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giovedì 5 settembre 2019

The Predator (2018)

Tema e genere: Quarto film della serie cinematografica action fantascientifica.
Trama: Durante una missione in Messico un'astronave aliena precipita con un Predator. Inizia una caccia per nascondere le prove di un segreto militare.
Recensione: Ormai sono passati 32 anni dall'uscita di Predator, il film del 1987 con Arnold Schwarznegger in cui per la prima volta ci si imbatteva in una creatura aliena terrificante, feroce, molto astuta e ovviamente letale (film che per l'occasione ho rivisto). Dopo quella che è poi divenuta una pellicola cult del genere, a cui è succeduto un sequel del 1990, due crossover in cui gli alieni della razza Yautja si scontrano con gli Alien, ed infine il remake Predators del 2000 con Adrien Brody come protagonista, arriva un nuovo film a riaccendere la saga. Un film che riporta sullo schermo la creatura iconica dell'universo sci-fi horror appunto di fine anni '80, ma che butta via i pochi spunti creativi, mitragliando sul pubblico cliché, troppo action e pochissima suspense: il risultato è qualche risata e tanta noia. Il regista infatti, Shane Black (che ha partecipato come attore nel cult del 1987), talentuoso sceneggiatore e regista, che può non risultare un nome familiare, tuttavia è uno fra i più importanti pionieri del genere action-comedy, e in particolare dei buddy cop film (Arma Letale su tutti), con questa specie di reboot/sequel, più il secondo, dato che si tratta di una prosecuzione degli eventi accaduti negli altri film, con l'eccezione forse dei due crossover con Alien (tuttavia qui la continuità narrativa degli eventi sembra un optional), sforna un film senza mordente che non sa bene quale direzione prendere, diviso tra action ed (eccessiva) comicità. In tal senso è difficile parlare di una trama vera e propria, per via di un montaggio che decide palesemente di rendere il prodotto finale un'incoerente successione di eventi, senza un collegamento chiaro e preciso (non bastasse che il film si "spezzi" in tre filoni, e che nessuno dei tre risulti minimamente coinvolgente). In ogni caso la pellicola parte decisa, in notturna, nel mezzo di un'inospitale giungla, presentando il protagonista, il tiratore scelto Quinn McKenna (lo interpreta Boyd Holbrock, a cui però manca totalmente il carisma), testimone involontario dell'arrivo del Predator sulla Terra. Senza entrare troppo nel dettaglio (rischierei di svelare alcuni interessanti passaggi), si scopre presto che un'organizzazione para-governativa denominata progetto Stargazer è a conoscenza delle visite sempre più frequenti degli invasori, a loro volta (abbiamo modo di appurare nel corso dei minuti) "prede" designate di una razza ancora più evoluta di Yautja. Tentativi di insabbiamento, scoperte sensazionali e piani a dir poco inverosimili (sappiate solo che di mezzo c'è sempre, come in Venom, altra delusione, la futura sopravvivenza dell'umanità), McKenna dovrà difendersi dagli attacchi del "predatore atipico" (uccide per sport e non per necessità, fa notare la biologa Olivia Munn), salvando il suo "strambo" figlio (lo interpreta purtroppo Jacob Tremblay) e la Terra tutta. Insomma una mezza (e più) tamarrata, che seppur entra appunto subito nel vivo senza fare preamboli, che seppur cerchi di rilanciare la storia dei Predator inserendo buoni spunti narrativi (ma non tutti, anzi, alcuni pessimi, che rendono la storia caotica) non convince quasi per nulla. Anche perché il film decide di mettere completamente da parte la tensione e l'aura di mistero che aleggia intorno la creatura che qui non è più protagonista, ma diventa un mostro invincibile qualsiasi. Inoltre The Predator abbonda di cliché: da un lato c'è un gruppo di svitati, dalle battute politicamente scorrette (inserendo così qualche pennellata di buddy movie ben costruita e che diverte) pronti a riscattarsi, dall'altro due figure femminili che devono ancora una volta sottolineare quanto loro non abbiano bisogno di essere salvate perché sanno imbracciare fucili e vedersela da sole (una nota femminista poco incisiva).

venerdì 28 giugno 2019

Gli altri film del mese (Giugno 2019)

L'estate è ufficialmente cominciata pochi giorni fa, e sicuramente il caldo ancor si sentirà, per parecchio sfortunatamente sarà. Ma lamentarsi non si può e non si deve però, perché anche se in casa sauna è, a settembre o più in là forse igloo sarà, quindi che parli a fa? Io di certo sto tranquillo, il caldo l'ho sopporto (anche se fino ad un certo punto) e non dico niente, una cosa solo dico, che all'onomastico io ci tengo. Onomastico che domani sarà, che arriverà dopo Antonio, Vito e Giovanni (a tal proposito tanti auguri passati a chi non ho dato), ma anche Paolo sarà insieme a Pietro. Ah Pietro, chi ancora non sa, tra tre settimane o poco più, questo mio mondo quattro anni farà, e festa sarà. Una grande festa in cui verrà svelato finalmente il mio progetto, progetto che a conclusione arriverà, anche se non tutto terminerà già. Ma a questo poi si penserà, nel frattempo io sempre continuerò a proporvi novità, tra tag, musica e cinemà. Non vi resta quindi che aspettà, tanto il tempo veloce passerà.

venerdì 5 aprile 2019

Wonder (2017)

Sono numerosi i casi in cui il cinema si è confrontato con personaggi aventi una condizione di diversità fisica, causata dalla malattia: Freaks di Tod Browning, The Elephant Man di David Lynch e Dietro la maschera di Peter Bogdanovich sono solo alcuni esempi. Nel nuovo film di Stephen Chbosky, film del 2017, Wonder, è un bambino a dover fare i conti con la propria deformità fisica e a sottoporsi al peso dello sguardo indiscreto e crudele degli estranei. In tal senso il film aveva tutto per essere un drammone strappalacrime, in più ricattatorio, perché si parla appunto di bambini. Invece, pur avendo una tensione emotiva molto evidente, riesce ad essere attento, intelligente, profondo nella rappresentazione della malattia, perché allarga la prospettiva adottando punti di vista tematici validi per tutti: quello della difesa dei diritti del bambino malato, il rapporto con la diversità e una non peregrina riflessione sul bullismo. Il film è inoltre brillantemente diviso, in quattro voci narranti, che raccontano le differenze e le difficoltà del rapporto con Auggie, il protagonista (Jacob Tremblay), un bambino che ha dieci anni e dalla nascita ha una grave anomalia cranio-facciale, bambino che deve affrontare il mondo e andare a scuola dopo aver avuto un'educazione da sua madre a casa, un bambino che tra tante difficoltà deve riuscire a trovare il suo posto nel mondo. La sorella, Via (Izabela Vidovic), al primo anno di High School, poco considerata da una famiglia che pensa solo al fratello di cui forse si vergogna anche un po', Jack Will (Noah Jupe), compagno di scuola, e della sua amicizia difficoltosa con Auggie, e infine Miranda, ex migliore amica di Via. Tante voci, tanti sguardi, a cui se ne attaccano altri: i genitori soprattutto, la madre (Julia Roberts) totalmente affezionata al figlio, ma fragile e preoccupata, il padre (Owen Wilson), il più solido tra tutti e sempre presente per la moglie e i figli, e poi il preside (Mandy Patinkin) e l'insegnante di Auggie, il fidanzato di Via, i bulletti della scuola e Summer, che tra tutti gli amici ha lo sguardo più libero. Ed è questo che emoziona e commuove, il non voler necessariamente esasperare il tema della malattia da lacrima facile, ma emozionando facendo vivere delle situazioni di vita quotidiana in cui forse ciascuno di noi, da genitore o da figlio, si è trovato.

venerdì 24 novembre 2017

Room (2015)

Ispirato ad uno e più fatti di cronaca nera purtroppo simili (incluso il "Caso Fritzl" in Austria), Room, film del 2015 diretto da Lenny Abrahamson, è un bellissimo film drammatico, toccante, dolce, non esageratamente commovente ma che colpisce forte, non tanto a livello visivo quanto nella costruzione della sofferenza che una prigionia simile può infliggere a due innocenti. Poiché discretamente dosato, il film riesce ad essere un dramma quasi perfettamente orchestrato, sincero e intenso, quasi mai retorico e buonista. Anche perché il film, che a volte lascia interdetti per la cattiveria di certi squallidi personaggi, fa sorgere in noi domande a cui non è facile dare una risposta, cosa vuol dire essere privati della propria libertà, del proprio futuro per sette anni? Cosa vuol dire nascere e crescere per cinque anni vivendo in un angusto spazio e non conoscendo niente del mondo? Può l'amore di una madre per il proprio figlio, e viceversa, salvarli entrambi? È possibile poi tornare alla vita reale? Room, infatti, ci fa conoscere la storia di Joy, inizialmente conosciuta solo come Ma, e di Jack, mamma e figlio, costretti a vivere (lei da sette anni, ossia dall'età di diciassette anni, lui da 5, ovvero dalla nascita) in una stanza di circa 10mq da cui non possono uscire e imprigionati da una porta con un codice che solo il "vecchio Nick" (il Sean Bridgers de I magnifici 7L'ultima parola: La vera storia di Dalton Trumbo e Dark Places: Nei luoghi oscuri) conosce. Lui è l'uomo che li ha rinchiusi lì e che la sera va a fare visita a Ma, costringendo il piccolo a nascondersi dentro l'armadio. La donna ha cercato in tutti i modi di proteggere Jack dalla verità, inventandosi un mondo fantastico e nascondendogli l'esistenza dell'universo al di fuori di quella stanza dove ci sono solamente poche cose (anche se in cuor suo la donna non ha abbandonato la speranza di riuscire un giorno a liberare se stessa e il suo piccolo). Lavandino, letto, armadio, sedie sono quindi gli amici di Jack, almeno finché uno stratagemma ben architettato equivale ad una seconda nascita. Ed è proprio la scena in cui Jack libera se stesso e la madre dalla prigionia (grazie anche all'aiuto di una diligente poliziotta interpretata dalla bella Amanda Brugel di The Calling e KAW), quella di maggiore impatto emotivo della pellicola che comunque tiene un buon ritmo per tutta la sua durata ed è splendidamente interpretata dai due protagonisti, come dimostra anche il Premio Oscar 2016 come migliore attrice protagonista alla bella e brava Brie Larson. Ma saranno davvero in grado di vivere anche fuori da quella maledetta stanza?

lunedì 17 luglio 2017

Somnia (2016)

Ero convinto di assistere al solito horror senza infamia e senza lode, almeno fino a metà pellicola pensavo di vedere un horror originale ma comunque appena dignitoso, poi man mano che il film giungeva al suo epilogo mi sono sempre più convinto di assistere ad un piccolissimo gioiellino. Perché Somnia (Before I Wake), film del 2016 diretto da Mike Flanagan, che utile specificare non è un horror nel vero senso del termine, ma piuttosto una bella/mostruosa favola dark e come tale perciò andrebbe visto evitando così di rimanerne delusi, è un dramma psicologico originale e sensibile, che probabilmente sarebbe arrivato in modo più efficace se il film non fosse stato etichettato appunto come horror. In ogni caso il film se ad un primo momento poteva far pensare ad una sorta di remake di The Boy, film simile in alcune premesse fondamentali come rimozione ed elaborazione del lutto in una coppia che ha perso il proprio figlio in circostanze tragiche, è invece qualcos'altro, in questo caso infatti, la coppia, formata da Jessie (Kate Bosworth) e Mark Hobson (Thomas Jane), decide di ricominciare da zero e prendere in affidamento un bambino orfano, Cody (il Jacob Tremblay di Room), dal passato assai sfortunato (invece che una maledetta bambola). La coppia capisce subito però che Cody è un bambino speciale e che per via del suo passato traumatico ha iniziato ad aver paura di addormentarsi, tanto che assume caffeina e zuccheri per rimanere sveglio il più possibile, dato che egli ha un dono, i suoi sogni infatti, splendidi talvolta e macabri quando qualcosa lo agita, prendono vita prima del suo risveglio (non per caso il titolo originale è Before I Wake). Tutto questo ha un certo fascino quando ad apparire sono splendide farfalle giganti o elaborazioni di bei momenti vissuti, ma quando Cody inizia a parlare dell'Uomo Cancro e di come egli appaia nei suoi peggiori incubi, le proiezioni dei sogni del bambino diventano oscure e raccapriccianti, tanto che nessuno sarà più al sicuro.