martedì 19 dicembre 2017

Tutti gli altri film visti durante il 2017: Azione/Western (American Ultra, Criminal, Man of Tai Chi & The Salvation)

Nono e penultimo appuntamento con l'inossidabile genere action, a cui facile è affiancare il genere western, dopotutto sempre di sparatorie e mazzate qui si parla. Un po' Chuck, un po' MatrixAmerican Ultra è una commedia d'azione del 2015, per fortuna con più azione che comicità, che nonostante la poca originalità e la non eccezionalità della trama, senza infamia e senza lode, porta a casa il risultato. Anche perché la prima impressione guardando questo film, è che sia derivato da un fumetto, un po' come (il passabile) Scott Pilgrim o (l'ottimo) Kick Ass, il giovane e solitario Mike (Jesse Eisenberg) vive con la coetanea Phoebe (Kristen Stewart) e quando non lavora (ma anche quando lavora) in un market sempre deserto, passa il tempo a fumarsi canne su canne e disegnare fumetti di scimmie astronaute. Salvo essere preso da assurde crisi di panico ogni volta che cerca di allontanarsi dalla routine o dal paese tra i boschi della Virginia dove vive. Potrebbe essere l'inizio di una commedia alla Clerks, ma la svolta si fa interessante, e il tono più drammatico, non appena si scopre che in realtà Mike è un operativo della CIA cui è stata piallata la memoria e data una nuova identità. Il progetto che lo vedeva "dormiente" è stato annullato e un ambizioso capetto dell'Agenzia (Topher Grace) vorrebbe toglierlo di torno definitivamente, ma un'altra dirigente con scrupoli di coscienza (Connie Britton) decide di "risvegliarlo" perché possa difendersi. Mike è rappresentato come un tenero stordito che naturalmente non si capacita delle doti assassine che scopre di avere. E questo riesce però a rendere le situazioni più divertenti e la violenza meno realistica, specie in alcune scene dagli effetti speciali molto azzeccati (la prigionia nella cantina dello spacciatore illuminata da luci UV, l'uso di una padella come sponda per sparare stando nascosti, ecc.).

La bravura di Jesse Eisenberg nel rappresentare Mike, un nerd dai capelli lunghi che scendono su un corpo ossuto, simile ai personaggi dei cartoni animati di scimmie dallo spazio che disegna compulsivamente e totalmente fuori posto nei panni della macchina per uccidere che si nasconde dentro di lui, è ben supportato da Kristen Stewart (ancor più brava, ancor più bella) che, finalmente libera dal diafano personaggio di Twilight, sfoggia carattere e forza bruta, quando lei e Mike sono costretti a uscire dal loro rassicurante bozzolo fatto di divano e canne. Anche i comprimari (tra cui Bill Pullman e John Leguizamo, per non parlare della squadra di sterminatori) sembrano usciti da un fumetto, ma hanno un loro posto fattivo e ben giustificato, in un film come American Ultra, che, per quanto piccolo, non merita affatto di passare inosservato. Anche se, era lecito aspettarsi qualcosa di più da una coppia come Max Landis e Nima Nourizadeh. Il primo è figlio di John e ha al suo attivo la sceneggiatura di Chronicle (più quella meno sorprendente di Victor: la Storia Segreta del dr. Frankenstein e di Mr. Right), il secondo è un regista di origini iraniane che con l'esilarante e provocatorio Project X ha quasi "spaccato". Il loro incontro ha dato vita a questa pellicola, una (avvincente e appassionante nonché coinvolgente) favola per perdenti ultra pop e colorata soprattutto della vita dei due protagonisti, che guardiamo lasciandoci sciogliere dalla loro dolcezza e naturalezza. Dopotutto anche grazie alla coppia già protagonista dello straordinario AdventurelandAmerican Ultra riesce ad essere comunque godibile. Ma poiché il resto del film è solo la solita (seppur credibile) sequenza (che soffre tuttavia della mancanza di una cornice narrativa ben definita) di situazioni condite da humor nero, esplosioni e scene d'azione, qualcosa di più era lecito chiederlo. Anche perché seppur bellissimo visivamente, originale, gradevole e colorato (una delle scene migliori si svolge in una stanza illuminate con luci fluo, senza dimenticare i titoli di coda) non è il massimo dell'intrattenimento. Tuttavia il divertimento non manca, per cui va bene lo stesso. Voto: 6+
Un po' Jason Bourne, un po' Self/LessCriminal è un action-movie del 2016 che sfrutta abilmente i temi delle neuroscienze in salsa futuribile, e che, grazie ad un pregevole (ed un pochino originale) incipit e scena iniziale si fa minimamente apprezzare. Perché questa spy story diretta dal semi sconosciuto Ariel Vromen è una discreta pellicola anche se di certo non indimenticabile. Giacché seppur la trama sembrerebbe anche abbastanza interessante e il cast di attori presenti nel film fa ben presagire, purtroppo essa viene sviluppata in maniera troppo superficiale, facendo da contorno alle solite sparatorie che lo rendono il classico film "scappa e spara". Comunque la trama racconta di Bill Pope (un sufficiente Ryan Reynolds), un agente della CIA che viene ucciso prima di poter rivelare ai suoi capi dove ha nascosto un hacker che può sventare un attacco nucleare terroristico che scatenerebbe una guerra mondiale. L'unico modo per recuperare i ricordi di Pope è trapiantare una parte del suo cervello in un uomo che ne sia sprovvisto. E questi è Jericho Stewart (Kevin Costner), un galeotto rinchiuso in un carcere di massima sicurezza, proprio perché la sua anomalia cerebrale lo rende un killer senza sentimenti. L'operazione chirurgica sembra essere fallita, e in più Jericho fugge. Ma qualcosa sta lentamente facendosi strada nella mente del criminale. A questo punto sia i buoni che i cattivi devono per forza ritrovarlo. Il film quindi, anche per colpa di figure poco credibili, non riesce a soddisfare a pieno, non riesce a colpire nel suo intento, perché persino l'operazione al cervello che permette il trasferimento di memoria, un'operazione fantascientificamente accattivante, viene quasi banalizzata sul finire del film. Il film però ha dei pregi. E' adrenalinico, vive di grandi effetti speciali, di intense scene di combattimento e inseguimenti, ha un buon ritmo (grazie anche al regista si dimostra molto abile riuscendo a non annoiare lo spettatore fino al, facilmente immaginabile, finale), tensione giusta e apre delle riflessioni interessanti sulla neurobiologia. Buone, anche se piuttosto prevedibili, infine le trovate finali (anche quella sentimentale, che seppur si poteva anche eliminare tiene difatti bene il pathos, soprattutto grazie alla bellissima Gal Gadot), anche se con il solito vizio di caricare troppo i "cattivi" (Jordi Molla infatti, che sembra un arabo e ormai nei film americani gli tocca sempre la parte del cattivo, è davvero sopra le righe), anche quelli che stanno dalla parte dei buoni. Non certo Kevin Kostner che (più che in 3 Days To Kill) riesce a destreggiarsi con mestiere, dopotutto il ruolo non richiede grandi capacità espressive e neanche grandi scene acrobatiche, al massimo si menano grandi cazzotti e si spara a raffica, ma questo si può fare ancora con una certa maestria perché la stoffa di attore ce l'ha ancora. Gli altri invece, Tommy Lee JonesGary Oldman e Michael Pitt si barcamenano fra la sufficienza e lo spreco quasi totale, ma per fortuna il film perlomeno intrattiene. Perché basta solo non fare troppo caso alle molte incongruenze della storia, per trovarsi di fronte ad un thriller (guardabile, ma senza troppe esigenze) che, in fin dei conti, si rivela un buon passatempo certamente non indimenticabile, ma dignitoso. Voto: 6
Inizialmente avevo deciso di scartare (ad ottobre, qui) l'esordio alla regia di Keanu Reeves, e di non vedere quindi Man of Tai Chi, film del 2013 diretto ed interpretato da lui stesso, ma dopo un commento positivo di Cassidy, che mi consigliava di dargli una possibilità dicendo "non è male sai, un buon film di menare, onesto", e dopo un altro passaggio televisivo, l'ho finalmente visto. Ebbene, aveva ragione, perché Man of Tai Chi, è un film onesto e apprezzabile, che non fa gridare al miracolo ma che mantiene le sue premesse di partenza. Certo, il film segue un canovaccio classico per una pellicola che è per lo più indirizzata solo e probabilmente ai fan del filone, che difficilmente ne resteranno delusi, ma per gli altri non sarà proprio disprezzabile in tutto. Anche perché nel film, un buon action movie sulle arti marziali (dal buon Reeves tanto amate), sullo spirito da "guerriero" che non combatte ma si difende, e in cui il regista si ritaglia anche un ruolo da villain, e in cui affida il ruolo del protagonista a Tiger Chen, già al lavoro con lui in Matrix (da cui arriva anche il maestro delle coreografie Yuen Woo-ping), c'è una retorica apprezzabile dietro, il Tai Chi è un'arte marziale ed è soprattutto un percorso di vita, che porta alla realizzazione del sé. Il cambiamento del protagonista (Chen, come uno degli stili di Tai Chi) che rischia di perdersi nella futilità dei beni materiali, denaro e popolarità, salvo poi ritrovarsi al termine di uno scontro coi suoi demoni, e col suo ultimo avversario. Questo nuovo lavoro infatti (offerto da un misterioso individuo), nonostante sia ben pagato, porterà Tiger (che lavora per una ditta di consegne) ad allontanarsi dai principi della propria scuola marziale. Ma se più discreto è questo assunto, non tanto lo è però la trama, non solo perché rispolvera un misto di situazioni già ampiamente sfruttate negli anni passati, con rimandi spirituali e dialoghi a corollario dell'azione, a volte francamente imbarazzanti nonché eccessivamente impostati e stentorei, senza "stemperare" il tutto con un seppur minimo accenno di ironia, ma perché c'è qualche scena un po' "all'americanata" (dato che il film è in collaborazione, meglio in tal senso se non lo fosse stato). Fortunatamente in soccorso arrivano i combattimenti, dopotutto tutto il contorno della trama è un puro pretesto per fare da contenitore alle coreografie marziali (davvero notevoli), che qui sono qualitativamente eccellenti. Non sono "volanti" come nei film cinesi, ma sono spettacolari, non del tutto realistici in alcuni casi (vedasi la mossa del "potere" della mente), ma efficaci e del tutto funzionali, come il buon combattimento finale. D'altronde il film, nonostante un andazzo abbastanza prevedibile e una regia ben calibrata, che non si sofferma su vari dettagli o marcate poetiche di natura orientale, ma che va dritto all'azione dura e pura (anche grazie ad una passabile colonna sonora), intrattiene al punto giusto. Tanto che il  film è promosso a pieni voti, poiché esso è un buon passatempo, un action-movie sostenuto e dal ritmo convincente, certamente non eccezionale ma onesto. Voto: 6+
A volte la semplicità paga, è il caso di The Salvation, western (del 2014) asciutto ed essenziale (semplice ma avvincente) di produzione danese diretto da Kristian Levring (uno dei fondatori di Dogma 95). Questo western danese infatti (che si lascia piacevolmente vedere), che narra della vendetta di Jon, soldato danese emigrato nel West nella seconda metà del 1800, a cui viene trucidata la famiglia da una gang di banditi, ex soldati nordisti ora convertiti a scagnozzi di una grande compagnia petrolifera, a cui non resterà (nonostante il tradimento dei suoi cittadini) che salvare la città da solo, rispecchiando la tradizione del genere americano (e Sergio Leone) e affondando lo spettatore in medias res nel clima di violenza che si respirava all'epoca, ma risparmiandoci la lentezza affettata e i tempi morti delle vecchie pellicole, propone delle chiavi di lettura nient'affatto banali (proprio l'assenza di salvezza conducono il protagonista verso lo stesso percorso di violenza e vendetta da cui era sfuggito nella terra natia). Certo, i cliché del genere vengono sciorinati in serie, ma è grazie ad essi che The Salvation, western moderno girato con molta cura dei particolari, una splendida fotografia e un cast di tutto rispetto, riesce a creare un'importante tensione culminante nella crudele introduzione (la scena iniziale è infatti di grande impatto e complessivamente la crudeltà è il sentimento principe di tutta la pellicola). Poi la frontiera diventa luogo ideale per l'ennesima storia di vendetta, messa in atto da un Mads Mikkelsen (meglio sfruttato che in Doctor Strange e Rogue One: A Star Wars Story) glaciale ma efficace (un vero e proprio Clint Eastwood danese). L'effetto deja-vu più noia viene invece meravigliosamente evitato per mezzo di una messa in scena accurata (asciutta e convincente, sopratutto per le scene notturne che danno un tocco di raffinatezza al film), di un incedere narrativo mai statico e per una definizione dei personaggi che pur stereotipata lascia intendere buona cura dietro la loro scrittura. In tal senso l'entrata in scena del cattivo Jeffrey Dean Morgan è spettacolare, quasi quanto il suo ingresso a TWD (di cui il film in certi sensi sembra "riprendere"). Qualche battuta a vuoto non manca, ad esempio il finale non mi è sembrato all'altezza del resto della pellicola, mentre alcuni personaggi (su tutti il giovane vendicativo e il braccio destro del cattivo interpretato da Eric Cantona, sì proprio lui) appaiono un po' sprecati (senza dimenticare anche Jonathan Pryce). Bene invece la brava Eva Green (sempre apprezzabile come visto in Miss Peregrine: La casa dei ragazzi speciali), che per una volta (ahimè) non è costretta a denudarsi ma a recitare senza l'ausilio della voce, dovendo interpretare una donna resa muta. Pellicola dunque solida, quasi rassicurante oserei dire per chi ama il genere e quindi magari anacronistica per gli altri. Che poi il tutto non è proprio così rigidamente lineare, qualche sotto-testo interessante c'è (la banca che funge da ricovero per i criminali, unico stabile ancora in piedi all'interno di un paese completamente abbandonato perché devastato dal fuoco, è infatti una calzante metafora della società attuale), e visto lo spessore del regista, che sembra davvero essere un appassionato del genere visti i continui richiami, per immagini, ai grandi del passato, che ci permette di respirare una bella ventata di western classico, non poteva essere altrimenti. Ma aldilà di ciò è proprio un buon film teso, crudo, riuscito nell'atmosfera e senza quell'odore di patinato di tante pellicole di questo quasi defunto genere. Sicuramente meglio la prima parte della seconda infarcita di duelli (e mancante di un finale realmente incisivo) ma resta comunque un western di tutto rispetto. Voto: 6,5

8 commenti:

  1. Titoli interessanti...quel western con Mads poi!

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    1. Già, Mads quando vuole è un "mostro" di bravura ;)

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  2. Man of Tai Chi devo recuperarlo, Keanu Reeves è un'altra passione di mia moglie :D Mi sono sorbito perfino 47 Ronin..

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    1. 47 Ronin m'è piaciuto a dir la verità e anche questo alla fine s'è rivelato passabile ;)

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  3. Beh, tre sufficienze, diciamo.
    Man of Tai Chi mi interessa e l'ho anche sfiorato, ma non visto...

    Moz-

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    1. Sì, son tutti film vedibili, piacevoli e gradevoli, anche se non memorabili o eccezionali ;)

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  4. Sei un signore, io "American Ultra" non sono riuscito a non demolirlo, anche se sono in buoni rapporti con la famiglia Landis.
    "Man of Tai Chi" mi ha divertito, niente da dire fa il suo dovere ;-) Così come "The Salvation", davvero niente male. Cheers!

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    1. Dopotutto rispetto ad altri, American Ultra non finge di essere quello che non è, ovvero puro divertimento, e comunque osannarlo era impossibile ;)
      Grazie a te mi son divertito anch'io con il buon Reeves, mentre per The Salvation bella sorpresa in effetti :)

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