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mercoledì 29 ottobre 2025

Videogiochi del mese di Ottobre 2025: Limbo, Layers of Fear (2016) & Until Dawn (2024)

Ecco la lista dei titoli giocati e terminati questo mese, a scelta tra le numerose librerie videoludiche digitali in mio possesso. Da Steam all'Epic Games Store, da GOG Galaxy a Ubisoft Connect, da Amazon Games all'ultimo entrato Amazon Luna (entrambe via servizio Prime Gaming), e infine dall'App EA, Microsoft e Legacy Games.

Limbo - Un platform puzzle 2D che si distingue per il suo stile minimalista e l'atmosfera cupa, interamente giocata sul contrasto tra luce e ombra. Il giocatore veste i panni di un bambino solo e silenzioso, immerso in un mondo ostile dove ogni passo può essere fatale. La fisica è integrata in modo eccellente nel gameplay, con enigmi ambientali che richiedono osservazione, logica e riflessi. Il comparto sonoro, essenziale ma potente, amplifica la tensione e l'immersione. Nonostante la durata contenuta e l'assenza di una trama esplicita, Limbo riesce a raccontare molto attraverso il silenzio e le immagini. Le morti frequenti e spesso cruente del protagonista non risultano gratuite, ma parte integrante dell'esperienza, spingendo il giocatore a sperimentare e imparare. Alcune meccaniche, come il parassita che altera i comandi, aggiungono varietà e sorpresa. Una piccola gemma indie, capace di emozionare e inquietare con pochi elementi ma grande maestria. Un viaggio breve, ma intenso, che lascia il segno. Voto: 8

Layers of Fear (2016)Un horror psicologico in prima persona incentrato sull'esplorazione di una casa inquietante e mutevole. Nei panni di un pittore tormentato, il giocatore ricostruisce un dipinto raccogliendo oggetti e ricordi, mentre l'ambiente si trasforma in modo disturbante. Il gameplay è semplice: si osservano oggetti, si leggono documenti e si risolvono enigmi ambientali, con qualche trovata originale come il grammofono o la tavoletta ouija. L'atmosfera è il vero punto di forza: luci, suoni e visioni distorte creano un senso costante di inquietudine, amplificato da Jumpscare ben dosati e da un comparto artistico ispirato, ricco di riferimenti pittorici e suggestioni psichedeliche. La narrazione ambientale è efficace, con pochi testi ma molte immagini e suoni che raccontano il dramma del protagonista. La durata è contenuta, ma l'esperienza è intensa e ben costruita. L'espansione "Inheritance", che introduce la figlia del pittore, aggiunge nuovi spunti narrativi pur senza replicare l'impatto dell'opera principale. Layers of Fear è consigliato a chi cerca un horror visionario, più emotivo che interattivo, capace di lasciare il segno con pochi ma potenti elementi. Voto: 7

Until Dawn (2024) - Non avendo giocato all'originale non posso fare paragoni, ma questa nuova versione in sé, sorta di remake, nel complesso non è male. Until Dawn è un thriller interattivo che mescola teen-horror e narrativa cinematografica. La storia, inizialmente intrigante e ben ritmata, perde mordente nella seconda metà, dove il sovrannaturale prende il sopravvento e il ritmo si fa caotico. Il sistema di scelte e l'effetto farfalla promettono conseguenze, ma spesso si rivelano limitati e poco incisivi. I personaggi sono stereotipati e talvolta irritanti, ma la recitazione e la resa grafica sono di alto livello, con momenti visivamente impressionanti. La durata è soddisfacente (circa 9 ore), la rigiocabilità discreta grazie ai molteplici finali, anche se le variazioni non stravolgono la trama. La colonna sonora è efficace, pur senza brillare. In definitiva, è un'esperienza interessante, soprattutto per gli amanti del genere, ma con evidenti limiti narrativi e strutturali. Non un capolavoro, ma merita una chance. Voto: 7

martedì 5 novembre 2019

Possession (1981)

Tema e genere: Controverso film del regista polacco Andrzej Żuławski, ed anche il suo più famoso e scioccante, un film che non ha avuto vita facile (pesantemente censurato), che è divenuto tuttavia un cult del genere horror.
Trama: Berlino, anni '80. Il muro domina la città. Mark, ex agente spionistico, torna a casa dopo l'ultima missione. Il rapporto con la moglie Anna si deteriora. Mark indaga, sospettando un tradimento. Scopre che oltre a un amante "ufficiale", Heinrich, Anna vive una seconda vita con un mistero che non vuole svelare, e che, lentamente, la trascina in un climax di violenza e follia che le fa dimenticare ogni cosa: il figlio Bob, i suoi uomini, la vita stessa.
Recensione: Generalmente stroncato dalla critica (e con valide argomentazioni a supporto), Possession è diventato una chicca per gli amanti del genere horror (per alcuni cinefili vero e proprio capolavoro). Più che a un horror vero e proprio, tuttavia, la trama illogica e piena di risvolti surreali ricorda da vicino le opere di David Lynch: stessa sensazione di straniamento, di angosciante (e a volte fastidiosa) dissociazione. Solo che, se con David Lynch (ed attenzione, ho visto solo Twin Peaks) il contorno affascinava e la storia riusciva ad essere più leggibile, con questo ciò non accade. In tal senso mi sto forse rendendo conto che i film criptici, o almeno quelli troppo criptici, non fanno per me. Non è un caso che negli ultimi anni non abbia visto bene questi tipi di film (e pensare che devo recuperare lo stesso Lynch), infatti ho ben visto Madre! (l'arcano era più comprensibile) ma non ho ben visto sia Il sacrificio del cervo sacro (bisognava conoscere il testo originale), Il filo nascosto e Antichrist, quest'ultimi due lavori di estetica più che di sostanza a parer mio. Ora non che Possession sia allo stesso livello, anzi, è certamente di un livello superiore, però questa favola horror nella forma di un grottesco dramma metafisico di agenti segreti oltrecortina, amanti zen dallo stomaco debole, mogli fedifraghe sensibili alla sensuale fascinazione del male, ultra-corpi dagli occhi verdi ed uno scoppiettante ed amaro finale apocalittico, non mi ha convinto pienamente, tanto da non considerarlo alla stregua di un capolavoro. Tuttavia bisogna ammettere che la storia che questo "maledetto" film racconta (maledetto perché colpito dalla censura e dai tagli in tutti i paesi in cui è stato distribuito, ne esistono diverse versioni: quella italiana di 80 minuti, io ho visto quella di 2 ore), ambientata in una deserta, fredda e divisa Berlino non per caso, il suo lavoro di "disturbo" lo fa alla grande. Eppure la trama di Possession non potrebbe essere, apparentemente, più banale: una giovane coppia, Marc e Anna, in crisi a causa del tradimento di Anna. Un semplice triangolo che si complica nel momento in cui Marc si accorge che il vero amante di Anna non è il fatuo Heinrich, esaltato dalle filosofie orientali (e soprattutto dall'assunzione di qualsiasi sostanza stupefacente che lo conduca sulla via dell'illuminazione sessuale), ma bensì qualcun altro, anzi, qualcos'altro. Qualcos'altro che farà precipitare la situazione, e aprirà anche al marito le porte della follia. Facendo così partire un viaggio appunto folle all'interno degli orrori nascosti della coscienza umana, i quali si sono aperti una strada verso la realtà materializzandosi. I mostri, infatti, non si trovano fuori dall'uomo, ma proprio nella sua parte più nascosta e imponderabile, l'inconscio, l'anima. E quando la reificazione delle nostre paure infine avviene, non le riconosciamo finché non assumono il nostro volto. Il film è perciò una riflessione sul bene e sul male, incarnato qui dalla creatura (una sorta di mostro tentacolare, ideato dall'immaginazione della protagonista e poi da lei realmente partorito in una delle scene più deliranti del film) che possiede Anna e la rende sua schiava.

martedì 30 luglio 2019

I peggiori film del mese (Luglio 2019)

In un mese pazzo dal punto di vista climatico, è successa un cosa che ha un po' rovinato sia il mese che la settimana appena trascorsa. Scusatemi infatti di questa mia breve digressione, ma quando ti capita una cosa del genere ad essere ferito è l'orgoglio e il cuore, anche le tasche (ma è comunque una cosa secondaria), e quindi un po' di malinconia mista a rabbia un po' viene, e poiché quest'ultima ha bisogno di tempo per sbollire, le giornate scorrono in modo strano. Perché la "tua" macchina (anche se quella dei tuoi) è come una seconda casa, e quando questa ti viene portata via, ossia rubata nel cuore della notte (dai dei tizi che definire ladri è un complimento), fa male. Ed anche se è passata una settimana, il nodo fatica a sciogliersi. Tuttavia la vita va avanti e bisogna passare sopra a certi momenti (momenti in cui le bestemmie sarebbero giustificate e soprattutto permesse), e infatti tutto sta pian piano tornando alla normalità (una diversa normalità), anche se i problemi e le rogne per un po' rimarranno, ma poco male se il resto (almeno quello) va abbastanza bene. E andrà se una forza superiore non interverrà. Digressione finita, ora ecco le mie visioni non soddisfacenti del mese.

Chiudi gli occhi (Thriller, Dramma, USA, Thailandia, 2016)
Tema e genere: Thriller melodrammatico che sviscera un rapporto di coppia abbastanza insolito.
Trama: Cieca dopo un incidente avvenuto quando era bambina, Gina (Blake Lively) fa affidamento al marito James (Jason Clarke) per i suoi occhi. Quando un trapianto di cornea cambia drasticamente la sua vita, la donna inizierà a vedere la relazione sotto una nuova luce.
Recensione: Il buon Marc Forster (cui si vuol bene, sia chiaro: è il regista di World War Z e del sottovalutato 007 Quantum of Solace, la cui unica colpa è stata quella di uscire dopo Casino Royale) ha messo su uno psico-thriller dalle premesse intriganti, che però inizia a fallire lentamente (e miseramente) subito dopo aver posto i suoi interrogativi, per dissolversi progressivamente man mano che ci si avvicinerà ai titoli di coda. Pedante e poco credibile, Chiudi gli occhi racconta di un rapporto (quasi) idilliaco tra marito e moglie, che sembra pian piano trasformarsi in un incubo quando lei riacquista la vista e (attraverso un simbolismo infantile) riesce finalmente a "vedere" l'uomo che ha convissuto con lei per tanto tempo. Peccato che se le premesse potevano quantomeno incuriosire, il risultato è inconcludente e spocchioso, tanto che nella seconda parte la sceneggiatura gira a vuoto, indecisa su quale strada prendere e procede verso un finale totalmente grossolano. Recitato male e scritto peggio, il film mostra anche tutti i limiti di una regia forzatamente virtuosa, che cerca a tutti i costi di colpire con scelte visive sopra le righe ed effetti di luce ambiziosi. Il problema è che Forster non riesce mai a mantenersi in controllo e finisce per dare  vita a un lungometraggio noioso e supponente, ricattatorio e mai capace di emozionare in maniera spontanea. La (ri)presa di coscienza e della propria vita di Gina con il recupero della vista e le ossessioni del marito non sono sufficienti a tenere lo spettatore desto per la durata dell'opera. Non è un vero thriller, non è un vero dramma psicologico, è una occasione lasciata a metà sulle onde di immagini accattivanti ma vuote. Anche i momenti morbosi sono espressione di una fotografia fascinosa ma fredda. Peccato.
Regia: La regia propone quasi ossessivamente delle sequenze ed un montaggio "a sensazione" lungo l'intero svolgersi della trama. Purtroppo a questa ricercatezza di immagine non si abbina uno svolgimento altrettanto interessante della storia facendo infine pensare al tutto come un mero esercizio di stile.
Sceneggiatura: Se l'idea iniziale era accattivante, i personaggi e gli avvenimenti non convergono in un fulcro empatico e la storia diventa insopportabilmente noiosa. Il finale (che non si rivela, non solo per evitare spoiler, ma perché francamente non è per nulla chiaro) vira sul dramma poetico assolutamente troppo tardi, negli ultimi 15 minuti. Senza riuscire a porre alcun rimedio ad un racconto quasi senza senso.
Aspetto tecnico: Sul piano squisitamente tecnico, pare funzionare abbastanza bene la prospettiva della non vedente, ma dopo un po' stanca.
Cast: Buona l'interpretazione dei 2 protagonisti (soprattutto Blake Lively, che è sempre e comunque un piacere vedere, qui poi è parecchio sensuale), piuttosto mediocre quella degli coprotagonisti.
Commento Finale: E' un film deludente: non è un thriller perché manca di suspense, come commedia drammatica manca di passione. Il regista Marc Forster ha scelto uno svolgimento della storia frantumato, sincopato, con flashback e momenti nebbiosi nella fotografia, forse per immaginare il mondo visto da un cieco, con conseguente mancanza di linearità nella storia. Peccato la trama poteva offrire spunti interessanti, ma la mancanza di sviluppo durante tutta la parte centrale (e non solo), fondata sul nulla assoluto, per poi concludersi bene, ma non benissimo, non aiuta proprio, anzi, pellicola piatta, lenta e francamente noiosa, ambientata in una Bangkok ultramoderna (salvo un viaggio in Spagna) è questa.
Consigliato: No, da evitare. Non basta Lei, Blake Lively a consigliarne la visione (neanche ai suoi fan).
Voto: 4

mercoledì 26 giugno 2019

Duel (1971)

Tema e genere: Scritto dal grande scrittore e sceneggiatore statunitense Richard Matheson e diretto da un allora ventiquattrenne Steven Spielberg, Duel è un thriller on the road d'alto effetto.
Trama: Il rappresentante David Mann si sta recando in automobile da un cliente. L'autista di un'autocisterna che lo precede invita David al sorpasso, a sua volta poi lo supera a velocità sostenuta. A poco a poco il "gioco" si trasforma in una caccia all'uomo dagli intenti chiaramente omicidi.
Recensione: Come ben sapete Steven Spielberg è il mio regista preferito, fin dai tempi di quando vidi per la prima volta Lo Squalo, e da lì in poi non mi sono perso un film (a parte 1941 - Allarme a Hollywood), tuttavia non avevo ancora mai visto, anche se ho sempre conosciuto e saputo di questo film, il suo film d'esordio, ovvero Duel. E così, approfittando di un passaggio televisivo su Sky Cinema, l'ho finalmente visto, e quello che ho visto è stato incredibilmente fantastico. Perché in Duel, che di per sé è un film di grande rilevanza, Steven Spielberg, qui poco più che ventenne, dimostra già di che pasta è fatto mettendo in scena un film fatto quasi esclusivamente di montaggio e regia frenetica. Un film emozionante che inchioda lo spettatore davanti lo schermo dall'inizio alla fine, senza scampo. Un film per l'epoca molto originale, talmente efficace da dare la stura a tantissimi tentativi d'imitazione. Un film che, girato in breve tempo, inizialmente nato come TV movie, fu poi allungato di un quarto d'ora, che divenne a tutti gli effetti un prodotto cinematografico nel 1973, davvero eccezionale. Un film giustamente divenuto all'epoca, ma anche adesso, un vero e proprio cult, soprattutto perché è questo il film che ha lanciato (per fortuna nostra) la carriera del geniale regista statunitense verso grandi successi di critica e di pubblico, a partire proprio da Lo squalo, girato 4 anni dopo. E questo nonostante non sia in verità Duel un film perfetto, anzi, è quasi del tutto privo di dialoghi e presenta tanti piccoli errori, però sembra incredibile il risultato ottenuto da Spielberg, che riesce a trasformare una banale situazione, portandola alle estreme conseguenze, con profondi risvolti metaforici, in un'opera di rara efficacia tensiva. Un'opera prima già matura quindi, che propone uno Spielberg diverso da quello successivo dei blockbuster e dimostra la padronanza del linguaggio (ha sempre avuto un grandissimo senso dello spazio) da parte del regista e la capacità di andare oltre le limitazioni del genere. Ed è davvero singolare che un ragazzotto ventiquattrenne esordisca al cinema con un'opera così matura, che nel tessuto d'un classico road-movie USA riesce ad innervare una sotto-trama palesemente e potentemente metafisica. Certo i meriti vanno divisi col leggendario Richard Matheson, qui autore della sceneggiatura, tuttavia Spielberg riesce nell'impresa di assemblare un elettrizzante lungometraggio da una materia narrativa che tra le mani d'un onesto mestierante avrebbe retto forse mezz'ora. Senza una vera e propria trama, dopotutto la storia è la più semplice del mondo, dopo un alterco per motivi di viabilità, un camionista comincia a perseguitare l'autore del presunto torto, comincia così un tallonamento che diventa a poco a poco una vera e propria persecuzione senza esclusioni di colpi, questo film ha la sua forza nel dramma psicologico che vive un pacifico autista per le strade deserte di un'America polverosa. Il protagonista trasmette tutta l'ansia allo spettatore, e l'invenzione del guidatore che non si vedrà mai, farà davvero epoca. Ed ecco che il regista di capolavori assoluti ci sazia con un film che è tensione e adrenalina pura. Un film di regia dove conta molto il montaggio, spesso serrato nelle sequenze di inseguimento automobilistico che si trasformano in incubo metafisico, le angolazioni della macchina da presa e il ritmo delle sequenze.

lunedì 24 giugno 2019

Unsane (2018)

Tema e genere: Unsane è la nuova sfida al Cinema di Steven Soderbergh, uno psycho-trhiller claustrofobico, teso ed angosciante, un film girato in modo e in una tecnica non del tutto standard.
Trama: Una giovane donna vittima di stalking si rivolge a una specialista, ma si ritrova suo malgrado rinchiusa in una clinica psichiatrica, dove farà un'orribile scoperta.
RecensioneUnsane è un esperimento decisamente particolare, un film che il regista Steven Soderbergh ha realizzato con un budget limitato girando in poco tempo con vari iPhone. Un film girato con il cellulare non è che sia la novità più assoluta, si è già visto da qualche parte, la particolarità di Unsane è però quella di essere il primo film girato in questo modo per una precisa scelta stilistica e non per restrizioni di budget. Unsane infatti, che ha, grazie all'uso di cellulari per la ripresa, che deformano la percezione soggetto-sfondo, un approccio visuale versatile e coinvolgente, riesce proprio per questa scelta stilistica a trasmettere il senso di impotenza della protagonista, entrata in una spirale degenerativa che assottiglia sempre di più il confine tra sanità mentale e follia. E difatti il film risulta profondamente inquietante pur senza far mai realmente paura e consente allo spettatore una profonda identificazione con la protagonista e le sue paure, e più in generale con il tema dell'opera: non siamo più capaci di un contatto umano reale, tra noi e l'altro c'è sempre di mezzo uno schermo, l'amore diventa ossessivo e i rapporti di amicizia impossibili. Non è un caso che il film parta come una farsa kafkiana, si trasformi in un'acida satira politica e poi si tuffi a capofitto nel thriller psicologico, per culminare infine in una mescolanza organica di tutte e tre le cose. E al centro un'aspra critica al sistema sanitario statunitense, ma anche e soprattutto la rivalutazione di una femminilità che è disposta a tutto pur di trarsi in salvo: sotto-testo costante una riflessione sui social-media contemporanei. Qui infatti, e non per caso, l'uso dell'iPhone per le riprese riecheggia il fulcro del film: in una contemporaneità in cui sembra impossibile non riuscire a mettersi in contatto con la persona che si desidera, in cui quindi uno stalker diventa una presenza ineludibile e onnipresente, in grado di raggiungere ovunque la propria vittima, l'ossessione è l'unico scenario possibile. La possibilità che da persecutore digitale (sui profili Facebook o Instagram, come sottolinea Matt Damon nel suo interessante cammeo) il carnefice si trasformi in una sagoma ubiqua anche all'interno dello spazio reale è tutt'altro che fantasiosa, più concreta che mai. Allora la scelta del dispositivo mobile specchia il tema centrale di Unsane: la tragica facoltà di un incubo digitale di affiorare all'interno di uno spazio tangibile (per giunta istituzionalizzato). Insomma un film sociologico e teorico che riflette sul mezzo per riflettere la società. Il regista infatti riesce a cogliere e raccontare con grande efficacia l'incredibile solitudine dell'uomo contemporaneo, anche grazie ad un'ottimo volto per queste paure, a Claire Foy, star della serie Netflix The Crown, protagonista assoluta e incarnazione della paura e della solitudine del mondo di adesso. Peccato che ogni tanto qualcosa si inceppi a causa di una sceneggiatura che si avvita nei troppi finali e che non sempre è all'altezza dell'intelligenza della regia.

giovedì 8 novembre 2018

The Affair (4a stagione)

E' giudizio unanime che le prime due stagioni di The Affair siano considerate un grande esercizio di stile e scrittura, e quindi una delle serie drammatiche più innovative, intriganti ed intensa degli ultimi anni (soprattutto per la sua formula, quella di raccontare il tutto da un punto di vista diverso ogni volta, qui la recensione di entrambe), altrettanto unanime è il giudizio alla poco convincente terza stagione, colpa di una narrazione confusionaria e strana (qui la recensione), non è altrettanto unanime invece il giudizio a questa quarta stagione appena conclusa (son passati due mesi), alcuni per esempio affermano che la serie sia tornata ai suoi fasti, che sapendo rimediare ai propri errori sia riuscita a migliorarsi e superarsi, io invece, pur ammettendo che un piccolo passo avanti sia stato fatto (di certo non tecnicamente, perché musiche, scenografie e quant'altro siamo allo stesso discreto livello di tutte le altre stagioni) affermo di non esser d'accordo. La serie infatti, anche se è tornata ad essere un racconto corale, con un ritmo più serrato, e un sottile ma decisivo senso di mistero, non mi ha soddisfatto pienamente. Colpa non solo della struttura, che torna parzialmente indietro, la rigida alternanza di punti di vista non c'è più e viene sostituita da una più semplice divisione degli episodi in capitoli dedicati a questo o quel personaggio (quasi rinnegando il suo punto di forza che ha fatto la fortuna della serie), ma anche della sua narrazione, che si concentra forse troppo all'aspetto più drammaturgico della vicenda. Non è un caso che il finale di stagione di The Affair 4 (una stagione in cui l'amore e la morte sono stati più che mai temi dominanti, con le due puntate conclusive, in particolare, incentrate interamente sul concetto della perdita: una perdita da elaborare attraverso il lutto o una perdita a cui prepararsi, consapevoli del dolore imminente e inesorabile), sia segnato dalla morte di uno dei personaggi storici, alla fine però di un percorso non sempre convincente. Perché certo, del deludente e scarso coerente epilogo della scorsa stagione non c'è inizialmente più traccia, la quarta stagione infatti (che dice finalmente adieu agli idilli romantici parigini e alla professoressa Juliette Le Gall) ricomincia con un'inedita e nuova ambientazione (sulla West Coast), ma a dominare l'attenzione c'è solo l'improvviso addio a uno dei quattro protagonisti storici della serie firmata da Sarah Treem e Hagai Levi, un addio certamente sconvolgente ma ambiguo, strano e furbetto.

venerdì 2 novembre 2018

Quando c'era Marnie (2014)

È un film particolare, l'ultima fatica dello Studio Ghibli, un film, Quando c'era Marnie (Omoide no Marnie), lungometraggio d'animazione giapponese del 2014 diretto da Hiromasa Yonebayashi (quasi certamente il regista erede dello studio e della tradizione Ghibli), che ahimè potrebbe essere l'ultimo, in quanto dall'estate 2014 (quando è uscito in Giappone) ad oggi non sono usciti altri lungometraggi animati, e potrebbe esserlo anche nel lungo periodo. Ed ora che Hayao Miyazaki si è ritirato, che Isao Takahata ci ha lasciati, la chiusura, della casa capace d'averci regalato capolavori indiscussi, potrebbe non essere difatti solo temporanea (anche se mai dire mai). E Hirosama Yonebayashi dopo il delicatissimo (e bellissimo) Arietty, piuttosto timido ai botteghini all'epoca ma personalmente un capolavoro, dirige così il primo film Ghibli a non avere nei suoi crediti, in nessuna veste, né Miyazaki né Takahata, che all'epoca era reduce dall'inatteso ed immeritato (ora che l'ho visto) flop economico de La Storia della Principessa Splendente. Un'eredità pesante quindi quella che ha dovuto portare ed ha portato sulle spalle il film e il regista, sarà riuscito nell'impresa? cosa ne è venuto fuori? Prima di tutto, semplice e diretta è questa favola che punta sulle emozioni e sulle immagini, davvero straordinarie (l'animazione è ottima), ma soprattutto, anche se quest'anime si allontana dallo stile dei due maestri, più intimo e in tono "minore", esso funziona e colpisce ugualmente. La storia è quella del romanzo per ragazzi omonimo di Joan G. Robinson, adattata per l'occasione (dal regista e sceneggiatori), storia che cerca di spiegare il profondo e angoscioso dolore dell'abbandono, non a caso il film, con la deliziosa (ma non molto simpatica, ahimé) protagonista Anna, intenerisce e immalinconisce (in tal senso stategli alla larga, se avete la lacrima di facile empatia).

lunedì 16 luglio 2018

Split (2016)

Dopo The Visit, con il quale aveva impressionato milioni di telespettatori, compreso me, lasciandogli però l'amaro in bocca sul finale (amaro che tornerà prepotentemente anche qui), M. Night Shyamalan, torna a raccontare una storia dai tratti inquietanti, soffermandosi questa volta sul lato psicologico dei personaggi più che sulla vicenda in sé. Spesso, infatti, alcune scelte sono dettate da fatti precedenti, accaduti nel proprio passato, che difficilmente si dimenticano. Ed è anche su questo tema che il regista gioca in Split, film del 2016 diretto dal regista di origini indiane, la vita ci pone davanti a delle situazione che segnano nel profondo l'animo di chi le vive, portando a volte a cambiamenti radicali o a malattie psicologiche che prendono il sopravvento. Non a caso il film, affronta il tema della personalità multipla, un evergreen del genere horror-thriller, matrice di spunti e idee per racconti suggestivi. Così Shyamalan dà vita a un maniaco che rapisce e imprigiona in uno scantinato tre ragazzine: Claire, Marcia e Casey. Le giovani si accorgeranno presto di combattere non uno, bensì 23 rapitori differenti, racchiusi in un unico individuo. Il suo nome è Kevin "Wendell" Crumb ma in lui si dimena un intero condominio di categorie umane: dallo stilista omosessuale Barry, al timido ma educato Dennis, al bambino capriccioso Hedwig, fino alla signora Patricia. Tutti interpretati virtuosamente da James McAvoy, che riesce in scioltezza a coordinare una molteplicità di posture e atteggiamenti. Nel mucchio però, serpeggia una pericolosa 24esima personalità, che gode di un appellativo poco rassicurante: "La Bestia". Riusciranno le ragazze a uscire vive dalla cattività? Mentre la polizia brancola nel buio, la loro unica speranza è riposta in un'anziana psicanalista dalla quale Kevin è in cura e che comincia a temere per gli atteggiamenti del paziente. Ma quando se ne accorge che qualcosa non va, è troppo tardi, e la lotta per non finire nelle sue grinfie diverrà sempre più pericolosa e complicata.

lunedì 11 dicembre 2017

Tutti gli altri film visti durante il 2017: Animazione (Sausage Party, La mia vita da Zucchina, Trolls & Iqbal)

Quarto appuntamento con il cinema d'animazione, che ultimamente sta sempre più sorprendendo in positivo, giacché molto spesso (ma non sempre) riesce sapientemente ad unire divertimento a temi importanti. Spudoratamente crudo e offensivo ma al contempo intelligente, geniale e molto spassoso è Sausage Party: Vita segreta di una salsiccia (Sausage Party), film d'animazione 3D in CGI del 2016, diretto da Greg Tiernan e Conrad Vernon, che sicuramente non è il miglior film d'animazione dell'anno, ma è una divertentissima (seppur volgarissima) boccata d'aria fresca per chi è stanco di vedere sempre "i soliti cartoons". Questo film di animazione per adulti infatti (riassumibile in un ipotetico "crossover" fra la dissacrante ironia dei cartoon americani stile Seth MacFarlane e la fissazione provocatoria di un Rocco qualunque) è, nonostante la volgarità (che in effetti in alcuni momenti va forse troppo oltre diventando fine a sé stessa, ma non comunque disturbando troppo, dopotutto parliamo di cartoons), davvero ben fatto sotto alcuni punti di vista, la grafica per esempio (alcune realizzazioni poi sono davvero incredibili), il nutrito e notevole cast Hollywoodiano che presta la voce in lingua originale (Seth Rogen, Kristen Wiig, Jonah Hill, Michael Cera, Edward Norton, Salma Hayek, James Franco, Paul Rudd e tanti altri), ma su tutti l'ideazione. Perché se c'è una cosa che merita è la genialità della sua creazione, ovviamente però non fatelo vedere a dei bambini, sia per il linguaggio eccessivamente volgare (molto spinto, scurrile e volutamente scorretto), sia per dei riferimenti sessuali troppo espliciti. Il sesso infatti è parte integrante del film, vero "motore immobile" della pellicola, e non a caso la disturbante scena "orgia" finale del film diventa la risposta a tutti i quesiti esistenziali posti nel corso della trama.

venerdì 10 novembre 2017

Billy Lynn: Un giorno da eroe (2016)

Non sono abbastanza esperto per discutere il film dal punto di vista tecnologico, anche perché di film in 3D non ne ho visto nemmeno uno, mi limito quindi a una lettura "classica" come sempre, come in tutti quei film qui da me recensiti, valutando la pellicola nel rapporto tra sceneggiatura e regia, cercando di coglierne i motivi di fondo e del perché mi è abbastanza piaciuto. Billy Lynn: Un giorno da eroe (Lynn's Long Halftime Walk), film del 2016 diretto da Ang Lee infatti, adattamento cinematografico del romanzo di Ben Fountain "È il tuo giorno, Billy Lynn!", emozionante e tragicamente reale, che non è un film di "guerra" ma sulla guerra (dimenticate il classico film di guerra, dato che qui le scene di azione sono poche, frammentate e vissute in flashback), riesce nonostante un incipit abbastanza ordinario, a stupire e a coinvolgerci (almeno personalmente è stato così). Anche perché una rappresentazione non bellica del soldato e la forte presenza di uno spirito che smonti la logica repubblicana segnano le premesse di questo interessantissimo film, che nella ricerca e nel raggiungimento della propria ragione si trasforma in una ben più comune storia sul reduce di guerra a base di retorica, sul post-trauma, sull'onore del militare, sul suo essere incompreso, sulla sua alienazione e sulla sua voglia di vita, in parametri assolutamente scontati. Tutti temi che però, sviscerati dal grande regista taiwanese, autore di tante piccole perle come La Tigre e il DragoneLussuria: Seduzione e tradimento e Vita di Pi, riescono ad appassionare, grazie anche alla sua costruttiva (severa ma giusta) critica (vista attraverso gli occhi di un'umile ragazzo) alla spettacolarizzazione della guerra.

lunedì 30 ottobre 2017

Movies for Halloween - Hellions: Piccoli Demoni (2015)

Halloween, la notte delle streghe, quale miglior giorno possibile per ambientare una storia horror? quale miglior modo per riproporre per il secondo anno consecutivo (dopo Tales of Halloween e Holidays, che vi consiglio di vedere) due pellicole (il secondo ci sarà domani) per la rubrica Movies for Halloween? E' il caso appunto di Hellions: Piccoli Demoni, film del 2015 diretto da Bruce McDonald, noto soprattutto per l'horror Pontypool (anche se io l'ho ricordo per alcuni passabili thriller e la non eccezionale serie televisiva Transporter: The Series) ambientato questa notte speciale, anche se la festa delle zucche è solo un pretesto per segnare il (folle ad allucinatorio) confine dall'età spensierata dell'infanzia e delle feste casalinghe, a quella dell'età adulta e complicata. Infatti il film, che pare essere "roba già vista", ma che non lo è se solo semplicemente ci si libera dallo stereotipo dei film a tema halloween, è un film surreale dall'introduzione "realistica" con a seguire totale immersione spiazzante, ci si sposta in una dimensione di impossibile collocazione spazio-temporale, caratterizzata da toni violacei in cui gli unici colori a spiccare sono il rosso del sangue e l'arancio delle zucche. Questo perché la storia appunto è ambientata durante la notte di Halloween, quando la diciassettenne Dora, in attesa del fidanzato per recarsi ad un party e soprattutto per rivelargli di essere in dolce attesa, si trova assediata da un gruppo di bambini dalle terrificante maschere. Deve trovare un modo quindi di sopravvivere, anche se questa è una home invasion (che vede assoluta protagonista la ventunenne Chloe Rose, nota soprattutto sul piccolo schermo per la partecipazione a diverse serie televisive di successo) che va oltre la classica lotta per la sopravvivenza, nulla è scontato in quanto la sceneggiatura segue schemi per lo più indecifrabili. Possibile la lettura onirica di un incubo generato dalla gravidanza, ovviamente indesiderata, probabile fonte di inquietudine e paure. Ma niente potrebbe essere come sembra.

venerdì 8 settembre 2017

It Follows (2014)

Davvero angosciante è It Follows, film del 2014 prodotto, scritto e diretto da David Robert Mitchell, che certamente si porta dietro tutto un bagaglio di illustri modelli (slasher e non) che, probabilmente, hanno fatto di il giovane regista che è oggi, non solo John Carpenter (Halloween su tutti), ma anche Wes Craven (Nightmare: Dal profondo della notte) e Tobe Hooper (che ci ha da poco lasciati con Non aprite quella porta), solo per citarne alcuni. Tanti titoli da perdersi quindi, anche se non si tratta solamente di citazionismo fine a se stesso, dato che il regista, di cui l'intento sembra quello di confezionare uno film contemporaneo, ma in grado di parlare al giovane pubblico di oggi, così come a quello degli anni '70 e '80, riesce in maniera straordinaria a contestualizzarli in un ambito dove le cittadine vivono in uno stato di sottile assedio da una crisi economica e morale, dove bastano pochi isolati a trovare case diroccate ed abbandonate. "Sesso uguale morte", sentenziava uno dei protagonisti in Scream (1996) nell'elencare le principali regole per sopravvivere in un horror. Il regista prende quel postulato, lo rende il motore della storia, lo demolisce per poi ricostruirlo. Ma non vi è alcun intento moralistico nel film, poiché il sesso, considerato come fonte di contagio, non di natura virale bensì soprannaturale, è semplicemente il mezzo per introdurre una riflessione sul disagio giovanile. Il disagio di chi senza un supporto adeguato (sintomatico in tal senso l'esclusione di figure adulte che rende il film non scontato, anzi, ne aumenta il senso di disagio, facendo capire come non via via di scampo anche a chiedere aiuto, perché gli adulti non comprenderebbero) si immagina diventi un modo per trasmettere una sorta di maledizione, simile a quella di certi celebri J-Horror.

venerdì 14 luglio 2017

Enemy (2013)

Dopo avermi quasi sconvolto con quell'avvincente film action Sicario e dopo avermi sconcertato con quell'altrettanto bel thriller psicologico Prisoners, Denis Villeneuve colpisce ancora, e lo fa spiazzando e sconvolgendo con un thriller enigmatico ed eccentrico, ma sorprendente, ovvero con Enemy, film del 2013 diretto dal regista e tratto dal romanzo L'uomo duplicato di José Saramago. E' un film infatti abbastanza enigmatico e di non facile interpretazione (o soluzione) perché quello che avviene in poco più di 80 minuti, non è facile da spiegare e capire, anche se non si tratta di un giallo, piuttosto di un thriller psicologico, non ci sono assassini o omicidi, qui il mistero è tutto mentale. Un mistero così criptico che a distanza di giorni non ho ancora le idee chiare, perché facile sembrerebbe la trama, quella di un inquieto ed insignificante insegnate di storia che imbattendosi nel suo doppio, notato casualmente nel ruolo di comparsa in un film, che determinato a capire chi sia questo individuo, cercherà in tutti i modi di scoprire la sua identità (forse un gemello?), ma non lo è, poiché lui stesso finirà in un vortice di ossessioni che metteranno a repentaglio sia la sua esistenza sia quella della misteriosa comparsa nonché dello spettatore, quello che difatti porterà entrambi verso un tortuoso, straniante e terrificante incubo, sarà lo stesso per lo spettatore, che avrà difficoltà a venire a capo all'intera vicenda già di per sé complessa. Come se non bastasse, l'ultima scena arriva come un fulmine a ciel sereno, il finale è infatti e certamente uno dei più grandi shock cinematografici di sempre. E non si tratta del classico colpo di scena in cui, con una spiegazione sorprendente, si risolve il mistero, tutt'altro, la situazione anzi si complica ulteriormente, lasciando il pubblico in balia di uno dei più criptici (ambigui) ed inquietanti enigmi di sempre (vedere per credere).

lunedì 27 marzo 2017

Regali da uno sconosciuto: The Gift (2015)

Lontano dal genere horror o (puro) thriller cui, la locandina, farebbe intendere, Regali da uno sconosciuto: The Gift (2015) è un dramma psicologico, notevolmente diretto, scritto e interpretato da Joel Edgerton (attore di discreto livello, interprete di parecchi film, Star Wars V e VI, il prequel de La cosa, Il grande Gatsby ed Exodus: Dei e re), al suo debutto alla regia di un lungometraggio. Davvero notevole e non solo perché è recitato bene e sceneggiato meglio, ma soprattutto perché fa della suspense la sua arma vincente. Le fasi iniziali lasciano intendere uno sviluppo diverso e più banale, con il classico stalker che prepara il terreno per l'assalto finale, ma procedendo i facili calcoli cominciano a non essere più tanto facili, le psicologie si delineano meglio, si intravede un piano più ampio e più coerente, la bozza iniziale che lasciava supporre la mano di uno psicopatico, rivela invece un disegno lucido. E avviene così un sorprendente ribaltamento del punto di vista sull'amico del protagonista dapprima visto come stalker e che in seguito risulta essere la vera vittima della situazione. Poiché The Gift è un thriller-dramma realistico, senza ombra di paranormale, ma con una solida base di paranoia, gelosia e mistero. Un triangolo di inquietudine che si crea quando una coppia decide di cambiare città per cercare di superare un momento difficile e per una nuova opportunità di lavoro dell'uomo. La nuova vita di Simon (Jason Bateman) però, insieme alla moglie Robyn (Rebecca Hall), viene sconvolta dalla presenza di Gordon (Joel Edgerton), un ex compagno di liceo di lui, che con continui regali e visite inaspettate perseguita la coppia. E ad un certo punto, entrambi stanchi delle attenzioni morbose che ricevono da Gordo, oltre che infastiditi dal suo atteggiarsi come uno stalker, decidono di parlagliene e affrontare il problema. Ma da quel momento in poi la situazione precipita gradualmente, vecchi segreti sepolti tornano alla luce e le maschere dei protagonisti iniziano a cadere.

martedì 21 marzo 2017

The Affair (3a stagione)

L'aggettivo che più si addice alla terza stagione di The Affair, la serie tv di Showtime acclamata da pubblico (anche da me, qui) e critica nei primi due cicli, è 'strana'. Complice il fatto che la stagione 2 aveva chiuso il cerchio della storia, complice il fatto che la terza nell'intenzione iniziale degli ideatori Hagai Levi e Sarah Treem doveva essere il capitolo finale ma il telefilm è stato rinnovato per un quarto ciclo, c'è stata quindi un po' di confusione narrativa (forse troppa) fin dalla premiere di stagione. Certo, dopo due stagioni era chiaramente improponibile continuare a raccontare le conseguenze drammatiche della relazione adultera tra Noah e Alison e il disfacimento inarrestabile delle loro famiglie con la necessario riassestamento nelle vite anche dei loro ex coniugi Helen e Cole, soprattutto perché il season finale del secondo anno aveva mostrato un Cole finalmente in cammino verso una nuova serenità con Luisa e un Noah volutamente sacrificatosi prendendosi la colpa della morte di Scotty pur di salvare il presente di Helen e Alison. Iniziare la terza stagione con un salto temporale di tre anni era perciò una necessità comprensibile, dal momento che permetteva di avere tutti i personaggi (incluso un Noah appena scarcerato) in una situazione differente da cui ripartire iniziando un nuovo viaggio che si sperava fosse interessante. Ma un viaggio verso dove? Su che strade? In compagnia di chi? Proprio il non aver saputo rispondere in maniera interessante a queste tre domande è la condanna di questa stagione, dato che la stessa rimane impressa nella mente dei suoi appassionati come quella del vorrei ma non so come fare. Esemplare, in questo senso, il percorso di Helen che rincorre disperatamente Noah invece di guardare al presente che ha creato con Vik ed è disposta a distruggere la rinnovata serenità familiare, che il fin troppo comprensivo dottore ha portato (venendo accettato in pieno dai ragazzi), per espiare la colpa di essere stata la ragione dell'immolarsi dell'ex marito. Un andirivieni umiliante per un personaggio che finisce per farsi odiare per la sua caparbia insistenza nel fare le scelte sbagliate, al punto che anche la confessione finale diventa l'occasione per mostrarsi inopportuna invece che per una necessaria catarsi. Il season-finale potrebbe suggerire una finalmente ritrovata consapevolezza, ma dura troppo poco per essere sicuri che non si tratti di una accettazione forzata di una situazione indesiderata. Anche se è il nono episodio che si è però dimostrato più risolutivo del finale, con Helen in gran forma che si conferma (nonostante tutto) il miglior personaggio di tutta la serie.

venerdì 27 gennaio 2017

Il film della Memoria: Il figlio di Saul (2015)

Come l'anno scorso e anche tanti anni prima, da quando andavo a scuola, ogni anno ho sempre visto un film sull'Olocausto, argomento delicato e non sempre facile da esporre, in quanto è innegabile che quello che i nazisti hanno fatto nei campi di concentramento è qualcosa di inumano, anzi, disumano, orrendo e scandaloso, che raccontarlo in un film è sempre una sfida. La sfida di raccontare una storia così angosciante senza inevitabilmente provocare nello spettatore disgusto e vergogna nell'assistere impotenti a qualcosa di tremendamente irreale da essere prepotentemente vero. Perché purtroppo è successo ma dobbiamo ricordare, proprio tramite questa Giornata della Memoria, non solo che quello che è successo, è successo davvero, ma che ciò la Storia ricorderà come il momento più nero dell'umanità non ricapiti più, mai più. Comunque se l'anno scorso il film scelto fu una storia di speranza di un ragazzo in fuga dalla guerra, Corri Ragazzo corri, quest'anno è invece capitato una storia che di speranza non ne ha quasi nessuna, cupo, grigio e profondamente crudele, Il figlio di Saul (Saul fia), film del 2015 diretto da László Nemes, film che ha  partecipato in concorso al Festival di Cannes 2015, dove ha vinto il Grand Prix Speciale della Giuria e che nel 2016 ha vinto Golden Globe e Premio Oscar come miglior film straniero (Ungheria) e anche il David di Donatello come miglior film dell'Unione Europea. Tutto ovviamente non per caso, perché il film, opera prima di Nemes, è terrorizzante, caotico, sconvolgente, e lascia nello spettatore un senso di sgomento di fronte alla 'fabbrica della morte'. Fabbrica dove 'lavora' Saul Ausländer, membro ungherese del Sonderkommando, un gruppo di prigionieri ebrei isolati dal campo e costretti ad assistere i nazisti nella loro opera di sterminio. Ma mentre sgombera e pulisce una delle camere a gas, Saul vede uccidere dai medici nazisti un ragazzo inspiegabilmente sopravvissuto alla gassificazione. L'uomo, che sostiene che il ragazzo morto sia suo figlio, vuole evitargli la cremazione per offrirgli una degna sepoltura, a questo scopo si mette alla ricerca (affannosa e incessante, forse anche troppa) di un rabbino.

martedì 22 novembre 2016

The Affair: Una relazione pericolosa (1a & 2a stagione)

Può una serie tv lenta e con una trama quasi scontata (il classico dramma amoroso di lui, lei e l'altra) riuscire a tenere lo spettatore incollato alla tv? Se si tratta di The Affair la risposta è sì. La serie infatti, prodotta dalla Showtime (quella di Billions, ma anche Dexter e Homeland), creata da Sarah Treem e Hagai Levi, già creatori dello psicanalitico In Treatment, che continuano a portare i segreti della mente umana sul piccolo schermo, anche se questa volta decidono di tingerli delle tinte noir del thriller, è qualcosa di unico nel panorama televisivo, in quanto riesce a rendersi particolarmente interessante, perché riesce a sconvolgere ed intrigare. Poiché di serie che colpiscono, intrattengono ed incuriosiscono è piena la tv, ma poche sono quelle che sono in grado di sconvolgere chi le guarda nel corso della visione facendogli vivere in prima persona le sensazioni che provano i personaggi su schermo, e The Affair è una di quelle, d'altronde se la serie ha già vinto ben 3 Golden Globe (Migliore Serie Drammatica, Migliore Attrice in una Serie Drammatica a Ruth Wilson, Migliore Attrice non protagonista in una Serie Drammatica a Maura Tierney) un motivo ci sarà. La serie che è andata in onda da settembre ad ottobre e ad ottobre e novembre con le prime due stagioni su Sky Atlantic una dopo l'altra e proseguirà dal 30 novembre sempre sulla stessa emittente della piattaforma Sky con la terza attesissima terza stagione, sfrutta infatti una formula davvero ingegnosa e innovativa, quella che raccontando la più classica e nota delle vicende, quella di una relazione extra-coniugale fra un uomo ed una donna entrambi sposati, tra Noah Solloway (Dominic West, The Wire), aspirante scrittore e Alison Lockhart (Ruth Wilson, la punta di diamante che finora in tv aveva praticamente interpretato solo la distaccata figura di Alice Morgan in Luther), una cameriera che conosce durante un periodo di relax a Montauk, negli Hamptons, dove lui è ospite nella casa per le vacanze del padre di Helen (Maura Tierney, la madre dei suoi 4 figli), uno scrittore di successo la cui fama pesa sulle spalle di Noah che non riesce ad eguagliare il suocero, che nel frattempo sta cercando di tenere in piedi il suo matrimonio con Cole (Joshua Jackson) dopo la morte del figlio, appassiona e sorprende. Perché anche se ciò potrebbe sembrare l'incipit di un romanzo Harmony, c'è il colpo di genio degli autori, quello che risulta evidente nella modalità scelta per narrare la storia, le puntate difatti vengono divise in due parti, una raccontata dal punto di vista di lui, lo scrittore di Brooklyn intrappolato nei legami familiari, l'altra dal punto di vista di lei, la ragazza di periferia che fatica ad andare avanti, e non sempre i due punti coincidono. In più scopriamo questa 'tresca' attraverso l'interrogatorio a cui i due amanti sono sottoposti durante l'indagine per un omicidio, un omicidio del quale scopriremo a mano a mano nuovi risvolti, che non sono complementari, ma alternativi.

venerdì 12 agosto 2016

Babadook (2014)

Immancabilmente quando arriva l'estate arrivano anche tanti film horror, sia al cinema sia in tv, e come già molti prima di questo ho recensito e ancora recensirò, eccomi qui a recensire uno dei film Babadook (The Babadook) che l'anno scorso ha riscosso un grande successo e soprattutto un giudizio positivo di quasi tutti, compreso io che finalmente sono riuscito a vederlo. Perché questo film del 2014 diretto dalla regista australiana Jennifer Kent, al suo esordio, è un horror bello perché atipico. E' infatti un film horror che, finalmente, dopo anni di pellicole eccessivamente (e inutilmente) violente con storia tutte simili fra loro, propone qualcosa di diverso in modo diverso, prediligendo non gli effetti speciali, non le impennate sonore improvvise o le urla più forti, ma la storia, i personaggi e le loro caratterizzazioni, il vero cuore pulsante dell'orrore. Quante volte infatti capita di vedere un personaggio di un horror che, sentendo un orribile rumore fuori dalla porta, invece di nascondersi ci va incontro sapendo che morirà malissimo? Troppe. Ebbene questo non è quello che troverete in questo intrigante film. Ma questo è solo uno dei tanti pregi per cui elogiare il film, innanzitutto la trama, semplice ma intensa. Sei anni dopo la tragica morte del marito nell'incidente d'auto avuto quando la stava accompagnando in ospedale per il parto, Amelia vive da sola insieme al figlioletto, un bambino iperattivo e dalla fantasia molto vivace. Sam, infatti passa le sue giornate a costruire armi come balestre, catapulte o trappole per catturare mostri, è manesco tendente all'aggressivo e ha seri problemi di socializzazione. Amelia (palesemente depressa) invece è sola, triste e non riesce a superare la morte del marito. La vita dei due è tutt'altro che rosea, soprattutto appunto a causa del comportamento aggressivo del bambino e del rapporto troppo apprensivo che ha la madre nei suoi confronti, che li porterà lentamente ad isolarsi dal resto del mondo. Le cose purtroppo però non migliorano quando nella loro vita si materializza un libro di favole (chiamato Mister Babadook) diverso dagli altri, molto nero, cupo e spaventoso che viene prontamente messo via dopo la prima lettura ma continua a ripresentarsi fino a che la sua storia di un uomo nero che ti entra dentro fino a condizionarti non comincia lentamente ad avverarsi e intrappola i due nella loro stessa casa. Il libro infatti contiene immagini molto inquietanti e sembra più una maledizione che una storia per bambini e da quel momento quindi iniziano ad accadere strane cose in casa e la madre stessa inizia a subire una trasformazione che sembra qualcosa di più che un semplice crollo psicologico.

martedì 26 luglio 2016

Forza Maggiore (2014)

Forza maggiore (Turist) è un psicologico dramma scandinavo (più precisamente svedese) del 2014 diretto da Ruben Östlund. Il film ha vinto il Premio della Giuria nella sezione Un certain regard al 67º Festival di Cannes, ed è stato selezionato per rappresentare la Svezia nella categoria miglior film straniero ai Premi Oscar. Come detto all'inizio questo film è un dramma, infatti in un villaggio sciistico delle Alpi francesi si consuma un dramma esistenziale e famigliare che indaga le debolezze umane e le relazioni tra individui, l'egoismo e l'incapacità di relazionarsi. E racconta di una famiglia svedese in vacanza sulla neve, che, nel corso di un pranzo su una terrazza di un ristorante, viene letteralmente divorata da una valanga che ad un primo momento risulta controllata (e difatti lo è) ma si avvicina così velocemente da sembrar destinata a travolgerli. Ma è durante il fuggi-fuggi generale che avviene qualcosa di insolito ma naturale ad un primo momento, preso dal panico e dal suo egoismo istintivo, il padre scappa (prendendo con se solo gli occhiali e l'Iphone), lasciando così in asso la moglie e entrambi i figli, che istintivamente invece li protegge. La valanga si arresta poco prima di provocare un disastro (i quattro rientrano sani e salvi) ma ormai le dinamiche familiari risultano profondamente cambiate, e la vicenda fa così affiorare conflitti mai prima rivelati. Perché qualcosa nella coppia si incrina ed è una crepa che è destinata ad aprirsi sempre di più. Basta questo breve resoconto dell'incipit del film per capire che siamo in presenza di un'ottima idea, che il regista svedese, almeno in larga parte, sa sfruttare al meglio. Ma poiché parliamo di un film passato da Cannes, ci sono due strade, o è un capolavoro oppure è di una noia mortale, ebbene qui niente di niente, ma una via di mezzo spiazzante e interessante. Perché Ruben Östlund mette in scena un tema psicologicamente forte, quale frattura può generare in una coppia lo scoprire che il tuo partner amato, il tuo eroe, bello, biondo, forte e protettivo, è una creatura che di fronte ad un pericolo che sembra mortale, scappa, lasciandosi dietro te e i vostri bambini? E poi, intimamente umiliato, ferito dagli sguardi pieni di interrogativi tuoi e dei vostri figli, cerca di rimuovere, rifiuta di riconoscere una vigliaccheria per cui si odia, poi è costretto a prenderne atto come tu esigi, e allora ti sembra sempre più estraneo, alieno, finché (sull'orlo di una spaccatura insanabile) qualcosa inevitabilmente succede.

martedì 19 luglio 2016

Mommy (2014)

Mommy è l'ultimo straordinario film (visto da me) dell'enfant prodige canadese Xavier Dolan, un regista che ultimamente sta riscuotendo consensi, e guardando questo film impegnativo, inquietante e controverso che costituisce una riflessione sulla malattia mentale, sulla sua difficoltà di cura e sulla problematicità del conviverci, si capisce il perché. Perché il bravo Xavier a soli venticinque anni, e con un (bel) po' di sana incoscienza (abbastanza inevitabile), scrive e dirige queste montagne russe di emozioni che mischiano tocchi di commedia, in maggioranza nella prima parte, e scene grondanti melodramma che dominano il tratto conclusivo, utilizzando schemi e situazioni che finiscono per alternare il teatro da camera a tocchi di pura estetica pop in cui una colonna sonora estremamente variegata nel tempo e nello spazio gioca un ruolo fondamentale. Ma se all'incoscienza di cui sopra si unisce una capacità di fare cinema che combina una notevole perizia a una delicata sensibilità, l'accumulo di elementi eterogenei finisce per risultare in un amalgama talmente coinvolgente da far soprassedere sui difetti che pure ci sono. Mommy infatti non è un film perfetto (anche perché il regista è assai più interessato allo sviluppo di personaggi e sentimenti che alla coerenza nello svolgimento della storia), ma sa emozionare nel profondo a un livello tale che forse la perfezione non permetterebbe di raggiungere. Questo grazie a tanti accattivanti e originali stratagemmi che insieme alla trama (non particolarmente spettacolare) formano le basi di un film (del 2014) veramente bello ed emozionante e neanche così lento o noioso come ci si aspetterebbe. Poiché a prescindere dagli aspetti tecnici, per testimoniare la bravura del regista basterebbe la sola considerazione di come una trama infatti (davvero) esilissima venga trattata per due ore e un quarto senza un attimo di cedimento o un calo di tensione.