È raro trovare, volgendo lo sguardo agli ultimi anni, serie tv che si auto-concludono dopo poche stagioni. The Strain è una delle poche eccezioni nel vasto mondo della serialità attuale (anche se ciò è successo anche per Salem, la discreta serie sulle streghe). La serie prodotta dal regista pluripremiato Guillermo Del Toro ha infatti concluso la sua corsa dopo quattro intense stagioni e 46 episodi totali. Tuttavia era chiaro che ciò sarebbe avvenuto, dato che lo show, che altresì si è chiuso anche a causa di una terza stagione molto zoppicante (ma più che sufficiente, qui), aveva già definito la via concludendo la trasposizione della trilogia di libri Nocturna, scritti dal regista fresco vincitore di un Oscar e dall'amico fidato Chuck Hogan, con cui si divide nuovamente il merito di aver, con questa quarta stagione e quel godibile finale (nonostante qualche sbavatura), degnamente chiuso, con una elevata ed onorevole qualità che non è mai mancata, l'arco narrativo di una delle serie più belle ed originali degli ultimi tempi, perché anche prendendo forma da radici molto classiche del genere, è riuscita a trovare quei guizzi di originalità capaci di stregare e coinvolgere. Tuttavia, nonostante l'epilogo "epico", The Strain 4 è stata rispetto alle prime tre stagioni quella più fiacca e meno curata. Non a caso questa stagione appena conclusa (meno thriller e molto più survival), a partire, soprattutto, dalla sua timeline, si è rivelata immediatamente differente dalle tre precedenti. Se le tre stagioni si estendevano difatti in un lasso di tempo minore ma fortemente dilatato (circa una settimana per stagione) l'ultima si colloca dopo quasi un anno provocando una sorta di capovolgimento nella velocità di racconto. Facendo così sembrare che la stagione conclusiva scorra troppo veloce rispetto alle antecedenti.
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giovedì 12 aprile 2018
mercoledì 29 novembre 2017
Vikings (4a stagione)
Partito in sordina, con un cast in gran parte sconosciuto, episodio dopo episodio, stagione dopo stagione, la serie canadese targata History Channel, ovvero Vikings, si è guadagnata uno stuolo di fan non indifferente e tanti consensi. Vikings infatti, accurata quanto basta (senza diventare eccessivamente tediosa), ben strutturata narrativamente, con personaggi accattivanti ed appassionanti, è probabilmente una delle serie storiche meglio costruite che si ricordi. Guardarla è sempre un viaggio nel tempo, un'immersione totale all'epoca in cui i vichinghi portarono le loro chiglie affusolate a toccare le spiagge di mezzo mondo. Incentrata nuovamente in questa quarta stagione sulle gesta del leggendario re e predone Ragnarr Loðbrók (un bravissimo Travis Fimmel), ideata e scritta come sappiamo da Michael Hirst (la penna a cui dobbiamo Elizabeth, i Tudors, Uncovered e Camelot, bravissimo a creare qualcosa che si allontana totalmente dai cliché hollywoodiani), la serie ha lanciato le carriere di Katheryn Winnick, Clive Standen, Alyssa Sutherland, Alexander Ludwig e Gustaf Skarsgàrd (che solo ultimamente ho scoperto essere il fratello di Alexander Skarsgård, Hidden e Crazy Dirty Cops, e Bill Skarsgård, il nuovo It). Ma se nelle prime tre stagioni (ben costruite le prime due, qui e qui, forse troppo riflessiva e filosofica ma ugualmente spettacolare la terza, qui) il fulcro della narrazione era quasi sempre stato Ragnarr, con le sue ambizioni, i suoi errori, le sue imprese, dove molto spesso gli altri personaggi (pur se ben sviluppati) erano sovente di contorno, in questa nuova stagione invece le cose cambiano. Anche se non del tutto in meglio, perché questa quarta stagione che segna un punto di rottura con le precedenti, divisa in due parti, da dieci episodi ciascuna, seppur reinventa completamente la serie, sfoltendo molti dei suoi protagonisti in favore di facce nuove, a partire dai cinque figli di Ragnar Lothbrok, diventati a tutti gli effetti le nuove colonne portanti della storia, non sempre riesce a convincere appieno.
mercoledì 19 aprile 2017
Vikings (3a stagione)
Dopo solo poche settimane eccoci di nuovo insieme per la terza straordinaria stagione di Vikings, perché l'attesa e la voglia di vederla era alta, dato che grazie a lei ho imparato a non temere i vichinghi e a godermi una delle più interessanti serie viste ultimamente. Interessanti, non belle, perché magari qualcosa nell'intreccio (come anche detto in occasione delle precedenti recensioni, qui la seconda e qui la prima) potremo lasciarlo per strada, perché i caratteri spesso sono troppo rigidi, perché alcune svolte sono troppo rapide e altre semplicemente non portano a nulla. Eppure Vikings che torna a raccontarci una vicenda di conquista tra epica, mitologia e storia, rimane e rimarrà eccezionale. E proprio questa terza, è stata la stagione più grande, più ambiziosa e più intensa della serie. Da una simile altezza qualche caduta è inevitabile, ma la serie di History Channel riesce a sorprendere nuovamente in più di un momento. La terza stagione di Vikings infatti può considerarsi la consacrazione di una serie che si è saputa evolvere e maturare grazie a due elementi. Da una parte è ormai una certezza di qualità la scrittura (alquanto shakespeariana) di un talento nato delle cronache storiche, quella di Michael Hirst (Elizabeth, The Tudors), ma è evidente l'impronta di History Channel, che da anni si è inserita con furbizia sul mercato, producendo ultimamente documentari che avessero sia una validità accademica che un forte senso dello spettacolo, e così è stato.
giovedì 23 febbraio 2017
Le altre serie tv (Gennaio-Febbraio 2017)
Dopo quasi due mesi dall'ultima puntata, mi sono accorto solo ora che avevo sì parlato di Marte (Mars), la miniserie evento di National Geographic (prodotta da Brian Grazer e Ron Howard), ma riguardante solo i primi tre episodi, ora nonostante il tempo trascorso e poiché una novità è stata annunciata riguardo alla serie, è venuto il momento di parlare della seconda parte della prima stagione e dare un giudizio definitivo. Prima di tutto se volete conoscere davvero tutto quello che c'è da sapere, vi suggerisco di leggere il mio post di metà dicembre, qui, dove spiegavo praticamente tutto di questo grande progetto, un progetto che dal suo debutto ha avuto un successo clamoroso, dato che la prima stagione della serie, che ha unito sceneggiato dramma e gli effetti speciali con sequenze documentaristiche, è stata vista da 36 milioni di telespettatori a livello mondiale lo scorso autunno ed è diventata la serie più vista nella storia della rete. Questo perché la serie è stata indubbiamente una sorpresa, ovvero che sia personalmente che probabilmente come altri, ha davvero spiazzato per la sua spettacolarità, nonché innovativa, insomma convincente e promossa con ottimi voti. Una prima stagione che ha mantenuto alti gli standard, che mai ha vacillato, che mai ha perso smalto, anche se come ovvio la prima parte è risultata diversa dalla seconda, ma solo nei temi, perché la qualità e la messa in scena è stata identica, ossia eccezionale, tanto che spinta dal successo ottenuto, National Geographic ha dato il via libera ad una seconda stagione che però non ha ancora una direzione già impostata, nonostante la conclusione della serie stessa potesse sia pensare ad una continua ma anche la fine. Comunque la prima stagione raccontava di una fittizia missione con equipaggio su Marte ed era ambientata nel (non tanto lontano) 2033, ma dalla 4a puntata qualcosa cambia, dato che il racconto se prima si concentrava sui rischi e i problemi per arrivare e creare una base, ora si concentrava sui problemi e rischi che una colonia fissa poteva avere nella 'colonizzazione' di un pianeta. E infatti, come volevasi dimostrare e senza spoilerare, dopo anni la colonia va in crisi, sia sull'aspetto psicologico, fisico e logistico, facendo vedere come l'essere umano potrebbe vivere in situazioni estreme, e che non tutti riescono a resistere la pressione fisica ma soprattutto psicologica, e come alcuni elementi non solo danneggiano l'ambiente ma ne diventano succubi. Nel frattempo si cerca sulla terra sistemi di protezione o mezzi più sicuri ma ci vorrà tempo. In ogni caso la stagione si chiude con la risposta ad una domanda, c'è vita su Marte? per scoprirlo recuperate la serie (straordinaria e spettacolare) che, è stata (e sarà nuovamente forse) trasmessa su National Geographic Channel in 172 paesi in 43 lingue. In più la prima stagione è disponibile per la vendita in HD digitale e prossimamente lo sarà su DVD, perciò non aspettate o sprecate tempo, ne vale davvero la pena.
giovedì 19 gennaio 2017
Thriller Week: Dark Places (2015), The Captive (2014) & Reversal (2015)
La settimana scorsa è stata davvero incredibile, tra la neve, le feste finite e l'inizio delle regolari attività, non si è capito niente, compreso in casa, per il trambusto che le nevicate comportano sempre in questi casi, comunque nonostante questo ho avuto il tempo, non che prima non avessi ovviamente, di vedere tre film abbastanza identici nel genere, thriller (con alcuni spruzzi d'horror), ma quasi completamente diversi nei temi come nel risultato, comunque più o meno sufficienti. Tre film abbastanza originali ma non tanto eccezionali, anzi, deludenti un po', poco decisi anche, non coinvolgenti il massimo soprattutto, nonostante l'interessante incipit o il discreto spunto di riflessione. Partendo da Dark Places: Nei luoghi oscuri (Dark Places), film del 2015 diretto da Gilles Paquet-Brenner, un thriller cupo e dai toni horror che faceva ben sperare, e invece molto cose non funzionano e poco rimane impresso. A partire dalla storia, quella di Libby Day, trentenne che non ha mai lavorato in vita sua, visto che è vissuta di rendita sulla tragedia che ha devastato la sua famiglia, quando aveva solo sette anni infatti sua madre e le sue due sorelle sono state uccise. Della strage è stato considerato responsabile suo fratello Ben, che da allora è rinchiuso in carcere. Ora i soldi che Libby ha messo via (provenienti dagli assegni inviati da tutta l'America, commossa dal suo caso, e dai proventi del libro sulla strage che Libby ha accettato di far pubblicare) stanno finendo. Quindi la ragazza, che ha contribuito a far andare in galera il fratello con la sua testimonianza, accetta di partecipare alle indagini di un fan club appassionato di omicidi di cronaca che vuole scagionare Ben, molti infatti sono convinti che in galera non ci sia il vero colpevole, ma solo un capro espiatorio, e che quindi non sia mai stata fatta vera luce sulla strage della famiglia Day. Dall'omonimo romanzo di Gillian Flynn e sceneggiato dallo stesso autore, Dark Places, family-thriller del rimosso e del senso di colpa, non brilla certo per l'originalità del solito plot sui torbidi inganni di una provincia rurale di anime semplici e turpi delitti né tantomeno per l'appeal di personaggi scialbi e contraddittori le cui motivazioni e dinamiche psicologiche sfuggono persino alla sinossi del più aggiornato manuale di psichiatria forense, a partire dalla protagonista. Anzi, proprio per colpa della protagonista (alienata e straniante) e nonostante una mediocre regia, un buon uso (anche se eccessivo) di flashback, una narrazione fluida e scorrevole, con un cast fa quello che può, tutto è meno che coerente o credibile, a partire dai personaggi che compongono l'improbabile banda di appassionati ossessivi di cronaca nera, che si dimostra una poco credibile sequela di personaggi impresentabili e decisamente poco credibili, tutti eccentricità e movenze isteriche che diventano già da subito insopportabile se non addirittura inaccettabili.
mercoledì 27 gennaio 2016
The Strain (2a stagione)
The Strain è una serie televisiva statunitense di genere horror creata da Guillermo del Toro e Chuck Hogan, basata sulla trilogia di libri Nocturna, degli stessi del Toro e Hogan. La seconda stagione si è conclusa pochi giorni fa, più precisamente l'11 gennaio. Una delle serie horror più apprezzate degli ultimi anni, una serie molto diversa, sia stilisticamente che visivamente da altri, migliore di tanti altri del suo genere. La serie narra di un'epidemiologo che con il suo 'team' improvvisato di personaggi, incontrati per caso, cerca di sconfiggere e trovare una cura per un virus, una malattia, arcaica e letale, il vampirismo. A capo, un Signore del male, che ha in serbo per gli umani un progetto orribile, ma dimenticatevi i 'soliti' vampiri, questi sono i più letali, brutali, brutti, cattivi e spietati di sempre. Essendo questa la stagione di mezzo (la terza è già sicura), ha aperto le strade ad un finale
ben più apocalittico e complicato delle aspettative. Se alla fine della prima stagione ci trovavamo di fronte all'alba della battaglia adesso ci ritroviamo in un vortice di situazioni rimaste a metà, con l'ansia mista ad attesa in aumento per la nuova stagione che si prospetta molto allettante. Anche nella seconda, come nella prima, The Strain, non ha mai tentato di atteggiarsi a qualcosa di più di quello che è, ovvero una serie horror con una bella premessa e un'esecuzione ritmata e truculenta. Una gioia per chi ama il genere e vuole semplicemente rilassarsi e divertirsi, seguendo una strada opposta a TWD per esempio, là dominano introspezione e domande morali, qui si dà la precedenza a inseguimenti, sangue, effetti speciali e colpi di pistola, sempre fondendo in maniera magistrale la mitologia classica dei vampiri con una variante moderna. Una perfetta sintesi tra vecchio e nuovo.
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