e azione, pronto a sacrificare la sua vita per evitare che un virus, un cattivo o altro abbia la meglio su tutto il mondo. Questo è quanto emerge da Resident Evil: The Final Chapter (2016) di Paul W.S. Anderson (il quarto nelle mani del suo regista originario, lui che ne iniziò le redini dal 2002 dal celebre videogioco), interpretato come sempre da Milla Jovovich nei panni della protagonista, protagonista che nonostante il tempo riesce sempre ad emergere prepotentemente. Anche perché quest'ultimo capitolo (salvo essermi perso qualcosa...l'animazione giapponese di sicuro) fa tesoro degli errori del passato e offre allo spettatore un prodotto completo, dinamico e convincente. Nei suoi intensi 90 minuti infatti (che passano decentemente grazie all'azione discreta tra mostri, sparatorie e combattimenti) The Final Chapter (caotico e senza un attimo di tregua) è violenza e determinazione allo stato puro. Tanta brutalità, crudezza, e disperata lotta per un mondo migliore. Difatti il film sfrutta i suoi canonici punti di forza per giungere appassionatamente alla sua fine, azione a raffica, immagini veloci e sonoro potentissimo. Dopotutto anche se siamo ormai giunti al sesto capitolo e il tutto sa ormai di già visto nei precedenti capitoli (anche se in verità così non è), il film riesce, a raggiungere lo scopo, essere un finale (se davvero sarà così). Surreale ed impeccabile, l'ultimo capitolo infatti regala una bellezza attrattiva che rapisce fino alle confuse sequenze finali, un visionario epilogo bello quanto nostalgico.

mercoledì 15 novembre 2017

Twin Peaks (3a stagione)

"Ci rivedremo tra 25 anni", la promessa è stata mantenuta. E Twin Peaks 25 anni dopo (anche se ho recuperato le prime due e il film solo a giugno scorso, qui la mia eccezionalmente lunghissima recensione), riesce a stupire un'altra volta, l'ennesima. David Lynch e Mark Frost hanno rivoluzionato la TV, di nuovo, soprattutto nei dettagli, da il titolo di ogni puntata senza titolo (solo una parte di lungo film) fino ai "saluti" finali con una canzone, dei musicisti, a tema, senza dimenticare che a livello di narrazione si assiste ad una specie di revival/reboot/sequel/prequel, che non ha probabilmente eguali. In ultimo, questa terza (e ultima?) stagione ci lascia con parecchie domande (irrisolte) e scene memorabili, d'altronde il finale, è un meraviglioso riassunto della filosofia di Lynch, un capolavoro ipnotico a livello visivo e un enigma irrisolvibile a livello narrativo, qualcosa che non tutti hanno la capacità di realizzare. Anche perché la domanda iniziale "Questo è il futuro o è il passato?" che ci perseguiterà per l'intero ciclo di episodi, non trova risposta, anche se in fondo c'era da aspettarselo, dare risposte e risolvere misteri non è nello stile di David LynchAl contrario, il suo obbiettivo è rimettere tutto in questione, lasciarvi nel dubbio, farvi vivere un sogno assurdo dove non esistono verità assolute, ma sempre con uno sguardo ironico, grottesco, come a dirci che così è la vita. Chi cercava una fine "tradizionale" infatti, avrebbe dovuto lasciar perdere la terza stagione di Twin Peaks fin dall'inizio, se invece già sapevate, certamente avrete amato i 18 episodi confezionati dal regista assieme al "socio". A tal proposito da ricordare è che l'originale Twin Peaks terminava con la vittoria del male sul bene, con l'eroe soggiogato dal nemico, e il prequel Fuoco Cammina Con Me andava anche oltre. Se viaggerete nuovamente o per la prima volta fino a Washington difatti (lo Stato, non D.C.) con la speranza di un lieto fine, le vostre aspettative, al termine del viaggio, saranno tristemente tradite (nonostante ci sia un barlume di lieto fine).

martedì 14 novembre 2017

The Birth of a Nation: Il risveglio di un popolo (2016)

A metà tra 12 Anni Schiavo e Django UnchainedThe Birth of a Nation: Il risveglio di un popolo (The Birth of a Nation), film del 2016 scritto e diretto da Nate Parker (anche protagonista), è la storia di una presa di coscienza di un individuo prima e di un intero popolo successivamente. Il film infatti, presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2016 (dove ha vinto il premio del pubblico e il gran premio della giuria), significativo già dal titolo, dato che il regista riprende in modo totalmente audace e impavido il titolo della vergognosa pellicola di Griffith sulle "epiche" gesta dei "coraggiosi" incappucciati del Ku Klux Klan, anche se ne ribalta il contenuto, ci racconta su quali fondamenta è nata l'America, battezzata nel sudore e nel sangue di milioni di esseri umani costretti a perdere la propria umanità, raccontando la storia della rinascita dell'America attraverso le battaglie della popolazione afro-americana in cerca di uguaglianza, riscatto e anche di vendetta, ma sopra ogni cosa, in cerca di giustizia (parola e concetto che spesso viene soffocato e annientato con le torture, le sevizie, il calpestamento dei diritti umani). E lo fa ripercorrendo la vicenda di Nat Turner (un personaggio veramente esistito e di cui si è fatto di tutto per cancellarne le tracce e la memoria), schiavo, predicatore, ribelle. E lo fa restituendo il significato dell'istituzione schiavista in tutto il suo intollerabile abominio, la sua crudele quotidianità capace di annichilire negli uomini e nelle donne ogni rispetto di sé, ogni sentimento, ogni speranza. Certo, la struttura del racconto è classica e non si discosta in maniera particolare da altre pellicole che hanno trattato il tema della schiavitù, ed anzi, non apporta particolari novità sull'argomento, e addirittura la sceneggiatura ha delle evidenti lacune, ma qui ci troviamo di fronte ad un prodotto discretamente riuscito che ne fotografa, sapientemente la vita e le azioni.