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sabato 6 novembre 2021

Speciale Cinema Internazionale Vintage

C'è un italiano, un russo, un cileno ed un americano, no, non è l'inizio di una classica barzelletta, ma la nazionalità dei registi da me coinvolti per lo Speciale Cinema generico appositamente progettato, per recuperare alcune mancanze a livello cinematografico mondiale (di film non proprio recenti, ma decisamente vintage). Uno speciale che quindi racchiude un po' di tutto, dramma, azione ed horror, che ho pescato da un catalogo non proprio ricchissimo, quello di VVVVID (piattaforma che ricordo essere gratuita), ma comunque non priva di titoli interessanti, sia recenti che non recenti. Uno speciale che inizialmente prevedeva vedessi Prison of the Dead di David DeCoteau, ma dopo l'esperienza delirante avuta con Creepozoids ho virato su altro, su un altro film che insieme agli altri compongono appunto questo quartetto di titoli vintage, titoli diretti dai registi Umberto LenziAlejandro JodorowskyDavid SchmoellerAndrej Končalovskij, che hanno dato vita a pellicole decisamente singolari, alcune di queste addirittura divenute di culto. Uno speciale che peraltro fa da chiusura alla Promessa cinematografica di quest'anno, perché sì, mancano sempre i film legati agli Oscar o a semplici recuperi, ma l'obbiettivo prefissato ad inizio anno, ben 15 propositi, si può dirsi concluso. E con questo discorso quindi arrivato alla fine, non vi resta che constatare se quest'ultimo viaggio sia stato per me un buon viaggio o meno.

Incubo sulla città contaminata (Horror/Sci-fi 1980) - Un ritorno a due facce quello di Umberto Lenzi nel genere horror, otto anni dopo l'ultimo cannibal movie, genere con cui tuttavia tornerà nel 1981 in scena, fu con Cannibal Ferox. In un film del genere bisogna andare infatti a valutare quello che è il reale valore del film, e quello che ha lasciato nelle pellicole prodotte nei periodi successivi. La figura del non-morto velocizzato e capace di azioni strategiche intelligenti è stata un'intuizione a suo modo innovativa e interessante, seppur il film più che non morto proponga in verità degli infetti da radiazioni. Quindi un plauso al regista per questo innegabile merito, ma non bisogna dimenticare anche il resto: il film difatti soffre di numerosi difetti che risaltano con troppa facilità. Partiamo da errori di regia e di montaggio veramente da dilettanti, ma in generale il film elargisce con generosità scene surreali e poco realistiche (anche il trucco lascia parecchio a desiderare). Gli attori non sono disastrosi, ma si parla tuttavia di una recitazione monocorde e piatta, nessuno spicca. Gli effetti splatter sono altalenanti e riescono alle volte a sorprendere (scena dell'occhio), però in altri frangenti fanno calare sconforto nello spettatore. Non sono il massimo neanche le scene di lotta, parecchio ripetitive e fuori luogo. Al film avrei anche dato la sufficienza, ma negli ultimi 10 minuti la vicenda diventa troppo assurda, sfociando in un finale che non ha senso d'esistere. Conclusione: film da guardare per alcune intuizioni importanti, ma sempre tenendo presente il livello della pellicola. Voto: 5,5

Puppet Master - Il burattinaio (Horror/Dramma 1989) - Diciamolo subito, questo filmetto non è nulla d'eccezionale, presenta una trama vista e rivista decine di volte, solito gruppo di persone che si ritrovano in una casa che nasconde un orribile segreto, e neanche l'idea dei "pupazzi" assassini è poi così nuova (solo pochi anni prima ne uscivano già tanti), il ritmo non è sempre incalzante e la recitazione è tutt'altro che eccezionale. Quello che invece rende il film gradevole e che mi porta a concederli la sufficienza, è la realizzazione dei burattini, veri e propri protagonisti della storia, ben caratterizzati (ognuno ha le sue tecniche omicide, alcune di queste anche abbastanza originali, come quella che sputa sanguisughe, o quello che ha un trapano sulla testa) e soprattutto ben animati attraverso la stop-motion. Stupisce vedere degli effetti speciali così ben fatti in un film di serie B come questo. Da ricordare anche la buona fotografia e regia, di David Schmoeller, colui che ne dirigerà anche altri successivamente (nonostante non sia molto famoso come altri ha infatti generato una saga decisamente lunga), sempre sotto l'egida di Charles Band come produttore, produttore di questo film ed altri (anche lui comunque regista di altri capitoli). Molto piacevole da vedere, con attori migliori (si riconosce solo Paul Le Mat, che però era nel notevole American Graffiti) e un po' di splatter in più sarebbe potuto diventare anche un piccolo classico (non si può non pensare a un classico come La bambola assassina, sicuramente superiore a questo), ma è diventato di culto, e non è poco. Voto: 6

lunedì 17 maggio 2021

I film del periodo (1-16 Maggio 2021)

Dopo un mese interamente dedicato alle (tantissime) recensioni di film visionati da una sola "piattaforma", si torna alla normalità, seppur anche questa normalità avvenga ugualmente da una singola piattaforma, almeno per quanto riguarda la maggioranza dei film. Infatti, ho sfruttato per un mese (gratis) l'abbonamento a Prime Video, trovate Qui la seconda parte, ma ora torno a spulciare in quel di Sky (e non solo). Un "ritorno" tanto bello quanto non proprio entusiasmante, però è lo standard, e dipende sempre tutto dai film. Comunque non è detto che non ritorni a spulciare nel catalogo Amazon prossimamente, o in altre piattaforme (a pagamento o meno). Una cosa però è certa, a corto di film non resterò mai. Concludo dicendo una cosa personale che mi è successa, ovvero che (finalmente) sono stato vaccinato, la seconda dose la riceverò infatti tra 10 giorni. Un bene sì, tuttavia il ritardo, essendo paziente a rischio, rimane inaccettabile.

Waves (Romantico/Dramma 2019) - Trey Edward Shults ha dimostrato di avere indubbiamente talento in seguito ai suoi due primi film, Krisha e It Comes at Night, ed anche se nessuno dei due mi ha convinto, resto dell'idea che sia da tenere d'occhio. Cosicché ritengo un passo in avanti quest'ultimo film, un film diviso in due parti dove prima viene raccontato, in modo registicamente affascinante e originale, una storia di vita difficile piuttosto comune, già vista ma con occhi ben diversi e autoriali. Poi la scena rallenta per dare spazio, e si "apre" anche lo schermo come in "Mommy", alla love story dell'altra protagonista (sorella del primo, un ragazzo che in seguito ad un'incidente diverrà problematico e causerà dei problemi). Il tutto diventa più monotono e tecnicamente classico, un peccato perché il film nella sua originalità sorprendeva, anche se paradossalmente ho apprezzato quest'ultima parte di pellicola, esattamente la seconda metà. Il film, lodevole ma anche rischiosissimo, sembra naufragare quando si sofferma su personaggi che sfiorano la più abusata stereotipia (il padre-padrone orgoglioso ed inflessibile appare come il personaggio più a rischio tracollo, salvo poi riprendersi in parte con sfaccettature inedite e profonde). Di fatto l'interesse verso il regista rimane immutato e forte, anche se questa sua opera, per quanto certamente la più ambiziosa e strutturata tra le tre (anche a livello scenografico e di molteplicità di location), appare anche la più vulnerabile e rischiosa, ma paradossalmente è quella che mi è piaciuta di più. Valido il cast quasi interamente di colore (soprattutto Taylor Russell, la nuova "Zendaya", ma anche Kelvin Harrison Jr.Sterling K. Brown e Renée Elise Goldsberry, non dimenticando i "bianchi" Lucas Hedges ed Alexa Demie), ritmo altalenante causa eccessiva durata e il ripetersi di certe situazioni, finale agrodolce. Si poteva fare di meglio. Ma è un film valevole di una visione. Voto: 6+

Kin (Azione/Sci-fi 2018) - Deludente action pseudo-fantascientifico (alquanto diseducativo). Trama di per sé non originalissima in cui una misteriosa e potentissima arma viene trovata per caso da un ragazzino con fratello problematico e pericolosi creditori al seguito. Il problema è che l'arma stessa, invece di restare al centro dell'attenzione, diventa un inutile orpello al servizio di una sceneggiatura colabrodo che per tutto il film non spiega chi, cosa e nemmeno perché. Un barlume di luce arriva giusto a cinque minuti dalla fine, quando il legittimo proprietario dell'oggetto si degna di fare una specie di comparsata che però, anziché chiarire, si limita più che altro ad indicare un possibile percorso probabilmente in vista di un possibile capitolo due che probabilmente non arriverà mai. Ne esce fuori un film mediocre (diretto da Jonathan e Josh Baker) che si lascia guardare in maniera scorrevole, senza annoiare con effetti speciali low budget che riportano ai nostalgici anni ottanta (di cui Terminator è il riferimento principale). Il cast prometteva bene (oltre all'esordiente Myles Truitt ecco Jack ReynorZoe KravitzDennis QuaidJames FrancoCarrie Coon e Michael B. Jordan) e speravo in qualcosina in più, davvero un'occasione sprecata. Voto: 5

venerdì 11 dicembre 2020

Commemoration Day: Atmosfera zero (1981)

In un anno già particolarmente difficile di per sé, potevano forse mancare illustri dipartite? Purtroppo no, molte sono state infatti le notizie tristi per il mondo del cinema, tanti i grandi attori così come le attrici che ci han in questo 2020 lasciati, penso sia inutile in questo senso nominarli tutti. Tuttavia, io con altri colleghi blogger cinefili, abbiamo pensato bene di commemorare oggi alcuni di questi, e il nome e cognome scelto da me è stato quello dello James Bond per eccellenza, di quel Sean Connery agente 007 al servizio di sua Maestà, che il palcoscenico moltissime volte ha calcato. Ricordo con grande piacere alcuni film in cui egli è stato protagonista (o anche spalla), Assassinio sull'Orient Express, Highlander, Il nome della rosa, Gli intoccabiliIndiana Jones e l'ultima crociataCaccia a Ottobre Rosso, Robin Hood, The Rock, Entrapment (ed altri), ma pure La leggenda degli uomini straordinari, il suo ultimo (non particolarmente memorabile) lungometraggio. Però quanti non avrò visto? Non avevo mai visto per esempio Atmosfera zero (Outland), cosicché ne ho (nonostante l'amarezza della sua dipartita avvenuta a fine Ottobre all'età di anni 90) approfittato. Ho perciò visto un thriller psicotico e claustrofobico di ambientazione fantascientifica decisamente interessante, troppo facilmente liquidato all'epoca della sua uscita come un "Mezzogiorno di Fuoco nello spazio". Descritto come un "western spaziale" con numerose (appunto) similitudini con quel capolavoro di Fred Zinnemann del 1952 (Nota: "western spaziale" descrizione tornata prepotentemente in auge grazie al fenomeno The Mandalorian), ne subì (purtroppo) le conseguenze, e in negativo, incassò infatti poco più di quanto era costato. E va bene che Atmosfera Zero è uno di quei film di fantascienza dalle meravigliose intuizioni ma tarpati da un budget non eccezionale e da qualche realizzazione poco felice (dal punto di vista tecnico ci sono difatti alcune cose che non tornano), però Atmosfera Zero è davvero un discreto film di fantascienza, che accusa un po' il passare degli anni, ma è una visione più che accettabile ancora oggi. Già, un bel thriller fantascientifico con un grande Sean Connery nella parte del "giustiziere".

venerdì 31 luglio 2020

I film del periodo (16-31 Luglio 2020)

Tornano, dopo quasi due mesi dall'ultima volta, nel listone dei film visti ultimamente, le prime visioni, più o meno in chiaro delle scorse settimane (e anche di più). Infatti ecco film (alcuni ancora disponibili) scaricati/visti da RaiPlay, di questi alcuni andati in onda in chiaro (Rai 3) ed alcuni dalle sezioni (Fuori orario Cose (mai) viste ma anche da altre) della suddetta piattaforma multimediale, ed ecco film da altri canali quali Spike, e pure un po' di film dalla rassegna cinematografica (che non è ancora terminata, in tal senso certi ci saranno nel prossimo passaggio del listone cinematografico "televisivo") "laeffeFilmFestival", un ciclo dedicato ai più bei Film da Leggere, dieci visioni d'autore tratte da altrettanti grandi romanzi del passato e da alcuni dei più fortunati successi letterari degli ultimi anni, tante prime visioni e film inediti, per riscoprire tutto il piacere di una buona storia, dalle pagine di un libro alla tv (ovviamente tutto su LaF, solo su Sky, canale 135, e il mercoledì sera), infine un film che dovevo recuperare e che ho dovuto vederlo in streaming. E insomma un bel raggruppamento, che non sarà certamente l'ultimo.

SEMAFORO VERDE PER...
Confessions (Dramma/Thriller 2010) - Scritto e diretto da un regista (Tetsuya Nakashima) famoso per i suoi film pop e coloratissimi (questo è tuttavia il suo primo che vedo), Confessions è un film agghiacciante e allucinante, un film che procede a colpi di ralenti (fin troppo ostentati, talvolta), inquadrature geometriche e vertiginose e colori desaturati. E' un film cupo e violento (sicuramente memore della lezione del coreano Chan-wook Park e della sua trilogia della vendetta), un thriller angoscioso e inquietante, che non manca mai di far riflettere lo spettatore. Molteplici sono, infatti, i temi affrontati: dall'incapacità di comunicazione tra due generazioni (sia tra studenti e professori che tra genitori e figli), all'analisi lucida e spietata del mondo degli adolescenti, guastato da smanie di protagonismo e da fenomeni di bullismo (che, comunque, sono frutto dell'inattenzione degli educatori), alla questione della difficoltà dei legami familiari o, meglio in questo caso, della loro assenza, alle problematiche legate alla scuola, una istituzione in sfacelo, che incita alla competizione e al carrierismo più spietati, di fatto restituendo un'immagine desolante della società nipponica odierna (tema, questo, affrontato da molto cinema giapponese contemporaneo), ma forse anche di quella occidentale. Confessions (tratto da un romanzo) è tutto questo e molto altro ancora: un thriller ricco di colpi di scena (fin dallo scioccante prologo), visivamente eccezionale (anche se spesso estetizzante), un film dallo sviluppo narrativo interessante e incalzante, anche se piuttosto lontano dalla consuetudini della cinematografia occidentale. Buona la colonna sonora (che passa con disinvoltura da Bach ai Radiohead) e le interpretazioni degli attori (tra questi Yoshino Kimura di Sukiyaki Western Django, Takako Matsu, interprete vocale di Let It Go di Frozen, per questo si è pure esibita alla cerimonia degli Oscar 2020, e Mana Ashida, "Mako Mori" da bambina in Pacific Rim). Terribile e spiazzante, ma visivamente notevole, il finale. Voto: 7

mercoledì 17 giugno 2020

I film del periodo (1-15 Giugno 2020)

Dopo l'esperimento primo riuscito (della fine dello scorso mese) del nuovo corso inserzionistico cinematografico, si continua sulla stessa strada, l'unica differenza è che in queste ultime due settimane ho abbandonato visioni programmatiche e televisive tornando invece al mio catalogo Sky (delle mie registrazioni via MySky) che ho a disposizione (a parte un caso, quello che paradossalmente ha fatto registrare la visione "moderna" più apprezzata). E così sarà sempre, almeno fino a quando visioni lasciate in sospeso (o visioni programmatiche e televisive) torneranno a bussare alla porta. A proposito di ciò, mi sono capitati molti film di Lupin III, tutto grazie ad un canale Sky interamente dedicato (per un periodo di tempo), ma purtroppo non mi è stato possibile (per tante ragioni) visionare la ventina di pellicole a disposizione (gli sarebbe sicuramente piaciuto alla nostra Bolla). Ho visto comunque un po' qui e un po' là, e mi è bastato, chissà però in futuro.

SEMAFORO VERDE PER...
Victoria (Thriller/Dramma 2015) - Victoria è una ragazza spagnola sola che lavora da tre mesi a Berlino. Dopo una serata in discoteca, probabilmente in cerca di "avventure", riesce a conoscere quattro ragazzi della città tedesca che, in parole povere, le fanno recuperare il tempo perduto in solitudine. E' un film notevole dal punto di vista tecnico perché 140 minuti in un unico piano sequenza richiede un lavoro alle spalle e di preparazione non indifferenti (grossa idea quella di Sebastian Schipper, e un lavoro incredibile quello di tutta la troupe), eppure riesce a colpire la capacità in primo luogo dei personaggi a coinvolgere. Innanzitutto la protagonista malgrado la scrittura del personaggio non lascia intuire appieno il profondo senso di solitudine che la affligge e che facilmente si fa coinvolgere dalla compagnia di quattro ragazzi berlinesi, simpatici nei suoi confronti, ma in fondo dei balordi. La prima parte ci fa scoprire i personaggi ed è pervasa da una tensione sottile di una conoscenza estemporanea che potrebbe facilmente deviare verso situazioni potenzialmente pericolose (come uno stupro). Poi il film, fino a quel momento condotto su toni abbastanza leggeri, si addentra in territori più noir e thriller. La posta in gioco viene progressivamente alzata e la ragazza si trova coinvolta in trame fino a quella nottata assolutamente impensabili, adrenaliniche e senza via d'uscita. Il pregio maggiore ovviamente ad una regia straordinaria per la capacità di reggere un lunghissimo piano sequenza unico, mantenendo un'ottima fluidità di racconto. Tuttavia qua è là si notano delle forzature di scrittura, ma sono molti i lati positivi che vengono risaltati (tra cui la discreta musica), non ultimi la bravura degli attori. L'attrice bravissima che interpreta Victoria è Laia Costa, la cui mutevole e intensissima espressività appare decisiva per la credibilità dell'intera vicenda, affiancata da un valido partner come Frederick Lau nel ruolo di Sonne. In conclusione, un piccolo grande film, che merita di sicuro di essere visto e apprezzato. Voto: 7+

martedì 25 febbraio 2020

I film visti in settimana (17-23 Febbraio 2020)

Questa volta ho preso una bella cantonata, fortunatamente compensata da pellicole non sorprendenti ma consigliabili, vedibili ed interessanti. Tutte comunque e come sempre di generi diversi, per andare incontro ai gusti di tutti (voi), dopo quelli miei ovviamente.

The Bad Seed (Thriller 2018) - Dopo il mediocre The Prodigy eccoci nuovamente dalle parti del genere "ragazzino diabolico", anche se in questo caso si tratta di una ragazzina e anche se in questo caso si torna al classico, né possessione né reincarnazione, ma una bambina criminale con "il diavolo in corpo". E sorprendentemente la classicità paga, e non solo perché il film essendo un remake di un classico del genere, quel Il giglio nero da molti considerato un cult capolavoro, ha già dalla sua una base di un certo rilievo, ma perché questo film thriller americano è ben fatto (seppur questo sia di stampo prettamente televisivo). Un film cattivo al punto giusto e che non si risparmia in crimini delittuosi, che fa più paura di un horror moderno qualsiasi. Perché se non si può negare che la regia di Rob Lowe (autentico mattatore dell'opera, produce, dirige ed interpreta) mostri ampiamente la propria inadeguatezza, con una dipendenza eccessiva dai droni (che sovente confondono la geografia spaziale delle scene) e con una goffa organizzazione delle conversazioni, è innegabile non accorgersi che l'ambientazione fredda e asettica, tutta pareti bianche e ordine compulsivo, contribuisca alla buona resa "psicologica" del prodotto. Un prodotto impreziosito non solo dalla presenza nel cast di Cara Buono e soprattutto di Patty McCormack (la protagonista del film del 1956), ma dall'interpretazione della little psycho Mckenna Grace (già ampiamente apprezzata in altre pellicole), molto in parte e capace di risultare al contempo snervante, dolce e occasionalmente divertente (peccato solo per il doppiaggio che ne svilisce la portata). Un prodotto che pur senza raggiungere il livello dell'originale, si fa (nonostante poi una sceneggiatura non del tutto convincente) apprezzare, risultando al fine passabile. Voto: 6+

mercoledì 2 ottobre 2019

Hell or High Water (2016)

Tema e genere: Western moderno dai caratteri esistenzialisti firmato David Mackenzie.
Trama: Due fratelli, un ex detenuto e un padre divorziato, si confrontano con il rischio chiusura della fattoria di famiglia nel Texas e decidono di collaborare per mettere a segno una serie di rapine. Un uomo di legge, però, segue le loro tracce ed è determinato a fermarli.
Recensione: Finalmente completata la trilogia informale ideata da Taylor Sheridan che tratta della moderna frontiera americana. Infatti, dopo l'ottimo Sicario e il discreto I segreti di Wind River, ecco l'ultimo buon capitolo finale, anche se è questo in verità il secondo dei tre. Comunque dettagli a parte, con Hell or High Water, primo film prodotto da Netflix a ricevere una candidatura all'Oscar come miglior film, lo sceneggiatore statunitense coadiuvato dal regista britannico David Mackenzie (regista tra l'altro del bellissimo Perfect Sense con Eva Green) chiude il suo cerchio. Appunto con un western contemporaneo ad alto ritmo (che comunque si prende i suoi tempi nel far decollare la storia) e dai caratteri esistenzialisti (in questo è bravo il regista nel soffermarsi sui personaggi, e far capire il movente del crimine, di cui alla fine siamo un po' tutti colpevoli, perché egli non vuole giustificare i misfatti, ma farne comprendere l'origine, nella speranza che qualcosa possa cambiare). Hell or High Water (il cui titolo si riferisce ad un modo di dire: "come hell or high water", che significa "qualunque cosa accada", ma anche "ad ogni costo") è infatti un affascinante western postmoderno in cui al posto dei cavalli ci sono le auto e in cui è fortemente accentuata l'idea della fine di un'epoca (è il caso della scena della transumanza dei capi da bestiame da parte di cowboys che suonano quasi anacronistici), una tragica parabola sull'America, in cui a contare è solo il denaro, in tutte le sue declinazioni. Un film in cui si posa uno sguardo amaro su una società persa e sugli individui che la popolano, una società divisa, ferita, in cui la distinzione tra giustizia e vendetta sommaria è quanto mai labile (agli occhi di un europeo risulta sempre impressionate vedere il numero di persone armate e alcune di loro che, in una sequenza da vero western, si mettono ad inseguire i criminali per farsi, per l'appunto, giustizia da soli). Ma non vi è solo questo: il motore di tutto, com'è reso palese ed evidente, ciò che sta dietro ad ogni cosa è l'avidità delle banche, che, costringendo gli individui a scelte disperate, è all'origine dell'escalation di sangue e violenza del film. Ci sono poi riflessioni non banali circa le contraddizioni di una nazione fondata sul sangue (al pari di molte altre), spazzando via intere popolazioni e specie.

lunedì 26 agosto 2019

[Cinema] Takashi Miike Filmography (Sukiyaki Western Django, Ichi the Killer, As the Gods Will, Yakuza Apocalypse)

Credo già di aver di lui parlato in occasione della recensione del suo interessante e bel live action Yattaman: Il film, del perché Takashi Miike è diverso da qualsiasi altro regista, del suo stile unico e controverso, del perché sia considerato uno dei registi più "folli" del cinema orientale, ed anche uno dei più eclettici, prolifici ed originali di sempre (ha al suo attivo, dal suo debutto nel 1991, oltre 100 tra film ed episodi televisivi di dorama, praticamente fiction), ma ripetersi non è sbagliato, se si parla appunto di questo incredibile ed ambiguo (in senso buono) regista. Un regista noto per i suoi film estremamente violenti e inquietanti, pregni di sequenze splatter e di bizzarre perversioni sessuali. Tuttavia Miike non è solo gore, splatter e perversioni, è anche un grandissimo regista e sceneggiatore dallo stile appunto inconfondibile. Perché dietro la forma violenta e disturbante delle sue opere, si nascondono tematiche profonde e ricorrenti: i rapporti familiari, l'amicizia, l'amore, la fedeltà al proprio gruppo (spesso si tratta di gruppi criminali), la solitudine e l'isolamento. Però analizzare, seppur superficialmente, tutti questi aspetti è impresa ardua e che lascio volentieri ad altri più coraggiosi e più esperti di me. Io mi limito solo a vedere ed a "gustarmi" il suo cinema. E infatti non potevo fare a meno di lui, dei suoi film, anche se consapevole che la mia conoscenza si basa su un campione limitato, avendo visto una percentuale minima della filmografia totale di Miike (stare al passo è quasi impossibile), anche quest'anno. Difatti, approfittando delle mie ormai consuete (anche se questo è solo il secondo anno) Promesse Cinematografiche, eccomi ora e adesso a presentare un pezzettino della sua (prolifica) filmografia che ho visto recentemente. Quattro pellicole che trasudano il suo cinema da tutti i pori, quattro film di cui alcune scene è impossibile dimenticare.

venerdì 10 maggio 2019

Hostiles - Ostili (2017)

Si tende a ritenere il western come un genere ormai morto e sepolto, io invece non sono per nulla d'accordo. Il western non è affatto morto, è solo felicemente in pensione, pur consapevole di essere ancora in grado di donare qualcosa. Basti pensare ai titoli usciti negli ultimi anni, non solo in ambito cinematografico, per renderci conto che il genere, benché ormai minoritario, è ben lungi dal finire sottoterra. Questo qui però, grazie anche a una storia di integrazione che parla alle generazioni moderne, le ostilità che i protagonisti sono costretti ad affrontare lungo il cammino sono il segno di un film che in realtà tratta un tema attuale e molto sentito, Hostiles - Ostili (Hostiles), film del 2017 diretto da Scott Cooper, non è un western come tutti gli altri. Questo è un infatti un film diverso, almeno per quella che è l'idea comune di western. E' diverso da ogni Sentieri Selvaggi o Balla coi lupi, non ha niente a che fare con The Lone Ranger ovviamente, con nessun film di Leone, The Eightful Eight o con I Magnifici Sette. E' diverso perché alla base della storia non c'è l'azione con cavalli, fucili e frecce (anche se rende tuttavia onore ai grandi capolavori del genere), bensì il conflitto e la crescita interiore di un uomo, di un soldato, che sta vivendo personalmente il cambiamento di punto del vista nei confronti del conflitto americano-indiano. Un conflitto che nel 1892 stava cambiando pelle, in cui era difficile stabilire chi fosse nel torto fra le due parti, la brutalità e la violenza non erano risparmiate da nessuna fazione. Quelli che erano quindi giochi di potere fra lo stato americano e le tribù diventarono questioni personali, tra soldati americani e indiani. Non a caso il capitano Joseph Blocker ha passato la vita a combattere gli indiani, li considera selvaggi e crudeli e non si è mai fatto scrupoli ad usare contro di loro tutta la violenza che riteneva necessaria e che il Governo consentiva senza problemi. Per questo sembra la scorta più improbabile per il capo Falco Giallo, a cui, dopo anni di prigionia e a causa di una grave malattia, è stato concesso di andare a morire nella sua terra di origine. La situazione si complica ancora di più quando al gruppo si unisce Rosalie Quaid, una donna a cui un gruppo di indiani Comanche ha sterminato la famiglia. Donna che quindi diventerà una dei protagonisti di questo racconto di integrazione tra gli abitanti di uno stesso territorio ma dalle tradizioni differenti. Difatti il viaggio che dovranno compiere sarà più che altro metaforico, sarà un viaggio verso la tolleranza e il riconoscimento della parola "omicidio", un viaggio in cui non ci saranno vincitori ma solo vinti.

martedì 30 ottobre 2018

Gli altri film del mese (Ottobre 2018)

E insomma è passato un altro mese, e l'inverno e il periodo natalizio si avvicina sempre più, il freddo come detto ieri, nel post relativo ai peggiori film (che anticipa appunto questo sugli altri film di questo autunnale mese) è già arrivato, mentre non sono arrivate e non ci sono cose belle da segnalare, tutto nella norma, anche se mi è successo comunque qualcosa di positivo, ovvero che si è rafforzato un legame di amicizia nato in questi mesi, e poiché l'amicizia per me è qualcosa di importante (di vitale e di indispensabile), son contentissimo di averla incontrata (di aver incontrato la sua esuberanza). In tal senso vorrei fare (prima di lasciar spazio alle recensioni delle pellicole visionate) un "elogio dell'amicizia" (a tutti i miei amici vicini e lontani, virtuali e non, veri o presunti), con alcune frasi prese dallo scrittore Paolo Crepet dal suo libro omonimo (che comunque non ho letto). "L'amicizia non fa sconti, è un sentimento onesto: restituisce tutto ciò che si è seminato", "L'amicizia è necessità, mai convenienza. Esigenza dettata dall'intelligenza emotiva", "L'essenziale non lo si coglie quando i conti tornano, ma soltanto quando il sipario cala all'improvviso e non resta che una platea vuota e ci si sente immensamente soli", "Che significato potrebbe avere mai la vita se fosse soltanto un gioco con la propria ombra?", "L'amicizia è un lavoro serio, necessita continuità, dedizione, manutenzione attenta, come accade per tutte le cose rare e preziose" e "L'amicizia non serve per sé ma per entrambi, non è visione egocentrica ma relazione svelata". Bene, ed ora buona lettura.

lunedì 21 maggio 2018

La torre nera (2017)

Il re dell'horror e del fantasy (così unilateralmente definito) è stato portato sul grande schermo in più occasioni (e con discreto successo) e ha vissuto bene anche sul piccolo schermo grazie a film tv e mini serie. Da IT a Misery non deve morire, da Shining a Carrie, da Stand by me a Il miglio verde, da Cujo a The MistStephen King ha avuto più volte l'onore di vedere le proprie opere animarsi per il pubblico. In questo caso, tocca alla Torre Nera (The Dark Tower) l'onere di riportare in auge uno dei suoi tanti romanzi famosi, e le premesse per farne un ottimo film quindi (film del 2017 diretto da Nikolaj Arcel) c'erano tutte nuovamente. Cast di prim'ordine e azzeccato, trama interessante e curiosa dove figura imponente una torre nera che si erge al centro di un esteso multiverso mantenendolo in equilibrio e inaccessibile dalle forze malvagie, un pistolero, un mago e un ragazzino acuto e brillante sono gli elementi principali della storia. Ma il film ciò nonostante appare sin dalla prima mezz'ora piatto, blando e piuttosto prevedibile. Non coinvolge mai pienamente e non emoziona, non riesce a costruire la debita suspense per lo svolgersi delle azioni e tutta la trama, apparentemente articolata e profonda, si dissolve pian piano tramutandosi in una delle tante, innumerevoli, parabole cinematografiche del bene contro il male. In uno, probabilmente e quasi certamente, dei più infelici adattamenti cinematografici tratti dai lavori del grande romanziere statunitense. D'altronde anche se chi vi scrive non ha avuto il piacere di leggere l'opera originale, i problemi che affliggono la pellicola appaiono evidenti anche tralasciando qualsiasi tipo di confronto con la fonte d'ispirazione. Giacché questo film, che può tranquillamente far parte dello "spettro negativo" delle trasposizioni cinematografiche delle (molto spesso) omonime saghe letterarie di Stephen King, non smentisce il rapporto spesso contrastato tra le sue opere e il cinema, che hanno avuto fortune alterne sul grande schermo.

lunedì 8 gennaio 2018

La Top 30 dei migliori film visti quest'anno (2017)

Dopo aver visto i peggiori film in assoluto, per genere e le delusioni, e dopo la scorsa settimana dedicata alle migliori serie, attori e attrici, sigle e colonne sonore (che trovate facilmente nell'archivio post), è finalmente arrivato il momento di presentare la top più importante dell'anno, quella dei migliori film visti quest'anno (il 2017, che saranno ben 30 a fronte dei ben 340 film visti, compresi un centinaio di quelli peggiori), in una classifica (come sapete o dovreste già immaginare se avete visto quelle dell'anno precedente) però abbastanza diversa per ovvie ragioni da molte altre. Ovvero che, siccome li ho solamente visti durante l'anno appena trascorso, non sono tutti film usciti quest'anno, anzi, in alcuni casi anche di due anni fa. Comunque a parte ciò, il livello di film e la loro qualità (solo pellicole che hanno ricevuto i voti più alti, quelli che vanno dal 7,5 al 10, tuttavia in questa classifica fino al 9) è indubbiamente alta. Quindi mettetevi comodi e allacciate le cinture, perché il viaggio che porterà il vincitore del Saba Cine Awards per il miglior film visto da me del 2017 sta per cominciare. E come già fatto l'anno scorso per leggere le recensioni basta cliccare sulla foto.


30. Emozionante ed educativo

29. Avvincente e spettacolare

martedì 19 dicembre 2017

Tutti gli altri film visti durante il 2017: Azione/Western (American Ultra, Criminal, Man of Tai Chi & The Salvation)

Nono e penultimo appuntamento con l'inossidabile genere action, a cui facile è affiancare il genere western, dopotutto sempre di sparatorie e mazzate qui si parla. Un po' Chuck, un po' MatrixAmerican Ultra è una commedia d'azione del 2015, per fortuna con più azione che comicità, che nonostante la poca originalità e la non eccezionalità della trama, senza infamia e senza lode, porta a casa il risultato. Anche perché la prima impressione guardando questo film, è che sia derivato da un fumetto, un po' come (il passabile) Scott Pilgrim o (l'ottimo) Kick Ass, il giovane e solitario Mike (Jesse Eisenberg) vive con la coetanea Phoebe (Kristen Stewart) e quando non lavora (ma anche quando lavora) in un market sempre deserto, passa il tempo a fumarsi canne su canne e disegnare fumetti di scimmie astronaute. Salvo essere preso da assurde crisi di panico ogni volta che cerca di allontanarsi dalla routine o dal paese tra i boschi della Virginia dove vive. Potrebbe essere l'inizio di una commedia alla Clerks, ma la svolta si fa interessante, e il tono più drammatico, non appena si scopre che in realtà Mike è un operativo della CIA cui è stata piallata la memoria e data una nuova identità. Il progetto che lo vedeva "dormiente" è stato annullato e un ambizioso capetto dell'Agenzia (Topher Grace) vorrebbe toglierlo di torno definitivamente, ma un'altra dirigente con scrupoli di coscienza (Connie Britton) decide di "risvegliarlo" perché possa difendersi. Mike è rappresentato come un tenero stordito che naturalmente non si capacita delle doti assassine che scopre di avere. E questo riesce però a rendere le situazioni più divertenti e la violenza meno realistica, specie in alcune scene dagli effetti speciali molto azzeccati (la prigionia nella cantina dello spacciatore illuminata da luci UV, l'uso di una padella come sponda per sparare stando nascosti, ecc.).

lunedì 31 luglio 2017

I peggiori film del mese (Luglio 2017)

Questo mese di luglio è stato alquanto impegnativo, almeno per quanto concerne il blog, dato che per festeggiare in modo adeguato il mio secondo bloggheranno ho cambiato veste grafica, non un compito facile personalmente, anche se me la sono cavata egregiamente, nonostante questo stesso cambio stilistico ha avuto una programmazione di ben 6 mesi, ma per fortuna tutto è andato liscio. Impegnativo non lo è stato invece umanamente parlando questo mese, anche se il caldo si è fatto sentire molto e mi ha portato, ancora adesso, alcuni strascichi con cui convivere. In ogni caso di film ne ho visti tanti, e tra questi alcuni meno belli (8 per esser precisi), quelli che proprio ora sto per presentare.

Dragon Blade: La battaglia degli Imperi (Azione, Cina 2015): Paradossale e fallimentare è questo film con Jackie ChanJohn CusackAdrien Brody. Paradossale perché nonostante il film racconti una storia vera e realmente accaduta, quella di una squadra incaricata di proteggere la Via della Seta da mire del folle console romano Tiberius, per colpa della regia (incolore e deleteria con passaggi ridicoli e imbarazzanti), del montaggio (con flashback buttati lì a casaccio), della sceneggiatura colabrodo (per non dire inesistente), della recitazione sopra le righe di tutti e soprattutto per le evidenti esagerazioni visive (con combattimenti alquanto ridicoli ed effetti speciali deficitari), non del tutto dettate dal classico stile cinese, ma da quello peggio del cinema americano, sembra un film fantasy palesemente inventato, poiché non ci si crede che tutto sia successo davvero. Insomma, dopo Outcast con Nicolas Cage, ecco un altro tentativo di mixare la storia occidentale con la cultura orientale che finisce miseramente nel nulla cosmico. Voto: 3

Timbuktu (Drammatico, Francia 2014): Arido e inconcludente seppur lodevole è questo drammatico film francese candidato all'Oscar come miglior film straniero nel 2015. Arido non solo per la psicologia estremista di alcuni jihadisti che impongono a Timbuktu la sharia, ovvero leggi che proibiscono la musica, il calcio e il fumo, e impongono un rigido codice di abbigliamento per le donne, ma anche perché la storia di una piccola vendetta (legata alla trama principale) che metterà in seria difficoltà il destino di una famiglia, è privo di quella "potenza" emozionale tale da riuscire ad appassionare o emozionare. Inconcludente perché non solo la storia rimane a metà, ma perché non c'è un particolare o un colpo di scena tale da interessare, nonostante la lodevole capacità o riuscita di raccontare una realtà triste, avvilente ed esistente, in modo quasi perfetto. Il film infatti colpisce certamente la coscienza, però la trama frammentaria noiosetta non aiuta l'attenzione per la visione, tanto che niente resta, niente rimane. Voto: 5,5

martedì 13 giugno 2017

I magnifici 7 (2016)

Finalmente in questo continuo fiorire di remake ci troviamo davanti a uno ben fatto o che quantomeno non vuole per forza competere o superare l'originale ma vuole essere appunto una rivisitazione. Perché I magnifici 7 (The Magnificent Seven), film del 2016 diretto da Antoine Fuqua, remake del film omonimo del 1960 diretto da John Sturges, a sua volta adattamento in chiave western de I sette samurai di Akira Kurosawa, è un più che discreto remake, che non solo non viene schiacciato (troppo) dal peso del film originale del 1960, anche se era difficile e preventivabile che non poteva di certo fare meglio di un capolavoro cult del cinema interpretato da attori mostri quali Yul Brynner, Eli Wallach, Steve McQueen, Charles Bronson e James Coburn, ma che si lascia tranquillamente e facilmente vedere, dato che, questo classico western, lontano (nei temi e nel risultato) dall'ultimo me visto, quel comunque fantastico e atipico The Hateful Eight, ed in ogni caso avvicinabile in quanto "epicità" al bellissimo revenge western Sweetwater, si rivela un onesto prodotto di intrattenimento, che probabilmente, preso come un blockbuster come tanti non regge bene come il piuttosto recente remake di Quel treno per Yuma, ma che riesce nel suo intento, poiché il film è bello, e riesce, con estrema ed efficiente maestria, a tenere incollati alla poltrona gli spettatori per i suoi apparentemente lunghi 126 minuti di proiezione e di scene che si susseguono ad un ritmo intelligente ed estremamente empatico. Certo, la storia di base (anche se qui leggermente riadattata) è un caposaldo del cinema e quindi, fallire era impossibile, ma nonostante ciò, l'obiettivo viene raggiunto con estrema efficacia, lo spettatore ne rimane soddisfatto, coinvolto e sedotto.

lunedì 6 febbraio 2017

The Hateful Eight (2015)

Il fattore più sorprendente del cinema di Quentin Tarantino è la sua capacità di mettere in scena, con estrema e ammirabile originalità, delle tipologie di trame sostanzialmente vecchie e ormai standardizzate in 120 anni di vita della settima arte. La vicenda che ci presenta in questo suo ottavo lungometraggio, intitolato The Hateful Eight (2015, visto in anteprima su Sky grazie ad Extra ma andrà comunque in onda stasera 6 febbraio 2017 su Sky Cinema Uno e sul canale speciale Hits dedicato a Tarantino) è difatti un retaggio e un mescolamento di strutture narrative e archetipi che già sono stati portati sul grande schermo in passato da altri registi, niente di così nuovo e sensazionale quindi se analizziamo la grammatica del film o se studiamo le strutture soggiacenti che ne plasmano la forma e danno vita ai contenuti. Ma questo suo ispirarsi a altre pellicole va oltre la citazione (e l'autocitazione) fine a se stessa, Tarantino infatti sa bene come utilizzare il cinema che più ama, sa rimescolare tra loro le varie situazioni e le singole trame, sfornando sempre un prodotto nuovo e dall'aspetto accattivante. Lo aveva fatto in passato e lo ha fatto ancora adesso in questo splendido western che va di diritto a collocarsi tra le più belle pellicole che abbia mai girato, anche se non a livello degli altri suoi capolavori. E nel giocare a mescolare tra loro i vari ingredienti, Tarantino riesce così a generare una creatura del tutto particolare, a fondare addirittura un nuovo genere, essa si traveste da Western, ma di quel preciso cinema non porta che l'estetica ed i suoni, la musica del maestro Ennio Morricone (vincitore per di un Premio Oscar più che meritato) e qualche riferimento storico piazzato accuratamente nei momenti opportuni. La storia degli 8 protagonisti è un thriller in tutto e per tutto, che prende forma sequenza dopo sequenza fino a palesarsi come tale una volta che la vicenda giunge ad una precisa maturazione e tocca le vette più alte di pathos. Il film si apre benissimo con un lungo piano sequenza accompagnato dalla superba colonna sonora di Morricone, che fa già presagire le atmosfere horror\thriller che ci aspettano. Poi si prosegue con una serie di dialoghi, forse un po' prolissi (che capisco possano stancare un po'), tra i primi quattro protagonisti, durante i quali vengono chiariti fatti e relazioni che diverranno poi essenziali per il resto del film. Finalmente si arriva al vero cuore pulsante del film, l'emporio di Minnie (probabilmente un nome "disneyano" non a caso), in cui si svolgerà tutto il resto del film, dove un cacciatore di taglie sta portando la sua prigioniera a Red Rock per consegnarla alla giustizia ma dove all'interno della locanda stessa trova degli strani individui e sente lo strano sentore che nessuno è chi dice di essere, e da qui in poi sarà paranoia e suspense costante, fino allo scoppiettante e violentissimo finale che ci ripaga della lunga attesa (per la cronaca è persino più violento di quanto prevedessi, e più "divertente", sono sicuro che Tarantino era euforico mentre lo girava).

mercoledì 7 dicembre 2016

Revenant: Redivivo (2015)

Gli aggettivi che mi vengono in mente dopo la visione di questo lungometraggio (un film del 2015, diretto, co-scritto e co-prodotto da Alejandro González Iñárritu) sono: maestoso, epico, selvaggio, ma anche purtroppo deludente e disturbante. Deludente perché anche se il film scorre bene e la pellicola si fa vedere, questa solo a tratti intrattiene, ma mai riesce ad appassionare completamente nonostante la forza emotiva che indubbiamente c'è e tanta. Disturbante perché Iñárritu non è proprio un regista da definirsi delicato, quindi la cosa ci starebbe, se non che, ciò che mi 'disturbava' (e non poco) nella prima mezz'ora/tre quarti di visione (l'esagerazione quasi grottesca, le forzature battagliere, la ridondanza in generale amplificata da un'eco naturalistico che andava profilandosi come un'esibizione di maniera e di stile fine a se stessa, senza dimenticare alcune scene cruente e alcune molto surreali) si è però lentamente dissolto quando ho capito e ho visto quanto sia stato lo sforzo, umano e tecnologico, nonché naturalmente di budget (ma quest'ultimo non è certo un elemento a favore), operato per realizzare questo film. Un film però che nonostante non sia riuscito efficacemente a stupire o a commuovere me, regala uno spettacolo straordinario di puro cinema, film che stenta a decollare, che stenta a farsi capire e coinvolgere ma che regala maestosi paesaggi innevati e una storia incredibile, potente e intensa con un finale più che accettabile. Revenant: Redivivo (The Revenantrimanda, come in un gioco di specchi, recuperando temi propri della frontiera americana (quando la frontiera era in realtà un gigantesco territorio inesplorato che iniziava a ridosso degli stati della costa atlantica, abitato da una pluralità di popolazioni indigene), ad opere come Into the wild e affini, sviluppando un percorso artistico originale (anche se a dire il vero questo è un remake dato che il soggetto è già stato usato da un'altra pellicola, Uomo bianco, va' col tuo dio! 'Man in the Wilderness' del 1971) a partire dalla spettacolarizzazione di una storia vera (in parte basata sul romanzo Revenant: La storia vera di Hugh Glass e della sua vendetta e parzialmente ispirata alla vita del cacciatore di pelli Hugh Glass, vissuto a cavallo tra il Settecento e l'Ottocento), ambientata nel grande nord americano all'inizio dello stesso diciannovesimo secolo, il nord delle spedizioni di caccia, dei combattimenti con tribù di indiani ostili, dei vincoli famigliari e il tradimento, dello spirito di sopravvivenza e la vendetta e ne propone una scrittura tersa ed essenziale, in cui gli individui diventano minuscoli a fronte di una natura primordiale, implacabile e ferocemente bella.

lunedì 29 agosto 2016

Gli altri film del mese (Agosto 2016)

Il mese di agosto è stato un mese di pace e relax almeno negli intenti, perché nonostante un mio piccolo rallentamento nella pubblicazione dei post ho comunque visto tante serie ma anche tanti film, ed ecco quindi il classico, cinematograficamente parlando, post di fine mese, con i 12 film visti. Partendo da Natale col boss, una esilarante e demenziale commedia Natalizia (anche se il Natale è solo un'espediente, solo una mera questione di marketing, infatti nel film si intuisce che il periodo sia natalizio solo per una ghirlanda appesa alla porta di una protagonista) del 2015 diretta da Volfango De Biasi (Un Natale stupefacente, Iago, Come tu mi vuoi). Il film perciò è il classico cinepanettone annuale ma si differenzia molto da altre produzioni del genere, ciò nonostante questo mezzuccio è stata davvero una cavolata, tanto che non serviva, anzi, proprio per l'originalità e diversità sarebbe stato meglio non usarlo. Comunque la storia della pellicola narra di questo boss napoletano costretto a cambiare faccia per sfuggire alla polizia. Fa rapire due chirurghi e li costringe a fargli la plastica, ma il boss non viene trasformato in Leonardo Di Caprio, bensì in Peppino Di Capri. Inevitabilmente partirà la caccia ai due medici, che tenteranno di salvare la pelle tra mille disavventure, mentre due sconclusionati poliziotti indagano. Come detto in precedenza questo cinepanettone è molto diverso dal cinepanettone tradizionale, questo perché il regista come anche ultimamente il produttore hanno finalmente capito, non serve ambientare la storia in una località esotica, basta virare in qualcosa di diverso per intrattenere. Ovvero rifacendosi ai film di genere anni 70, vien fuori una commedia un po', ma molto poco, poliziesco, molto, ma molto, anche perché ambientato a Napoli, comico, sempre però nella tradizione della commedia italiana basata sul gioco degli equivoci, con appresso il tema di corna/sesso/amore e citazioni cinefile (Gomorra per esempio viene vivisezionato e deriso alla grande). Il risultato è perciò una serie continua di gag basata, come detto, sugli equivoci, ma, c'è un ma, il risultato finale non è quello sperato all'inizio.

lunedì 2 maggio 2016

Gli altri film del mese (Aprile 2016)

Latin Lover è una garbata commedia tutta italiana, quasi tutta al femminile del 2015. Il film diretto (con mano ferma e senza sbavature o lungaggini) da Cristina Comencini (che firma anche soggetto e sceneggiatura della storia), verrà ricordato soprattutto per essere stata l'ultima (accettabile, discreta) interpretazione dell'indimenticabile Virna Lisi, morta pochi mesi dopo la fine delle riprese. La Comencini ispirata dal padre (da una vena auto-biografica) e dalla tradizione cinematografica italiana ne fa quasi un elogio, in quanto con Saverio Crispo ne riassume le sue peculiarità. Difatti Saverio (interpretato da Francesco Scianna) riassume nella sua carriera 20-30 anni di storia di quel cinema italiano e di quei suoi attori nati nel secondo dopoguerra: dai musical alle commedie degli anni '60, al cinema francese e svedese d'essay, passando per le pellicole politiche impegnate degli anni '70, fino agli spaghetti-western. C’è un finto Il Sorpasso, un finto spaghetti western, un finto La classe operaia va in paradiso, un finto Brancaleone e via dicendo, Crispo sembra riassumere principalmente Gassman, Mastroianni e Volonté. E come un classico divo, anche Saverio ha vissuto le sue esperienze da rotocalco, cambiando mogli ed amanti come si cambiano i calzini e avendo la ventura di mettere al mondo una figlia femmina per ognuna delle sue donne, a ciascuna delle quali conferisce un nome che comincia con la "esse". Ed eccole qui ora le sue figlie nel giorno del decennale della sua morte nel paese natale in Puglia: ognuna diversa non solo per nazionalità, ma anche per interessi, per personalità e atteggiamento nei confronti di un padre che (asseconda delle situazioni di lavoro e del rapporto con l'allora compagna) poteva essere più affettuoso e genitoriale o più distante ed egocentrico. Ed ecco anche due delle mogli residue, entrambe ex-attrici, che fra di loro (nonostante l'imbarazzo e la gelosia iniziali per l'uomo conteso) si ritrovano più facilmente complici perché affratellate dai suoi tradimenti continui.