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venerdì 28 agosto 2026

Le serie tv del mese (Agosto 2026)

Ecco la lista delle serie tv e/o miniserie viste questo mese. Programmate o meno, opere visionate dalle piattaforme streaming a mia disposizione (a pagamento o meno), ovvero da Netflix, Sky e Prime Video, da Paramount Plus, Disney Plus e TimVision, sporadicamente anche da RaiPlay, Apple Tv Plus e siti vari (anche non legali).

American Primeval (Miniserie) - Serie, anzi miniserie western (in 6 episodi), cupa, livida, lontana da qualsiasi romanticismo della frontiera: preferisce il realismo sporco, la brutalità e un tono quasi documentaristico. La trama non è particolarmente originale, ma la sceneggiatura tiene insieme con cura le diverse linee narrative, evitando lungaggini, minutaggi eccessivi e persino i soliti flashback. L'ambientazione dello Utah del 1857 è splendida e ricostruita con rigore, la fotografia è spettacolare, i costumi convincenti e la colonna sonora aggiunge spessore emotivo. La violenza è copiosa, a tratti ostentata, ma coerente con le tesi che la serie vuole portare avanti e con il contesto storico rappresentato. I personaggi sono ben scritti, credibili, dotati di una rotondità che permette al cast di brillare, con interpretazioni solide e misurate. Qualche episodio rallenta, complice il respiro del genere, ma senza compromettere il ritmo generale. Il finale sembra annunciato, eppure riesce comunque a sorprendere. Nel complesso, una serie (diretta da Peter Berg) robusta, immersiva, tecnicamente eccellente e decisamente meritevole. Voto: 6

Ozark (1a stagione) - La serie di Netflix del 2017 mette al centro il denaro come misura delle scelte e dei compromessi morali. Martin Byrde, consulente finanziario che ricicla soldi per un cartello messicano, trascina subito la famiglia nei suoi traffici: niente doppia vita alla "Breaking Bad", solo una lenta discesa collettiva nell'oscurità del lago di Ozark. La tensione resta alta, alimentata da variabili imprevedibili e da personaggi pieni di zone d'ombra. La serie funziona grazie alla scrittura solida, all'atmosfera cupa e a un cast eccellente: Jason Bateman impeccabile, Laura Linney straordinaria e sottovalutata, Peter Mullan e Lisa Emery memorabili nei panni degli Snell. Non ci sono veri "buoni", solo frammenti di umanità in un contesto marcio. Una prima stagione non spettacolare ma avvincente, ben diretta, a tratti lenta ma sempre efficace. Una crime‑story di qualità che merita la visione e lascia curiosità per l'evoluzione futura. Voto: 7,5

Euphoria (3a stagione) - La terza stagione della serie ideata, scritta e diretta da Sam Levinson è una stagione che cambia pelle in modo radicale: più adulta, più pulp, più estrema, ma anche profondamente sbilanciata. L'immaginario visivo resta potente, con una regia audace, una fotografia splendida e scelte estetiche nette che abbandonano il glamour delle origini per un mondo più sporco, notturno e disilluso. Tuttavia, la narrazione si perde in un eccesso continuo che travolge coerenza e identità dei personaggi: Rue precipita in storyline parossistiche, Cassie e Jules vengono svuotate, Lexi snaturata, Nate ridotto a una caricatura. Alcuni nuovi volti funzionano e regalano momenti vivaci, ma non bastano a sostenere una stagione che appare spesso caotica, sovraccarica e priva di equilibrio. Il finale, intriso di simbolismi religiosi e punizioni moralistiche, chiude il percorso con toni cupi e controversi, lasciando più smarrimento che compiutezza. Euphoria (la seconda stagione qui) si congeda come una serie che ha segnato un'epoca, rivoluzionando il teen drama, ma che nel suo ultimo atto si è persa nella volontà di strafare, sacrificando la complessità che l'aveva resa unica. Voto: 5,5

lunedì 31 maggio 2021

I film del periodo (17-31 Maggio 2021)

Dovevo 4 giorni fa fare il richiamo, ma per (paradossali) ingerenze non è successo, spero in settimana, comunque ho da comunicarvi una piccola novità, inerente all'Angolo Vintage, semplicemente rubrica che dopo oggi (e l'ultimo film, film ultimo Pre 2000 della collezione Japan Animation) se ne andrà beatamente in vacanza. Non è un addio infatti, ma un arrivederci, presumibilmente all'anno prossimo. Durante questo primo scorcio d'anno sono stati così tanti i film Vintage, e tanti ancora saranno (la Promessa ne prevede parecchi), che vederne altri era decisamente troppo (ed alla fine dell'anno ne avrò visti più di 50). Cosicché chiudo temporaneamente e punto tutto sul resto, sulle pellicole recenti e prime visioni. Ed a proposito di ciò, ecco di nuovo e d'importante recentemente da me visto.

Volevo nascondermi (Biografico/Dramma 2020) - Il fresco vincitore di ben 7 David di Donatello nell'edizione di quest'anno (tra cui quello per il miglior film), è un film riuscito solo in parte. Fotografia e ambientazione campagnola contribuiscono sì a fornire la cornice più adatta al mostruoso lavoro di Elio Germano, che si trasfigura letteralmente nel pittore svizzero-emiliano (sicuramente meritati i Premi assegnategli, prima a Berlino e poi ai David), tuttavia il film viene un po' a fatica, perché, invece di tentare la via del racconto organico, traccia un ritratto per frammenti, incisivi, significativi, aderenti al personaggio quanto si vuole, ma confluenti in un insieme nevrotico, capace di mettere a prova. In sostanza un one man show attorno a questo malinconico, tormentato e folle genio, interessante soprattutto per chi ha amato (o perlomeno conosca) l'artista. Giorgio Diritti si concentra sull'uomo, sull'infanzia che ne ha turbato la psiche e sulla sua ricerca di un'accettazione da parte del prossimo. I fatti pedissequi destano poche emozioni in quanto manca la connotazione del periodo storico (dopotutto siamo a cavallo della Seconda Guerra) anche se a livello ambientale l'uso del dialetto ci riporta all'epoca dei fatti. La sceneggiatura non è un granché, i personaggi secondari non sono ben sviluppati e i salti temporali rendono molto confusionario il tutto, rischiando di rovinare un film che nel complesso non è male. Meglio è sicuramente la buona colonna sonora che accompagna dolcemente i momenti in cui si vive la natura in tutta la sua essenza. A conti fatti buono, ma non buonissimo. Voto: 6+

Minari (Dramma 2020) - Il quasi esordiente Lee Isaac Chung racconta una famiglia in cattività, dove ognuno è alla ricerca della propria realizzazione e fondamentalmente di una collocazione identitaria in una terra che non è ancora propria. La mancanza di collaborazione in questa ricerca porta ad un'ovvia crisi che rischia di far saltare definitivamente il già fragile equilibrio, ma è solo quando la crisi, letteralmente, esplode che i protagonisti ritroveranno ciò che è più importante per loro: l'amore famigliare. Minari è una storia insolita e delicata, intima, capace di emozionare e di far sorridere, che vede nella coppia nonna-nipote, il più grande il più piccolo del nucleo, il punto di interesse attorno al quale ruota la storia e che simbolicamente la rappresenta nel suo andamento. Minari è un film dolce e amaro che mostra la demistificazione del sogno americano, le aspirazioni, i sentimenti e le emozioni di una famiglia coreana emigrata negli Stati Uniti in cerca di fortuna. La prima sensazione che ho avuto era che fosse un reboot di Un affare di famiglia, poi passano i primi 10 minuti e il film cresce, ma non fa meglio di quel bellissimo film. Ecco, a mio avviso manca quel qualcosa in più che quel film aveva, ma comunque sia mi è piaciuto abbastanza. Minari infatti, sorprende ugualmente e in positivo per la sua leggerezza e sensibilità, non forzando niente per cercare di stupire. Si apprezza, inoltre, come è stata dettagliatamente rappresentata una famiglia emigrata (eccetto il piccolo David) con tutti i suoi problemi annessi, senza mai cadere nel melodrammatico. La regia è al servizio della storia, come lo sono le note del commento musicale. Quest'ultimo soprattutto ho apprezzato in particolar modo, bellissima è difatti la dolcissima colonna sonora originale. Bravi tutti gli attori: Yoon Yeo-jeong nella parte della nonnina fuori come un balcone ha vinto l'Oscar per la migliore interpretazione di non protagonista (l'unico a fronte delle 6 candidature), l'abbiamo già vista in The Housemaid (2010) e In Another Country (2012)Steven Yeun lo avevamo visto recitare la parte dell'amico ricco e viziato nel film Burning di Lee Chang-dong del 2018. La storia è proprio carina e lascia qualcosa al termine della visione, davvero un bel film. Voto: 7

giovedì 13 settembre 2018

GLOW (2a stagione)

Nella prima stagione GLOW, la serie creata da Liz Flahive e Carly Mensch, aveva trafitto i cuori grazie a un mix "letale" di umorismo e lotta, di dolore e sfida (contro se stesse, contro le altre e soprattutto contro il sistema maschile), di dramma (costruito su molti livelli) e commedia (Qui la mia recensione), nella seconda stagione, messo da parte per certi versi il ring, la musica non cambia, anzi, se possibile, ogni cosa è ancora più intelligente e sovversiva, penetrando nel tessuto seriale. Se nella prima stagione la serie ha raccontato la rivincita delle protagoniste che con sudore e fatica sono riuscite a superare gli ostacoli della vita, in questa seconda stagione il tema è l'amicizia, la sorellanza, grazie alla quale nessuna delle componenti della squadra, è mai veramente sola. Una sorellanza che è legame solido, unico e irripetibile, nodo difficile da sciogliere e, anche quando sembra possibile, è solo apparenza (il rapporto tra Debbie/Betty Gilpin e Ruth/Alison Brie). La rivalità fra le due attrici principali, Ruth e Debbie, è ancora elemento fondante dell'intreccio, litigano, si rinfacciano situazioni passate (il tradimento del marito di Debbie con Ruth e di conseguenza è sua la colpa del loro divorzio), si pungolano cercando di ferirsi (la loro lite in ospedale) e ostacolarsi (Debbie tenta in ogni modo di mettere i bastoni tra le ruote all'amica/nemica), arrivano addirittura alla "rottura" ma poi proprio in nome di quella sorellanza, proprio per il bene che in fondo, nascosto tra recriminazioni, insulti e rabbia si vogliono, riescono sempre a cucire lo strappo. Sembra tutto uguale quindi in questa stagione, Zoya the Dystroyer contro Liberty Bell, le sfide tra le wrestler, soldi che scarseggiano, invece no perché GLOW è capace di prendere tutto ciò che di buono c'era nella prima e di migliorarsi senza snaturare se stessa e le protagoniste/donne. Lo show infatti, con questo secondo ciclo non solo conferma quanto di positivo avevamo visto nella stagione di debutto (un anno fa, io solo 4 mesi fa), ma fa un deciso salto di qualità in termini di scrittura (che va a tutto vantaggio dell'esperienza di visione). Non a caso tutto ciò che si poteva chiedere alla seconda stagione di GLOW era di sfruttare le potenzialità inespresse nella prima annata. Questo è esattamente quel che la serie Netflix ha fatto. Di più, è riuscita, senza negare affatto il lavoro precedente, a ritagliarsi un'identità più definita, giocando sullo sviluppo dei personaggi prima che sullo stridere tra commedia e dramma.

giovedì 17 maggio 2018

GLOW (1a stagione)

Gli anni Dieci dei Duemila saranno ricordati come l'epoca dei revival e di come l'effetto nostalgia abbia avuto la meglio su ogni tentativo di spingersi al di là dei confini finora conosciuti nel mondo dell'arte. Un discorso che abbraccia a 360° ogni genere, dal cinema alla musica, alla televisione. E così la Netflix pensa bene di coniugare l'effetto nostalgia a doppio strato con una serie originale, da una parte gli anni '80 e dall'altra il wrestling. Il wrestling, che per noi figli degli anni '80 è stato un appuntamento settimanale fisso, scandito inizialmente da quell'inconfondibile voce made in USA con cui Dan Peterson ci ha raccontato, con ugual enfasi, le incredibili mosse di Hulk Hogan o i voli dei giocatori della NBA. E questo imprinting emozionale è rimasto in attesa di riesplodere adesso (in verità il 23 giugno scorso, praticamente un anno fa) con GLOW, una serie appunto originale ma ispirata liberamente alla storia di GLOW, acronimo di Gorgeous Ladies of Wrestling, circuito (molto famoso all'epoca, almeno in America) che negli anni '80 metteva sul ring delle donne in uno scenario fino a quel momento ovviamente a vocazione maschile. E così prendendo ispirazione dalla serie originale, la serie Netflix parte dalla sigla GLOW e decide di scrivere una storia nuova, quasi in toto (anche se la serie si svolge comunque in quegli anni, epoca d'oro del wrestling americano rappresentato in primis dalla WWF, odierna WWE), ed altresì decide di presentarci questa nuova serie, appellandosi sia ai tifosi di wrestling sia a coloro che pensano che sia stupido. In tal senso è utile sottolineare che come da tradizione della piattaforma streaming, GLOW si muove sul flebile confine tra comedy e drama. Infatti, la serie si concentra principalmente sul fattore commedia, inserendo situazioni surreali e tragicomiche e dando fin da subito una caratterizzazione ben definita ad ogni personaggio. Persino la meno sfruttata delle protagoniste ha un passato da cui attingere e da poter raccontare. In tutto questo, il fattore drama rappresenta una piccola parte della narrazione ma, ciò nonostante, rappresenta il perno principale attorno al quale tutta la vicenda.