Per la prima volta nella storia dei cinecomics, a dieci anni esatti dall'inaugurazione del Marvel Cinematic Universe (Iron Man ha compiuto dieci anni ad Aprile scorso), ecco arrivare il primo film (il diciottesimo del MCU) tratto da fumetti con protagonista un eroe di colore (il film è infatti basato sul personaggio di Pantera Nera della Marvel Comics), con un cast e una crew quasi completamente composta da talenti di settore di colore, un unicum persino a Hollywood che mai aveva visto un progetto di tale scala (e budget), realizzato da attori, registi, tecnici, sceneggiatori e produttori afroamericani. Questo aspetto produttivo e l'unicità del personaggio facevano di Black Panther, film del 2018 diretto e co-scritto da Ryan Coogler, un film storicamente importante (perché strutturalmente e concettualmente diverso), non solo nell'ambito del genere, ed era quindi normale che le aspettative fossero alte. Anche perché in tal senso tutti parlavano di un film diverso, ben lontano dai soliti Marvel che, ammettiamolo pure, belli e divertenti (altresì eccezionali), ma sono un po' tutti uguali. Ecco dopo aver visto quest'ultimo action fumettistico, non sono poi così convinto che qualcosa di diverso significhi "qualcosa di buono", a me è sembrata un'accozzaglia di roba abbastanza difficile da digerire per intero. Accozzaglia che la critica americana, anche questa volta, l'ha etichettata come l'ennesimo capolavoro Marvel, ma la verità (come sempre, quasi sempre, perché i due Guardiani della Galassia capolavori lo sono per davvero e tanti altri sono davvero eccezionali) sta nel mezzo. Giacché è abbastanza ovvio che questo cinecomic, in questo frangente, venga utilizzato come mezzo per parlare di rivalsa dei neri e porre dunque l'attenzione sulla questione delle minoranze etniche, afroamericane in particolare. Black Panther, quindi, sembra essere una "tacita" risposta alle manovre politiche (in quasi un anno poco è cambiato) di Donald Trump, dacché si riempie la bocca di tanti temi importanti, quali l'immigrazione, l'integrazione tra popoli diversi e la corsa agli armamenti, cercando una dimensione narrativa propria dove ambisce mettere in parallelo messaggi politici e intrattenimento, laddove quest'ultimo (ahimè) viene meno. Perché certo, ci sta ed è anche giusto che questi temi vengano alla luce, ma per colpa di ciò il film diviene presto statico, appesantito, debolissimo per la mancanza di ritmo e, paradossalmente, si rivela povero di combattimenti.
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venerdì 16 novembre 2018
giovedì 15 novembre 2018
[Cinema] Il livello della commedia italiana moderna (Test secondo)
E' successo nuovamente, Sky ha ulteriormente proposto ai suoi spettatori e mandato in onda alcune commedie italiane a pochi mesi dalle sale, è così non ho resistito per riprovare con il test già effettuato ad agosto (qui) sulla qualità, sul livello raggiunto dalla commedia italiana moderna. Ebbene, sarà stata una coincidenza o meno, ma nuovamente il risultato è stato il medesimo, perché ancora una volta solo una commedia su 4 riesce nel suo intento (come potrete vedere dalle mie recensioni), solo una commedia riesce a raggiungere la sufficienza piena (di più è alquanto raro), mentre la metà sono da bocciare (probabilmente era meglio non produrre nemmeno) e l'ultima da "rimandare". Il cambio di rotta insomma non c'è stato, anzi, se contiamo anche Sono Tornato dell'altro giorno (che in verità farebbe parte della rassegna cinematografica proposta da Sky ai suoi clienti) la situazione è anche peggiore. E tuttavia non tutto è da buttare, anche se questa volta a salvare la situazione non c'è Edoardo Leo, ma sorprendentemente qualcuno del tutto inatteso che è riuscito, anzi, sono riusciti a salvare la baracca. Trattasi di Gennaro Nunziante e Fabio Rovazzi che, evitando di esser volgare e proponendo invece qualcosa di genuino, semplice ed efficace, sono incredibilmente riusciti appunto a consegnarci a noi pubblico una commedia che, lontana dalle classiche commediole italiane, riesce nell'intento di far sorridere, un po' riflettere e divertire, senza per questo proporre o far vedere volgarità, vietandone in tal senso (anche se ormai lo sdoganamento è completo) la visione ai minori, ma un qualcosa di fruibile a tutti, che senza grandi difficoltà può far piacere a chiunque, soprattutto a chi da una commedia cerca soprattutto lo svago e il divertimento senza grosse pretese, e farlo con lo scopo ultimo di far ridere il suo pubblico senza esagerazioni inutili. Ebbene il film ci riesce anche senza essere un qualcosa di eccezionale, al contrario delle altre, ma per saperne di più meglio leggere.
mercoledì 14 novembre 2018
Sharp Objects (Miniserie)
In un anno in cui la HBO ha dovuto fare a meno delle sue galline dalle uova d'oro (si pensi a The Leftovers, Big Little Lies e Game of Thrones, queste ultime due torneranno nel 2019), galline che appunto avevano riportato in auge l'immagine della rete che aveva subito un brutto colpo dopo la messa in stand by di True Detective (ora però non più) e la cancellazione di Vinyl (questa sì definitivamente), ecco che dal cilindro vien spuntare il classico coniglio, ovvero una delle serie televisive più attese dell'anno, una serie sulla carta pensata per suscitare titoli altisonanti sulle riviste specializzate prima ancora di rivelare anche una sola sequenza. Si tratta infatti di uno show che prende le mosse dal famoso e omonimo romanzo scritto da Gillian Flynn (già sceneggiatrice di Gone Girl), ha come regista di tutti e otto gli episodi Jean-Marc Vallée (già regista in tv con Big Little Lies e di film quali Dallas Buyers Club e Demolition), ha una showrunner abbastanza famosa come lo è Marti Noxon (perché tra gli autrici di Buffy, la serie cult) e in ultimo (ma non certo per importanza) vanta un cast dominato da due eccezionali dive cinematografiche come Amy Adams e Patricia Clarkson. Le ottime premesse di partenza sono in gran parte confermate da Sharp Objects, in particolare grazie alla presentazione di un personaggio principale estremamente tormentato, di grande cupezza ma al contempo anche capace di indurre una spiccata empatia nello spettatore. Camille infatti non è altro che una versione femminile di tanti antieroi (protagonisti dalla condotta non esattamente impeccabile, profondamente traumatizzati e capaci di destreggiarsi in un mondo in cui il Male si nasconde dietro ogni dettaglio forti di un profondissimo tormento interiore che consente loro di affrontare la brutalità della realtà ad occhi aperti) che abbiamo visto sullo schermo per tanti anni, soprattutto su HBO.
martedì 13 novembre 2018
Lui è tornato (2015) & Sono tornato (2018)
L'idea alla base del film (e del libro best-seller da cui è tratto) è semplice ma geniale. Infatti Lui è tornato (Er ist wieder da), film del 2015 diretto da David Wnendt e basato sull'omonimo romanzo di Timur Vermes, ipotizzando che Adolf Hitler improvvisamente faccia ritorno sulla Terra propone una satira geniale, una critica sociale molto forte, in un film davvero interessante, dissacrante e al tempo stesso inquietante. Difatti il film, che appunto vorrebbe rispondere a quel semplice interrogativo che troviamo sulla locandina italiana (e non solo) del film, ovvero "Cosa potrebbe succedere se Adolf Hitler si risvegliasse improvvisamente in un pomeriggio berlinese, oggi?", muovendosi tra il grottesco e il drammatico, riesce a far sorridere ma soprattutto riflettere. Proprio perché il film, un film necessario che deve essere fatto vedere (la gente deve vederlo e deve riflettere), fa una satira molto intelligente, che fa davvero riflettere sull'importanza e la pericolosità anche (e soprattutto) dei mass media, sulla politica e la società moderna, sulla paura del diverso. In tal senso, sicuramente un bel rischio quello che si è voluto assumere il regista che, maneggia un'idea senza dubbio interessante, ma con un coefficiente di difficoltà elevato che avrebbe potuto portare la pellicola sul pericoloso campo minato dell'empatia e della comprensione nei confronti del Fuhrer, mitizzando una figura che ancora oggi rappresenta per il popolo tedesco, un tabù. Invece, il suo lavoro muovendosi sempre sull'orlo del precipizio, mischiando commedia, documentario, satira, grottesco con una miscela spesso molto vicina alla deflagrazione, riesce anche a fare di più. Giacché il film, film in cui molte sono le tematiche messe alla berlina, dalla politica alla società, dai rappresentanti di partito alle idee popolari (fino alla potenza pericolosa del mezzo televisivo), mette in guardia l'esser umano su come sia assurdamente facile ripiombare nell'oblio nazista se non si sta attenti. Anche perché secondo scrittore e regista se Hitler si risvegliasse sarebbe certamente inizialmente disorientato, ma impiegherebbe poco a rimettersi in carreggiata, aggiornarsi sulla situazione politico-sociale della sua amata patria e riconquistarsi l'attenzione dei tedeschi facendo comizi in televisione in prima serata, inoltre, come se non bastasse, gli argomenti del redivivo sarebbero accolti con entusiasmo dal pubblico, che lo scambierebbe giustamente per un attore, ed egli finirebbe per assicurarsi la fama di "combattente della democrazia" grazie a un'aggressione subita da alcuni neo-nazisti sin troppo zelanti.
lunedì 12 novembre 2018
The Square (2017)
Film eccessivamente lungo e dilatato, dotato di originalità di stile e di racconto ma nel complesso freddo e compiaciuto della sua caratura intellettuale, The Square (Palma d'oro a Cannes 2017) conferma la forza provocatoria dello svedese Ruben Östlund, che già si fece apprezzare con il precedente, durissimo Forza maggiore. Anche in questo caso infatti, egli torna a lavorare sul rapporto causa-effetto e sulle conseguenze imprevedibili che un evento apparentemente innocuo potrebbe scatenare, come svelare per esempio la spiazzante personalità del protagonista (anche se qui al contrario del suo precedente lavoro, le cose sono molto più complicate, per i tanti elementi e personaggi in campo, e il caos che ne deriva è proporzionale, in un quadro allarmante di vita contemporanea ansiogena e prossima a una quieta follia generalizzata), ma lo fa purtroppo con un film ostico e privo di baricentro, che costituisce una sfida costante per lo spettatore, continuamente destabilizzato dalla varietà dei registri toccati e dalla tendenza a veicolare il racconto tramite macrosequenze apparentemente slegate tra loro. Un'opera che cerca di porsi essa stessa, in maniera per certi versi coraggiosa, come una installazione artistica, riflettendo, spesso con una buona dose di narcisismo, sul confine che separa la provocazione dall'arte concettuale, non a caso The Square è l'opera di un cinema intelligente ma tuttavia poco coinvolgente, angosciante e molto compiaciuto di sé, elitario come l'arte su cui ironizza (tra creativi con idee balzane e inutilmente provocatorie), peccato che proprio per ciò che The Square è un oggetto (personalmente) impalpabile, decisamente discutibile seppur ipnotico e affascinante. Un azzardo cinematografico sbilanciato anche nel ricorso al grottesco, in molte sequenze fine a se stesso, e appesantito da una estenuante dilatazione narrativa. Un film insomma che è possibile respingere in toto dal punto di vista teorico, anche se forte di un approccio originale che non può lasciare indifferenti. Il talento del regista si vede, ma nel complesso il film rimane una mezza occasione sprecata. In tal senso generosa la Palma d'oro al Festival di Cannes 2017 e altrettanto generosa la candidatura all'Oscar 2018 come miglior film straniero (che poi è l'unico motivo per cui ho visto il film, altrimenti ben sapendo di come spesso i film che escono dal suddetto Festival sono abbastanza discutibili, per non dire altro, non l'avrei probabilmente e quasi certamente visto).
venerdì 9 novembre 2018
Seven Sisters (2017)
Il cinema fantascientifico ci ha abituati negli ultimi tempi a film di grande spessore, non solo in termini di qualità filmica, ma anche di contenuti (psicologici e filosofici) che grazie a interessanti soluzioni narrative riescono a raggiungere altissimi livelli. Nel caso di Seven Sisters, film del 2017 diretto da Tommy Wirkola con protagonista Noomi Rapace nel ruolo di sette gemelle, ambientato in un futuro distopico dove vige la legge del figlio unico, non siamo neanche lontanamente nei dintorni di film come Arrival, Blade Runner et similia, ma in molte occasioni il ricordo di quella cara, vecchia fantascienza distopica che sa intrattenere senza pretese sembra riaffiorare, e proprio per merito dell'originalità dell'impianto narrativo, anche se in verità questo suddetto impianto, tanto fantascientifico od originale non è, visto che la Cina ha adottato questo tipo di politica di contenimento della natalità in tempi più o meno recenti (solo da poco ha dato il via libera al secondo figlio). Comunque da questa semplice idea, idea che sta alla base della sceneggiatura (che tratta di 7 gemelle omozigote costrette a vivere nell'ombra e ad alternarsi nella vita sociale), sceneggiatura (concepita nel 2001 dallo sceneggiatore Max Botkin, che all'inizio prevedeva sette fratelli invece che sorelle, almeno fino a quando a Wirkola venne la brillante idea di traslarla al femminile) che come nel caso di Gold: La grande truffa entrò nella Black List delle migliori sceneggiature non prodotte, nasce un valido prodotto d'intrattenimento che grazie ad un molto attento e curato nei dettagli script, e ad una corposa dose d'azione ed effetti speciali all'avanguardia riesce a distinguersi e guadagnarsi l'attenzione dello spettatore. Spettatore che se riesce a soprassedere a i vari difetti di una sceneggiatura comunque forzata e poco plausibile in alcuni passaggi, addirittura prevedibile nel colpo di scena finale e fin troppo melensa nell'epilogo a tarallucci e vino, si ritrova di fronte ad un film avvincente grazie ad un ritmo particolarmente indiavolato che rende la pellicola un mero passatempo (l'implicazione politica o morale va letta come pretesto, non vi è alcuna ambizione "nobile" e questo è un bene).
giovedì 8 novembre 2018
The Affair (4a stagione)
E' giudizio unanime che le prime due stagioni di The Affair siano considerate un grande esercizio di stile e scrittura, e quindi una delle serie drammatiche più innovative, intriganti ed intensa degli ultimi anni (soprattutto per la sua formula, quella di raccontare il tutto da un punto di vista diverso ogni volta, qui la recensione di entrambe), altrettanto unanime è il giudizio alla poco convincente terza stagione, colpa di una narrazione confusionaria e strana (qui la recensione), non è altrettanto unanime invece il giudizio a questa quarta stagione appena conclusa (son passati due mesi), alcuni per esempio affermano che la serie sia tornata ai suoi fasti, che sapendo rimediare ai propri errori sia riuscita a migliorarsi e superarsi, io invece, pur ammettendo che un piccolo passo avanti sia stato fatto (di certo non tecnicamente, perché musiche, scenografie e quant'altro siamo allo stesso discreto livello di tutte le altre stagioni) affermo di non esser d'accordo. La serie infatti, anche se è tornata ad essere un racconto corale, con un ritmo più serrato, e un sottile ma decisivo senso di mistero, non mi ha soddisfatto pienamente. Colpa non solo della struttura, che torna parzialmente indietro, la rigida alternanza di punti di vista non c'è più e viene sostituita da una più semplice divisione degli episodi in capitoli dedicati a questo o quel personaggio (quasi rinnegando il suo punto di forza che ha fatto la fortuna della serie), ma anche della sua narrazione, che si concentra forse troppo all'aspetto più drammaturgico della vicenda. Non è un caso che il finale di stagione di The Affair 4 (una stagione in cui l'amore e la morte sono stati più che mai temi dominanti, con le due puntate conclusive, in particolare, incentrate interamente sul concetto della perdita: una perdita da elaborare attraverso il lutto o una perdita a cui prepararsi, consapevoli del dolore imminente e inesorabile), sia segnato dalla morte di uno dei personaggi storici, alla fine però di un percorso non sempre convincente. Perché certo, del deludente e scarso coerente epilogo della scorsa stagione non c'è inizialmente più traccia, la quarta stagione infatti (che dice finalmente adieu agli idilli romantici parigini e alla professoressa Juliette Le Gall) ricomincia con un'inedita e nuova ambientazione (sulla West Coast), ma a dominare l'attenzione c'è solo l'improvviso addio a uno dei quattro protagonisti storici della serie firmata da Sarah Treem e Hagai Levi, un addio certamente sconvolgente ma ambiguo, strano e furbetto.
mercoledì 7 novembre 2018
[Cinema] La Notte del Giudizio "La Trilogia"
Buono e davvero originale il soggetto de La notte del giudizio (The Purge), film del 2013 scritto e diretto da James DeMonaco (dopotutto è stato questo il motivo per cui ho voluto recuperare tramite le mie Promesse cinematografiche, questo film, questa saga), in un futuro molto vicino al nostro presente (2022), il problema della criminalità viene contrastato con successo introducendo per una volta all'anno "la notte dello sfogo", per 12 ore, dalle 19.00 della sera fino alle 7.00 del mattino seguente, omicidi, stupri, furti e ogni tipo di violenza vengono ammessi senza essere perseguiti penalmente, inoltre autoambulanze, vigili del fuoco e qualsiasi tipo di intervento di aiuto è sospeso, vige la legge del "senza legge", in modo che la violenza, l'odio e la frustrazione repressa per un anno possano essere sfogati senza problemi di eventuali processi, disordini o arresti, peccato che malauguratamente il tutto non venga poi supportato da una narrazione all'altezza, che riesca a svilupparsi mai del tutto, il copione è infatti pieno di stereotipi e finisce per risultare poco credibile e grossolano già dopo alcuni minuti. Perché certo, il "Giorno del Ringraziamento" raccontato da James DeMonaco in questa sua seconda prova registica propone (come detto) una visione interessante e indubbiamente originale, e offriva molte tematiche da approfondire: il rapporto tra genitori e figli, il senso di questa giornata, l'analisi introspettiva di come una scelta possa cambiare gli equilibri dei rapporti familiari e soprattutto la classica domanda "cioè davvero, in assenza di leggi e regolamenti, saremmo più animali di qualsiasi essere la natura abbia mai concepito?", ma purtroppo il regista non si preoccupa di cuocere a dovere ogni ingrediente, finendo per buttare tutto nel pentolone e bruciacchiare tutto (anche le buone intuizioni di partenza). Il film infatti, dopo una prima parte decisamente da brividi, la presentazione del futuro distopico in cui vivono i protagonisti stessi è inquietante, visto il grado di accondiscendenza con cui i protagonisti accettano l'esplosione di violenza annuale, da parte dell'intera nazione, non bastasse che una volta che nella casa dei protagonisti viene poi staccata la luce, le paure ancestrali dello spettatore vengono a galla per dei momenti da far accapponare la pelle, presenta una seconda decisamente da brividi però "freddi", perché neanche dieci minuti dopo l'arrivo degli assassini nella casa il film sfortunatamente vada prevedibilmente a finire in un (banale) limbo del "déjà-vu", tale da rendere la visione troppo simile a molti altri film dello stesso genere, The Strangers su tutti.
martedì 6 novembre 2018
[Tag] Serie Tv
Avevo già in mente di fare un ulteriore excursus, però completo, sulle mie serie tv preferite, se vi ricordate infatti 3 anni fa feci il post su I telefilm con cui sono cresciuto (un contenitore dei miei primi telefilm, all'epoca si chiamavano così le attuali serie tv, che vedevo e che mi avevano letteralmente cresciuto), ma grazie (anzi "miao") al salotto del Gatto Librario, ho potuto finalmente farlo, come? Semplice, con questo Tag, un Tag fatto apposta per l'argomento Serie Tv.
La serie TV che a memoria ricordi di aver visto per prima:
La prima in assoluto è stata probabilmente Le simpatiche canaglie, serie americana degli anni '30/'40 che andava in replica costante in Italia negli anni '80. Poi tutti quelli per i bambini dell'epoca, SuperVicky, Zorro e Rex, e poi successivamente Willy principe di Bel Air e i Power Rangers.
lunedì 5 novembre 2018
The Place (2017)
Cosa accadrebbe se esistesse un genio della lampada in grado di realizzare i nostri desideri? E cosa accadrebbe se dovessimo compiere delle azioni che vanno contro morale e legge per ottenere quello che abbiamo chiesto? The Place, l'ultimo film di Paolo Genovese, parla proprio di questo. Il film infatti analizza il comportamento umano di fronte ad una scelta difficile, spesso estrema e dicotomica. E in tal senso questo film del 2017 co-scritto e diretto dal regista Romano, è un film provocatorio, perché parla di morale, di desideri, di possibilità e pone come fulcro di tutto il libero arbitrio dell'uomo. Dopotutto, di fronte all'occasione di ottenere qualcosa di agognato, l'animo umano è corruttibile? Si è disposti a sacrificare gli altri per arrivare ai propri scopi? C'è un mostro dormiente in ognuno di noi pronto a risvegliarsi qualora si presenti la giusta occasione? Forse sì, forse no, sta di fatto che c'è qualcosa di misterioso che aleggia per tutta la durata di The Place, un'opera estremamente particolare, audace e sperimentale che arriva dopo il grandissimo ed inaspettato successo (secondo alcuni ma non per me) di Perfetti Sconosciuti, un film simile un po' nella sostanza e un po' nella struttura, giacché ancora una volta il regista mette in scena una storia in cui si intrecciano le vicende di vari personaggi, le cui intersecazioni sfuggono ai diretti protagonisti, mentre di esse solo il pubblico riesce, almeno in parte, a rendersi conto e l'impostazione è nuovamente "teatrale". E quindi come il film precedente, questo si rivela essere una boccata d'aria fresca al cinema nostrano che, con due/tre film all'anno, dimostra di voler ancora tornare ad essere cinema di qualità ma soprattutto originalità (anche se il tutto è ispirato alla serie tv americana The Booth at the End, che comunque non conosco e non ho mai visto). E quindi, esattamente come in quel caso, si tratta di un film veramente difficile, perché, a causa della sua singolarità, percorre durante tutta la sua durata su di un sottile filo teso tra due grandi bivi: nel primo si rivela essere un pessimo film, completamente assurdo, noioso, presuntuoso ed irritante, dall'altro invece si rivela, come poi è stato per Perfetti Sconosciuti, un autentico gioiellino che emoziona, appassiona, coinvolge. Ma inaspettatamente in questo caso la pellicola sta nel mezzo.
venerdì 2 novembre 2018
Quando c'era Marnie (2014)
È un film particolare, l'ultima fatica dello Studio Ghibli, un film, Quando c'era Marnie (Omoide no Marnie), lungometraggio d'animazione giapponese del 2014 diretto da Hiromasa Yonebayashi (quasi certamente il regista erede dello studio e della tradizione Ghibli), che ahimè potrebbe essere l'ultimo, in quanto dall'estate 2014 (quando è uscito in Giappone) ad oggi non sono usciti altri lungometraggi animati, e potrebbe esserlo anche nel lungo periodo. Ed ora che Hayao Miyazaki si è ritirato, che Isao Takahata ci ha lasciati, la chiusura, della casa capace d'averci regalato capolavori indiscussi, potrebbe non essere difatti solo temporanea (anche se mai dire mai). E Hirosama Yonebayashi dopo il delicatissimo (e bellissimo) Arietty, piuttosto timido ai botteghini all'epoca ma personalmente un capolavoro, dirige così il primo film Ghibli a non avere nei suoi crediti, in nessuna veste, né Miyazaki né Takahata, che all'epoca era reduce dall'inatteso ed immeritato (ora che l'ho visto) flop economico de La Storia della Principessa Splendente. Un'eredità pesante quindi quella che ha dovuto portare ed ha portato sulle spalle il film e il regista, sarà riuscito nell'impresa? cosa ne è venuto fuori? Prima di tutto, semplice e diretta è questa favola che punta sulle emozioni e sulle immagini, davvero straordinarie (l'animazione è ottima), ma soprattutto, anche se quest'anime si allontana dallo stile dei due maestri, più intimo e in tono "minore", esso funziona e colpisce ugualmente. La storia è quella del romanzo per ragazzi omonimo di Joan G. Robinson, adattata per l'occasione (dal regista e sceneggiatori), storia che cerca di spiegare il profondo e angoscioso dolore dell'abbandono, non a caso il film, con la deliziosa (ma non molto simpatica, ahimé) protagonista Anna, intenerisce e immalinconisce (in tal senso stategli alla larga, se avete la lacrima di facile empatia).
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