Sarà che è naturalmente il mese più breve dell'anno, eppure in questo mese di Febbraio ne sono successe di cose, in campo musicale, economico, politico, cinematografico, sportivo e personale. C'è stato Sanremo e la sua scia di polemiche, c'è stata la manovra e la sua scia di polemiche, ci sono state le elezioni regionali e la sua scia di polemiche, c'è stata la cerimonia degli Oscar e la sua scia di polemiche, ci sono stati gli ottavi di finale e la sua scia di polemiche, insomma le polemiche non sono affatto mancate, fortunatamente però, nella mia sfera personale, non c'è stata nessuna polemica, anzi, ho re-incontrato la mia (ormai) carissima amica Claudia, ed è stato nuovamente bello parlare faccia a faccia (e non solo virtualmente) con lei, ho passato un San Valentino (un giorno un po' triste per chi non ha mai avuto una ragazza) senza scosse ma tranquillo, a sorpresa ha nuovamente nevicato e sembrava esser tornati al periodo natalizio ed infine oggi che i miei festeggiano il loro anniversario di matrimonio, mi sento bene, sia fisicamente che mentalmente. Insomma è stato, anche se oggi l'ultimo giorno è appena cominciato, un mese intenso, sperando che il mese prossimo sia di medesima intensità. Ma essendo il mese di Marzo il mese del mio compleanno potrebbe forse esserlo nuovamente, o almeno spero sarà così, sperando altresì che qualche bella sorpresa arrivi (e in qualsiasi campo). Intanto però ecco cosa ho visto di buono, oltre a quello che avrete certamente già letto, in questo mese di Febbraio.
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giovedì 28 febbraio 2019
mercoledì 27 febbraio 2019
I peggiori film del mese (Febbraio 2019)
Proprio ieri parlavo dei Premi Oscar 2019, ma per chi non lo sapesse (i cinefili sicuramente avranno letto e saputo) il giorno prima sono stati assegnati i Razzie Awards, per la precisione i Golden Raspberry Awards, premi (consistenti in un lampone appoggiato su un nastro Super8, dal modico valore di 5 dollari) assegnati ogni anno, premi che nel corso di una vera e propria cerimonia a Los Angeles, premiano i film, i registi, le canzoni e gli attori peggiori della stagione cinematografica precedente. E così prima di esporvi le mie pellicole peggiori viste in questo mese, vediamo chi sono stati codesti vincitori. Se l'anno scorso a fare incetta di premi è stato il film Emoji - Accendi le emozioni (che non a caso ho evitato), quest'anno sono due le pellicole ad aver ottenuto un consistente numero di nomination per i poco ambiti premi. Parliamo di Gotti - Il primo padrino e Pupazzi senza gloria. A vincere (anzi, a perdere) tuttavia sono stati Holmes & Watson: 2 (de)menti al servizio della Regina con 4 premi, peggior film, peggior regista (Ethan Coen), peggior remake, parodia o sequel e peggior attore non protagonista (John C. Reilly), Donald J. Trump con 2, peggior attore e peggior coppia sullo schermo (lui e la sua meschinità), e con un premio: Cinquanta Sfumature di Rosso per la peggior sceneggiatura, Kellyanne Conway in Fahrenheit 11/9 come la peggiore attrice non protagonista, ed infine, udite udite (perché fa effetto ricevere nello stesso anno la candidatura all'Oscar con un film, e poi ricevere il peggior riconoscimento possibile per un altro), Melissa McCarthy in Pupazzi senza gloria e Life of the Party come la peggiore attrice. Detto questo, ecco a voi i miei Razzie Awards del mese.
La fratellanza (Thriller, Usa 2017): Dopo aver causato accidentalmente la morte di un amico in un incidente d'auto, Jacob finisce in carcere con l'accusa di omicidio colposo. Per sopravvivere ai pericoli della detenzione si schiera con la fratellanza ariana la quale, dopo che l'uomo viene rilasciato per buona condotta, lo costringe a dover compiere un crimine per proteggere la sua ex-moglie e suo figlio. Modesto film carcerario che ricorre a un immaginario di violenza razziale francamente grossolano e già visto. L'estetica dei corpi scultorei, dei tatuaggi e dei neonazisti non trova uno sviluppo originale nel lavoro del regista Ric Roman Waugh (Snitch: L'infiltrato), che appare piuttosto grezzo e bidimensionale anche nella direzione degli attori e nella gestione di atmosfere e messa in scena. Gli elementi cardine di questo prodotto elementare sono la forza muscolare dei personaggi, la tensione congelata in grumi di cattiveria e di vendetta, ma si tratta di elementi che anziché dare forma al dramma carcerario lo appesantiscono a vuoto. Retorico e manicheo nella contrapposizione tra vittime e carnefici, La fratellanza può vantare la prova volenterosa Nikolaj Coster-Waldau, il notissimo Jamie Lannister de Il trono di spade, e nulla più di significativo. Il film infatti, e semplicemente, non vanta un testo forte. L'intuizione di base, la ricerca effettuata sul campo, la critica al sistema carcerario statunitense parevano indirizzarsi verso un orizzonte virtuoso, ma il tutto sfocia nel nulla nel momento in cui l'autore abbandona il territorio studiato per improvvisare un thriller. Dal momento in cui Jacob mette piede fuori dalle celle la pellicola abbandona l'idea di voler sondare la decadenza di un uomo e si converte a contenuti più banali e cinematografici. E insomma, l'impegno riposto nella pellicola è evidente, ma le tematiche toccate avrebbero necessitato di una delicatezza che il regista (più stuntman) non è stato in grado di garantire (purtroppo). Comunque a parte qualche iperbole forzata e dettagli che mettono alla prova la sospensione dell'incredulità (Jacob è assistito dall'avvocato più incompetente della storia), Shot Caller risulta digeribile, ma è evidente sia narrativamente inferiore a molti dei prodotti televisivi e cinematografici già in circolazione. Voto: 5,5
martedì 26 febbraio 2019
I vincitori e le mie considerazioni su i Premi Oscar 2019
Mai come quest'anno è stato difficile trovare un film che spiccasse su tutti gli altri, mai come quest'anno è stato difficile pronosticare i vincitori, mai come quest'anno è stato reso evidente come per comprendere meglio e/o qualcosa sui film candidati quest'anno bisognasse vedere il suddetto film, ma purtroppo al cinema non posso andare, ed anche se potessi non facilissimo è vedere tutti i film, giacché non tutti sono in programmazione prima della cerimonia ufficiale, e infatti non ho potuto fare altro che pronosticare a simpatia o a conoscenza, e realisticamente sulle mie doti di appassionato non proprio eccellenti, ed il risultato si è visto, su 24 ne ho azzeccati soltanto 8. Eppure su questi numeri bisogna puntualizzare su un dato importante, ancor peggio dell'anno scorso (qui tutto il mio resoconto) difatti, come a ribadire che le idee sono parecchie confuse, o più semplicemente non c'è stato il Film dell'anno, una dispersione di premi c'è nuovamente stata. E in tal senso le polemiche divampano, anche perché non solo le previsioni sono state completamente stravolte (le candidature a volte sono un'arma a doppio taglio), ma purtroppo ha preso il sopravvento il politicamente corretto (e non solo in tema razziale), seppur in questo caso niente di clamoroso (a parte in un caso specifico), perché sembrerebbero (almeno secondo critici e quant'altro) giusti riconoscimenti a pellicole davvero belle ed interessanti. Però, c'è un però, in una cerimonia abbastanza banale e monotona (a parte l'eccezionale introduzione iniziale), per la prima volta dacché mi ricordi senza un conduttore ufficiale, ma comunque paradossalmente migliore della precedente (senza gag e sketch ridicoli, e battute imbarazzanti) tante sono state le sorprese in positivo ma tante anche in negativo. Su tutti l'assurdo premio Oscar agli effetti visivi rifilato quasi senza motivo a First Man, che a battuto lo straordinario comparto visivo di Avengers: Infinity War, e quello molto simile, come livello, di Ready Player One. L'altro, anzi, gli altri, al cinecomics meno bello dell'MCU.
lunedì 25 febbraio 2019
Un sacchetto di biglie (2017)
A nemmeno un mese dal Giorno della Memoria, giorno (quello dopo) in cui ho visionato e recensito La Signora dello Zoo di Varsavia con Jessica Chastain, eccomi nuovamente a parlare di quella tragedia immensa, grazie ad uno dei film andati in onda in prima visione su Sky Cinema lo scorso Gennaio, un film che riesce a essere toccante soprattutto grazie alle performance dei sue giovani protagonisti, anche se esaspera i momenti di più facile commozione, ma che risulta prevedibile ed infantile. Perché ci sono tante prospettive per raccontare un avvenimento cruciale per l'umanità intera come l'olocausto, Christian Duguay però, regista e co-sceneggiatore di Un sacchetto di biglie (Un sac de billes), film del 2017 diretto dal regista canadese (già regista della miniserie Il giovane Hitler e del campione di incassi transalpino Belle & Sebastien - L'avventura continua), ha deciso di adottarne, seppur non scarna comunque di significato, una fanciullesca e forse ingenua (più di quella avventura per ragazzi del 2015). È infatti difficile rintracciare in questo film quegli spunti universali che il regista avrebbe voluto molto probabilmente ottenere. La possibilità di raccontare quello che è successo ieri per parlare anche di oggi è difatti limitata da uno stile molto tradizionale di racconto: Un sacchetto di biglie non aggiunge niente a quanto si è già visto o letto riguardo alla Shoah, perché sceglie di incanalarsi in quei binari sicuri di racconto già ampiamente solcati. E questo è un peccato, perché l'Olocausto è un argomento sempre denso di significato, che merita approcci che non lo banalizzino (seppur in buona fede). La linearità del racconto e l'assenza di guizzi registici rende infatti Un sacchetto di biglie un film adatto esclusivamente a un pubblico di bambini. Un'opera a scopo divulgativo (più un avventura che un racconto di grande intensità drammaturgica) che si accontenta di stare nel suo, facendolo anche bene, ma che con un po' di coraggio e inventiva in più avrebbe potuto essere accattivante per un pubblico molto più ampio.
venerdì 22 febbraio 2019
Tonya (2017)
Non il solito film biografico-sportivo, non assolutamente conforme al genere, poiché il suddetto film è privo fin dall'inizio di due degli aspetti principali che caratterizzano di solito il genere, la linearità del racconto e l'epica trionfale con la quale sono normalmente celebrate le gesta dei protagonisti delle pellicole biografiche, questi ultimi mediamente ritratti come supereroi tra i normali o uomini giustificabili di tutto per via del loro genio. Tonya (I, Tonya) infatti, film del 2017 diretto da Craig Gillespie, partendo da una sceneggiatura di Steven Rogers, non racconta di un eroe vincente, bensì di una sciagurata perdente e autrice, forse, di un atto spregevole. Ma la cosa più incredibile è che riesce a farlo con uno stile anticonformistico, ritmato e brillante che (quasi mai) annoia. Questo perché il regista australiano (che dopo il bellissimo esordio Lars e una ragazza tutta sua non si era più fatto apprezzare particolarmente, perché bello ma eccessivamente stereotipato era L'ultima tempesta), riesce con questa pellicola candidata agli Oscar, appunto uscendo dai soliti schemi del biopic, a costruire in modo narrativamente e tecnicamente impeccabile una dramedy moderna, originale, sgargiante e animata da una vivida estetica pop anni '90 senza mai perdere di vista l'obiettivo principale: quello di raccontare la storia di Tonya Harding (la prima pattinatrice artistica in USA ad eseguire correttamente un triplo axel e poi al centro di uno scandalo di cronaca nera che coinvolse lei e la collega Nancy Kerrigan all'alba delle Olimpiadi invernali del 1994) senza eccedere nel melodramma ma senza nemmeno sminuire o ridicolizzare la vicenda e la protagonista. Una vicenda e una protagonista, controversa, segnata da un passato pieno di abusi, un presente scintillante e promettente ma anche un epilogo altrettanto brusco, punitivo e irreversibile. Ma controverso è anche il film, che si apre con un cartello che fornisce in poche righe la chiave di lettura e il tono di tutta la storia: "Tratto da interviste assolutamente vere, totalmente contraddittorie e prive di qualsiasi ironia con Tonya Harding e Jeff Gilooly". Infatti, la pellicola in questione racconta la vita della nota (ed ovviamente controversa) pattinatrice americana attraverso il suo punto di vista e quello delle persone che le sono state vicine, ovvero la madre, il marito Jeff e i loro amici in comune. Le opinioni e i punti di vista, naturalmente non potrebbero essere più distanti e contraddittori facendo emergere un'immagine tutt'altro che omogenea della pattinatrice.
giovedì 21 febbraio 2019
Das Boot (1a stagione)
Sarà che non ricordi bene il film da cui questa serie sembra l'ideale seguito (sono passati trentotto anni e non sapevo manco che sarebbe servito un ripasso), sarà che i nazisti li vedrei sempre morti (qui infatti il nazismo e il conflitto che ha sconquassato il mondo è visto dal punto di vista tedesco, personalmente non proprio così tanto interessante), sarà che non sopporti più (o almeno non sempre) il politicamente corretto (emblematica in tal senso la scelta di mettere forzatamente all'interno di una storia di spie e di guerra l'ennesima storia d'amore gay, anzi lesbo, senza nessun evidente motivo), sarà che avendo odiato Vicky Krieps ne Il filo nascosto non sopporti più la sua presenza, sarà che le serie di produzione Sky (a parte rari esempi) abbiano quasi sempre deluso, ma Das Boot, la serie televisiva franco-tedesca di guerra, sequel del film del 1981 U-Boot 96 di Wolfgang Petersen, ma ambientata un anno dopo gli eventi del film, basata sui romanzi Das Boot e Die Festung di Lothar-Günther Buchheim, andata in onda dal 4 gennaio 2019 su Sky Atlantic e fino a pochi giorni fa, non mi ha convinto, non mi è tanto piaciuta ed anzi, mi ha personalmente deluso. Questo nonostante va detto, la suddetta provenga dal territorio tedesco, patria ultimamente di discrete produzioni internazionali (lo è anche questa, almeno tecnicamente senza dubbio), e nonostante la suddetta aveva dalla sua una storia dalle apparenze tanto interessanti (in alcune parti per esempio davvero riuscito è il soggetto). Che i tempi fossero maturi per la Germania si era già capito nel 2018 grazie a Dark, opera coraggiosa per nulla intimidita dal confronto coi campioni americani, quindi forse le aspettative erano parecchio alte, e non vedendole esaudite abbia io avuto qualche problema, ed abbia più facilmente storto il naso. La serie infatti, che ci porta nel 1942, in piena Seconda Guerra Mondiale, concentrandosi sulla Resistenza francese e al contempo sulla durissima vita dell'equipaggio a bordo del sottomarino tedesco U-612, non era quella eccezionale storia che mi aspettavo, una storia di epiche battaglie, gloriose resistenze e spionaggio internazionale, però qui annacquata e privo di sufficiente mordente.
mercoledì 20 febbraio 2019
Solo: A Star Wars Story (2018)
Circa due anni e mezzo fa ne Il Risveglio della Forza, abbiamo visto morire Han Solo, interpretato da Harrison Ford, trapassato dalla spada laser cruciforme del figlio Ben (Kylo Ren). Se nel film diretto da J.J. Abrams il sipario della vita si chiudeva su questo personaggio, con Ron Howard torniamo invece alla scoperta delle sue origini. Solo: A Star Wars Story, film di fantascienza del 2018 diretto appunto da Ron Howard, è infatti una origin story, una di quelle storie che raccontano al pubblico come un personaggio noto è diventato quello che conosciamo (in pratica, il Ritratto dell'Eroe da Giovane), ma è soprattutto parte di un piano commerciale di espansione, iniziato un anno e mezzo fa con il più riuscito Rogue One (che aveva il coraggio di un finale tragico ed eroico), difatti da quando la Disney, dopo il vasto universo Marvel, ha inglobato anche il franchise di Guerre Stellari alias Star Wars, nel dichiarato intento di monetizzare il costosissimo acquisto, ha inaugurato, accanto alla terza trilogia legata alla saga degli Skywalker e ai Jedi, una serie di progetti "collaterali". Progetti in cui se allora i personaggi, a parte qualche cameo, erano sconosciuti, solo tangenzialmente coinvolti nelle vicende principali della saga, qui l'eroe titolare è Han Solo, uno dei tre personaggi principali della trilogia originale, indissolubilmente legato per la prima generazione di spettatori alla faccia da schiaffi di Harrison Ford. In tal senso era un po' giocoforza che del terzetto si andasse ad esplorare il contrabbandiere stellare, quello che nonostante la giovane età poteva dare l'idea di avere un "passato". Peccato che il difficile compito di non far rimpiangere il precedente interprete si posi sulle spalle di Alden Ehernreich (in Ave Cesare! dei fratelli Coen era l'amabile/irritante cowboy che storpiava ripetutamente le battute di una commedia sofisticata), che non riesce proprio a convincere sia per mimica facciale che per movenze. Peccato soprattutto che, la storia scritta dagli sceneggiatori, ma anche gli altri personaggi di contorno (compresa la prima "fidanzatina" di Han, Qi'ra), si accontentino di sfruttare onesti stereotipi di un genere avventuroso su cui, superata la meraviglia per le belle sequenze di azione e qualche invenzione visiva, pesa un po' la tendenza al didascalico e la vocazione commerciale dell'operazione.
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martedì 19 febbraio 2019
Le mie canzoni preferite (Dicembre/Gennaio/Febbraio 2019)
Quest'anno Sanremo è cominciato e finito prima rispetto allo scorso anno, cosicché già nel primo post del nuovo anno relativo alle mie tradizionali canzoni preferite del mese, posso già inserirle avendole ascoltate con attenzione. Ebbene abbastanza sorprendentemente il 69esimo Festival di Sanremo, il festival delle polemiche, e di tanto altro, ha portato in dote interessanti melodie, belle canzoni e nuovi interessanti artisti, almeno nella quasi metà dei casi, perché l'altra ha steccato alla grande. Soprattutto due "elementi" hanno davvero fatto una bruttissima figura, emblematica quella di Ultimo che, sarà per via del nome, che pensava forse che chiamandosi Ultimo sarebbe arrivato Primo, come famoso proverbio, senza peraltro sapere che esiste un film intitolato Gli ultimi saranno ultimi (e non per caso), avrebbe senz'altro meritato il penultimo posto in graduatoria (dopotutto la canzone in verità è pessima, e se avesse vinto, quella sì sarebbe stata una scelta sbagliata). Penultimo perché l'ultima posizione, e probabilmente anche la squalifica (e mi chiedo come sia possibile che una canzone dal testo così palesemente pro droga non sia stato scartato), avrebbe meritato certamente Achille Lauro. Giacché non ci sono giustificazioni che tengano, la sua canzone è chiarissima, negativamente chiarissima. Ma come detto, se da una parte è stato il Festival più brutto da anni, musicalmente ha regalato qualcosa. Infatti anche se presenterò ora la mia Top 5, non posso non menzionare altre tre belle canzoni, e sono: Mi farò trovare pronto di Nek, Mi sento bene di Arisa (peccato abbia steccato leggermente) e Abbi cura di me di Simone Cristicchi (anche se bellissimo è solo il ritornello a suon di violino). Comunque prima, ma verranno ovviamente dopo, non dimentico tutte le altre proposte musicali nazionali ed internazionali di quest'ultimo periodo (tre mesi), che tra conferme, graditi ritorni e nuovi interessanti new entry, ha alleggerito e intrattenuto la mia sfera personale. E quindi ecco la mia selezione (Qui la playlist completa di Youtube) dei miei brani/canzoni preferiti/e.
5. Insieme hanno già sfornato un gran bel pezzo (quell'Irraggiungibile passato da qui esattamente un anno fa),
ora ci riprovano, ed il risultato è il medesimo, loro sono Federica Carta e Shade, e il pezzo è Senza farlo apposta
ora ci riprovano, ed il risultato è il medesimo, loro sono Federica Carta e Shade, e il pezzo è Senza farlo apposta
lunedì 18 febbraio 2019
Red Sparrow (2018)
Francis Lawrence, regista di Constantine e Io Sono Leggenda (ma anche Come l'acqua per gli elefanti), in Red Sparrow, film del 2018 diretto da lui stesso, si riunisce per la quarta volta consecutiva (dopo tre Hunger Games) a quella che è evidentemente la sua musa ispiratrice, Jennifer Lawrence (nessuna parentela fra i due, anche se è simpatica la coincidenza, visto quanto questo film sia incentrato sulla famiglia e sulla lealtà alla famiglia). Insieme a Matthew Vaugh e Bryan Singer, che la vollero nel ruolo di Mystica nella saga cinematografica degli X-Men, si deve anche e soprattutto a Lawrence (lui) la popolarità e soprattutto il nuovo status di eroina del blockbuster action che la Lawrence (lei) ha assunto negli ultimi anni (mentre l'altro grande genio cinematografico David O. Russell la lanciava nel cinema raffinato col trittico di collaborazioni Il Lato Positivo, American Hustle e Joy). Adesso che però Jennifer è cresciuta e la saga teen tratta dai romanzi di Suzanne Collins è terminata, Francis la porta nel mondo degli adulti, quello dei thriller di spionaggio, per giunta vietati ai minori, e occhio se siete impressionabili, perché ci sarà una scena davvero intensa, sì perché siamo di fronte ad un film che non si fa problemi nel mostrare anche le scene più forti. Il regista gioca infatti con il nostro stomaco mostrandoci senza troppi preamboli stupri e torture, giocando con i nostri sentimenti e con la nostra rabbia, che ci porteranno a schierarci dalla parte giusta. E il risultato, nonostante lasci un po' di amaro in bocca, è innegabilmente buono. Perché non c'è dubbio, quando Francis Lawrence e Jennifer Lawrence (regista e attrice, come detto omonimi per cognome ma non per diretta parentela) lavorano insieme, qualcosa sullo schermo funziona per ragioni che sfuggono a certe analisi presuntuose e intellettualoidi. Rielaborando il romanzo Nome in Codice: Diva (Red Sparrow) scritto dall'ex-agente segreto della CIA Jason Matthews, il film, che si basa su una sceneggiatura scritta da Justin Haythe che trasporta sul grande schermo le intrepide vicende che coinvolgono la splendida spia (non per scelta) russa Dominika Egorova, capace di intrattenere per un paio d'ore, è infatti un film sicuramente godibile e consigliato, non memorabile, ma di sicuro interesse e alquanto "innovativamente" appassionante.
venerdì 15 febbraio 2019
A Quiet Place - Un posto tranquillo (2018)
Quando si parla di originalità, soprattutto nel genere horror, negli ultimi anni sono stati davvero pochi i film che hanno superato davvero le mie aspettative. Tra gli innumerevoli cliché, tra i soliti fatti trattati, tra le tantissime storie più o meno uguali è difficile trovare una pellicola che possa dare esito positivo. Con A Quiet Place - Un posto tranquillo (A Quiet Place), film del 2018 diretto da John Krasinski, con protagonisti Emily Blunt e lo stesso Krasinski, le mie aspettative finalmente sono state ben saziate. Fin dall'inizio infatti, si capisce che non ci troviamo di fronte al solito film dell'orrore, che si sta cercando di proporre al pubblico qualcosa di più originale. Dimentichiamoci difatti di quei continui Jumpscare fatti di archi stridenti o tonfi improvvisi, qui il minimo rumore, potrebbe essere l'ultimo suono che senti. Certo, non è la prima volta che capita di poter ammirare in modo così ampio un film sul silenzio, o per essere più precisi sulla totale assenza del suono della voce umana, ne è un esempio lampante La Tartaruga Rossa, dove la totale assenza di voce e della colonna sonora quasi, costituivano un'esperienza cinematografica esemplare e diversa dal solito, ovviamente guardando indietro nel tempo ci accorgiamo dei capolavori del cinema muto e degli omaggi che esso ha ispirato nell'era moderna (ad esempio The Artist), ma aver a che fare con un film horror, un survival e monster movie di nuova generazione, praticamente privo di voce, suoni e rumori (i quali benché presenti sono veramente ridotti all'osso e presenti in pochissime scene chiave del film) rappresenta una vera ed emozionante, nonché originale, sorpresa. L'assenza del suono, come succedeva ne La Tartaruga Rossa, dona maggior spessore alla storia rendendo estremamente più coinvolgente lo svolgersi della trama, anche se qui le scene, a differenza dell'altro (e gli altri), sono spesso benissimo accompagnate dalle ottime musiche di Marco Beltrami, musiche proporzionate al tema centrale del film, per niente enfatizzate e dosate in modo perfettamente equilibrato, senza far perdere quella sensazione di assordante silenzio che circonda lo spettatore. Un silenzio soffocante, dal quale si viene rapidamente coinvolti, rapiti, circondati. Un silenzio pieno di paura, un terrore che paralizza e che rende spaventoso ogni gesto, anche il più comune: A Quiet Place - Un posto tranquillo toglie il respiro. Perché (insieme ai protagonisti del film) si ha paura di fare un passo, un sorriso, di piangere, litigare, amare, vivere. Ed è questo l'orrore più grande di un film raggelante, ma dal grande cuore. Un Monster movie che si distingue per la forza narrativa delle immagini estremamente curate e nel quale non sono i mostri a fare più paura. Un film che mischia diversi generi, dall'horror al post-apocalittico, fino al romanzo familiare, realizzando una pellicola che non rientra in nessuno dei generi che la compongono, ma cerca un linguaggio diverso con un risultato assai gradevole.
giovedì 14 febbraio 2019
Vi presento Christopher Robin (2017)
Non ho mai amato l'orsacchiotto giallo, men che meno il suo amichetto umano, eppure è impensabile non conoscere Winnie the Pooh, dal 1961 nella famiglia Disney, mentre è più probabile non conoscere la vera storia dietro la storia. Una storia che questo film racconta. Vi presento Christopher Robin (Goodbye Christopher Robin), film del 2017 diretto da Simon Curtis, è, infatti, un film dedicato ad uno dei giovani protagonisti dell'universo disneyano: il bambino biondo e delicato che si accompagna, nelle sue avventure, all'orsetto più goloso di miele di tutti i tempi, Winnie the Pooh, suo fedele compagno di giochi e tenero amico d'infanzia. Se pensate, però, che la pellicola sia semplicemente un film per ragazzi, in cui trionfano le buone azioni e il valore dell'amicizia, vi sbagliate. Perché anch'io lo pensavo all'inizio (non conoscendo niente), salvo poi ricredermi di fronte ad una storia molto diversa, più terrena, più "cruda". Il film difatti, non racconta solo come è nato uno dei personaggi più iconici della seconda metà del XX secolo, Winnie the Pooh, insieme ai suoi compagni di avventure (Pimpi, Tigro, Ih-Oh) abitanti della Foresta dei Cento Acri, ma racconta soprattutto la vita di A.A. Milne, che ha combattuto durante la Prima guerra mondiale, tornandone con un disturbo post traumatico da stress, racconta la sua crisi una volta rientrato in società (perché abbiamo combattuto una guerra per porre fine a tutte le guerre ma non è cambiato nulla) e il suo blocco dello scrittore. Si addentra nel difficile rapporto tra l'autore, interpretato da Domhnall Gleeson, e sua moglie Daphne (Margot Robbie) e in quello, ancora più difficile, con il figlio Christopher Robin (Will Tilston). Billy Moon (in famiglia chiamato così), in fondo, era solo un ragazzino che voleva l'amore di suo padre e si è ritrovato, da persona, a diventare (quando egli decide di scrivere un libro per lui, che finisce per diventare un libro su di lui) un personaggio, artefatto e fittizio, depauperato di un mondo fantastico che inizialmente era solo suo. Christopher Milne (così, da adulto, fu chiamato dai suoi amici) non a caso non prese mai un centesimo dagli introiti prodotti dai libri su Winnie the Pooh. Questo perché anche se lui ha poi capito l'importanza del suo ruolo, mai poté dimenticare l'inaspettata sua popolarità, il suo essere suo malgrado una star mediatica, che lo mise parecchio in difficoltà, con un disagio sempre crescente, esasperato dalla notorietà e dalla lontananza dei genitori.
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