In questo mese di Settembre, che è radicalmente cambiato in tre giorni, da un clima mite a un clima decisamente fresco, non ho visto nessun documentario, non è successo niente di particolarmente importante o interessante e il mio mese cinematografico, come sempre, è passato tra alti e bassi. E quindi colgo quest'occasione per informarvi che il 22 Ottobre comincerà la nuova stagione "banneristica", che ad Halloween consiglierò nuovamente uno o due film da vedere nella notte delle streghe (a tal proposito, non avendo ancora deciso i suddetti film, accetto consigli da chiunque sappia dirmi un titolo abbastanza recente da vedere, sperando che non l'abbia già visto), che il Primo Novembre giustamente non pubblicherò niente, che il Franken-Meme e un post natalizio, cinematografico o meno, ci sarà, e che infine, come già anticipato ad inizio anno, le classifiche finali (che quest'anno saranno anche sulle migliori canzoni dell'anno ed i film "vintage" visti, oltre a quella ovviamente sui videogiochi) saranno stilate e quindi pubblicate entro l'anno. La mia stagione cinematografica infatti si chiuderà probabilmente a fine novembre o inizio dicembre, di ciò sarete a conoscenza in uno specifico post in cui spero di informarvi anche dell'avvenuta conclusione delle mie promesse cinematografiche (e tanto altro). E quindi da metà dicembre in poi il blog pubblicherà le consuete corpose classifiche, ma nel frattempo state sicuri di trovare sul blog, da qui al momento cruciale, sempre più recensioni, soprattutto di tante pellicole che ancora mi mancano, perché sì, la lista di film da vedere, invece di diminuire, si sta vertiginosamente allungando, e quindi di materiale ci sarà parecchio da giudicare.
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venerdì 28 settembre 2018
giovedì 27 settembre 2018
I peggiori film del mese (Settembre 2018)
Dopo mesi in cui il mio intuito mi ha fatto evitare certi film che molto probabilmente mi avrebbero deluso, purtroppo in questo mese di settembre, proprio bravo non sono stato nelle scelte compiute, e quindi, anche se di colpe io credo di non averne (al massimo per qualche mia scelta di visione legata agli attori o all'argomento), mi è toccato soccombere di fronte a film abbastanza mediocri (pessimi in alcuni casi). Film che non hanno fatto altro che confermare come a volte, il gioco non valga la candela, che non basta un attore o più attori a fare un buon prodotto, che non bastano i soldi se alla regia non c'è uno all'altezza delle aspettative, ma in ogni caso ecco nello specifico (tramite ben 12 pellicole) ciò che intendo.
Animal - Il Segreto della Foresta (Horror, Usa 2014): Un gruppo di ragazzi si ritrova in un bosco in compagnia di una affamatissima creatura, niente di nuovo, niente di originale, un horror uguale a tanti altri quindi, eppure questo film non è completamente da buttare, il ritmo è buono e la creatura è realizzata abbastanza bene. Il film infatti, poco originale ma curato (anche se abbastanza stereotipati appaiono i personaggi), riesce comunque a riservare un discreto intrattenimento, grazie al ritmo piuttosto elevato, grazie all'atmosfera e la carica tensiva che si avverte in certi momenti (capaci di dare il giusto input per una visione tutto sommato scorrevole che non annoia) e grazie alla creatura (soprattutto al modo in cui quest'ultima si comporta) che bracca i nostri sfortunati protagonisti. In ogni caso niente di che. Si poteva sfruttare molto meglio l'ambientazione della foresta e invece il film è girato praticamente tutto nella casa. La creatura seppur fatta bene non convince appieno e non spaventa più di tanto, la recitazione non è delle peggiori (anche se la ragazza "stranamente" procace è mediocre), ma ci sono alcune scelte prese durante il corso della trama alquanto discutibili (non dimenticando una regia troppo traballante). Diciamo che le scene finali risollevano un po' le sorti del film, un film horror innocuo e passabile per una serata senza impegno e senza pretese. Voto: 5,5
mercoledì 26 settembre 2018
Cattivissimo me 3 (2017)
In linea con i due precedenti film Cattivissimo Me e Cattivissimo Me 2, Cattivissimo Me 3 diverte, affascina e fa riflettere, ma allo stesso tempo presenta, anche se non delude le aspettative questo terzo capitolo della fortunata saga d'animazione creata da Illumination Entertainment, degli aspetti negativi. Il film infatti, che ha fatto il pieno botteghino, convince solo in parte. Perché diretto ancora una volta, da Pierre Coffin con l'aiuto di Kyle Balda, con il quale ha già collaborato per il film I Minions (la recensione fa coppia con quella del precedente capitolo), Cattivissimo Me 3, che riprende le fila dei precedenti capitoli e che vede Gru e Lucy alle prese con il tragico licenziamento dalla AVL (Anti-Villain League), per la quale lavoravano ormai da tempo, per la mancata cattura del criminale Balthazar Bratt (cosa che renderà difficile l'armonia famigliare), Gru che deve inoltre affrontare la rivolta dei Minions, che stanchi di servire il bene decidono di abbandonarlo per cercarsi un nuovo cattivo, e che tuttavia a sorpresa scopre di aver un fratello gemello biondissimo e ricchissimo, che vorrebbe provare a riportare Gru sulla "cattiva" strada, seppur nel complesso funzioni, si rifà (troppo) alla struttura dei capitoli precedenti senza rinnovarsi più di tanto. E' palese difatti l'intenzione degli sceneggiatori di percorrere una strada già battuta e sicura, senza osare troppo. Despicable Me 3, film d'animazione del 2017 infatti, seppur ripropone la formula che ne ha decretato il successo della serie: colori, divertimento, azione e una colonna sonora curata, gioca al ribasso, si accontenta del compitino ben riuscito senza spiccare però per originalità, anche se (esteticamente parlando) il lavoro è sempre presentato con fiocchi e contro-fiocchi. Perché anche se in questo nuovo capitolo le risate non mancano, dal punto di vista della storia Cattivissimo Me 3 è certamente il capitolo più debole della serie, giacché si avverte una certa fisiologica fatica nel ricercare nuovi spunti per portare avanti i personaggi.
martedì 25 settembre 2018
Le altre serie tv (Agosto/Settembre 2018)
E' innegabile che Benedict Cumberbatch sia un grande talento, talento che ha dimostrato ancora una volta in Patrick Melrose, la miniserie Showtime in 5 puntate sbarcata settimane fa su Sky Atlantic, che è sembrata l'occasione giusta per valorizzare le doti interpretative della star di Hollywood. Peccato che la serie e la storia, ispirata ai romanzi semi-autobiografici di Edward St Aubyn, creata da David Nicholls e diretta da Edward Berger, nonostante la sua grande prova (che gli è valsa una nomination agli Emmy) sia di una tristezza fine a se stessa, senza spunti costruttivi e in cui la pesantezza la fa da padrona. Il filo conduttore delle cinque puntate (dove ognuna è l'adattamento a un romanzo del ciclo ed è da considerarsi come un film a sé stante, dedicato a un particolare periodo della vita del protagonista) sono le sofferenze inflitte a Patrick quand'era bambino da chi più di tutti avrebbe dovuto amarlo senza riserve, ovvero i genitori, due esponenti dell'alta borghesia britannica. Da una parte il padre, sadico e crudele che abusa di lui, dall'altro la madre, incapace di difenderlo perché a sua volta traumatizzata dal marito, e troppo presa a bere e impasticcarsi per accorgersi di quanto succede al figlio. Questi drammi faranno di Patrick Melrose un uomo distrutto, incapace di affrontare la vita, che si rifugia in alcol e droghe per evitare di restare lucido e ripensare a quanto ha subito da bambino. A salvare la situazione dal dramma totale e a rendere la serie più una dark comedy che una tragedia in piena regola, c'è quel filo di humor inglese tanto difficile da soffocare. Un aspetto deprimente dell'intera storia è che sotto la patina di disperazione che lo ricopre, si intravede l'uomo brillante e di successo che Patrick avrebbe potuto diventare se non avesse dovuto vivere simili indicibili traumi. La prima puntata ambientata negli anni '80, che vede il protagonista apprendere la notizia della morte del padre, farsi una bella risata per questo e successivamente drogarsi e ubriacarsi all'inverosimile, sorprende in positivo, grazie a Cumberbatch che convince del tutto nella sua prova di drogato schizofrenico, tanto da risultare quasi eccessivo ed antipatico. La seconda puntata, la più difficile da digerire e vedere fino alla fine, che ci porta in una splendida villa nel sud della Francia negli anni '60 dove vediamo il piccolo Patrick alle prese col padre sadico, convince meno, anche se plauso al regista che tratta questo argomento con i guanti, riuscendo a trasmettere tutta l'angoscia e la drammaticità della vicenda mostrando poco e niente.
lunedì 24 settembre 2018
Southbound: Autostrada per l'inferno (2015)
E' da 40 anni che la cinematografia horror propone ai suoi spettatori il format delle antologie, a partire dalla Trilogia del Terrore del 1975, passando per i vari Creepshow che hanno colorato gli '80, sino ad arrivare negli anni '90 con Due occhi diabolici e Campfire Tales: Racconti del terrore, eppure è solo negli ultimi anni che questa "moda" sembra esser ritornata, ovviamente riproposta in chiave moderna, grazie a V/H/S prima e The ABCs of death subito dopo (che in ogni caso non entrambi ho visto, almeno fino ad ora), antologie di genere che affondano le proprie radici nel cinema indipendente e low budget, con qualche nome di richiamo per i cultori dell'underground e la più totale libertà creativa concessa agli autori coinvolti. E tuttavia solo negli scorsi due anni sono riuscito vedere questo genere di pellicole, prima con Holidays e successivamente con Tales of Halloween, e in entrambi i casi ne rimasi abbastanza soddisfatto e particolarmente affascinato. Anche nel caso del film in questione, Southbound: Autostrada per l'inferno, horror indipendente a episodi, ognuno affidato a un regista differente, con molti dei nomi coinvolti che già hanno fatto capolino qua e là nelle altre antologie sopracitate (specialmente in V/H/S), che si colloca perfettamente quindi all'interno del panorama in questione, anche se, al contrario dei precedenti, qualcosa in questo film del 2015 diretto appunto da Radio Silence, Roxanne Benjamin, David Bruckner e Patrick Horvath, non mi ha convinto. Perché certo, a renderlo originale e diverso dagli altri, ci pensa l'idea o lo sforzo degli autori di dare una sorta di continuità alle varie storie, facendo sì che la conclusione di ognuna sfoci nell'incipit della successiva, ma la sua natura criptica, la sua frammentazione narrativa e la non coerenza di certe situazioni, proprio non aiuta.
venerdì 21 settembre 2018
Star Wars: Gli ultimi Jedi (2017)
Parlare di Star Wars non è mai facile, tra il pericolo di spoilerare troppo e l'inevitabile soggettività di giudizio a cui si presta ogni capitolo di una saga di tale calibro, si finisce quasi per camminare a tentoni in un campo minato da fanbase, fanservice, aspettative. Proprio nel caso di quest'ultime erano molte attorno a Star Wars: Gli ultimi Jedi (Star Wars: The Last Jedi), noto anche come Star Wars: Episodio VIII - Gli ultimi Jedi, film del 2017 scritto e diretto da Rian Johnson, ma il regista (sebbene solo in parte) non le ha deluse, lasciando lo spettatore a bocca aperta per gran parte della pellicola. Una pellicola che è un kolossal in tutto e per tutto, durata importante (si sfondano i 140 minuti), macchina cinematografica a pieno regime, comparto tecnico strabiliante, cura del dettaglio che sfiora la perfezione. Tuttavia l'arduo compito di dare sostanza alle premesse de Il Risveglio della Forza riesce solo in parte: la storia subisce infatti una brusca accelerazione, proiettandosi prepotentemente in avanti e mettendo moltissima carne al fuoco. C'è molto da raccontare e il sovraffollamento narrativo è tangibile, con sequenze meno azzeccate di altre e alcuni passaggi dialogati poco riusciti. Star Wars: Gli ultimi Jedi difatti, ottava pellicola della saga di Guerre stellari e il secondo della cosiddetta Trilogia sequel, non è un film perfetto, sicuramente più confuso e caotico rispetto al precedente di J.J. Abrams, il quale aveva diretto un sequel a metà tra nostalgia e innovazione senza allontanarsi troppo dalla scia narrativa che aveva caratterizzato la prima trilogia, costruendo un prodotto (forse fin troppo) equilibrato che strizzando l'occhio ad "Una nuova speranza" cercava di accontentare tutti i fan della saga. Rian Johnson al contrario (regista conosciuto soprattutto per Looper, un film fantascientifico intrigante ed affascinante ma non proprio solidissimo), partendo appunto dalla base di fondo lasciata dal Risveglio della Forza, stravolge tutte le carte, in un continuo alternarsi di plot twist e colpi di scena disseminati nelle 2 ore e mezza della pellicola, che ribaltano completamente l'universo dei Jedi così come lo avevamo conosciuto. E sorprendentemente tutto, anche se parzialmente, funziona.
giovedì 20 settembre 2018
Le mie canzoni preferite (Luglio/Agosto/Settembre 2018)
Ne avrei fatto decisamente a meno, ma devo necessariamente parlare di questa ennesima stagione estiva musicale colma di tormentoni. Certo, l'estate è ormai agli sgoccioli e non tanto importante è conoscere la mia classifica personale, ma siccome in questo post, che racchiude stavolta ben tre mesi di discografia mondiale, vi parlerò anche di tutte le altre canzoni mie preferite (ovviamente straniere, giacché il tormentone è un qualcosa di tipicamente italiano, con artisti che immancabilmente, volere o non volere, fanno parte del circo) non mi pesa troppo farvela conoscere. E quindi ecco Le mie canzoni preferite (Luglio/Agosto/Settembre 2018) comprendente i miei tormentoni preferiti di questa calda estate, e a proposito se alcuni di essi non ci sono, vuol dire che non mi sono per niente piaciuti e che quando li sento alla radio cambio stazione, e tra questi ci sono ovviamente quelli di Giusy Ferreri, la Berté, Rovazzi, Benji e Fede, Irama, J-AX & Fedez, Baby K, Alvaro Soler, Boomdabash e compagnia bella (vi ricordo che la playlist completa la potete trovare qui).
Non so se siete a conoscenza che aborro i talent televisivi, eppure un po' a sorpresa in quarta posizione c'è il vincitore dell'ottava edizione di X Factor,
che con questa canzone (seppur datata aprile) riesce appunto a sorprendermi
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mercoledì 19 settembre 2018
Silence (2016)
La libertà di professare un credo religioso (o di non professarlo ovviamente) dovrebbe essere un diritto inalienabile di ogni individuo, in qualsiasi società umana. Tanto più che alla base di ogni religione vi sono principi di pace, di tolleranza, di carità, di rispetto verso gli altri. Eppure nei secoli le più crudeli guerre e le più efferate persecuzioni si sono costantemente compiute in nome e per il predominio di una fede religiosa sull'altra. Quest'ultima opera di Martin Scorsese, Silence, pellicola del 2016 diretta dal grande regista statunitense, tratta dal romanzo (scritto nel 1966) dello scrittore giapponese Shusaku Endo, affronta per l'appunto l'argomento di tali contraddizioni, rievocando la vicenda di alcuni missionari cristiani portoghesi giunti nel 1600 in Giappone allo scopo di far convertire le popolazioni locali, di religione buddista, alla dottrina cristiana, finendo per scatenare in tal modo con la loro opera la feroce reazione di notabili e dignitari giapponesi, che, temendo un inquinamento spirituale delle tradizioni locali, mandarono a morte tra atroci supplizi molti individui. Alla vista di tali atrocità alcuni dei missionari preferirono abiurare la religione cristiana pur di salvare la vita dei condannati renitenti alla apostasia. Per questo Silence è sicuramente un film affascinante, denso, a tratti epico, intrigante, con frequenti e drammatiche scene di torture violente e insopportabili che finiscono per colpire più la coscienza che non gli occhi di chi guarda, però appare spesso in palese contraddizione tra il condannare l'uso della violenza in tutte le religioni, e l'esaltazione comunque del cristianesimo come fede portante e necessaria per il genere umano. Un film quindi molto crudo sia nella sua rappresentazione sia nel suo contenuto: le torture fisiche inflitte ai sudditi "traditori" da parte delle alte cariche giapponesi erano terribili e vengono descritte da Scorsese in maniera esplicita e dettagliata, pertanto la pellicola risulta quanto mai veritiera e come un documento storico vero e proprio sull'andamento dei fatti a quei tempi. Il film, dunque, risulta ben fatto e assai dettagliato e riproducente l'atmosfera ed i costumi dell'epoca in maniera perfetta (grazie alla scenografia di Dante Ferretti) ma purtroppo Scorsese ha costruito un'opera, seppur concettualmente potente, cinematograficamente debole.
martedì 18 settembre 2018
[Games] Assassin's Creed IV: Black Flag
Correva l'anno 2007 e l'utenza videoludica si preparava a fare un salto nella storia, con un certo interesse aggiungerei, preparandosi ad affrontare avventure virtuali contro ogni sorta di nemici, balzando tra epoche storiche di rinomato spessore. Ora, a distanza di 11 anni, la Ubisoft non ha ancora smesso, e credo mai smetterà, di proporci ogni anno il suo nuovo Assassin's Creed, e quindi di vestire ancora una volta i panni dell'assassino provetto e di ributtarci a capofitto nella sua epica storia, che quest'anno appunto ha visto la luce per l'undicesima volta con il titolo Odyssey. Tuttavia io, non sono riuscito a stare al passo (i prezzi sempre più esorbitanti hanno frenato gli acquisti), e oggi vi parlerò del suo ultimo a cui ho giocato, ovvero il sesto capitolo di questa strabiliante saga videoludica intitolato Assassin's Creed IV: Black Flag, titolo del 2013 che incredibilmente, e fortunatamente proprio prima che stavo finalmente per comprarlo, è stato dato in omaggio mesi fa dalla piattaforma ludica di Ubisoft, anche se nella versione standard (cosicché per me che ho sempre completato il gioco al 100%, ho dovuto "rinunciare" a farlo). E quindi dopo essere stati Altair Ibn-La'Ahad, Ezio Auditore, Connor Kenway ed in parte anche Aveline (nello spin-off a cui ho anch'io giocato), è arrivato il momento di vestire i panni del pirata, più precisamente di Edward Kenway e calarsi nei meravigliosi Caraibi ricreati ad hoc da una Ubisoft sempre capace di reinventarsi ogni volta. E in tal senso va dato merito allo sviluppatore francese di come ogni release riesca a tirare su le sorti di un titolo che porta quasi una cadenza semestrale. Certo, anche questa volta ci si ritrova di fronte all'ennesimo Assassin's Creed e a varianti di formule stra-riciclate, eppure come ogni anno (come ogni volta) l'appeal creato da questa saga è talmente alto da essere sempre apprezzato sia dalla critica che dai giocatori. Io personalmente dopo il non esaltante (ma comunque alquanto affascinante) Assassin's Creed III mi aspettavo un cambio di rotta netto, ma che così drastico purtroppo non è stato, anche se questo Assassin's Creed IV: Black Flag risulta comunque uno dei migliori esponenti del franchise. Forse il picco massimo raggiunto dopo il secondo ed inarrivabile capitolo (a cui sono davvero molto affezionato).
lunedì 17 settembre 2018
Jumanji: Benvenuti nella giungla (2017)
Nonostante le pessime premesse, che fra continui ritardi produttivi, tra commenti di sdegno all'annuncio di un sequel del cult del 1995 con protagonista l'intramontabile Robin Williams (tra questi anch'io) e poco convincenti materiali promozionali facevano presagire un sequel pasticciato e privo di personalità, Jumanji: Benvenuti nella giungla (Jumanji: Welcome to the Jungle) si rivela un'opera convincente ed estremamente godibile, che trae spunto dal soggetto del predecessore senza rimanerne ingabbiato, prendendo una strada totalmente autonoma e calibrando abilmente umorismo, avventura e azione. Dopo alcune prove non indimenticabili come Bad Teacher: Una cattiva maestra e Sex Tape: Finiti in rete, Jake Kasdan (figlio del più celebre Lawrence, regista de Il grande freddo e sceneggiatore de L'impero colpisce ancora, I predatori dell'arca perduta e Star Wars: Il risveglio della Forza) riesce nell'intento difatti di fondere vecchio e nuovo in questo film del 2017 e di riportare quindi in auge l'avventura sul grande schermo, continuando l'inevitabile processo di revival cinematografico degli anni '90 (conseguente a quello degli anni '80) già lanciato da film come Jurassic World o il meno riuscito Baywatch (anche se lì il divertimento era comunque sufficientemente garantito). Infatti, Jumanji: Benvenuti nella Giungla si rivela una gradita sorpresa, grazie a tanti piccoli fattori che riescono a distogliere l'attenzione dal capostipite, e che rendono questo sequel (non reboot non remake) compatto, capace di adeguarsi perfettamente ai tempi e reggersi narrativamente sulle proprie gambe. Anche se tuttavia nonostante la sua modernizzazione (dato che è comunque questo l'adattamento in chiave moderna del precedente, da notare di come il gioco si auto-evolva per adattarsi all'era della tecnologia, passando da gioco da tavolo a videogames, un geniale escamotage), il film non manca di citazioni al vecchio film, come la corsa dei rinoceronti, i tamburi di sottofondo, le citazioni ad Alan Parrish, tutti elementi indimenticabili ed indistinguibili per chi del primo film se ne era innamorato. A differenza di esso però avremo un cambio di location, una scelta molto particolare per differenziarlo dalla storia del 1995: se il primo film vede la sua storia svolgersi nella città, questo sequel ci farà visitare quella famosa e famigerata giungla in cui visse per 26 anni il vecchio Alan.
venerdì 14 settembre 2018
Coco (2017)
Dopo un terzo capitolo della saga Cars senza infamia e senza lode (qui la mia recensione), la Disney Pixar ritorna immediatamente agli standard d'eccellenza a cui ci ha abituati. Dai merletti di carta colorata del prologo al gioioso sorriso "monofossetta" di Miguel, dalle architetture variopinte e luminose dell'Aldilà ai simpatici scheletri animati, tutto si imprime nella memoria in quest'allegra avventura a ritmo di musica, piena di colpi di scena e trovate incredibilmente suggestive (l'apparizione del ponte di petali che porta al mondo delle anime è da brividi). Ma come sempre accade nelle migliori opere "pixariane", è la ricchezza del messaggio a rendere straordinario Coco. I registi Lee Unkrich e Adrian Molina, che per Coco, film d'animazione del 2017 vincitore nel 2018 del Premio Oscar come miglior film d'animazione, ha curato anche la sceneggiatura con Matthew Aldrich, nel geniale parallelismo tra il mondo dei vivi e quello dei morti raccontano infatti l'eterno mistero del legame che esiste all'interno delle famiglie messicane (ma potrebbe essere in tutte le famiglie) tra passato e presente, tra i morti e i loro parenti che li commemorano. Ed è questo che accade nel piccolo affascinante paesino messicano di Santa Cecilia dove vive la famiglia di Miguel che rispetta, come da tradizione locale, il giorno dei morti, allestendo nelle case altari illuminati a giorno per l'accoglienza dei defunti. Miguel subisce però la magia e varca la fatidica soglia che lo fa piombare "vivo" nel mondo rocambolesco dei morti. Un mondo, che quindi chiama in causa direttamente il tema della morte e dell'Aldilà, e per la prima volta in un film Pixar, vivo e vegeto che porta su grande schermo una fiabesca messicanità con la capacità di stupire, commuovere e far riflettere. Il film infatti, tra folklore e qualche stereotipizzazione di troppo, insegna a non tarpare le ali alle passioni dei giovanissimi, pone l'accento sull'importanza dei legami famigliari, delle tradizioni e della memoria dei defunti, suggerisce con forza di non mitizzare le celebrità, esorcizza la paura della morte, solleticando il nostro sogno di rincontrare i cari defunti o conoscere gli antenati visti soltanto in foto ingiallite e consunte. Un film che per questo perciò, non tradisce le attese, pur macchiandosi di alcuni peccati veniali che a conti fatti ne precludono l'accesso al gotha dei capolavori Pixar.
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